politiche pubbliche


Semi che germogliano: la lunga marcia di Visioni Urbane

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Era il 2007 quando ho iniziato a lavorare a Visioni Urbane, un progetto della Regione Basilicata che si proponeva di realizzare alcuni spazi per la cultura. Nel gruppo di lavoro rappresentavo il Ministero dello sviluppo economico; il mio compito era di spingere il progetto nella direzione di investire molto sulle competenze creative e imprenditoriali invece che nella costruzione di edifici.

I risultati di Visioni Urbane hanno superato le migliori previsioni. Il progetto – almeno per ora – ha avuto successo: la scena creativa lucana, in precedenza divisa da una cultura di sospetto reciproco, ha collaborato con generosità e competenza con la Regione per progettare una rete di nuovi centri per la cultura. Quattro di questi sono stati anche realizzati, non costruendo nuovi edifici ma recuperando edifici pubblici esistenti ma in decadenza e non utilizzati (in questo modo, circa 3 milioni di euro di nuovi investimenti in mattoni hanno messo a valore 10 milioni di euro di investimenti pubblici già effettuati), mentre un quinto, a causa di problemi strutturali insanabili, ha dovuto essere demolito ed è attualmente in corso di ricostruzione. La gestione di tutti e quattro i centri completati è stata messa a bando; in tre casi è già stata assegnata, mentre il quarto bando scade a gennaio. Due dei tre bandi già assegnati sono stati vinti da consorzi di associazioni e piccole imprese della comunità di creativi raccolta intorno al progetto.

Questi sono già ottimi risultati. Ma ancora più notevole è il fallout di Visioni Urbane: il piccolo gruppo di funzionari che lo ha condotto, e che risponde direttamente al Presidente della Regione, ha esteso l’approccio del progetto ad altre policies, parzialmente integrate con VU stesso. A quanto ne so io:

  • la rete di coordinamento tra i centri immaginata per Visioni Urbane si è evoluta in una fondazione di comunità, partecipata dalle associazioni e le imprese della comunità creativa, da diversi enti locali e dalla Fondazione per il Sud (che funziona da acceleratore, perché raddoppia la dotazione finanziaria raccolta dagli altri soci). La comunità appoggia energicamente questa operazione.
  • la linea di apertura a collaborazioni nazionali e internazionali di VU ha attecchito; i bandi per lo startup dei centri saranno aperti anche a soggetti esterni al territorio.
  • il gruppo di VU è stato protagonista nel lanciare la candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019. La responsabile del progetto e il direttore vengono entrambi dall’esperienza di Visioni Urbane.
  • la Basilicata ha costituito una film commission negli ultimi mesi del 2011. La comunità creativa ha chiesto più volte che il metodo molto partecipato di Visioni Urbane venisse applicato anche in quel caso. Non sono sicuro, però, che questo sia effettivamente accaduto.

Visioni Urbane è stato un progetto generativo. Nei primi tempi è stato necessario fare un investimento iniziale di attenzione, tempo e libertà. Attenzione ai dettagli, per imparare a fare fruttare al massimo ogni occasione e ogni euro di denaro pubblico; e tempo e libertà di azione per crescere, esplorare le alternative a disposizione, rimettere in discussione il proprio modo di pensare la policy (ne ho parlato nel mio libro). Questo ha ridotto, inizialmente, l’efficienza amministrativa misurata in velocità di spesa (ci abbiamo messo diversi anni a spendere quattro milioni di euro), ma ha lasciato all’amministrazione nuovi strumenti per analizzare e per fare. In tempi di crisi e di risorse calanti, è un pensiero che mi dà speranza.

gennaio 2, 2012     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     comment

Il sindaco nel suo labirinto

Molti sono i fallimenti annunciati dell’azione amministrativa, quelli immediatamente evidenti a tutti tranne che ai responsabili: dai rifiuti di Napoli, al ponte di Messina, alla legge Pisanu con i suoi registri cartacei, a tutti noi è capitato di leggere annunci trionfali di nuovi progetti pubblici e pensare “non funzionerà mai”. Le persone che prendono queste decisioni, evidentemente, sono di parere opposto. Come si spiega questa discrepanza? L’unica spiegazione che riesco a darmi è che molti decisori pubblici vivano in una bolla informativa del tutto scollegata dall’ambiente in cui viviamo voi e io: semplicemente, non hanno accesso ad alcune informazioni importanti. Se è così, probabilmente queste persone non sono davvero qualificate a prendere decisioni di interesse pubblico.

Prendiamo, per esempio, il progetto Ambrogio del Comune di Milano. Funziona così: alcuni soggetti (consigli di zona, vigili di quartiere, società partecipate) hanno un palmare (in tutto 200), e lo usano per segnalare i luoghi gli interventi di manutenzione e di decoro urbano. La segnalazione viene scritta nelle basi dati degli uffici competenti, che provvedono a risolvere il problema. Il Comune intende assegnare altri 150 palmari a “cittadini sentinella”.

Questo progetto ha problemi seri.

  1. è tecnologicamente sbagliato. Perché incorporare questa funzionalità in un oggetto fisico? Bastava scrivere un software per gli smartphone. Questo avrebbe messo chiunque abbia uno smartphone in condizioni di partecipare, senza costringere i poveri cittadini sentinella a portarsi in tasca un altro aggeggio oltre al loro telefono, tenerne le batterie cariche e il software aggiornato etc.
  2. è socialmente sbagliato: non abilita l’autoselezione. Solo i soggetti scelti top-down dal Comune possono fare segnalazioni. Avrebbe avuto più senso abilitare tutti, e lasciare che ogni cittadino decidesse da sè se e quando partecipare. Grandi numeri nella partecipazione potenziale portano a un impatto alto anche quando i tassi di partecipazione sono bassi, come avviene quasi sempre. Così molti contributi potenziali andranno perduti, e molti di quei palmari rimarranno a prendere polvere nei cassetti.
  3. ha funzionalità inutili, come la possibilità di inviare foto. Se qualcuno abbandona una bicicletta incatenata a un palo, caricarne la foto sui server del Comune non serve a nulla se non ad appesantire il sistema con algoritmi di riconoscimento immagini. Un modulo in cui caricare informazioni testuali è molto più facile da gestire per l’ente che deve ricevere la segnalazione. Queste informazioni si possono scrivere da casa, quindi a che serve il palmare?
  4. è poco trasparente. Al momento in cui scrivo – e nonostante le richieste di informazioni della società civile –  Ambrogio non ha un sito; non si sa quanto costi; non si sa su quali tecnologie si basi. Visto che il partner tecnologico è Telecom Italia, non esattamente un campione del software libero, non mi aspetto che sia basato su tecnologie aperte. Se è così,
  5. è in contrasto con il buonsenso e con il Codice dell’Amministrazione Digitale, che prevedono il riuso delle tecnologie. Per esempio, il Comune arebbe potuto usare FixMyStreet, progetto open source britannico già adottato anche in Norvegia. I norvegesi l’hanno interfacciato con il database geografico di OpenStreetMap, anch’esso in open source. Il codice c’è già e funziona, sarebbe bastato tradurre i menu in italiano! Oppure chiedere al Comune di Spinea il suo sistema, a cui magari aggiungere, con una spesa da qualche migliaio di euro, una app per gli smartphone.
  6. è costoso – anche se, vista la mancanza di trasparenza, non sappiamo esattamente quanto. Alcuni media hanno parlato di 400 mila euro.

