innovazione


Un concorso di idee creative per lo sviluppo

In questo post osservavo che l’idea di innovazione che permea di sé le politiche pubbliche europee tende a coincidere con l’innovazione tecnologica fatta dalle imprese, e viceversa a trascurare quella proposta da gente al di fuori del mondo corporate. Società civile, mondo delle arti e della creatività (come i miei “ingegneri sovversivi”) sono sostanzialmente ignorati nel dibattito sulla policy.

Da Kublai lanciamo un piccolissimo contributo ad una maggiore diversità dell’ecosistema di innovazione, indicendo un premio per la migliore idea creativa di sviluppo. Tutti, ma proprio tutti i creativi che hanno un’idea passibile di contribuire allo sviluppo del proprio territorio (o del proprio pianeta per quelli che pensano in grande)sono invitati a partecipare. Si vince un po’ di denaro da spendere sul progetto, ma soprattutto un convinto endorsement istituzionale del Dipartimento per le politiche di sviluppo del Ministero dello sviluppo economico. Fatevi sotto. Yes we can.:) Informazioni qui.

novembre 10, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     2 comments

Subversive engineering: progettare senza fine di profitto

 Extreme Cratfs

A Stoccolma ho conosciuto una persona interessantissima, Choco Canel, giovane tecnologa-coreografa, e siccome io sono un ex giovane economista-musicista abbiamo subito simpatizzato. Lei e i suoi amici insegnano e praticano quello che loro chiamano subversive engineering. E’ una roba che piacerebbe a Bruce Sterling: si tratta, essenzialmente, di fare progetti cool a costo quasi zero, fatti essenzialmente di tempo e divertimento (nell’Emilia metalmeccanica degli anni 70 si diceva “con lo sputo e il fil di ferro”). Ma perché farlo? “Prestigio”, “mi interessa”, “perché posso”, con un robusto contributo dello stato sociale svedese che garantisce una sicurezza economica minima. Qualcuno citava il divertente sismografo per iPhone, scritto proprio in Svezia in due settimane tanto per farsi due risate, aspettandosi 500 download, che invece sono stati 15000 nella prima settimana. Adesso stanno ragionando se fare pagare un dollaro per ogni download di sismografo 2, ma è chiaro che non si possono fare soldi veri con questa roba. E non è quello il punto.

Dopo una breve esperienza professionale nel marketing, Choco ha deciso di cambiare completamente strada. “Avevo bisogno di spazio per respirare”, dice. Il suo non è, evidentemente un ritiro dal mondo: al contrario, lei e i suoi amici stanno producendo idee – anzi, realtà – credibili e promettenti, o semplicemente sfiziose, come Kikazette (qui trovate qualche link commentato su Delicious). In questa vicenda vorrei imparare due lezioni:

La prima: le risorse utilizzate dagli ingegneri sovversivi non hanno una vera dimensione economica (vecchi pc comprati a 50$ su eBay) o hanno dimensione di bene pubblico (la stessa internet, la rete di protezione sociale svedese). Si può fare innovazione tecnologica senza le imprese, e senza neppure una prospettiva di impresa. Questo è ovvio (basta pensare alla storia della tecnologia: Archimede o Babbage non lavoravano in laboratori R&D di qualche corporation), ma nel clima culturale di oggi tutti si comportano come se quella di impresa fosse l’unica innovazione possibile.

La seconda: progettare cose che non costano (quasi) nulla dà una libertà progettuale incredibile, perché queste cose hanno un unico obiettivo (risolvere un certo problema) e non due (risolvere il problema e generare reddito). Linux o Wikipedia non sono nati con un business plan, ma con un’idea tecnologica “pura”, e questo ha permesso loro di volare molto alto. Inoltre – e decisivo- gli ingegneri sovversivi sono nella condizione di chiedersi “a cosa serve davvero l’innovazione?” e scartare gli aggiornamenti che servono soltanto a costringere le persone a sborsare altri soldi per una versione aggiornata del sistema operativo (chiedete a zio Bill)

Purtroppo la politica per la tecnologia, almeno in Europa, non sembra tenere conto di queste lezioni. La voce delle imprese è quasi l’unica che venga ascoltata (e spesso non suona convincente, almeno al mio orecchio), e non mi pare che nessuno stia ragionando in termini di valore sociale dell’innovazione.

ottobre 31, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     6 comments

Il gioco si fa complesso: celebrities, infrastrutture sociali e innovazione

Le mie riflessioni sull’economia dell’innovazione mi portano in questi giorni a pensare spesso a due persone che frequento in Second Life. Non siamo amici nel senso tradizionale del termine, anche se [disclaimer] io le sento entrambe amiche. Spesso chiacchieriamo, occasionalmente balliamo. Le ho incontrate in real life una volta ciascuna [fine disclaimer]. Entrambe hanno investito molte centinaia di ore nel costruire familiarità con il mezzo.

