innovazione


Il vero innovatore: il surfista di Turbigo

Domenica ero con alcuni amici a fare una pedalata lungo il Ticino, e ci siamo imbattuti in quest’uomo che faceva surf sul naviglio, nei pressi di Turbigo. Immediatamente a valle di una chiusa si forma un’onda statica: il surfista può cavalcarla stando fermo, mentre l’acqua scorre verso la poppa della tavola (se si dice così).

In un colpo solo, il surfista di Turbigo rovescia il concetto di surf (nel surf normale l’acqua sta ferma: a muoversi è l’onda, e il surfista con lei) e reinventa il naviglio come un luogo di sport acquatici normalmente associati con il Pacifico. Non ha costruito nulla, non ha scritto business plans né prototipi, non ha proposto la propria idea a nessuno, non si è chiuso in laboratorio. Ha solo guardato la chiusa e si è detto “Ehi, ma lì si potrebbe fare surf! Voglio provare”.

Eppure è proprio questo sguardo diverso, a mio avviso, ad essere il cuore dell’innovazione territoriale: tutti gli sviluppi futuri, compresa la fioritura di una – per ora ipotetica – surf culture ticinese, sono impliciti in esso. Chissà se accetterebbe di fare il responsabile dell’Expo 2015, il surfista di Turbigo. O il sindaco. O il ministro.

giugno 3, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     8 comments | show

Contro i beni di lusso (e Slow Food)

In quasi tutti i sistemi fiscali i consumi di lusso sono scoraggiati con una tassazione più pesante rispetto a quelli ritenuti “normali”, qualsiasi cosa questo significhi. In qualunque corso introduttivo di scienza delle finanze vi diranno che ci sono due ragioni per questo. Una è che la domanda di questi beni è meno reattiva al prezzo di quella dei beni non di lusso. Quindi un aumento della tassazione si tradurrà in una riduzione della domanda (quindi in una diminuzione del PIL), ma essa sarà minore di quella che si sarebbe avuta tassando allo stesso modo beni non di lusso. L’altra ragione è che sono in genere i ricchi a consumare maggiormente questi beni, e gli economisti sono addestrati a considerare l’equità distributiva un valore. A parità di altre condizioni, meglio tassare i ricchi.

Queste argomentazioni sono valide in un modello statico e in equilibrio. Di equilibrio, perché si concentra su quella condizione ideale (e di fatto non verificabile nella realtà) in cui tutti i consumatori hanno massimizzato la loro utilità, e tutte le imprese il loro profitto. Statico, perché in esso manca il tempo. In particolare, manca il progresso tecnico. A parte le critiche alla nozione di equilibrio economico, vorrei sostenere che, se si prendono in considerazione il tempo e il progresso tecnico, vi è un terzo argomento per scoraggiare i consumi di lusso. Ed è questo: i beni di lusso non cambiano il mondo. Non l’hanno mai cambiato. Non creano nuovi sistemi di mercato, nuovi settori; non creano mobilità sociale e ricchezza diffusa. A cambiare il mondo sono i beni che costano poco. Non Bugatti o Rolls Royce, ma Ford Modello T e Fiat Seicento; non gli yacht da diporto ma le linee aeree low cost; non i telefoni satellitari degli yuppies anni 80 ma i cellulari GSM da 15 euro accessibili ai pastori e ai contadini africani; non i manoscritti meravigliosamente miniati dell’era pre-Gutenberg ma i tascabili di Aldo Manuzio; non il mainframe IBM ma l’Apple Macintosh. Gli oggetti di lusso sono spesso belli, ma quasi sempre incarnano un futuro che è la riproposizione del passato, con (banalizzo) le famiglie benestanti che allargano la loro collezione di gingilli, i figli come i padri; e le famiglie non benestanti relegate nel ruolo di ammiratori più o meno invidiosi.