La cosa che fa più impressione di questa sequela di errori è quanto sarebbe stato facile evitarla. Una ricerca su Google avrebbe consentito di trovare FixMyStreet e Spinea. Alzare lo sguardo sulla società civile di Milano avrebbe permesso di incontrare persone competenti, che lavorano sulla tecnologia come agente abilitante di una cittadinanza più attiva, come l’associazione Green Geek e gli animatori di NetLAMPS. Valorizzarne il contributo di questi cittadini appassionati di tecnologia sarebbe stato un ulteriore elemento di promozione della cittadinanza attiva. E invece no: nella nostra Milano iperconnessa, i responsabili di Ambrogio sono riusciti in qualche modo a evitare di entrare in contatto con queste informazioni e con i concittadini che avrebbero potuto aiutarli. Purtroppo, questa è una situazione frequente.

Che un sindaco non sia esperto di tecnologia va benissimo: avrà altre esperienze, altri punti di forza da mettere a disposizione dei cittadini. Ma che nessuno dei suoi collaboratori sia in grado di fare una ricerca su Google o di telefonare a qualcuno che, in città, conosce queste cose prima di spendere 400mila euro dei contribuenti, questo lo trovo inaccettabile. Forse sarebbe il caso di pensarci, in vista delle prossime elezioni.

PS – A me incuriosisce anche il famoso palmare. Voi riuscite a capire che roba è?

PPS – Il titolo del post è un omaggio a García Márquez.

maggio 9, 2011     Alberto     e-government 2.0     9 comments

Ascesa e declino di Kublai: la difficile interfaccia tra burocrazie e reti

Mi sono dimesso da direttore di Kublai, il primo progetto 2.0 dell’amministrazione centrale italiana. La mia direzione era da un anno un interim; la procedura con cui il Dipartimento per le politiche di sviluppo del Ministero per lo sviluppo economico (che ne è il committente) si propone di lanciare il terzo anno di Kublai – reclutandone anche un nuovo team e un direttore – ha avuto molti problemi, e ha finito per accumulare oltre un anno di ritardo. Su richiesta del responsabile di Kublai all’interno del Ministero, Tito Bianchi,  ho mantenuto una funzione di direzione e rappresentanza (non pagata) in attesa che la situazione si sbloccasse. Nel frattempo il Dipartimento stesso si è trovato a dovere affrontare una crisi non direttamente collegata con le cose che racconto qui: una delle conseguenze è stata che, da febbraio, Tito non è stato confermato nel suo incarico. A questo punto non ci sono le condizioni nemmeno per un interim: sarà Invitalia, che ha un mandato e risorse, a governare Kublai nell’attesa che la procedura di rinnovo del team si concluda. Io continuo a frequentarla come semplice membro della comunità, e continuo a imparare molto dallo scambio di idee con i kublaiani. Mi inorgoglisce moltissimo che, anche in queste condizioni difficili, la comunità mostri una grande vitalità e un profondo apprezzamento per il servizio che Kublai ha fornito in questi anni: in questi giorni si discute su una proposta che la community stessa subentri al Dipartimento nel finanziare e gestire Kublai. Se funziona, sarà un caso praticamente unico di spinoff di una politica pubblica da un’ammistrazione a una comunità online. E anche se non funziona, provarci sarà un’esperienza straordinaria. Per conto mio, sono profondamente grato al Dipartimento per avermi dato l’opportunità di sviluppare un progetto così avanzato.

Al di là del risvolto personale, la storia di Kublai di questi anni mi sembra rappresentativa di una difficoltà strutturale nell’attuazione delle politiche pubbliche: le amministrazioni non riescono a gestire bene lo snodo tra le proprie attività e quelle delle comunità che collaborano in rete. L’azione di governo in rete — e io ne ho progettate e attuate diverse — può essere incredibilmente efficiente, perché abilita i cittadini a contribuire attivamente. A marzo 2009, a dieci mesi dal lancio, uno studio indipendente mostrava che i due terzi dei contributi alla redazione di business plans venivano dalla comunità degli utenti stessa, e solo un terzo dallo staff pagato del progetto. Il segreto di questa efficienza è nell’attivismo della comunità che si raduna intorno al progetto; e i legami di comunità possono spezzarsi in assenza di manutenzione. Un calo del livello di fiducia nei gestori del progetto o un semplice calo di tensione possono fare venire a mancare la motivazione a partecipare in qualsiasi momento.

In questi anni ho dedicato molto tempo a studiare le comunità di policy, soprattutto quelle online, e imparato molto. Ho capito che gestirle bene richiede che alcune condizioni siano presenti:

  • un orizzonte di programmazione adeguato; se per costruire una comunità solida ci vogliono tre anni, ti devi prendere tre anni, e in questo periodo la continuità deve essere garantita. Fermarsi prima di ottenere il risultato pieno vuol dire sprecare tuttele risorse investite.
  • trasparenza assoluta: l’accesso ai retroscena deve essere garantito a quegli utenti che volessero conoscerli (senza ovviamente imporlo a chi non è interessato). La partecipazione attiva richiede senso di ownership da parte degli utenti, e questo viene meno se abbiamo la sensazione che non ci stiano raccontando tutta la verità.
  • costi bassi: un progetto che si regge sul volontariato ha bisogno di mostrare ai volontari che lo staff dà un contributo adeguato ai suoi compensi. Il punto è sensibile, perché la collaborazione tra staff e community è intrinsecamente diseguale — collaboriamo, ma io sono pagato e tu no — ma, se lo staff lavora molto e bene risulta accettabile. Giustificare margini alti, invece, è veramente duro. Ogni euro che viene speso per coprire costi di struttura invece che per le attività indebolisce la credibilità del progetto.
  • tempi di attuazione rapidi e certi, e quindi procedure ridotte al minimo. Le dinamiche sociali in rete sono veloci e soprattutto emergenti, non controllate dall’alto, quindi succedono quando succedono, e quando succedono devi agire di conseguenza. Se una cosa serve adesso, devo avere la possibilità di farla adesso; nei casi in cui questo non sia possibile, devo comunque essere in grado di dire quando verrà fatta. “Non so, stiamo aspettando” distrugge credibilità, quindi partecipazione, quindi efficienza.
  • abbassamento della barriera tra staff di progetto e comunità. I partecipanti volontari a una comunità online sono le persone più qualificate per diventarne lo staff. La conoscono bene e la amano, ne condividono tempi e luoghi di incontro. Viceversa, assegnare a un progetto come Kublai un lavoratore dipendente, imbrigliato da orari e tornelli e segregato dietro un firewall aziendale che gli impedisce di usare i social network (cioè gli strumenti stessi del lavoro di comunità) significa crearsi un problema.
  • tutto questo richiede molta libertà gestionale, e quindi che il progetto sia valutato sui risultati e non sulla conformità alle procedure.

