politiche pubbliche


Wikicrazia: il codice sorgente (settimana 4)

Tra pochi giorni chiuderò la fase collaborativa di Wikicrazia. Oggi rileggevo gli ultimi commenti arrivati (sono tanti e sono rimasto un po’ indietro nel rispondere) e pensavo che ormai questo blog ospita una specie di codice sorgente del libro che finirò di scrivere in luglio. Oltre alla bozza che ha innescato il processo, trovate qui una grande ricchezza di contributi alla discussione offerti da oltre venti wikicratici, e che partono da punti di vista diversissimi tra loro: funzionari pubblici, studiosi, cittadini interessati, giornalisti, esperti di tecnologie, italiani e non italiani. Ciò che trovate già ora sulle pagine di questo blog è in un certo senso più ricco di quanto non sarà il libro nella sua versione finale. Congratulazioni, wikicratici: abbiamo dato vita insieme a una discussione di livello stellare. Se ne esiste da qualche parte del mondo una più ricca e articolata su questo argomento, io non l’ho mai trovata. Sono particolarmente orgoglioso del fatto che non c’è l’ombra di un flame, a volte abbiamo dissentito ma tutti sono stati educatissimi.

A partire da questo materiale, ognuno può ricostruire una propria versione di Wikicrazia, magari proprio usando i commenti per mettere fortemente in discussione la tesi centrale del libro! Io, per conto mio, mi assumo volentieri la responsabilità di compilare questo codice sorgente in una mia sintesi, il libro che uscirà a settembre. Rifletterà i tantissimi spunti che i wikicratici mi hanno suggerito e le ulteriori idee che sono venute a me nel corso del processo, e quindi sarà più articolato della bozza che trovate online. Ma la discussione è servita a confermarmi che le politiche pubbliche wiki, al netto delle ingenuità e dei problemi irrisolti, sono proprio una bella idea.

Aspetto gli ultimissimi commenti, poi posto un resoconto finale, passo e chiudo. Wikicratici, ad maiora!

giugno 28, 2010     Alberto     Wikicrazia     4 comments

Lisa vs. Bart: perché le politiche wiki NON sono necessariamente antidemocratiche

David Osimo è andato al Forum PA per tenere una lectio magistralis sull’e-government 2.0. Ha avuto forse il podio in assoluto più prestigioso per parlare alla pubblica amministrazione italiana, a meno di diventare ministro della funzione pubblica. Nonostante il successo della sua presentazione, non è soddisfatto: tutti sembrano essere d’accordo che le politiche wiki sono una strada promettente, ma poi nessuno si muove per realizzarle davvero. Inoltre, ha sensazione che le iniziative wiki esistenti (più o meno quelle che io racconto nel mio libro) siano troppo elitarie: progettate, dice lui riprendendo il New York Times, per Lisa Simpson invece che per Bart. David è un po’ deluso.

Forse ha ragione sull’immobilismo cronico delle pubbliche amministrazioni europee, il suo punto di osservazione è migliore del mio. Quanto al carattere elitario della Wikicrazia beh, ha ragione, ma secondo me questo è positivo. Funziona così: in ambienti orientati in modo appropriato (cioè dove vengono condivisi e rinforzati i valori della discussione razionale allargata e della meritocrazia: questo è decisivo), gli strumenti Internet filtrano i contributi migliori e li portano all’attenzione generale. Lisa Simpson diventa rapidamente una star della comunità. A Bart la produzione di contenuti di qualità riesce difficile, quindi i suoi contributi vengono normalmente ignorati. La differenza di qualità risulta amplificata molto dal continuo riprendere e rilinkare i contributi di Lisa, per cui l’ambiente Internet non tende ad avvicinare il prestigio del fratello a quello della sorella; al contrario, lo lascia ancora più indietro. Peer-to-Patent, Evoke o Kublai sono reti in cui quasi tutta l’azione sta in quell’uno o due per cento di nodi fortemente connessi. Lo spiego meglio  nel capitolo 9.