Roberta Greenfield è una celebrity di Second Life, una specie di dea iper-glamorous dal guardaroba sterminato. Oltre al look hollywoodiano (tra l’altro è Miss Italia SL 2007), ha l’agenda affollata di contatti e la fluidità relazionale della esperta pubblicitaria/PR che in effetti è. In quanto celebrity, la sua foto in home page fa impennare i contatti dei siti sulla SL italiana, e – data la sua fama di cacciatrice di tendenze – la sua presenza a un evento SL è una garanzia di prestigio, di qualità, attira i giornalisti.

Velas Lunasea è un’infrastruttura sociale in un solo avatar. Ha addestrato ad un uso consapevole di SL qualcosa come settanta persone, tra cui praticamente tutti i conferenzieri dell’unAcademy, quindi il gotha del digitale italiano. Sembra conoscere tutti, e tutte le land. Anima delle feste, alle abilità relazionali unisce slanci tipo questo, che ha portato l’onda dell’iniziativa “bloggers per il 25 aprile” ad aprire un fronte su SL; e si è costruita una solida rete di rapporti di stima con alcuni dei creativi più interessanti della SL italiani. Questa rete è di qualità così alta che è stata in grado di costruire un gruppo di lavoro (non pagato) per mettere in piedi una cosa sofisticata come il Museo delle mondine in SL – in dieci giorni dalla prima idea al lavoro finito. In RL fa la commercialista.

Io penso che Roberta e Velas siano fattori di innovazione e di sviluppo. Per riconoscerle come tali ho dovuto immergermi profondamente nel brave new world dell’internet sociale: nell’economia che ho studiato non c’è nulla di nemmeno vagamente simile a loro. E invece, mi sa, dovrebbe esserci. Il loro contributo a Kublai, per esempio, è già evidente. I loro avatar sono araldi di una nuova fase nel pensiero economico, in cui i vecchi modelli (poche variabili e una matematica semplice e elegante per derivare stati del mondo) non avranno nessuna utilità per chi, come me, lavora sul campo. Già da qualche anno i modelli che uso sono multistrato e multisoggetto, pieni di riferimenti al tempo (una stessa mossa può essere utile in un dato momento e dannosa se un po’ prima o un po’ dopo), al sequencing (cosa deve venire prima, cosa dopo), agli aspetti cognitivi. Strani e complessi sono diventati anche i miei strumenti di lavoro, che includono happy hours, feste, blog, video.

Naturalmente va evitata la sovraesposizione della pratica e del cool effect. Un solido retroterra teorico e una tensione implacabile al rigore continuano a essere indispensabili. Mi preparo a fare la mia piccola parte nella madre di tutte le sfide, quella per rinnovare lo sguardo sul mondo della scienza economica. Che forse, a forza di frequentare gente come Roberta e Velas, diventerà un po’ meno “scienza triste”.

maggio 23, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

Raccontare storie nuove per fare cose nuove

Con il gruppo di lavoro di Kublai abbiamo deciso di uscire allo scoperto, organizzando la prima conferenza/evento/festa al porto dei creativi, la nostra isola in Second Life. Raccontare Kublai tocca a me, la voce narrante di questa avventura.

Sono un po’ emozionato. Raccontare non è una cosa banale. Raccontare è importante. Non si tratta solo di comunicazione in senso “marketing-PR”: secondo l’economista David Lane rappresentarsi come personaggi di una storia è il modo in cui le persone superano la paralisi derivante dal trovarsi in condizioni di incertezza assoluta. Superata l’incertezza, le persone agiscono, e la loro azione riplasma il mondo in cui si muovono, superandone – a volte – l’incertezza. Per estensione, le storie creano, letteralmente, il mondo, come per gli aborigeni australiani nelle Vie dei canti di Chatwin. Il senso è chiaro: se non rappresenti il mondo in modo nuovo, non puoi che continuare a ripetere le vecchie scelte. Fare una cosa nuova richiede una nuova storia da raccontare.