Purtroppo queste condizioni si sposano male con le modalità di lavoro prevalenti nelle burocrazie weberiane – e la maggior parte delle pubbliche amministrazioni sono burocrazie weberiane. Nel caso di Kublai:

  • non è stato possibile garantire l’orizzonte di programmazione. Al tempo del varo del progetto, il Dipartimento decise di spacchettarlo in tre annualità da rifinanziare anno per anno. La ragione: un progetto triennale avrebbe richiesto una gara europea, che richiede tempi lunghissimi (un anno e mezzo) per essere completata. I risultati: al secondo anno il progetto è stato sì rifinanziato, ma con modalità che ne riducevano l’efficacia (vedi oltre) e con un gap di tre mesi per l’avvio formale del progetto e di sette per cominciare davvero a lavorare; per il terzo anno abbiamo progettato un’architettura sulla carta più efficace, che utilizzava due canali di attuazione, ma uno di questi non è mai partito. La mia storia personale è un segno della volatilità dei tempi amministrativi: ho diretto Kublai per tre anni, e ho avuto un contratto regolare per sedici mesi in tutto, il resto è stato interim.
  • la trasparenza assoluta è tecnicamente difficile. Anche se i decisori pubblici hanno le migliori intenzioni, vivono un sistema così complicato da essere incomprensibile per un esterno. Per esempio, la prima annualità di Kublai è stata affidata a una società in-house dello Stato, Studiare Sviluppo. Per la seconda annualità, l’ufficio legale del Dipartimento ha cambiato idea e sostenuto che questo non era possibile: sebbene il Dipartimento stesso e Studiare Sviluppo avessero un’origine comune nel Ministero dell’Economia, la creazione nel 2006 del Ministero dello Sviluppo Economico (che contiene il DPS, ma non Studiare Sviluppo) aveva creato una cesura tra le due strutture. L’affidamento andava fatto, invece, a Invitalia, altra società in-house dello Stato. Questa distinzione è difficile da capire e, pare di capire, controversa anche all’interno dello stesso DPS. Infatti nel 2009 alcuni programmi del Dipartimento hanno continuato a passare attraverso Studiare Sviluppo, ma Kublai no. Come la racconti una storia così nella pagina “About”?
  • i costi tendono a lievitare. Kublai 2009 ha avuto un budget più alto di Kublai 2008, ma allo stesso tempo è sembrata meno efficace. Perché? In parte perché era cresciuto il ricarico. Studiare Sviluppo ci ha trattenuto il 15% a fronte dei suoi costi di struttura; il ricarico di Invitalia è più difficile da stimare e varia a seconda del progetto, ma in genere si attesta tra il 30 e il 40% (fonte: diversi funzionari del Dipartimento. Ho chiesto un dato preciso a Invitalia e sono in attesa di risposta).
  • i tempi sono sempre lunghi, e sempre soggetti a incertezza. Per darvi un’idea, Kublai 3 sarebbe dovuta partire a gennaio 2010. L’idea era di attivare un progetto affidato a Invitalia, e usarlo come cofinanziamento di un secondo progetto, più ampio, finanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Questo, però, avrebbe richiesto una modifica del sistema di contabilità industriale di Invitalia (nei progetti FESR il lavoro deve essere rendicontato al costo diretto, al netto del margine di cui sopra). A maggio si è capito che Invitalia non poteva o non voleva effettuare questa modifica in tempi brevi (mi dicono che il processo sia ancora in corso). Tito ha dovuto attivare una seconda procedura che attingesse a una diversa fonte finanziaria; avviata in giugno, si è mossa con grande lentezza e con la sensazione chiarissima di navigare a vista. Pensavamo che l’avremmo completata a settembre, poi a novembre, poi a febbraio; sono stati fatti diversi annunci in questo senso sul blog di Kublai, poi smentiti dai fatti. A febbraio, d’accordo con Tito, abbiamo fatto outing. La verità è che nessuno è in grado di dire cosa succederà e quando.
  • nel primo anno di Kublai siamo riusciti a usare la flessibilità di Studiare Sviluppo per reclutarne il community staff dalla comunità, con piccoli contratti che riconoscevano e incoraggiavano il lavoro volontario senza costringere i creativi a trasformarsi in consulenti della pubblica amministrazione per lavorare a Kublai. Questo andava nella direzione di abbassare le barriere tra “professionisti” e “cittadini impegnati”, e costruire un clima di equità, in cui non possa succedere che di due persone che fanno più o meno le stesse cose una è pagata e una no. A partire dal 2009 questo processo si è bloccato: le regole interne di Invitalia sono che solo una parte molto limitata del lavoro può essere affidata a personale esterno (il 15% dei costi di personale nel caso di Kublai); inoltre, le procedure di reclutamento sono molto lunghe (mesi) e strutturate, e tutti i contratti devono essere firmati dall’amministratore delegato. Risultato: il carico amministrativo di fare tanti piccoli contratti da mille o duemila euro era semplicemente insostenibile. Abbiamo dovuto polarizzare molto i collaboratori di Kublai: da un lato i lettori di business plan professionisti (dipendenti pubblici o parapubblici, che in genere apprezzano la stabilità offerta da un posto fisso e hanno poca o nessuna esperienza di creazione di impresa, tantomeno di impresa creativa), dall’altro i creativi veri, a cui non potevamo pagare nemmeno le spese di viaggio per rappresentare Kublai a un convegno.
  • quanto alla valutazione, Tito e io avevamo inserito un’attività di valutazione strutturata in Kublai 3, che però, appunto, è bloccata; il progetto rischia quindi di non venire valutato.

Con tutti questi problemi c’è da meravigliarsi che il progetto non sia nato morto! Se qualche risultato abbiamo comunque ottenuto (2500 utenti registrati per 400 progetti in discussione e decine di imprese e progetti lanciati non sono uno scherzo) è perché alcune persone si sono spese ben oltre i limiti del ragionevole. Il mio staff è stato generosissimo, trasformando il lavoro in volontariato quando i contratti scadevano e non venivano rinnovati (vanno assolutamente citati Cristina Di Luca, Walter Giacovelli e Marco Colarossi); i referenti di Kublai al Dipartimento (Paola Casavola, all’epoca il direttore generale responsabile dell’iniziativa, Tito Bianchi, Marco Magrassi e Giampiero Marchesi su tutti) hanno espresso una committenza competente e visionaria (Tito in particolare ha fatto veramente i salti mortali per Kublai); Alfredo Scalzo a Studiare Sviluppo e Nicola Salvi, Federico Venceslai, Angelita Levato e Danila Sansone a Invitalia hanno usato a fondo l’autonomia che le rispettive aziende concedevano loro per cercare di venire incontro alle esigenze del progetto. Siamo stati una banda corsara, un po’ Luke Skywalker e un po’ Fantozzi: mi ricordo, per esempio, Nicola che postava su Kublai dal suo laptop e navigando a prestito dal wi-fi del vicino, perché il firewall aziendale gli inibiva Second Life. Nonostante tutto questo impegna, eravamo un equipaggio competente e motivato alla guida di una barca che faceva acqua da tutte le parti. Quando sono scaduti i contratti dello staff esterno, il più libero dalle regole burocratiche, nonostante abbiamo in parte compensato svolgendo lavoro volontario il calo di tensione è stato evidente.