Perché lo trovo positivo? Perché, se l’accesso al sistema è libero e agevolato (e anche questo è decisivo: ne parlo nel capitolo 11), e se il sistema è meritocratico, gli strumenti e-government 2.0 sono sia più efficaci che più equi della partecipazione “vecchio stile”. E per la stessa ragione: e cioè che l’élite che selezionano non è la solita cricca di notabili, ma è emergente: un’élite basata sul merito, in cui Lisa assume il ruolo guida che le spetta di diritto, invece di essere condannata alle crociate solitarie mentre Mr. Burns gestisce Springfield a modo suo. Quanto a Bart, la porta deve restare aperta anche per lui; ma intanto che sia Lisa, invece che Mr. Burns, a guidare il sistema è un bel miglioramento.

giugno 9, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     3 comments

Rivoluzione per divertimento

Seminascosta in un lungo post che parla d’altro, Tim O’Reilly lascia cadere questa osservazione:

In questi anni passati a osservare gli alpha geeks, abbiamo concluso che molte rivoluzioni tecnologiche non cominciano con gli imprenditori, ma con degli hobbyisti che si divertono. Pensate ai fratelli Wright e agli altri che diedero inizio all’età del volo, all’Homebrew Computer Club che ha aiutato la nascita dell’industria dei personal computer, ai primi siti web costruiti senza aspettarsi di guadagnare alcunché, agli sviluppatori open source che hanno scritto codice, come ammette Linus Torvalds, “just for fun“. [...]

All’inizio, la rivoluzione Maker sembrava semplicemente un mondo di eccentrici, che inventavano per il gusto di inventare, divertirsi, imparare: “tecnologia nel tuo tempo libero”, come ha scritto Dale Dougherty nella testata della rivista Make. Ma, come in altre e precedenti rivoluzioni tecnologiche, c’era un’opportunità di business in vista. Puntualissima, una nuova generazione di aziende sta emergendo da quello che sembrava un gruppo di hobbyisti che si divertiva.

Come tutte le rivoluzioni tecnologiche, anche questa ha un notevole potenziale di rimescolare le carte, e scompaginare le classifiche delle aziende – e dei territori – più competitivi. L’Italia, con la sua forte tradizione artigianale, ha per una volta qualche carta da giocare. I miei colleghi che si occupano di politiche pubbliche farebbero bene a cogliere l’occasione, non ne passano tante così. Per quanto mi riguarda, ho deciso che questo è un asse strategico su cui voglio lavorare nei prossimi anni. Promuovere il cambiamento è faticoso, che almeno ci sia da divertirsi.

(Hat tip: Costantino Bongiorno)

marzo 31, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     1 comment

Buoni propositi per il 2010: pubblicare un libro sulle politiche user generated

L’altra cosa che farò nel 2010 è pubblicare un libro. Si chiamerà probabilmente “Wikicrazia” e raccoglierà le esperienze e le riflessioni fatte in questi anni di lavoro sulle politiche user generated. Ho iniziato a scriverlo nell’estate 2009, e ho quasi finito la prima stesura.

Non mi rivolgo solo agli addetti ai lavori, ma a tutte le persone intelligenti che si chiedono come mai le politiche pubbliche sembrano arretrare, perdere di efficacia rispetto al problema di soddisfare i bisogni di una società sempre più complessa. Secondo me il problema può essere visto come un deficit strutturale di capacità di elaborare informazione, e propongo di provare a risolverlo con gli strumenti della collaborazione di massa mediata da internet. Questo significa gestire un paradosso: le reti di persone esprimono una straordinaria capacità di elaborazione, ma per definizione non si possono controllare top-down. Eppure gli obiettivi delle politiche pubbliche, fissati dal processo democratico, sono almeno in parte esogeni alle reti stesse. E’ possibile “convincere” queste reti a incamminarsi in una direzione coerente con gli obiettivi di policy? Io penso di sì. E’ difficile ma si può fare (nel libro provo anche un approccio “how-to”).

Comunque non è più difficile che scrivere un libro, forse la cosa più complicata che abbia mai fatto.

gennaio 25, 2010     Alberto     e-government 2.0, La vita, l'universo e tutto quanto     4 comments

Perché le politiche pubbliche non funzionano? Due conversazioni a cui prenderò parte

Le politiche pubbliche user generated – come Kublai, tanto per guardarmi in casa – sono assolutamente marginali, poco più che un esperimento interessante. Per ora. Ma cosa succederebbe se diventassero una modalità normale e accettata dell’azione pubblica? Dopo tanto pensare, sento il bisogno di confrontarmi su alcune nuove idee che ho cominciato a elaborare a partire dall’estate.