Con Kublai mi succede una cosa strana e bella, e cioè che mi pare che una storia nuova abbia scelto me per farsi raccontare. Gilberto Seravalli probabilmente direbbe che mi faccio carico di guidare un processo di innovazione. Guidare? Non so, non credo di essere molto adatto a fare il leader, non mi piace nemmeno la parola. “Los liìderes son unos hijos de puta”, diceva qualche anno fa Manu Chao a Celentano. La parola che mi piace è “narratore”. E quindi domenica sera indosserò l’avatar di Mr Volare, mi recherò al porto a incontrare la mia e nostra comunità nascente di creativi e comincerò: c’era una volta…

Ci vediamo lì.

 

maggio 15, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

Come ho scoperto l’acqua calda (di nuovo)

Howard Rheingold

Sto leggendo un libro straordinario, The Virtual Community di Howard Rheingold. Rheingold è un signore californiano che si occupava già di comunità virtuali nel 1985 – ai tempi di Usenet e delle BBS, mentre io mi guardavo il Live Aid in televisione. Con le sue 447 pagine, TVC è tante cose diverse: una storia della rete vista dalla prima fila, una vena ricchissima di spunti sull’innovazione e sulle sue sorgenti, un resoconto vivacissimo dell’approccio irriverente e controculturale dei pionieri della tecnologia IT. Ma è soprattutto una vera miniera di esperienze, saggezza, riflessioni sul comportamento sociale degli esseri umani nelle reti di computer, e sotto questo aspetto è di gran lunga il libro più ricco e stimolante che abbia mai letto. Ne risulta un bel bagno di umiltà. Ieri, per dire, me ne ritornavo da Potenza tutto compreso di me stesso e del mio orizzonte teorico di politiche pubbliche user generated (ne ho accennato in questo post) quando, sul volo Napoli-Milano, ho letto a pagina 289 questa frase:

I cittadini [nelle comunità virtuali civiche] possono mettere dei punti sull’agenda della città, ma se volete coinvolgere persone che hanno un ruolo istituzionale chiarite a tutti cosa si può e cosa non si può fare con questo medium per cambiare le politiche cittadine, e datevi delle regole di comunicazione educata in un contesto di libertà di parola. Avere sia forum moderati che forum totalmente non moderati sui soggetti “caldi” è una delle tecniche per mantenere uno spazio per il ragionamento senza comprimere la libertà di espressione. La gente che usa il sistema può progettare queste regole, ma se l’esperienza PEN ha una cosa da insegnare è che i cittadini non possono sperare di lavorare con il municipio senza una zona libera da flames per queste discussioni.

Ma tu guarda. Tutte le mie preoccupazioni sull’interazione amministrazione-creativi nel progetto Visioni Urbane spiegate in dieci righe e riferite a un caso solido, studiato a fondo e lanciato nel 1989! E io che mi facevo il viaggio di essere innovativo.

Leggere questo libro si sta rivelando un’esperienza esaltante e frustrante allo stesso tempo. Esaltante perché è bellissimo vedere l’intelligenza umana in movimento, che crea dal nulla tecnologie con il potenziale di cambiare – letteralmente – il mondo. Frustrante perché è impossibile reggere il paragone, almeno per me. Mi piace e mi interessa molto l’esperienza di unAcademy (ne ho parlato, in vari posts, tra cui questi), ma Mr. Rheingold mi fa gentilmente notare che Amy Bruckman e Mitchel Resnick hanno fatto MediaMOO, una “versione virtuale [e user generated] del Media Laboratory del MIT”… nel 1993. Sì, ma noi stiamo lavorando sul cazzeggio creativo e l’interazione sociale… niente da fare, Mr. Rheingold ha disegnato alcuni abiti per il ballo inaugurale del 20 gennaio 1993. E la mia idea di usare Second Life come ambiente di lavoro quotidiano (“ufficio online”)? Puah, una combinazione di MediaMOO e del sistema di comunicazione “2.0″ che l’EuroPARC della Xerox (a Cambridge, Inghilterra) aveva in piedi già nel 1992, quando Mr. Rheingold l’ha visitato.