Una conclusione che ho tratto da questa esperienza straordinaria è che l’interfaccia tra burocrazia e rete è difficile, molto. Kublai si può vedere come un tentativo per fornire in coproduzione e attraverso Internet un servizio pubblico, quello di assistenza alla redazione di business plans per la nuova impresa, che tradizionalmente viene fatto (non troppo bene) a sportello. È un tema caldissimo: è, per esempio, uno degli obiettivi decisivi del Public Services Lab di NESTA, con cui mi sono confrontato negli ultimi tempi. Dal mio punto di osservazione al Consiglio d’Europa, tutti i governi europei si stanno muovendo in questa direzione, per cercare di tenere in piedi un minimo di welfare a fronte di una forte crisi fiscale. Presto la moda arriverà in Italia, ma sarà difficile ottenere risultati duraturi se le condizioni che ho elencato non saranno garantite.

E per garantirle, temo, vedo solo una possibilità: un new deal tra la pubblica amministrazione e le donne e gli uomini che lavorano per essa. Il new deal funziona così: la PA deve dare fiducia e spazio per lavorare ai suoi servitori, siano essi dipendenti o consulenti esterni; e poi valutarne i risultati, premiare chi fa bene e punire chi fa male. Se ci sono abusi, si affronteranno caso per caso: progettare un intero sistema con l’obiettivo di prevenirne i possibili abusi rischia di renderlo rigido e disfunzionale. Chi progetta social media sa bene che, se progetti un sistema per gestire i troll, i tuoi utenti saranno troll. Allo stesso modo, se progetti procedure amministrative a misura di persone pigre e disoneste, gli elementi migliori, frustrati e umiliati, ti abbandoneranno, e resterai con i pigri e disonesti. È il momento di scegliere: per quale utenza saranno progettate le politiche pubbliche del futuro?

aprile 12, 2011     Alberto     e-government 2.0     2 comments

Dell’innovazione sociale (e la fine del mondo come lo conosciamo)

Nell’ultimo anno, in cui ho partecipato ad un gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa che riflette su alcune tendenze emergenti dell’economia, mi sono fatto l’idea che l’innovazione sociale sia un fenomeno potenzialmente molto, molto importante. Certamente lo è abbastanza da curvare lo spazio mentale in cui mi muovo: qualunque percorso io segua, mi ci ritrovo sempre più coinvolto. L’ultima notizia – ma ho la sensazione che non sarà affatto l’ultima – è che la Young Foundation (un think tank inglese vicino al presidente della Commissione Europea Barroso, in assoluto l’organizzazione europea più attiva nel promuovere il concetto di social innovation) mi ha chiesto di partecipare all’advisory board della Social Innovation Initiative for Europe. Obiettivo di questo progetto è mettere in piedi l’hub della Commissione Europea per la comunità degli innovatori sociali, che, tra le altre cose, fornirà input per la progettazione del nuovo fondo europeo per l’innovazione sociale.

I fondi europei sono strumenti finanziari di grandi dimensioni per le politiche pubbliche, misurati in centinaia di milioni, se non miliardi, di euro. I criteri di allocazione di questi fondi tra gli stati membri e all’interno di ciascuno stato, sono oggetto di negoziati molto minuziosi e condotti ai massimi livelli delle pubbliche amministrazioni europee. Non accade tutti i giorni che la Commissione si metta a progettare un nuovo fondo: è evidente che qualcuno, al vertice, pensa che questo sia un tema decisivo.

Dal mio punto di osservazione come advisor del Consiglio d’Europa non è difficile capire quello che sta succedendo. I rappresentanti dei governi nel nostro gruppo sono molto preoccupati: il welfare state, cardine del modello europeo e ingrediente fondamentale della del capitalismo umanizzato proposto dal vecchio continente, è in preda ad una crisi fiscale irreversibile. Nessuno crede più che sarà possibile difendere il livello di prestazioni previdenziali e dei pubblici servizi. E non stiamo parlando di Grecia o Italia, per i quali si potrebbe forse parlare di cattiva gestione: i più preoccupati sono i governi dei paesi di welfare avanzato come l’Austria e la Norvegia, in cui l’opinione pubblica non accetterebbe mai una ritirata neppure parziale dall’attuale livello di pubblici servizi — ritirata che, tuttavia, è inevitabile.

Nessuno, però, parla più di privatizzazione. L’esperienza degli anni 80 parla chiaro: i servizi privatizzati non costano meno di quelli forniti dal settore pubblico, anzi. Ci sono molte ragioni per questa conclusione, ma una importante è questa: il settore privato entra solo dove può fare margini alti, altrimenti non è interessato. Qui entra in gioco l’innovazione sociale: la miscela di economia sociale (con un basso orientamento al profitto) e attitudine all’innovazione disruptive mutuata dalla Silicon Valley è, in questa fase, l’unico candidato a darci soluzioni che possano consentire di difendere il livello di servizi pubblici. “Difendere il livello di servizio” nel quadro finanziario attuale significa ridurne il costo unitario. E non del 3-5%: del 50%.

Non serve un genio per capire dove conduce questa cosa. Conduce a servizi pubblici smontati e rimontati in modo completamente diverso. La scuola? Video su Youtube stile Khan Academy invece di maestri in aula. La sanità? Forum online invece di file dal medico di base. L’università? Badges (alla Foursquare) concesse in modalità peer-to-peer che attestano competenze apprese informalmente sul web invece di lauree (ci sta lavorando la Mozilla Foundation). La progettazione delle policies? Wikicrazie invece di burocrazie weberiane professionali. Inutile dire che la transizione sarà molto complicata, e comporterà che moltissime persone che oggi lavorano nel settore pubblico risulteranno, per usare un termine non molto diplomatico, completamente inutili, perché sanno fare cose che non serviranno più e avranno ben poche possibilità di imparare a fare quelle che, invece, serviranno.

Il fondo che la Commissione Europea sta disegnando può risolvere al massimo metà del problema, quella di abilitare gli innovatori sociali a ripensare in modo radicale i servizi pubblici. L’altra metà è fare in modo che il patto sociale tenga, e che gli europei impauriti e arrabbiati non escano di casa a dare fuoco alle auto e ai bancomat (o ai loro vicini diversi da loro in qualunque modo). Per questo abbiamo bisogno di leadership politica di alto livello: il sistema attuale è stato messo in piedi da giganti del calibro di Bismarck (previdenza) e Lord Beveridge (welfare moderno). Speriamo di trovare una dirigenza alla loro altezza per questa fase.

febbraio 7, 2011     Alberto     complexity economics, Innovazione sociale     7 comments

Economista, ma concreto: Visioni Urbane consegna il prodotto (con contorno di Wikicrazia)

Gli economisti hanno fama di tendere al ragionamento astratto più che alla concretezza dell’azione. C’è un po’ di verità in questo luogo comune, tanto che nei dipartimenti di economia fiorisce il sottogenere delle barzellette sugli economisti. Questa, per esempio:

Un economista, dopo un naufragio, si ritrova su un’isola deserta. Si guarda intorno e vede una cassa di legno depositata sulla spiaggia dalla marea. La apre: è piena di scatolette di cibo, nutriente e a lunghissima conservazione! Purtroppo non ha nessuno strumento per aprirle: è forse condannato a morire di fame seduto di fronte a tutto quel cibo? L’economista non si perde d’animo e affronta il problema così: “Ipotizziamo di avere un apriscatole…”

Molti di noi soffrono per la mancanza di concretezza associata talvolta alla nostra professione. Per questo sono così contento di andare a Potenza venerdì 4: perché tre anni e mezzo fa il Ministero dello sviluppo economico mi ha chiesto di assistere la Regione Basilicata nell’elaborazione di una politica di spazi laboratorio per la creatività. Io ho insistito per prendere la strada, lunga e accidentata, del coinvolgimento dei creativi lucani; e oggi, finalmente, il primo spazio (si chiama Cecilia) è pronto, e gli altri quattro sono in consegna. Non solo gli spazi sono stati coprogettati insieme ai creativi di quel territorio; non solo sono sorretti da un’analisi dettagliata di quali imprese e associazioni creative, su quei territori, intendono fare con quegli spazi; ma sono integrati con un bando-tipo per l’assegnazione della gestione, concordato con i Comuni competenti, e con un modello di governance regionale delle politiche culturali.