Questa settimana il confronto comincia dall’Apegreen di stasera a Milano (al Subway, zona Turati, ore 19.30), a cui partecipo con Alberto Masetti-Zannini (The Hub Milano), Giovanni Petrini (Fa’ la cosa giusta!) e Filippo Solibello (Caterpillar).

Si continua giovedì sera con una cosa molto difficile: provo a mettere tutto in fila in una lezione online per Oilproject. Tenterò di capire perché le politiche pubbliche funzionano così male, e cosa possiamo fare noi tutti, armati d internet e buona volontà, per farle funzionare meglio. Il contesto è molto adatto a sottolineare la potenza della rete nel produrre beni pubblici: Oilproject è “una scuola virtuale – gratuita ed aperta a tutti – in cui si discute di attualità, Internet e Innovazione [...] senza alcun fine al di fuori di quello della divulgazione libera dell’informazione. Con più di 9000 studenti, Oilproject è leader italiano nel campo del free e-learning.” L’ha fondata Marco De Rossi. A budget zero. Quando aveva quattordici anni. QED, immagino.

dicembre 1, 2009     Alberto     e-government 2.0     3 comments

Le politiche pubbliche sono conversazioni

Il progetto Visioni Urbane – che apre in questi giorni una nuova fase – mi ha insegnato davvero molto. Il problema che avevamo, in sintesi, era questo: un atto amministrativo obbligava la Regione Basilicata a spendere 4,3 milioni di euro per fare “spazi laboratorio creativi”. Queste risorse erano one-shot e in conto capitale: le spendi all’inizio in struttura (muri, impianti, etc.), poi non ne hai più. Non c’erano risorse di spesa corrente per finanziare le attività. Come evitare che questi spazi laboratorio venissero inaugurati e subito chiusi?

La risposta poteva essere solo “facendo impresa culturale”. Gli spazi dovevano diventare una piattaforma per la produzione, da parte dei creativi lucani, di prodotti e servizi destinati al mercato della cultura, e che fossero in grado di intercettare una domanda pagante. Bene. Ma di cosa si stava parlando? Musica? Cinema? E quale musica, quale cinema? Da vendere a chi? Da produrre come? Da avviare a quali canali di distribuzione? Da comunicare come? E’ stato subito chiaro che il piccolo gruppo di tecnici messi insieme dal DPS e dalla Regione non aveva alcuna speranza di darsi queste risposte da solo. L’unico modo di rispondere a queste domande era fare emergere le soluzioni, mobilitando la conoscenza incorporata nei creativi lucani stessi.

Non si trattava di “fare una ricerca” per estrarre conoscenza dai creativi lucani. La cultura in Basilicata, come spesso in Italia, è in parte preponderante finanziata dal settore pubblico. Il mercato coincide con l’assessore che firma la delibera. I creativi, quindi, non conoscono i mercati, anzi ne hanno paura. Si trattava di avviare un processo che producesse contemporaneamente la consapevolezza del problema (il denaro pubblico per la cultura è poco e inaffidabile) e dell’esistenza delle sue soluzioni (immaginare prodotti che “funzionano”, che “il pubblico vuole”). Percepire solo il problema avrebbe significato produrre nei creativi una reazione di chiusura, mentre noi avevamo bisogno che loro fossero abbastanza ottimisti e avventurosi da fare innovazione.

Per coinvolgere i creativi al massimo abbiamo bisogno di trattarli alla pari, come un soggetto della politica economica, e non come un suo oggetto. Visioni Urbane in quanto policy si è strutturata come una conversazione, proprio alla Cluetrain Manifesto. E una soluzione – articolata, nel merito, assolutamente impensabile all’inizio del processo – è emersa. Da questa esperienza ho scritto un breve saggio in inglese, Policy as conversation, che presenterò a eChallenges 2008, a Stoccolma, il 24 ottobre. Lo trovate qui.

settembre 6, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

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