Welcome to Wikicrazia and Wikicrazia Reloaded




The Internet is revolutionizing public policy, as well as all the rest. A web 2.0 wind is blowing on public authorities, bringing in sharing, collaboration, radical transparency and hacker ethics through any window left open. I believe that this is a great chance to deeply rethink the way citizes concern themselves with public policies, making it more informed, effective and even fun.

To share my thinking and my experience thereabout, I decided to write a book. Titled Wikicrazia, it was released in early October 2010 by the Italian publisher Navarra Editore. It aims to be a frontier work (certainly I put the best of my knowledge into it) while staying simple and hopefully enjoyable if, like me, you are the kind of person who enjoys learning new stuff. Most of the resources below are in Italian (except for “Source code” and “Blog posts”): click on “Translate” links for an automated translation, or contact me at alberto[at]cottica[dot]net if you need additional assistance.

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57 thoughts on “Welcome to Wikicrazia and Wikicrazia Reloaded

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  10. lorenzo marangoni

    Ciao sono un 40x venezia ma ti consiglio anche di considerare il ning venessia.com che è nato prima e ha una vena più popolare e meno radical chic di 40xvenezia che pur essendo stati un bel progetto ora stagnano in una fase di attorcigliamento su se stessi. In questo momento venessia.com è più interessante sia come interventi che come modalità di interazione che portano molto di più al contatto con le persone con incontri ed iniziative…perdici un po di tempo che ne vale la pena.

    Ah a proposito francamente penso che il fenomeno social network sia in fase di stanchissima…tante parole e poca azione

    Reply
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  12. Giuseppe Paruolo

    Caro Alberto, so di essere fuori tempo massimo per inviarti un commento su Wikicrazia, ma per vari motivi solo oggi ho dato un’occhiata al testo sul tuo blog nonostante un amico comune me lo avesse segnalato parecchie settimane fa. Non resisto alla tentazione di mandarti qualche commento telegrafico, tu fanne quel che credi.

    1 – Dall’introduzione sembra che l’approccio wiki possa essere una risposta ad una difficoltà strutturale (direi quasi intrinseca) del fare politica. Secondo me questa difficoltà è vera ma non è intrinseca: è conseguenza della crisi del modello di partecipazione rappresentato dai partiti di massa di una volta. Un tempo era quello il “wiki”, mentre è vero che oggi i politici sono molto più soli – e non a caso vengono percepiti come casta.

    2 – Credo sia illusorio pensare che un approccio wiki possa di per sè impedire malgoverno o malafede. Il portale Italia.it non è un esempio di scelta sbagliata a casua di una scarsa partecipazione e condivisione, è malgoverno e basta. La buonafede di chi governa è un prerequisito indispensabile, e partendo da questa l’approccio wiki può diventare un eccezionale strumento di potenziamento, intelligenza e consenso.

    3 – L’approccio wiki non è quindi necessariamente online. La rete consente di adottarlo con efficacia anche in casi in cui i soggetti coinvolti sono tanti, distanti, difficili da riunire e così via. Un esempio di approccio wiki inizialmente non online è stato il tavolo di programmazione partecipata sulle antenne di telefonia mobile che ho coordinato a Bologna fra il 2004 e il 2009. Se ti interessa conoscerlo, vedi ad esempio http://www.giuseppeparuolo.it/interno.php?ID_MENU=15384&ID_PAGE=15573.

    4 – Quel tavolo è un caso di successo, ma al tempo stesso è una dolorosa metafora di come la politica possa essere insipiente. Per anni comitati di cittadini hanno chiesto di partecipare alle scelte sulle antenne, scontrandosi con politici che la ritenevano una perdita di tempo. Io, convinto del contrario, quando divento assessore nel 2004 avvio il tavolo: per cinque anni funziona benissimo, convincendo anche i più scettici che la via della partecipazione è quella giusta ed azzerando di fatto il contenzioso sociale prima molto rilevante. Ma il calo del conflitto sociale e della conseguente attenzione mediatica induce la giunta Delbono nel mandato successivo dapprima a rimandarne l’avvio dei lavori, e poi nelle more delle dimissioni del sindaco il tavolo viene di fatto revocato (vedi http://bolognanonsilagna.blogspot.com/2010/02/elettrosmog-che-tristezza.html). Ora si attendono i prossimi prevedibili conflitti per accorgersi che la soluzione c’era ed è stata buttata via…

    Basta, mi sono dilungato anche troppo.
    In bocca al lupo per la tua impresa!
    Ciao, Giuseppe