Il progetto si chiama Visioni Urbane. Ne ho parlato spesso in questo blog. Mi dicono che ultimamente è diventato una specie di bandiera dell’amministrazione regionale; tanto che le associazioni chiedono ora lo stesso tipo di coinvolgimento in altre politiche, come l’istituzione della Film Commission, e la stessa amministrazione, forte del buon rapporto di collaborazione con i creativi, si è impegnata per lanciare la candidatura di Matera come capitale europea della cultura 2019. Non è un caso che la coordinatrice del progetto di candidatura sia Rossella Tarantino, il referente di VU, e che anche il direttore scientifico, Paolo Verri, sia stato “pescato” dalle personalità che hanno collaborato con VU.

Di Visioni Urbane parlo molto nel mio libro Wikicrazia, e l’inaugurazione di Cecilia conterrà, tra le altre cose, una presentazione del libro. Ma quello è il meno: pregusto l’emozione di toccare con mano una policy che ho contribuito a progettare, e che è diventata molto concreta, tanto che mi ci posso sedere dentro per ascoltare un concerto. Per un economista è una soddisfazione relativamente rara.

gennaio 31, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     1 comment

Lo Stato che impara: come integrare l’innovazione sociale nelle politiche mainstream

Faccio parte di un gruppo di lavoro al Consiglio d’Europa che si occupa di “Quality job creation through social links and social innovation” (l’espressione “social innovation” è un’aggiunta recente al nome del gruppo; di questa aggiunta credo di essere in parte responsabile). Uno dei problemi che ci stiamo ponendo è questo: stante che esiste un gruppo di persone interessanti, che chiamano se stessi innovatori sociali; stante che queste persone sembrano avere un potenziale per migliorare la società che abitano; stante che sembra si tratti di soggetti di nuovo tipo – che, quindi, richiedono politiche pubbliche di nuovo tipo, diverse da quelle per le imprese e per il mondo del non profit; stante tutto questo, ne consegue che alle autorità pubbliche si richiede di fare cose nuove, forse anche radicalmente nuove. Bene. Ma come imparano le istituzioni?

Mi sembra una domanda importante. Ho lavorato a progetti pilota pubblici apprezzati come innovativi (Kublai o Visioni Urbane, per esempio); la sfida che attende questi progetti è la trasformazione in metodi che fanno parte del normale arsenale con cui le autorità che li hanno varati affrontano il mondo. Con il sostegno del Consiglio d’Europa ho potuto affrontare il problema in modo strutturato. La mia conclusione provvisoria è che il modello prevalente di apprendimento per le autorità pubbliche è razionale-weberiano e completamente sbagliato. Funziona così:

  • Un problema nuovo viene avvertito dalla pubblica opinione
  • Politici in concorrenza tra loro per i voti degli elettori lo incorporano nelle loro piattaforme elettorali, insieme alle soluzioni che propongono
  • Una volta eletti, i rappresentanti del popolo legiferano in conseguenza delle loro piattaforme elettorali
  • La nuova legge si trasforma, in modo lineare, in policy, cioè in azione da parte del governo

Questo modello è elegante ma inutilizzabile. Richiederebbe (1) che politiche alternative (per esempio: carbone pulito vs. rinnovabile vs. nucleare per la politica energetica) potessero venire discusse in profondità e in modo razionale già nelle campagne elettorali; (2) che l’elettorato avesse modi efficaci di vincolare gli eletti alle loro promesse elettorali; (3) che la conversione di una legge in policy fosse “lineare” e non richiedesse interpretazione da parte dell’esecutivo; e (4) che le politiche fossero una strada a senso unico, cioè un fenomeno che influenza la società ma non ne viene a sua volta influenzato. Nessuno di questi requisiti è soddisfatto, nemmeno lontanamente.

E allora? Allora ha più senso abbandonare Weber e la metafora del meccanismo come strumento per capire l’azione di governo, e abbracciare invece, quella dell’ecosistema. Propongo di considerare le autorità pubbliche come sistemi adattivi complessi che coevolvono con la società e l’economia. Insegnare loro ad avere a che fare con l’innovazione sociale – o qualunque cosa nuova, al di fuori della loro esperienza – significa cercare di aiutarle a pensare gli agenti economici e sociali come mossi dalle forze dell’evoluzione, che naturalmente premiano il più adatto. La policy, in questo contesto, diventa l’atto di strutturare un fitness landscape che porti gli agenti ad incamminarsi verso il risultato auspicato. Invece di preterminare i propri esiti top-down, essa abilita e incentiva gli agenti a fornirle input. Questo ha precise conseguenze sulla progettazione dell’azione di governo in pratica. Una di queste è che un’architettura costituzionale che abilita l’apprendimento dal basso (come la Common law) è intrinsecamente superiore a una che non lo fa.

Se ti interessa l’argomento puoi leggere il paper (in inglese): il Consiglio d’Europa mi ha autorizzato a condividerlo. Grazie a Gilda Farrell e Fabio Ragonese per la gentile concessione.

dicembre 23, 2010     Alberto     complexity economics     1 comment

Wikicrazia in Puglia con Vendola e un confronto sulle politiche per la creatività

Sono in partenza per la Puglia, per un giro di appuntamenti legati in un modo o nell’altro alle politiche pubbliche in rete. Sono particolarmente contento perché mi darà modo di ritrovare vecchi compagni d’armi e incontrare persone per me nuove e interessanti. Giovedì 2 dicembre mi trovate a Barletta: presento il libro al circolo ARCI Carlo Cafiero insieme a Luigi Pannarale, un sociologo intelligente e curioso.

Venerdì 3 sarò al Festival dell’Innovazione di Bari: al mattino mi aspetta una conversazione sul tema della creatività digitale con Nichi Vendola, presidente della Regione; Vincenzo Vita, presidente della commissione istruzione del Senato; Francesco Morace, sociologo attivo nella consulenza aziendale, presidente di Future Concept Lab; e soprattutto il blogger e scrittore Giuseppe Granieri, con cui lavorammo al primo anno di Kublai.