Capite cosa intendo? L’ha espresso benissimo Mr. Rheingold stesso, in citando un colloquio che ha avuto con il progettista di comunità virtuali su reti pre-internet (in Giappone) Jeffrey Shapard. Questi incontrò internet nel 1988, a una conferenza, e commentò:

Mi sono sentito come se stessimo vivendo in una versione elettronica del medioevo, costruendo piccoli villaggi in regioni remote, cercando di inventarci dei modi in cui la gente potesse arrivare a noi e in cui noi potessimo accedere ai nostri vicini, pensando di fare qualcosa di nuovo e interessante… e poi scoprissimo la Cina, con una civiltà vasta, complessa e antica.

Che dice, Mr. Rheingold, forse sarà meglio studiare un altro po’, no? :shock:

febbraio 21, 2008     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     1 comment

Musiconomics: online le slides delle lezioni a MMCM

Con un po’ di ritardo, di cui mi scuso con gli studenti, ho messo online le slides del mio ciclo di lezioni al Master in musica, comunicazione e marketing della Sapienza. Si tratta dell’esposizione di tre concetti di economia industriale che a mio avviso sono utili per capire l’industria musicale. Sono scaricabili in formato PDF, visto che non vi piace Open Document ;-)

Musiconomics 1 – Integrazione verticale e filiera della musica

Musiconomics 2 – Barriere strategiche all’entrata e marketing virale

Musiconomics 3 – Esternalità, territorio, innovazione

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gennaio 28, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

Innovazione al sud: si muove Zappacosta

Ho letto la notizia sul Corriere di oggi, ma non trovo un link (!): Pierluigi Zappacosta, abruzzese che ha fatto fortuna nella Silicon Valley co-fondando Logitech (la società che probabilmente produce il vostro mouse) ha dato vita a un fondo di venture capital che si chiama Faro, e adesso sta lavorando con il ministero dell’innovazione per selezionare startup tecnologiche nel Mezzogiorno. Zappacosta è persona seria e saggia, e questi anni di California lo hanno reso abbastanza insofferente ai giochetti italiani (qui c’è una sua gustosa intervista con Marco Palombi) e molto pro-mercato. Insomma, che uno così trovi interlocutori nel governo italiano mi pare una vera notizia. Fusse che fusse la volta bbona… mi informo dai miei amici del DPS. Intanto chiedo a Gianluca e ad Alberto se hanno più informazioni dal lato aziendale….

gennaio 16, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     3 comments

eChallenges 2007: prime impressioni

Sono a L’Aja per partecipare a eChallenges 2007, che è cominciata stamattina. Sulla carta è un grande convegno (e in effetti di carta ce n’è molta: ciascuno di noi ha ricevuto oltre 1500 pagine di libro che contengono tutti i paper presentati); di fatto per ora non ho trovato grandi nuove idee. Ci sono anche alcune cose che – a prima vista – sembrano discutibili: per esempio ho sentito alcune presentazioni che fanno capo a un progetto che si chiama Intelcities e sono rimasto abbastanza sconcertato. A Siena, a quanto pare, hanno usato la TV via cavo per trasmettere video sul Palio e, per questa via, “fare entrare le ICT nelle case degli anziani, a rischio di esclusione”. Poi però salta fuori che gli anziani in questione non hnno il minimo interesse aai servizi interattivi, e in realtà la coesione sociale a Siena è fortissima, quindi non c’è nemmeno esclusione. Un’altra ricercatrice citava dati del 2004 per dire che in Italia le ICT sono usate nella sfera privata, non c’è partecipazione pubblica. Ho osservato che mi sembrava controintuitivo (nel paese dove un blogger porta 300.000 persone in piazza) e che, da quello che si capiva dalla presentazione, questi sondaggi facevano le domande sbagliate. Lei ha sgranato gli occhi: “Ma sono dati Censis!” (si è poi scoperto che i dati di survey erano mescolati con i risultati dei loro focus groups). Ma è questa la ricerca finanziata? Intelcities costa al contribuente europeo 11.4 MEuro…