Per questa ragione sono contrario al movimento Slow Food, e alla presenza sempre più invadente della filiera enogastronomica nel discorso italiano sullo sviluppo locale. Hai presente il gnocco fritto? Le mie zie a Reggio Emilia lo facevano a primavera per tutti i nipoti. Potevi mangiarlo in certe trattorie dell’appennino a prezzi ridicoli. Era buono ed economico. Era un sapore di casa. Si friggeva (obbligatorio) nello strutto. Si annaffiava con il lambrusco fatto in casa, con le bollicine che scrostano il grasso di maiale dallo stomaco. Bene, dimenticatelo. Da oggi il gnocco fritto si mangia nei ristoranti infighettati con finti strumenti musicali appesi alle pareti e l’adesivo del Gambero Rosso (“cus’ela?” avrebbe brontolato mia nonna, una vera esperta in materia). Si frigge nell’olio, addensato e agglutinato per dargl la consistenza dello strutto. Costa 35 euro a coperto, e non è affatto più buono di quando costava cinquemila lire vino compreso.

Ma c’è di peggio. I marchi di garanzia che proliferano nella nostra tanto decantata filiera del gusto vengono concessi agli alimenti che vengono prodotti rispettando dei protocolli chiamati disciplinari. Nei disciplinari c’è scritto non solo cosa, ma come devi produrre. E questo è decisivo, perché blocca l’innovazione. Se vuoi il marchio devi fare tutto esattamente come tutti gli altri che hanno quel marchio. La conclusione è che i grandi prodotti veramente buoni per definizione non possono avere marchi; i grandi vini, per esempio, non sono Doc, perché mischiano vitigni di provenienze diverse per ottenere prodotti di eccellenza. Paradossale? No, perché i marchi di garanzia mica servono a fare prodotti buoni: servono ad alzare i margini. Se un genio dell’agronomia riuscisse a fare uno spumante buono come il Veuve Cliquot, ma che costa come il Tavernello, o un formaggio buono come il parmigiano reggiano con latte di cammello a cinque euro al chilo, non troverebbe nessuno disposto a dargli un marchio. Il marchio garantisce i prodotti esistenti contro la concorrenza di quelli nuovi.

Conclusione: Slow Food, come buona parte della filiera del gusto, spinge verso il mondo del lusso prodotti buoni ed economici, inventati dai nostri nonni con poco denaro e molta inventiva, e riduce il loro potenziale di raggiungere le masse. In più, disincentiva l’innovazione, facendo investimenti di marketing su marchi che garantiscono il processo di produzione e non il prodotto. Un equivalente nel mondo della tecnologia potrebbe essere un marchio di qualità per i giornali scritti a macchina anziché al computer (Slow Writing); uno nelle pubbliche amministrazioni un ufficio anagrafe che non rilascia certificati online, ma solo allo sportello (Slow Service). A me sembra una perdita secca per la società, e credo che le politiche pubbliche dovrebbero scoraggiarla, ma magari sbaglio io.

aprile 6, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     16 comments | show

Finire la maratona: una ragione per partecipare alla conversazione globale sull’innovazione


Il mio amico Andrew Missingham sta lavorando alla strategia digitale dell’Arts Council England – che naturalmente, essendo una venerabile macchina governativa (inventata nientemeno che da John Maynard Keynes durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale), non ne ha mai avuta una e si sta chiedendo esattamente che obiettivi darsi. Secondo Andrew, l’ACE potrebbe pensarsi come una persona qualunque che decide di correre per la prima volta una maratona. Non importa quanto duramente si alleni, non ha nessuna possibilità di vincere: a vincere sarà Stefano Baldini o un altro atleta professionista. Ma, con concentrazione e dedizione – pur continuando ad andare in ufficio tutte le mattine – sarà in grado di partecipare in pienezza, riportandone l’esperienza di allenarsi per una maratona e tutta l’eccitazione del giorno di gara. Se dovesse incontrare Baldini, l’ACE sarà in grado di intavolare con lui una conversazione che – nel rispetto della sua superiorità atletica – ne ricomprenda la passione, le motivazioni, e la pressione a cui un grande maratoneta è soggetto.