Al pomeriggio, sempre al Festival dell’Innovazione, faremo una riflessione sulle politiche per la creatività, viste dal laboratorio del Sudest italiano attraverso il filtro di Wikicrazia e del ruolo della collaborazione di massa online: e lo faremo a partire da esperienze concrete e che conosco bene. Annibale D’Elia ci racconterà il progetto Bollenti Spiriti della Regione Puglia; Rossella Tarantino ci racconterà del progetto Visioni Urbane, della Regione Basilicata, simile al cugino pugliese negli obiettivi, ma completamente diverso nell’attuazione; e il vulcanico Walter Giacovelli ci dirà di Kublai, in particolare della sua attivissima colonna sudorientale. Mi aspetto che partecipino molti creativi, mi piacerebbe provare, insieme a chi ci sarà, a immaginare la prossima generazione di politiche per la creatività. Quindi portate post-it e block notes, perché a chi viene sarà chiesto non solo di ascoltare, ma anche di dare una mano a progettare!

Informazioni qui.

dicembre 1, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     2 comments

La governance salvata da Davide (e da tutti noi)

Qualche giorno fa ho ricevuto da un messaggio che mi ha colpito. Me lo manda Davide, un artigiano edile che si è inventato fisarmonicista errante per cercare nuovi modi di interagire con gli sconosciuti (il suo profilo su Kublai).

Ciao, come stai? Ho finito di leggere Wikicrazia (e l’ho consigliato ad un amico che lavora in rete) e nonostante sia di cultura media (forse bassa) mi ha arricchito di tante nozioni che ora devo lasciare girare nella mia mente. Per me è stato una nuova carica all’entusiasmo che spesso metto nelle cose che faccio e vorrei farne buon uso. Forse ho quel digital divide cognitivo che ora mi rendo conto è importante affrontare e dopo questo libro ho un sacco di domande, ma una in particolare: nel mio piccolo comune in cui abito si può ed è importante cercare questo cambiamento, questo mettere insieme “intelligenza collettiva” a servizio dei singoli cittadini e della pubblica amministrazione? Ci sto pensando a questa cosa, anche nel mio mondo di scarsa conoscenza. Sai, in questa piccola realtà è brutto non vedere miglioramenti ed io stesso per anni non ho dato la giusta attenzione,però vedo che uno spiraglio c’è anche in questo momento di crisi e mi piacerebbe ci fosse anche nella mia piccola realtà lavorativa (non voglio diventare milionario,non mi interessa, desidero costruire un buon futuro anche per me personalmente), ma bisogna cambiare qualcosa che non ho ancora capito cos’è.

Ho letto che hai fatto il musicista perché volevi cambiare il mondo e non ci sei riuscito, ma il mondo si può cambiare?

Scusa se ti ho disturbato, e se ti rompono le scatole i miei messaggi dimmelo tranquillamente.

Disturbarmi? È per le persone come te che ho scritto quel libro, e sono onorato che il mio libro vi stimoli. Voglio conservare la tua mail per mostrarla agli amministratori pubblici con cui, nel mio lavoro, mi capita di parlare, e che sono invariabilmente preoccupate che l’eccessiva apertura dei processi amministrativi ai cittadini apra la porta a persone rancorose e distruttive. Queste persone ci sono, ma nella mia esperienza in genere non hanno nessun interesse ad avere a che fare con le politiche pubbliche, e si limitano a mugugnare. E intanto, la gente come te sta fuori dalle porte chiuse del Palazzo, chiedendosi come può dare una mano!

Mi chiedi se le cose possono cambiare. Me lo chiedono in tanti. Una risposta facile è che alcune cose si possono modificare senza dovere superare ostacoli eccessivi, altre no. Ma la risposta vera è che è irrilevante: perché tu comunque ci proverai, qualunque cosa io ti possa dire. E la sai una cosa? Anch’io, ci ho già provato e continuerò a farlo. Wikicrazia non serve ad aiutarci a decidere se le cose possono cambiare, ma a darci qualche strumento nel provarci.

novembre 29, 2010     Alberto     Wikicrazia     comment

Dai Modena City Ramblers a Wikicrazia: la lunga marcia di un economista-musicista nella grande rete

Ho passato il fine settimana a casa a ripassare i pezzi per il tour di 40 anni, che comincia tra qualche giorno. Fa un effetto strano voltarsi indietro a guardare in prospettiva questo percorso di andata e ritorno dall’economia alla musica; impossibile non chiedersi di nuovo che senso ha, e quale contributo – per quanto piccolo – può dare uno come me all’avventura umana. In questo stato d’animo mi è venuto voglia di rileggere e pubblicare anche sul blog l’introduzione che ho scritto per Wikicrazia, che ho intitolato “Come sono arrivato qui”.

Lascio la band il primo maggio del 2000, a Bologna, subito dopo un concerto in Piazza Maggiore.

Non è una decisione facile, ci ho passato diverse notti insonni. I Modena City Ramblers sono stati un gruppo culturalmente importante e di discreto successo commerciale negli anni Novanta. Io sono uno dei membri fondatori. Ho dato un contributo importante e riconosciuto a costruire il successo del gruppo. Sono uno dei principali autori delle canzoni che abbiamo scritto e suonato negli anni. Sono benvoluto dai fans. Perché lasciare?

Si potrebbe vedere la cosa in diversi modi, ma alla fine io me la rappresento così: perché con questo progetto non sento più di potere cambiare il mondo. Eppure ci avevo creduto: i Modena City Ramblers non sono una band come tante altre. Hanno l’ambizione di dare voce all’Italia giovane e pulita che esce dalle macerie della Prima Repubblica. Vogliono essere la colonna sonora del cambiamento, raccontarlo e al tempo stesso dargli forza e identità.

Il primo maggio del 2000 capisco definitivamente che il meccanismo si è inceppato, o forse non ha mai funzionato. I concerti sono gremiti, dischi e t-shirt si vendono. Però sento che non stiamo più producendo cambiamento, ma consolazione: i fans vengono al concerto, si sfogano e vanno a casa contenti ad aspettare il concerto successivo. Funziona tutto benissimo, tranne che il mondo non sta affatto cambiando. Mi sento inutile e vuoto. Ma in cosa abbiamo sbagliato?

Dieci anni dopo, provo ad abbozzare una risposta. Li ho trascorsi ad esplorare le strade dell’economia creativa e dell’Internet sociale, abitata da tante persone come me e te che mi stai leggendo, invece che solo dalle celebrities e dai marchi delle grandi aziende. Ho parlato con artisti, hackers, funzionari pubblici. Ho collaborato con loro per il bene comune, qualunque cosa questo significhi.

Ecco quello che ho capito. Ho capito che Internet cambia tutto, perché permette alle persone di ritrovarsi e collaborare in numeri abbastanza grandi non facendosi dirigere da un’organizzazione gerarchica, ma coordinandosi in modo leggero attraverso strumenti come quelli chiamati wiki: Wikipedia è uno dei risultati più conosciuti e più riusciti di questa forma di collaborazione. Ho capito che viviamo una stagione di grandi cambiamenti sociali, e che questa stagione non finirà tanto presto. Ho capito che lo Stato e le altre autorità pubbliche stanno giocando una partita strategica nel gestire la transizione da un passato relativamente stabile a un futuro completamente imprevedibile. Ho capito che esse non sono monoliti: sono composte di persone, e che le singole persone possono fare la differenza. Ho capito che la maggior parte delle persone, se glie ne si dà la possibilità, è contenta di dare una mano alla costruzione di un futuro comune — ma questo lo sapevo anche al tempo dei Modena City Ramblers.