    Reply
    1. Alberto Post author

      Giuseppe, grazie del commento. Anche se dopo la scadenza, sei l’unico politico che abbia partecipato alla discussione su Wikicrazia. Dunque:

      1 – La rappresentanza è una cosa importante, ma funziona meglio in società omogenee. La nostra non lo è più. Io (e credo un po’ tutti) mi sento adeguatamente rappresentato in alcune aree, ma non in altre. In generale, mi sembra che la rappresentatività di politica, sindacati etc. sia in netto e irreversibile calo. Ce la teniamo, per carità, perché è molto meglio averla che non averla (porta la voce di Homer Simpson): ma gli strumenti di tipo wiki possono integrarla con affacci diretti degli individui più interessati e competenti (Lisa Simpson) sulle politiche.

      2 – Non sono del tutto d’accordo. In un ambiente informativamente trasparente e in cui l’attenzione è una risorsa abbondante le rogne saltano fuori prima o poi e il malgoverno diventa più difficile. La versione finale di Wikicrazia (capitolo 6) riporta questo esempio canadese, in cui gli Open Data hanno permesso di scoprire 3 miliardi di dollari di evasione fiscale. La scoperta l’ha fatta un cittadino, non l’ agenzia delle entrate.

      3 e 4 – D’accordissimo. E complimenti per l’esempio bolognese, di cui mi aveva parlato l’amico Stefano Borgognoni! Quanto ai tuoi successori, hai ragione: si ritroveranno il problema. La “maledizione di Bobbio” non perdona: chi prende decisioni a porte chiuse si trova quasi sempre condannato alla paralisi.

      Reply
  13. robertina

    Carissimo Alberto,
    con romanissimo ritardo… arrivo anch’io

    Per quanto, ahimè!, lo abbia letto a spizzichi e bocconi e non sempre con l’attenzione che merita, ho trovato il tuo libro molto ben scritto e davvero interessante! Purtroppo non ho avuto il tempo per pensarci davvero con la calma necessaria a raccogliere le idee in modo da poterti – nel mio piccolissimo e, soprattutto, nella mia arretratezza digitale…. – dire la mia sugli argomenti che affronti.
    La sola cosa, in generale, che mi sento di dire è che non sarà facile superare i muri mentali (intesi anche solo come paura del nuovo) della gran parte dei dipendenti (compresi i dirigenti) della PA e coniugare certi strumenti innovativi con metodi e procedure consolidate: e non parlo dei “lacci e lacciuoli burocratici” (espressione che, personalmente, trovo orrenda e spesso abusata) ma di un sistema di regole che è giusto tenere in considerazione se non altro perché sono lì per cercare di garantire che l’agire amministrativo sia volto all’interesse generale (e, in questa fase, direi che non è poco) e proprio per questo sono alla base del nostro diritto pubblico. E’ vero che tu parli di una sovrapposizione e non di una sostituzione della wikicrazia alla burocrazia, ma – d’istinto – trovo che non sia così facile coniugare i processi wikicratici che descrivi con le regole del tradizionale procedimento amministrativo.
    Sul tema mi viene da porre una questione banale e forse un po’ troppo specifica (tu, probabilmente, parli di processi decisionali di più ampio respiro per i quali non è previsto un obbligo di motivazione): sino a che punto la decisione finale – che, giustamente, rimane in capo all’amministrazione – deve dar conto dei “contributi” dell’“intelligenza collettiva”? O, al contrario, sino a che punto può non darne conto? Se riteniamo che debba farlo in modo puntuale, si rischia evidentemente la paralisi dell’attività pubblica (esplicitare i motivi per i quali ogni singola proposta o anche soltanto quelle principali emerse dalla discussione in rete vengano o non vengano accolte implica un notevole appesantimento dei processi decisionali); se, viceversa, può farne a meno, si rischia, come mi pare dica tu stesso citando il caso del decreto Pisanu, che chi ha il potere di decidere finisca per trascurarli del tutto (non devo darne conto=non perdo tempo ad analizzarli con l’attenzione necessaria a giustificane espressamente l’esclusione/il recepimento). …anche perchè non è così trascurabile l’interesse (spesso non proprio “limpido”) a mantenere il potere di decidere libero da vincoli e/o “suggerimenti” e condizionamenti (in senso buono) esterni: il famoso obbligo di motivazione serve proprio a questo, a garantire la trasparenza delle scelte effettuate.

    Vabbè, non voglio – a pochi giorni dalla consegna – toglierti altro tempo prezioso…e allora mi limito a segnalarti – con riferimento ai singoli capitoli – alcuni piccoli refusi che, forse, hai ancora il tempo di verificare e, se credi, correggere.

