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Seeds that take roots: the long march of Visioni Urbane

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Sorry, this post in Italian only. I review the medium term fallout from a generative regional policy I worked on in 2007-2009, wearing a Ministry of Economic development hat. The policy in question seems to have spawned quite a lot of interesting stuff. My tentative conclusion is that the ingredients of this success have very little to do with the amount of funding allocated, and are basically a function of an initial investment of attention for details, time, and freedom to explore alternative paths. Feel free to use automated translation if you are interested, and to get in touch with me if you want to learn more.

Era il 2007 quando ho iniziato a lavorare a Visioni Urbane, un progetto della Regione Basilicata che si proponeva di realizzare alcuni spazi per la cultura. Nel gruppo di lavoro rappresentavo il Ministero dello sviluppo economico; il mio compito era di spingere il progetto nella direzione di investire molto sulle competenze creative e imprenditoriali invece che nella costruzione di edifici.

I risultati di Visioni Urbane hanno superato le migliori previsioni. Il progetto – almeno per ora – ha avuto successo: la scena creativa lucana, in precedenza divisa da una cultura di sospetto reciproco, ha collaborato con generosità e competenza con la Regione per progettare una rete di nuovi centri per la cultura. Quattro di questi sono stati anche realizzati, non costruendo nuovi edifici ma recuperando edifici pubblici esistenti ma in decadenza e non utilizzati (in questo modo, circa 3 milioni di euro di nuovi investimenti in mattoni hanno messo a valore 10 milioni di euro di investimenti pubblici già effettuati), mentre un quinto, a causa di problemi strutturali insanabili, ha dovuto essere demolito ed è attualmente in corso di ricostruzione. La gestione di tutti e quattro i centri completati è stata messa a bando; in tre casi è già stata assegnata, mentre il quarto bando scade a gennaio. Due dei tre bandi già assegnati sono stati vinti da consorzi di associazioni e piccole imprese della comunità di creativi raccolta intorno al progetto.

Questi sono già ottimi risultati. Ma ancora più notevole è il fallout di Visioni Urbane: il piccolo gruppo di funzionari che lo ha condotto, e che risponde direttamente al Presidente della Regione, ha esteso l’approccio del progetto ad altre policies, parzialmente integrate con VU stesso. A quanto ne so io:

  • la rete di coordinamento tra i centri immaginata per Visioni Urbane si è evoluta in una fondazione di comunità, partecipata dalle associazioni e le imprese della comunità creativa, da diversi enti locali e dalla Fondazione per il Sud (che funziona da acceleratore, perché raddoppia la dotazione finanziaria raccolta dagli altri soci). La comunità appoggia energicamente questa operazione.
  • la linea di apertura a collaborazioni nazionali e internazionali di VU ha attecchito; i bandi per lo startup dei centri saranno aperti anche a soggetti esterni al territorio.
  • il gruppo di VU è stato protagonista nel lanciare la candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019. La responsabile del progetto e il direttore vengono entrambi dall’esperienza di Visioni Urbane.
  • la Basilicata ha costituito una film commission negli ultimi mesi del 2011. La comunità creativa ha chiesto più volte che il metodo molto partecipato di Visioni Urbane venisse applicato anche in quel caso. Non sono sicuro, però, che questo sia effettivamente accaduto.

Visioni Urbane è stato un progetto generativo. Nei primi tempi è stato necessario fare un investimento iniziale di attenzione, tempo e libertà. Attenzione ai dettagli, per imparare a fare fruttare al massimo ogni occasione e ogni euro di denaro pubblico; e tempo e libertà di azione per crescere, esplorare le alternative a disposizione, rimettere in discussione il proprio modo di pensare la policy (ne ho parlato nel mio libro). Questo ha ridotto, inizialmente, l’efficienza amministrativa misurata in velocità di spesa (ci abbiamo messo diversi anni a spendere quattro milioni di euro), ma ha lasciato all’amministrazione nuovi strumenti per analizzare e per fare. In tempi di crisi e di risorse calanti, è un pensiero che mi dà speranza.