Soprattutto, ho capito che aiutare lo Stato e le altre autorità pubbliche a prendere buone decisioni e attuarle bene è possibile e molto, molto utile. È possibile – anche se difficile – perché noi, tutti insieme, abbiamo un patrimonio incredibile di sapere e di saper fare, e Internet ci permette di mobilitarlo e trasformarlo in azione. È utile perché i problemi sul tappeto diventano sempre più difficili, e la capacità di analisi degli uomini e delle donne delle istituzioni è sempre più inadeguata alle sfide.

Se vuoi cambiare il mondo, devi attivare le persone. Soltanto il concorso di moltissime persone molto diverse tra loro, quando si incanala in una direzione comune, riesce a produrre cambiamento. E il cambiamento sarà tanto più profondo quanto più queste persone saranno attive, motivate, creative, non semplici pedine manovrate da leader carismatici. Forse l’errore dei miei anni di musicista è proprio qui: essere riuscito a parlare a centinaia di migliaia di persone, toccare loro il cuore, motivarle… e poi averle relegate nel ruolo di ascoltatori passivi, non avere costruito per loro spazi in cui esprimersi e agire. Sicuramente è un errore che non intendo commettere mai più. Per questo ho passato l’ultimo anno a scrivere e riscrivere Wikicrazia: perché sono convinto che, migliorando le capacità delle autorità pubbliche di prendere e attuare buone decisioni, si cambia il mondo in meglio. E sono convinto che tutti, oggi, possiamo contribuire almeno in piccola parte a questo cambiamento: bastano un po’ di tempo, un po’ di pazienza e un computer. Il tempo della passività impotente è finito.

L’obiettivo del libro è aiutare chiunque lo voglia a diventare protagonista delle politiche pubbliche. Mi rivolgo in primo luogo ai cittadini, ai membri delle associazioni, agli insegnanti, le poliziotte, gli infermieri, a tutti insomma: ci sono spazi di partecipazione in continua espansione a cui potete contribuire — e in cui potete brillare — come individui, anche se non conoscete nessuno e non rappresentate nessuno. Potreste avere un impatto diretto e personale sulla manutenzione della strada in cui abitate, sul rilascio di brevetti relativi a un campo di cui avete esperienza, sulla progettazione del centro culturale in cui andrete a vedere la prossima mostra. In secondo luogo mi rivolgo ai funzionari pubblici, alti dirigenti ma soprattutto semplici impiegati: potete reclutare cervelli di prim’ordine per dare precisione e autorevolezza alle vostre azioni. In terzo luogo mi rivolgo ai ricercatori e agli esperti che si interessano di queste cose. Ho cercato di scrivere con uno stile più chiaro e semplice possibile, ma ho messo in queste pagine il meglio di quello che so.

Il libro è composto da tre parti. Nella prima mi chiedo cosa c’è che non va nelle politiche pubbliche, e rispondo che esse vivono una crisi di attenzione: troppe decisioni da prendere e da attuare, non abbastanza ore nella giornata. Suggerisco anche una soluzione: mobilitare e valorizzare i cittadini comuni per progettare (e se possibile attuare) insieme le politiche pubbliche, aiutandoli a coordinarsi su Internet. La seconda parte è dedicata al come progettare queste “politiche pubbliche wiki”. Ho scelto sei principi da tenere presente quando le si mette in pista — io l’ho fatto, e ho dovuto impararli sulla mia pelle. Nella terza parte provo a immaginare un ipotetico futuro in cui le politiche wiki diventino una modalità normale di azione per lo Stato. Cerco di capire se e come le burocrazie vengono messe in crisi da un approccio wiki, e mi chiedo se poi queste nuove politiche siano compatibili con la democrazia come la conosciamo.

Due cose che nel libro non troverete sono la lamentazione e il cinismo, che invece ricorrono spesso nel discorso sulle politiche pubbliche in Italia. L’una e l’altro sono posizioni rispettabili e perfino condivisibili: è vero che le nostre politiche pubbliche hanno molti problemi, alcuni che hanno tutti e altri peculiari al nostro paese; è anche vero che vi si ritrovano clientelismo, nepotismo e corruzione, in dosi forse maggiori che altrove. Pur con il massimo rispetto per chi le sostiene, scelgo di non fare mie queste posizioni. Preferisco pensare alle cose che ho visto funzionare bene e alle persone oneste, competenti e motivate che ho incontrato tra i funzionari pubblici, la società civile e quel poco di mondo politico che ho intravisto. Altri hanno messo alla berlina politici e amministratori di casta; io vorrei concentrarmi sulle cose che possiamo fare insieme, qui e subito, senza aspettare un cambiamento di sistema o un’evoluzione culturale. Sono anche convinto che alcuni aspetti delle politiche wiki possano contribuire a risolvere quei problemi: più gente pulita e capace circola, più le cose si fanno difficili per la gente che pulita e capace non è.

E soprattutto credo in te, lettrice o lettore di Wikicrazia. Nel tuo gesto di prendere in mano un libro come questo c’è già un seme di curiosità, di speranza, di scommessa sul futuro; questo seme è prezioso, e vorrei che il libro servisse ad aiutarlo a germogliare e mettere radici. Vorrei, insomma, darti uno strumento per essere tu stessa strumento di cambiamento. Non è sempre una strada facile, me ne rendo conto: richiede lavoro, tempo, cuore. Ma d’altra parte, ehi: se avessi voluto fare audience avrei continuato con il rock’n’roll.

novembre 15, 2010     Alberto     40 anni, Wikicrazia     5 comments

Bandi per la creatività e culture amministrative: due esperienze a confronto

Collaboro ad un progetto, Visioni Urbane, nel quale ci stiamo ponendo il problema di lanciare alcuni bandi per attività creative. Mi è venuta la curiosità di leggere alcuni bandi che, in questo campo, hanno una buona reputazione. Ne ho scelti due: uno è Principi Attivi, il bando di un’esperienza pugliese che mi interessa molto, Bollenti Spiriti. E’ stato aperto da maggio a luglio 2008, e ha messo a bando 7.6 milioni di euro. Ha ricevuto oltre 1.500 progetti da quasi tutti i comuni pugliesi. L’altro è Grants for the Arts, lo strumento principale di finanziamento di progetti artistici dell’Arts Council England. Questo è un bando sempre aperto, rifinanziato di anno in anno con i denari della National Lottery.