    Un abbraccio,
    robertina

    Reply
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  19. Tiziana Melloni

    Con il web partecipato, che sia wiki o altro, il mezzo di comunicazione non è indifferente, anzi, contiene in se stesso il messaggio. Come nelle grandi rivoluzioni della conoscenza – la scrittura, la stampa a caratteri mobili, il metodo scientifico – la possibilità di comunicare in tempo reale attraverso una rete che supera all’istante ogni confine offre alla creatività soluzioni totalmente nuove per costruire saperi, prendere decisioni, risolvere problemi. Cambia il modo di apprendere, comunicare, entrare in relazione tra persone. Con il wiki la disponibilità della conoscenza si allarga ulteriormente. L’accesso alle fonti è immediato, la verifica avviene attraverso lo sguardo di una rete potenzialmente immensa di navigatori.
    Qualche giorno fa cercavo di spiegare ad un collega quanto sia più imperdonabile un errore di ortografia sul web piuttosto che sulla carta stampata, con queste argomentazioni: primo, su Internet si può correggere sempre, perciò un errore lasciato su un sito racconta che chi lo cura non rispetta il lettore, è sciatto e trasandato; secondo, una pagina web può essere letta, potenzialmente, da milioni se non miliardi di navigatori, mentre la carta stampata ha un limite certo che è quello della tiratura, per cui la diffusione dell’errore è molto più ampia e ha conseguenze imprevedibili.
    In queste differenze si misura la portata della potenza del web 2.0.
    I 6 principi delle politiche wiki: accettare il cambiamento; community, trasparenza radicale, rispetto, parlare con voce umana, meritocrazia, a guardar bene sono gli stessi che si ritrovano nelle grandi rivoluzioni della conoscenza; ad ogni tornata però risultano potenziati e declinati in modo diverso. Come in un caleidoscopio, la capacità creativa, con gli stessi strumenti cognitivi, riesce a costruire spettacoli, mondi e soluzioni mai visti prima d’allora.
    Cosa si può fare con il wiki? Nell’ambito della conoscenza direi qualunque cosa: cercare soluzioni per condurre un esperimento scientifico, scrivere un libro, diffondere e trovare informazioni e notizie, condividere musica, video, immagini.
    “Wikicrazia” si occupa in particolare della realizzazione di politiche pubbliche. Attraverso il wiki, cittadini e governanti possono confrontarsi sullo stesso terreno per trovare un punto d’incontro tra istituzioni e vita quotidiana, con il fine ultimo di migliorare la vita di tutti. Un sogno forse. Chi però conosce bene le capacità e l’impegno di moltissimi funzionari della pubblica amministrazione può testimoniare che la collaborazione dei cittadini tra loro e con le funzioni pubbliche è oro per chi ogni giorno deve quadrare il cerchio tra scarsità delle risorse, bisogni e servizi.
    [Faccio una piccola digressione personale: sono figlia, nipote e moglie di impiegati, funzionari e ricercatori dello Stato. Sono giornalista di professione ed ho parlato con centinaia di addetti a Comuni, Province, Regioni su ogni sorta di problemi, dal cassonetto al verde pubblico all’asilo nido. Posso garantire che nel novanta per cento dei casi si tratta di professionisti della loro materia, estremamente preparati, che, pur malpagati, in uffici fatiscenti, alle prese ogni giorno con una burocrazia opprimente e ramificata, ce la mettono tutta per dare un buon servizio anche molto oltre le loro mansioni e l’orario di lavoro (manca la carta per le fotocopie, il toner bisogna comprarselo anticipando i soldi, le segretarie sono appannaggio dei politici, i viaggi si organizzano da sé e si pagano con il conto in banca di famiglia e chissà quando te li rimborsano eccetera eccetera)].
    Quando la connessione funziona, la democrazia si associa con la conoscenza e ciascuno può intervenire in progetti o proposte con le proprie idee; anche un contributo sporadico può essere decisivo per trovare la soluzione giusta.
    Il web condiviso e il metodo wiki aprono poi questioni filosofiche ed economiche di portata più ampia. In particolare quella della trasformazione del sistema economico almeno nel campo dei beni legati alla conoscenza. Il concetto di beni comuni o meglio “commons” è stato l’oggetto delle indagini del premio Nobel per l’economia 2009 Elinor Ostrom (“Governing the commons”). Esistono dei beni – come appunto la conoscenza – che grazie al web escono dal mercato per diventare gratuiti e disponibili. Sarà il destino di altri beni necessariamente comuni, su cui infuria la battaglia tra impresa privata e disponibilità pubblica. L’enciclopedia è stata la prima a cadere: nessuno compra più a rate quei volumi di carta rilegati in similpelle su cui la mia generazione ha studiato e riempito cartelloni di ricerche scolastiche (curiosamente quei cartoncini bristol colorati 50 x 70 su cui scrivevamo impiastricciandoci coi primi puzzolenti pennarelli e su cui appiccicavamo le cartoline della zia d’America erano gli inconsapevoli precursori degli odierni templates dei siti web…). La guerra tra distribuzione di film e musica e “pirati” della rete è tuttora in corso e la bilancia pende sempre più dalla parte della libera disponibilità. La battaglia dell’informazione è appena iniziata, fra giornalisti arroccati nei diritti di casta, altri giornalisti aperti alla sfida della pluralità e della condivisione delle fonti e cittadini che vogliono anch’essi diventare produttori di informazioni, notizie, storie.
    E questo è l’aspetto per me più interessante ed avvincente, dato che da giornalista vivo non solo la crisi degli “imperi di carta”, ma anche un deficit di informazione autonoma ed indipendente che in Italia, come in altri Paesi mediterranei, difficilmente si riesce a colmare.
    La mia sfida personale è dunque il wikigiornalismo…
    Venite a trovarmi su KUBLAI: http://progettokublai.ning.com/group/socialmediamagazine?xg_source=activity