Bello, invece, il contributo di George Pohle, VP di IBM, che raccontava come si siano resi conto che i modelli per l’innovazione si scaricano in strutture organizzative assai diverse. Identificava quattro archetipi: i mercati per le idee (Google), i leader visionari (Apple), il rigore (la maggior parte delle grandi organizzazioni, compresa IBM) e la collaborazione (IBM come vorrebbe diventare). Avevo già letto dell’Innovation Jam, ma fa abbastanza impressione sentire parlare di processi collaborativi per l’innovazione con 150.000 partecipanti da uno che c’è stato….

ottobre 24, 2007     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

"Very interesting paper"

Mi ha scritto Roger Wallis! “Il” Roger Wallis, l’autore di Media Policy and Music Activity. La ragione è che lui presiederà la sessione di eChallenges 2007 dove presenterò un piccolo saggio. La mia tesi è che l’innovazione su prodotti e servizi hi tech nelle industrie creative (MMS, webTV, musica online per abbonamento…) fallisce troppo spesso perché è difficile costruire squadre di innovatori che capitalizzino la conoscenza di quei mercati (della musica, o del libro) per costruire communities. E Roger Wallis dice che il mio paper è very interesting… che soddisfazione!
Ah: il paper è qui:

ottobre 22, 2007     Alberto     industrie creative e sviluppo     4 comments

alla "scuoletta" estiva di sviluppo locale in Calabria

Dopo la presentazione al DPS di Alberto, siamo stati chiamati a presentare il documento “Voi siete qui – una storia di storie del progetto Booster a Pescara” anche alla piccola scuola estiva delle fate coordinata da Mimmo Cersosimo (o “scuoletta”, come preferisce chiamarla lui, perchè così lontana dalla pomposità vuota delle mille Summer School della penisola).

Tre giorni di sviluppo locale, mezzo quadernone fitto di appunti, ospiti da diversi ambiti (dirigenti regionali, di agenzie di sviluppo, di associazioni, di imprese, docenti universitari, etc.) e da tutta Italia (da DPS, Formez, GAL di Venezia, Università di Milano-Bicocca, Parma, etc.) che discutono di sviluppo con un approccio multidisciplinare (economisti, sociologi, filosofi, giuristi, antropologi, etc.), l’esperienza di una scuola dove la partecipazione dei ragazzi viene vista come fondamentale, dove la discussione prosegue anche a cena, fino alle canzoni chitarra e voce cantate dai ragazzi a fine serata… non credevo ne esistessero (più) di scuole così. Vorrei partecipare ogni anno a una scuola così… allora bisogna proprio che ci “inventiamo” qualche altro progetto per il prossimo anno per avere altre cose interessanti da dire, altrimenti non ci chiameranno alla scuoletta! ;)

Fra gli interventi vorrei segnalare in particolare quello di Gilberto Seravalli, magnifico discussant di tutti gli interventi nonchè amico e collega di Sebastiano Brusco, del quale ci ha regalato diversi ricordi personali. Nel suo intervento intitolato “Sviluppo locale: nè facile nè impossibile” (come il titolo del suo ultimo libro) ha spiegato come ragionare di sviluppo locale significhi ragionare sul tempo e sul cambiamento (condizione necessaria per parlare di sviluppo): quando il cambiamento non c’è contano le risorse (il tempo è come se non ci fosse), quando il cambiamento c’è contano (soprattutto) le storie, i racconti (su come va “il mondo”, su chi sono i personaggi principali…). Per questo è importante avere persone che ci raccontino nuove storie (non balle o mistificazioni, ma nuove visioni sulle possibilità del mondo), che vedano le cose da un’altra prospettiva, che riescano a dare un nuovo senso collettivo, perchè l’innovazione e lo sviluppo altro non sono che l’espressione di una massa di forze/persone che condividono lo stesso discorso sul cambiamento.

L’intreccio di queste idee con il racconto di Booster è venuto naturale, si è persino sentito il bisogno di giustificarsi dicendo che il collegamento non era stato premeditato. Il racconto di Booster però, come tutti i racconti, si modifica nel tempo in base ai nuovi accadimenti, per questo è importante non perdere la memoria del racconto e dei passi fatti finora, per ricordarsi sempre il punto dal quale siamo partiti, e non tornare indietro.



Da sinistra: Alberto, Anna Natali di Studiare Sviluppo, Paola Casavola del DPS, Mimmo Cersosimo di UniCal

agosto 1, 2007     Marco     industrie creative e sviluppo     comment

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