Il sindaco nel suo labirinto

Molti sono i fallimenti annunciati dell’azione amministrativa, quelli immediatamente evidenti a tutti tranne che ai responsabili: dai rifiuti di Napoli, al ponte di Messina, alla legge Pisanu con i suoi registri cartacei, a tutti noi è capitato di leggere annunci trionfali di nuovi progetti pubblici e pensare “non funzionerà mai”. Le persone che prendono queste decisioni, evidentemente, sono di parere opposto. Come si spiega questa discrepanza? L’unica spiegazione che riesco a darmi è che molti decisori pubblici vivano in una bolla informativa del tutto scollegata dall’ambiente in cui viviamo voi e io: semplicemente, non hanno accesso ad alcune informazioni importanti. Se è così, probabilmente queste persone non sono davvero qualificate a prendere decisioni di interesse pubblico.

Prendiamo, per esempio, il progetto Ambrogio del Comune di Milano. Funziona così: alcuni soggetti (consigli di zona, vigili di quartiere, società partecipate) hanno un palmare (in tutto 200), e lo usano per segnalare i luoghi gli interventi di manutenzione e di decoro urbano. La segnalazione viene scritta nelle basi dati degli uffici competenti, che provvedono a risolvere il problema. Il Comune intende assegnare altri 150 palmari a “cittadini sentinella”.

Questo progetto ha problemi seri.

  1. è tecnologicamente sbagliato. Perché incorporare questa funzionalità in un oggetto fisico? Bastava scrivere un software per gli smartphone. Questo avrebbe messo chiunque abbia uno smartphone in condizioni di partecipare, senza costringere i poveri cittadini sentinella a portarsi in tasca un altro aggeggio oltre al loro telefono, tenerne le batterie cariche e il software aggiornato etc.
  2. è socialmente sbagliato: non abilita l’autoselezione. Solo i soggetti scelti top-down dal Comune possono fare segnalazioni. Avrebbe avuto più senso abilitare tutti, e lasciare che ogni cittadino decidesse da sè se e quando partecipare. Grandi numeri nella partecipazione potenziale portano a un impatto alto anche quando i tassi di partecipazione sono bassi, come avviene quasi sempre. Così molti contributi potenziali andranno perduti, e molti di quei palmari rimarranno a prendere polvere nei cassetti.
  3. ha funzionalità inutili, come la possibilità di inviare foto. Se qualcuno abbandona una bicicletta incatenata a un palo, caricarne la foto sui server del Comune non serve a nulla se non ad appesantire il sistema con algoritmi di riconoscimento immagini. Un modulo in cui caricare informazioni testuali è molto più facile da gestire per l’ente che deve ricevere la segnalazione. Queste informazioni si possono scrivere da casa, quindi a che serve il palmare?
  4. è poco trasparente. Al momento in cui scrivo – e nonostante le richieste di informazioni della società civile –  Ambrogio non ha un sito; non si sa quanto costi; non si sa su quali tecnologie si basi. Visto che il partner tecnologico è Telecom Italia, non esattamente un campione del software libero, non mi aspetto che sia basato su tecnologie aperte. Se è così,
  5. è in contrasto con il buonsenso e con il Codice dell’Amministrazione Digitale, che prevedono il riuso delle tecnologie. Per esempio, il Comune arebbe potuto usare FixMyStreet, progetto open source britannico già adottato anche in Norvegia. I norvegesi l’hanno interfacciato con il database geografico di OpenStreetMap, anch’esso in open source. Il codice c’è già e funziona, sarebbe bastato tradurre i menu in italiano! Oppure chiedere al Comune di Spinea il suo sistema, a cui magari aggiungere, con una spesa da qualche migliaio di euro, una app per gli smartphone.
  6. è costoso – anche se, vista la mancanza di trasparenza, non sappiamo esattamente quanto. Alcuni media hanno parlato di 400 mila euro.

La cosa che fa più impressione di questa sequela di errori è quanto sarebbe stato facile evitarla. Una ricerca su Google avrebbe consentito di trovare FixMyStreet e Spinea. Alzare lo sguardo sulla società civile di Milano avrebbe permesso di incontrare persone competenti, che lavorano sulla tecnologia come agente abilitante di una cittadinanza più attiva, come l’associazione Green Geek e gli animatori di NetLAMPS. Valorizzarne il contributo di questi cittadini appassionati di tecnologia sarebbe stato un ulteriore elemento di promozione della cittadinanza attiva. E invece no: nella nostra Milano iperconnessa, i responsabili di Ambrogio sono riusciti in qualche modo a evitare di entrare in contatto con queste informazioni e con i concittadini che avrebbero potuto aiutarli. Purtroppo, questa è una situazione frequente.