    Reply
  20. Tiziana Melloni

    Caro Alberto,
    di seguito qualche considerazione al termine della lettura di Wikicrazia.

    Il mezzo di comunicazione non è indifferente, anzi, contiene in se stesso il messaggio. Come nelle grandi rivoluzioni della conoscenza – la scrittura, la stampa a caratteri mobili, il metodo scientifico – la possibilità di comunicare in tempo reale attraverso una rete che supera all’istante ogni confine offre alla creatività soluzioni totalmente nuove per costruire saperi, prendere decisioni, risolvere problemi. Cambia il modo di apprendere, comunicare, entrare in relazione tra persone. Con il wiki la disponibilità della conoscenza si allarga ulteriormente. L’accesso alle fonti diventa immediato, la verifica avviene attraverso lo sguardo di una rete potenzialmente immensa di navigatori.
    Qualche giorno fa cercavo di spiegare ad un collega quanto sia più imperdonabile un errore di ortografia sul web piuttosto che sulla carta stampata, con queste argomentazioni: primo, su Internet si può correggere sempre, perciò un errore lasciato su un sito racconta che chi lo cura non rispetta il lettore, è sciatto e trasandato; secondo, una pagina web può essere letta, potenzialmente, da milioni se non miliardi di navigatori, mentre la carta stampata ha un limite certo che è quello della tiratura, per cui la diffusione dell’errore è molto più ampia e ha conseguenze imprevedibili.
    In queste differenze si misura la portata della potenza del metodo del web partecipato, o web 2.0.
    Il web condiviso e il metodo wiki aprono poi questioni filosofiche ed economiche di portata più ampia. In particolare quella della trasformazione del sistema economico almeno nel campo dei beni legati alla conoscenza. Il concetto di beni comuni o meglio “commons” è stato l’oggetto delle indagini del premio Nobel per l’economia 2009Elinor Ostrom (“Governing the commons”). Esistono dei beni – come appunto la conoscenza – che grazie al web escono dal mercato per diventare gratuiti e disponibili. Sarà il destino di altri beni necessariamente comuni, su cui infuria la battaglia tra impresa privata e disponibilità pubblica. L’enciclopedia è stata la prima a cadere: nessuno compra più a rate quei volumi di carta rilegati in similpelle su cui la mia generazione ha studiato e riempito cartelloni di ricerche scolastiche (curiosamente quei cartoncini bristol colorati 50 x 70 su cui scrivevamo impiastricciandoci coi primi puzzolenti pennarelli e su cui appiccicavamo le cartoline della zia d’America erano gli inconsapevoli precursori degli odierni templates dei siti web…). La guerra tra distribuzione di film e musica e “pirati” della rete è tuttora in corso e la bilancia pende sempre più dalla parte della libera disponibilità. La battaglia dell’informazione è appena iniziata, fra giornalisti arroccati nei diritti di casta, altri giornalisti aperti alla sfida della pluralità e della condivisione delle fonti e cittadini che vogliono anch’essi diventare produttori di informazioni, notizie, storie.

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