Questo concetto di partecipazione a pieno titolo (“full participation”) mi sembra importante per capire le motivazioni di chi – senza essere MIT o Google o uno dei suoi grandi protagonisti – partecipa alla conversazione globale sull’innovazione. Io, per esempio, mi interesso di politiche pubbliche collaborative e user generated. Ho fatto diversi progetti piccoli e medi – come Kublai – alcuni più di successo, altri meno. Il mio contributo alla crescita della disciplina è modesto ma non inutile, o così mi piace pensare. Non sono uno dei grandi guru alla Shirky o alla John Holland, il cui lavoro tutti, io per primo, seguiamo appassionatamente. Ma partecipo allo sforzo collettivo per una più compiuta conoscenza: mi sono allenato duramente, mi impegno, e finirò la maratona con dignità. Come per tanti atleti, sento che questo sforzo mi completa e rende la mia vita più interessante e, in qualche modo, più morale. De Coubertin sarebbe da rivalutare.

dicembre 23, 2009     Alberto     e-government 2.0, internet     comment

Punk rock e innovazione

Investireste mai in unazienda con questo consiglio di amministrazione?

Investireste mai in un'azienda con questo consiglio di amministrazione?

Il mio modello di innovazione sociale – ormai si sarà capito – è il movimento punk, che ho fatto in tempo, giovanissimo, a vedere sparire dietro la curva nei primissimi 80. Il succo del punk era “ehi, anch’io posso farlo”! Per me questo è stato un imprinting fortissimo, e ne porto ancora i segni. Per fortuna.

Più tardi ho ricostruito un po’ di storia, scoprendo che, fino a cinque minuti prima, era di moda una cosa molto diversa che si chiamava progressive rock, per gli amici prog. Il prog era una musica, uomo, difficile. Non è che un provincialotto qualunque di Sassuolo si metteva lì e suonava il prog. Dovevi sapere l’armonia, teoria musicale, avere i riferimenti culturali.  A me il prog è riuscito immediatamente antipatico. Tanto che per non sbagliarmi, verso il 1980, con la saggezza dei miei 14 anni ho deciso che (1) gli assoli di qualunque strumento sono masturbazione e puzzano di prog. Vietati. (2) I pezzi sopra i tre minuti e quaranta sono pretenziosi e puzzano di prog. Vietati. (3) Tutti gli italiani sono dei provinciali sfigati. Vietati tutti. In pratica buttavo via tutto, salvando un po’ di soul, la musica classica (che in qualche modo mettevo in un mazzo diverso), la disco elettronica fine anni 70, e i primi Beatles. E il punk, e la new wave venuta subito dopo.

Mi pento e mi dolgo. Ma è un pentimento di testa: il mio cuore è ancora con i ragazzi del 76, che hanno letteralmente costretto all’estinzione i sofisticatissimi alfieri del prog con la loro urgenza espressiva, la loro bassa tecnologia, i loro suoni grezzi e slabbrati. E quindi, adesso, io sto con l’”underground tecnologico”, con il subversive engineering che vedo crescere intorno ad Arduino e alle altre piattaforme low cost di prototipazione. Tutti possono fare innovazione, e le idee più disruptive non verranno dai laboratori R&D delle grandi aziende e dalle università più titolate. Quindi, domani (martedì) me ne vado qui. Chi volesse venire, è il benvenuto: porterò perfino le birre. Punk’s not dead.

ottobre 19, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo     6 comments | show

Le opportunità che non si vedono (ma stanno su YouTube)

La settimana scorsa sono intervenuto a un seminario dell’università Federico II di Napoli. Avrei dovuto parlare di Kublai, ma mi sono trovato di fronte a una specie di emergenza: gli studenti sono “depressi” (questa parola è stata usata da Stefano Consiglio, docente di organizzazione aziendale e progettista kublaiano, che faceva da padrone di casa). Si sentono inutili, vissuti con fastidio da un contesto adulto che non ha alcuna intenzione di lasciare loro spazi: non riescono a vedere un futuro per se stessi.