Gli obiettivi dei due bandi sono gli stessi: spingere giovani artisti e creativi in genere a concorrere all’assegnazione di risorse pubbliche, nella speranza che alcuni di loro facciano il salto e diventino imprese creative e culturali vere e proprie. Per fare questo è necessario creare bandi semplici da usare (per abbassare le barriere alla partecipazione di soggetti che hanno competenze creative e non burocratiche) e trasparenti (per creare fiducia). Ho provato a riassumere le mie letture in una tabella, questa:

Principi Attivi Grants for the arts
Periodo di apertura 5 maggio – 31 luglio 2008 sempre aperto, non c’è scadenza
Chi può partecipare Gruppi informali (minimo due persone) di giovani sopra i 18 anni e nati non prima del 1/1/1977, residenti in Puglia Individui o organizzazioni. La definizione di “organizzazione” è : un gruppo di persone con un obiettivo comune e un conto corrente con almeno due firme.
Forma giuridica I gruppi finanziati devono costituirsi in associazioni o altra forma giuridica Non richiesta
Criteri di valutazione Griglia pubblicata sul bando Pubblicati sul bando, senza griglia
Taglio Al massimo 25.000 € Da 1.000 a 100.000 £ per le attività locali: da 1.000 a 200.000 £ per quelle nazionali. In circostanze eccezionali è possibile chiedere finanziamenti anche superiori
Cofinanziamento Non richiesto Il proponente deve fare ogni ragionevole sforzo per assicurare il massimo cofinanziamento; in casi speciali, è possibile chiedere un finanziamento per il 100% dell’attività proposta.
Erogazione Anticipo del 70%, saldo del 30% In unica soluzione anticipata o in tranches, come specificato dalla lettera di approvazione della domanda. Vi è sempre un anticipo.
Garanzia finanziaria Fideiussione sull’anticipo (il 70% del finanziamento erogato) Non richiesta
Assistenza Telefonica, forum online, appuntamenti Documentazione online molto dettagliata, ben scritta e friendly. Enquiries office risponde a telefonate, email, sms.
Formulario 10 pagine, con budget preformattato (solo macrovoci: spese di costituzione e fideiussione, risorse umane, risorse strumentali, spese di gestione) No. Domanda “alla Kublai”, senza formattazione ma insistendo sull’evidenziare ciò che serve per capire la qualità della proposta.

La differenza si vede a occhio. Grants for the Arts è congegnato in modo da lasciare ai partecipanti la massima libertà di produrre ciò che essi considerano buone proposte. Le regole e i limiti sono ridotti al massimo, e comunque non tassativi; le definizioni molto elastiche (guardate quella di organizzazione!); non ci sono scadenze; non sono richieste fideiussioni o altre garanzie; la proposta ha formato completamente libero, con una forte enfasi sull’assistenza, come avviene in Kublai. Sei cieco? La documentazione è disponibile in Braille. Sei dislessico? Vieni nei nostri uffici, facciamo una riunione e ti mettiamo a disposizione una persona che prende appunti. Le idee guida sono quelle di incoraggiare più persone possibile a partecipare, per essere sicuri di non perdersi neppure una buona idea per ragioni di procedura, e poi fare una selezione spietata in termini di qualità (e questo significa che l’Arts Council England ha piena fiducia nelle proprie capacità di selezionare). Grants for the arts è orientato alla performance brillante, non al processo.

Anche Principi attivi è orientato alla performance (e all’assistenza: il suo team ha condotto quasi cento incontri di promozione), e in effetti i suoi numeri sono rilevanti. Ma questo orientamento deve fare i conti con la cultura amministrativa italiana, quindi la procedura è molto più strutturata. Puoi partecipare come gruppo informale, ma se vinci devi costituire una società o un’associazione; la modalità di erogazione è fissa; è richiesta una fideiussione; e soprattutto, il taglio dei progetti è limitato a 25mila euro (quindi a progetti piccoli) e la proposta si scrive riempiendo un formulario. Sia il taglio che formulario, ovviamente, riflettono le priorità e i valori dell’amministrazione che lo propone, e non quelli dei proponenti: per esempio, tiene abbastanza sottotraccia la parte di business planning.

Ho mandato la tabella ad Annibale D’Elia, il responsabile di Bollenti Spiriti, per un commento. Lui mi ha spiegato che

  1. Principi attivi è un bando molto agile e de-burocratizzato nel panorama italiano (ed è vero)
  2. La forma finale del bando “è il risultato di faticose mediazioni” con la macchina amministrativa della Regione, la cui cultura è totalmente orientata alla procedura.
  3. Il bando costringe i creativi a strutturarsi, costituendo associazioni e andando in banca a cercare fideiussioni, perché vuole promuoverne la partecipazione alla vita attiva del territorio. E il territorio (l’Italia, non la Puglia) funziona così: bandi pubblici, gare d’appalto etc. richiedono forme giuridiche e garanzie finanziarie. I creativi pugliesi questo l’hanno capito, e l’hanno apprezzato.

Annibale e il suo gruppo sono bravi e motivati, e la spiegazione mi convince. Però mi colpisce quanto noi italiani siamo talmente immersi nella proceduralizzazione che non la vediamo nemmeno più. Così, per esempio, se Principi attivi l’avesse progettato un inglese dell’Arts Council non avrebbe obbligato i vincitori a costituirsi in associazione, ma li avrebbe incoraggiati a farlo, fornendo loro l’assistenza. Il ragionamento è: certo, strutturarsi è un vantaggio ed è sensato, e io abilito chi desidera farlo. Ma perché devo rischiare di dovere bocciare un progetto fortissimo di uno che l’associazione, per motivi suoi, non vuole farla? Magari è un creativo geniale ma individualista, se da solo riesce a competere con gruppi strutturati meglio per lui.

Questa impostazione percorre tutto il bando: il formulario per la proposta? Standardizzato. Il taglio dei progetti? 25mila euro, comunque. Le voci del budget? Le stesse per tutti. Il gruppo di Bollenti spiriti (come tutti gli estensori di bandi italiani) non se la sente di dire “i progetti sono tutti diversi, quindi non ha senso standardizzare troppo. Scrivi come ti pare, l’importante è che tu mi faccia capire”. Non parliamo neanche della faccenda della fideiussione. Annibale mi ha raccontato che questo ha creato anche qualche problema, perché le banche pugliesi inizialmente si sono rifiutate di stipulare fideiussioni ai creativi (poi c’è stata un po’ di polemica sul forum e alla fine qualcuno ha rotto il fronte). Quanto agli inglesi, ho chiesto a Andrew Missingham perché non chiedono garanzie, e lui mi ha detto: perché nessun artista o creativo è così stupido da provare a truffare il principale canale di finanziamento per le arti. E questo crea problemi di controllo del denaro pubblico? No: il tasso di insoluti è praticamente zero, e inoltre si risparmiano costi amministrativi su tutti i fronti (una delle conseguenze di Principi attivi, come di quasi tutti i bandi di questo tipo, è che si trasferiscono risorse dal settore pubblico alle banche: le fideiussioni costano). L’impressione è che le garanzie finanziarie servano molto là dove la capacità di valutare nel merito non è molto sviluppata.

Insomma, noi italiani siamo un po’ come i pesci della barzelletta, a cui chiedono “com’è vivere sempre nell’acqua?”. E loro, stupiti: “Che cosa sarebbe quest’acqua di cui parlate?”. Siamo così immersi nella nostra particolare cultura amministrativa che la viviamo come “la” cultura amministrativa tout court. E invece l’azione amministrativa non deve necessariamente essere fatta di diritto romano, burocrazia weberiana (e furbizia levantina per ricuperare un minimo di spazio di azione quando le regole “stringono” troppo). Il nostro modo di amministrare è frutto di una cultura specifica e storicamente determinata. Altri amministrano in altro modo. Temo che la nostra cultura amministrativa sia troppo rigida per un mondo che si fa sempre più complesso, e sarà sempre di più un fattore di riduzione della competitività delle imprese del settore creativo – e anche delle altre, mi sa.

Però si potrebbe sempre cambiarla, no? Io, per dirne una, non ci sono particolarmente affezionato :mrgreen:

settembre 1, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     1 comment

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