Che un sindaco non sia esperto di tecnologia va benissimo: avrà altre esperienze, altri punti di forza da mettere a disposizione dei cittadini. Ma che nessuno dei suoi collaboratori sia in grado di fare una ricerca su Google o di telefonare a qualcuno che, in città, conosce queste cose prima di spendere 400mila euro dei contribuenti, questo lo trovo inaccettabile. Forse sarebbe il caso di pensarci, in vista delle prossime elezioni.

PS – A me incuriosisce anche il famoso palmare. Voi riuscite a capire che roba è?

PPS – Il titolo del post è un omaggio a García Márquez.

The Decision Maker in His Labyrinth

The predictable failures of public policies, those immediately obvious to everyone save the decision makers responsible for them, are legion. From the International Monetary Fund’s East Asian structural adjustment recipes to the 40-years-old Messina Strait Bridge project, we all have, at some point, read the proud announcement of some government project and thought “This is never going to work”. People who make these decisions, clearly, think they make perfect sense. How to explain such a large discrepancy? The only thing I can think of is that many public decision makers live in an information bubble which is completely disconnected from the world you and I inhabit. They simply do not have access to some relevant information. If it really is so, then maybe they are not qualified to make policy decision in the first place.

Consider, for example, a City of Milano project called Ambrogio. Here’s how it works: some organizations (district councils, local police) were given handheld devices, and they can use them to report problems with streets and public spaces. The report is filed in the databases of the competent offices, which then fix the problems.

This project has serious flaws.

  1. it is technologically flawed. Why incorporate this functionality into a physycal device? It would have been enough to write software for smartphones. This would have enabled anyone with a smartphones to participate. Plus it would not force the poor “sentinel citizens” to carry yet another device, recharge its batteries, update its software etc.
  2. it is socially flawed, as it disables self-selection. Only individuals sected top-down by the City can use the system directly: it would have made social sense to enable everyone, leaving each individual to decide if and when to decide. Large numbers in potential participation lead to high impact even when participation rates are low – as is almost always the case. This way, a lot of potential contribution will never happen, and many of those devices will gather dust in some drawer.
  3. it has useless features, like the possibility to attach photos. If somebody abandons a bicycle chained to a pole, uploading its picture on the City’s servers adds no significant information and burdens the system with image recognition algorithms. A simple form to report textual information is much easier to process. Additional advantage: since you can fill the form typing on your home computer’s keyboard, you don’t even need a smartphone to participate
  4. it lacks transparency. As I write – and the civil’s society requests notwithstanding – Ambrogio has no website; it in unknown how much it costs or what technologies it uses. Given that the technology partner is Telecom Italia, hardly a champion of free software, I don’t expect those technologies to be open. If I am right,
  5. it clashes with common sense and with the E-government Code of Laws, which mandate the reuse of technology. The city could have used FixMyStreet, a British open source project that was later adopted in Norway. The Norwegen meshed it with the OpenStreetMap geographic database, itself open source. The code is up and running, it would have been enough to translate the user interface into Italian! Or it could have asked the city of Spinea for its system, and maybe add a couple of thousand euro to add a smartphone app to it.
  6. it is expensive – though, given the lack of transparency, we don’t know how much. Media reports have spoken of 400,000 euro.

What strikes me about this series of mistakes is how easy it would have been to avoid them. A Google search would have returned FixMyStreet and Spinea. Just talking to Milano’s own civil society would have led to competent, passionate people who work on technology as a participation enabler, like the Green Geeks and the creators of NetLAMPS. Putting their work front and center of the city’s effort would have reinforced a narrative of empowerment of an active citizenship. But that did not happen: instead, the people responsible for Ambrogio somehow managed to avoid any contact with these informations and the people who might have helped them. Unfortunately this is a common situation.

I have no problem with a mayor not being a technology expert: she might have other expertise, other experience to serve the citizenry with. But when no one, in her circle of advisors, even thinks of doing a Google search or giving some cognoscent citizen a call before spending 400,000 euro of taxpayer money, I find it unacceptable. Something to meditate upon, since elections are coming up.

PS – I am curious about the famed handheld device. Does anybody recognize it?

PPS – The post’s title is a tribute to García Márquez.