Questo loro punto di vista è, secondo me, completamente sbagliato. Viviamo in un’epoca storica in cui la sete di nuove idee, di proposte fresche è più viva e direi prepotente che mai; è molto forte la credibilità dei giovani e giovanissimi nel presentare proposte; non mancano modelli da imitare, imprenditori ventenni di enorme successo come Kevin Rose, Zuckerberg e naturalmente i Google boys. C’è molta concorrenza, ma c’è anche moltissimo spazio: gli studenti di oggi possono vincere un premio di design a 22 anni o partecipare a 13 a un reality show sull’ingegneria o sul venture capital (e non solo nella Silicon Valley, ma anche in posti come il Libano e la Nigeria).

Ma allora perché gli studenti di Napoli sono depressi? Semplice: perché non percepiscono queste opportunità. Ovviamente li capisco, hanno pochi strumenti critici propri e sono assediati da media che mentono e spargono pessimismo e desolazione a piene mani, visto che fa audience. Però è chiaro che questa depressione è un lusso che non ci possiamo permettere, né come economia né come società. Questi sono il motore della creatività e dell’innovazione, e devono avere chiaro che riconoscimento e denaro sono il premio per il duro lavoro e l’audacia di pensiero. Sul famoso giornalismo professionale, con le solite e benermerite eccezioni (Nòva di 24Ore) non si può evidentemente contare. E quindi cosa facciamo? Facciamo dei video e li mettiamo in rete. Come questo di Gianluca, che secondo me è un antidepressivo fantastico: ci mette la faccia, parla guardando in camera e in pochi minuti ti fa capire che se tu hai un’idea, una vera idea, lui vuole ascoltarla, non per buonismo ma per interesse. Se hai un’idea, puoi davvero svoltare. La presenza sulla scena italiana di attori di questo tipo è una svolta storica. Sarà interessante, tra qualche anno, valutarne l’impatto sociale. Il gioco delle previsioni è sempre molto rischioso, ma credo che potrebbe essere molto più forte di quanto oggi ci si aspetti.

dicembre 9, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     2 comments | show

Consumatore sarà lei (Il CEO di EMI Music perde il Cluetrain)

Beh, in fondo un po’ patrioti lo siamo tutti, o lo saremmo se ce lo potessimo permettere, quindi fa piacere trovare un italiano, il 42enne Elio Leoni-Sceti, a fare il CEO di EMI. Gino Castaldo, che da molti anni si occupa di musica per Repubblica, lo ha intervistato per Affari e Finanza e ce ne racconta la strategia per assicurare alla musica magnifiche sorti e progressive. Ne risulta un articolo che fa un po’ impressione. Per due motivi.

Il primo è il meno importante, ma resta un po’ spiacevole. Castaldo si accosta alla sua notizia nella migliore tradizione “in ginocchio da te”. “I conti mostrano sensibili miglioramenti. C’è addirittura voglia di rilanciare [...]. Merito di un brillante romano, Elio Leoni-Sceti [...]“. Però, uno pensa, bravo questo. Poi gli viene il dubbio e si controlla il Times, da cui salta fuori che il 27 giugno EMI stava “prendendo in considerazione” l’assunzione di Leoni-Sceti. Per quanto possa essere bravo e veloce, i risultati del terzo trimestre difficilmente possono essergli attribuiti integralmente. Peccato: figura non bellissima, che getta un’ombra su tutto il resto dell’articolo.

Il secondo, ben più rilevante, è il contenuto delle dichiarazioni del manager italiano. Leoni-Sceti sembra del tutto impermeabile ai tremendi colpi presi dall’industria musicale negli ultimi sette anni. A leggere l’intervista viene il dubbio che la ragione sia che non sa assolutamente nulla; certamente non sembra averne tratto alcuna lezione significativa. Infatti sostiene  alcune posizioni che davvero pensavo fossero superate definitivamente dagli eventi. Eccole:

1. E’ stato un errore lasciare che l’innovazione tecnologica avvenisse al di fuori dell’industria “Tutto [...] i cd, gli iPod e altro, è stato gestito da altri. [...] Non si capisce perché dobbiamo lasciare ad altri qualcosa che noi facciamo da anni.” Ehm… Leoni-Sceti, le dice niente il nome Napster? Si ricorda? Quella che era allora la più grande community online della storia con 60 milioni di utenti registrati, creata da uno studente di liceo. E che, puntualmente, si disintegrò circa cinque minuti dopo che l’aveva comprata BMG, cioè la discografia major: gente che non capisce internet e che tendenzialmente la odia. E PressPlay, le dice niente? I suoi colleghi litigarono per anni su formati, interoperabilità, DRM, chi doveva gestire il negozio online etc. Poi arrivò Steve Jobs, uno che capisce internet e la generazione che ci vive dentro. Il resto è storia. Le majors del disco non sono assolutamente in grado di fare innovazione. Le majors vivono (con qualche ragione) l’innovazione come la cacciata dall’Eden. Sono gli ultimi luddisti.

2. Vogliamo ispirarci al consumatore. “Se scopriamo che per il merchandising il fan dei Coldplay spende cinque dollari e quello degli Iron Maiden venti questa informazione può essere elaborata per capire in quale direzione muoversi.” Eccerto, noi siamo consumatori, quindi telecomandabili a forza di MTV e di Sorrisi e Canzoni, quindi ci possono fare comprare i pupazzetti dei Coldplay. Leoni-Sceti, ma si rende conto che lei, manager di un’industria divenuta famosa negli ultimi anni per fare causa ai propri clienti, adesso li insulta sui giornali? Consumatore, scusi, sarà lei. Noi siamo altro: appassionati, smanettoni con chitarre e computer, a volte fruitori a volte artisti. Ha presente il movimento prosumer? World of Warcraft, gli hack sull’iPod, il passaggio epocale del settore della fotografia con l’avvento del digitale? Ha presente Rock Band? Ma sì, le cose che ha letto su The Long Tail e Wikinomics… il ClueTrain Manifesto? Neanche? Niente. Proprio non ci arrivano, le major, a capire che noi non vogliamo essere consumatori della loro musica ma protagonisti della nostra. Del resto, Leoni-Sceti ha maturato la sua idea di consumatore in Reckitt Benckiser (quella del Finish, il detersivo per lavastoviglie) e prima ancora in Procter&Gamble (quella del Dash, il detersivo per lavatrice). Quasi quasi uno si aspetta che annunci una campagna su Carosello.

3. E’ colpa della pirateria. “Ha portato uno scarso riconoscimento al valore del contenuto”. Maddai, ancora? Una prece. E un consiglio: confrontarsi con Joi Ito. Ma andrebbe bene anche un qualunque appassionato di musica. Il prossimo, per favore!

dicembre 2, 2008     Alberto     musiconomics     comment

Un concorso di idee creative per lo sviluppo

In questo post osservavo che l’idea di innovazione che permea di sé le politiche pubbliche europee tende a coincidere con l’innovazione tecnologica fatta dalle imprese, e viceversa a trascurare quella proposta da gente al di fuori del mondo corporate. Società civile, mondo delle arti e della creatività (come i miei “ingegneri sovversivi”) sono sostanzialmente ignorati nel dibattito sulla policy.

Da Kublai lanciamo un piccolissimo contributo ad una maggiore diversità dell’ecosistema di innovazione, indicendo un premio per la migliore idea creativa di sviluppo. Tutti, ma proprio tutti i creativi che hanno un’idea passibile di contribuire allo sviluppo del proprio territorio (o del proprio pianeta per quelli che pensano in grande)sono invitati a partecipare. Si vince un po’ di denaro da spendere sul progetto, ma soprattutto un convinto endorsement istituzionale del Dipartimento per le politiche di sviluppo del Ministero dello sviluppo economico. Fatevi sotto. Yes we can.:) Informazioni qui.

novembre 10, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     2 comments | show

Subversive engineering: progettare senza fine di profitto

 Extreme Cratfs

A Stoccolma ho conosciuto una persona interessantissima, Choco Canel, giovane tecnologa-coreografa, e siccome io sono un ex giovane economista-musicista abbiamo subito simpatizzato. Lei e i suoi amici insegnano e praticano quello che loro chiamano subversive engineering. E’ una roba che piacerebbe a Bruce Sterling: si tratta, essenzialmente, di fare progetti cool a costo quasi zero, fatti essenzialmente di tempo e divertimento (nell’Emilia metalmeccanica degli anni 70 si diceva “con lo sputo e il fil di ferro”). Ma perché farlo? “Prestigio”, “mi interessa”, “perché posso”, con un robusto contributo dello stato sociale svedese che garantisce una sicurezza economica minima. Qualcuno citava il divertente sismografo per iPhone, scritto proprio in Svezia in due settimane tanto per farsi due risate, aspettandosi 500 download, che invece sono stati 15000 nella prima settimana. Adesso stanno ragionando se fare pagare un dollaro per ogni download di sismografo 2, ma è chiaro che non si possono fare soldi veri con questa roba. E non è quello il punto.

Dopo una breve esperienza professionale nel marketing, Choco ha deciso di cambiare completamente strada. “Avevo bisogno di spazio per respirare”, dice. Il suo non è, evidentemente un ritiro dal mondo: al contrario, lei e i suoi amici stanno producendo idee – anzi, realtà – credibili e promettenti, o semplicemente sfiziose, come Kikazette (qui trovate qualche link commentato su Delicious). In questa vicenda vorrei imparare due lezioni:

La prima: le risorse utilizzate dagli ingegneri sovversivi non hanno una vera dimensione economica (vecchi pc comprati a 50$ su eBay) o hanno dimensione di bene pubblico (la stessa internet, la rete di protezione sociale svedese). Si può fare innovazione tecnologica senza le imprese, e senza neppure una prospettiva di impresa. Questo è ovvio (basta pensare alla storia della tecnologia: Archimede o Babbage non lavoravano in laboratori R&D di qualche corporation), ma nel clima culturale di oggi tutti si comportano come se quella di impresa fosse l’unica innovazione possibile.

La seconda: progettare cose che non costano (quasi) nulla dà una libertà progettuale incredibile, perché queste cose hanno un unico obiettivo (risolvere un certo problema) e non due (risolvere il problema e generare reddito). Linux o Wikipedia non sono nati con un business plan, ma con un’idea tecnologica “pura”, e questo ha permesso loro di volare molto alto. Inoltre – e decisivo- gli ingegneri sovversivi sono nella condizione di chiedersi “a cosa serve davvero l’innovazione?” e scartare gli aggiornamenti che servono soltanto a costringere le persone a sborsare altri soldi per una versione aggiornata del sistema operativo (chiedete a zio Bill)

Purtroppo la politica per la tecnologia, almeno in Europa, non sembra tenere conto di queste lezioni. La voce delle imprese è quasi l’unica che venga ascoltata (e spesso non suona convincente, almeno al mio orecchio), e non mi pare che nessuno stia ragionando in termini di valore sociale dell’innovazione.

ottobre 31, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     6 comments | show

Il gioco si fa complesso: celebrities, infrastrutture sociali e innovazione

Le mie riflessioni sull’economia dell’innovazione mi portano in questi giorni a pensare spesso a due persone che frequento in Second Life. Non siamo amici nel senso tradizionale del termine, anche se [disclaimer] io le sento entrambe amiche. Spesso chiacchieriamo, occasionalmente balliamo. Le ho incontrate in real life una volta ciascuna [fine disclaimer]. Entrambe hanno investito molte centinaia di ore nel costruire familiarità con il mezzo.

Roberta Greenfield è una celebrity di Second Life, una specie di dea iper-glamorous dal guardaroba sterminato. Oltre al look hollywoodiano (tra l’altro è Miss Italia SL 2007), ha l’agenda affollata di contatti e la fluidità relazionale della esperta pubblicitaria/PR che in effetti è. In quanto celebrity, la sua foto in home page fa impennare i contatti dei siti sulla SL italiana, e – data la sua fama di cacciatrice di tendenze – la sua presenza a un evento SL è una garanzia di prestigio, di qualità, attira i giornalisti.

Velas Lunasea è un’infrastruttura sociale in un solo avatar. Ha addestrato ad un uso consapevole di SL qualcosa come settanta persone, tra cui praticamente tutti i conferenzieri dell’unAcademy, quindi il gotha del digitale italiano. Sembra conoscere tutti, e tutte le land. Anima delle feste, alle abilità relazionali unisce slanci tipo questo, che ha portato l’onda dell’iniziativa “bloggers per il 25 aprile” ad aprire un fronte su SL; e si è costruita una solida rete di rapporti di stima con alcuni dei creativi più interessanti della SL italiani. Questa rete è di qualità così alta che è stata in grado di costruire un gruppo di lavoro (non pagato) per mettere in piedi una cosa sofisticata come il Museo delle mondine in SL – in dieci giorni dalla prima idea al lavoro finito. In RL fa la commercialista.

Io penso che Roberta e Velas siano fattori di innovazione e di sviluppo. Per riconoscerle come tali ho dovuto immergermi profondamente nel brave new world dell’internet sociale: nell’economia che ho studiato non c’è nulla di nemmeno vagamente simile a loro. E invece, mi sa, dovrebbe esserci. Il loro contributo a Kublai, per esempio, è già evidente. I loro avatar sono araldi di una nuova fase nel pensiero economico, in cui i vecchi modelli (poche variabili e una matematica semplice e elegante per derivare stati del mondo) non avranno nessuna utilità per chi, come me, lavora sul campo. Già da qualche anno i modelli che uso sono multistrato e multisoggetto, pieni di riferimenti al tempo (una stessa mossa può essere utile in un dato momento e dannosa se un po’ prima o un po’ dopo), al sequencing (cosa deve venire prima, cosa dopo), agli aspetti cognitivi. Strani e complessi sono diventati anche i miei strumenti di lavoro, che includono happy hours, feste, blog, video.

Naturalmente va evitata la sovraesposizione della pratica e del cool effect. Un solido retroterra teorico e una tensione implacabile al rigore continuano a essere indispensabili. Mi preparo a fare la mia piccola parte nella madre di tutte le sfide, quella per rinnovare lo sguardo sul mondo della scienza economica. Che forse, a forza di frequentare gente come Roberta e Velas, diventerà un po’ meno “scienza triste”.

maggio 23, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments | show

Raccontare storie nuove per fare cose nuove

Con il gruppo di lavoro di Kublai abbiamo deciso di uscire allo scoperto, organizzando la prima conferenza/evento/festa al porto dei creativi, la nostra isola in Second Life. Raccontare Kublai tocca a me, la voce narrante di questa avventura.

Sono un po’ emozionato. Raccontare non è una cosa banale. Raccontare è importante. Non si tratta solo di comunicazione in senso “marketing-PR”: secondo l’economista David Lane rappresentarsi come personaggi di una storia è il modo in cui le persone superano la paralisi derivante dal trovarsi in condizioni di incertezza assoluta. Superata l’incertezza, le persone agiscono, e la loro azione riplasma il mondo in cui si muovono, superandone – a volte – l’incertezza. Per estensione, le storie creano, letteralmente, il mondo, come per gli aborigeni australiani nelle Vie dei canti di Chatwin. Il senso è chiaro: se non rappresenti il mondo in modo nuovo, non puoi che continuare a ripetere le vecchie scelte. Fare una cosa nuova richiede una nuova storia da raccontare.

Con Kublai mi succede una cosa strana e bella, e cioè che mi pare che una storia nuova abbia scelto me per farsi raccontare. Gilberto Seravalli probabilmente direbbe che mi faccio carico di guidare un processo di innovazione. Guidare? Non so, non credo di essere molto adatto a fare il leader, non mi piace nemmeno la parola. “Los liìderes son unos hijos de puta”, diceva qualche anno fa Manu Chao a Celentano. La parola che mi piace è “narratore”. E quindi domenica sera indosserò l’avatar di Mr Volare, mi recherò al porto a incontrare la mia e nostra comunità nascente di creativi e comincerò: c’era una volta…

Ci vediamo lì.

 

maggio 15, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments | show

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