Noi, adesso: la Open Declaration scalda i motori

Paul Johnston di theconnectedrepublic (è l’iniziativa di Cisco sui servizi pubblici in rete) ha fatto questo video, che secondo me è straordinario. Le persone che vedete stanno tutte leggendo la Open Declaration sui servizi pubblici europei. Lo trovo emozionante, anche a prescindere dal gioco a riconoscere chi è chi (ehi, aspetta quello non è Lee Bryant?). Potete contribuire anche voi: basta riprendersi mentre si legge ad alta voce la propria parte preferita della dichiarazione (testo qui) e postare il video come commento video a quello di Paul.

Però a me piacerebbe di più fare un’altra cosa, e cioè fare una versione italiana. La traduzione esiste già (qui: grazie a Francesco e a Gianluca che ha lanciato l’idea). Qualcuno, oltre a me, avrebbe voglia di riprendersi mentre ne legge un pezzo?

UPD – Il gruppo Facebook della Open Declaration è diventato molto vivace, 100 iscrizioni da ieri sera (sono le 11 del 3 novembre). Se avete un po’ di tempo, questo è un buon momento per visitarlo e partecipare.

UPD 4 novembre – David Weinberger parla della dichiarazione sul suo blog – e l’ha firmata. Suvvia, potete farlo anche voi, no?

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5 pensieri su “Noi, adesso: la Open Declaration scalda i motori

  1. Enrico Alletto

    Alberto, questa frase: “gli ambienti di partecipazione alla discussione pubblica devono essere chiaramente delimitati. Io devo sapere che sto partecipando mentre lo faccio” me l’appunto e la sfodero alla prima occasione utile e credimi non mi mancheranno. :-)

    Evito di raccontare la miriade di episodi in cui sono stato preso nella morsa del: Facebook di qua, le persone sono li e compagnia cantante. E per molto tempo mi sono chiesto come mai persone che conosco e che stimo, conoscitori della rete tanto da farne un mestiere (non è il mio) arrivassero a darmi delicatamente contro nel mio voler sostenere che lo spazio della partecipazione va delimitato in maniera chiara e netta mentre invece addetti ai lavori all’interno delle istituzioni comprendevano (e comprendono) quasi al primo colpo ciò che stiamo portando avanti con la costruzione della Community di Open Genova e la risposta è stata proprio la stessa a cui sei arrivato tu (giuro stavo per scrivere un post sul mio blog proprio su questo).

    è vero, almeno nel mio caso chi è contrario al mio voler delimitare gli spazi della partecipazione e quindi al mio volermi allontanare da Facebook (cioè dove c’è sempre “movimento”) parte proprio dagli uomini e le donne del marketing, ci ho messo un po a capirlo ma adesso ho focalizzato il problema, si perché a me questa cosa a creato problemi. :-(

    Grazie per aver condiviso questo interessante ragionamento che non tutti probabilmente sapranno cogliere per il suo reale valore, ma va bene così (altrimenti poi diventa troppo facile e si perde il gusto della sfida) :-)

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    1. Alberto Autore articolo

      Purtroppo, Enrico, credo anch’io che non ti mancheranno le occasioni. Quella cultura è vincente nella rete italiana. Luca Galli sostiene che, siccome noi non studiamo matematica e ingegneria, viviamo Internet come un medium – una specie di televisione con più pulsanti sul telecomando. Gli americani – più vicini al solco dei padri fondatori, i Doug Engelbart, i John Perry Barlow, i Ted Nelson – la vivono come una tecnologia. Una tecnologia, per giunta, che è peer-to-peer fin dal livello di base del TCP/IP. Ne derivano direzioni di lavoro assai diverse per immaginare cosa farci con questa Internet. Noi studiamo i consumatori: facciamo Auditel 2.0. Loro fanno molte cose, tra cui alcune sono le stesse che facciamo noi e altre… sono più interessanti e si rifanno alla tradizione dei primi hackers, che volevano “prendere il controllo” della tecnologia.

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  2. Enrico Alletto

    Intanto che ragiono sul post di cui ti accennavo sopra (che a questo punto scriverò attingendo a piene mani dal tuo :-) ) ti segnalo il mio che apparentemente non c’entra nulla con questo ma in realtà si. Nel senso che anche quando riesci delimitare i confini della partecipazione ed inizi a far sentire odore di nuovi metodi, nuove persone, nuove direzioni da intraprendere e lo fai direttamente sul territorio provando a mettere in comunicazione cittadino ed amministratori pubblici senza troppe mediazioni ecco che vai a toccare qualche equilibrio sedimentato che non sempre gradisce … dico la mia qui: http://www.enricoalletto.it/6300

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    1. Alberto Autore articolo

      Ho letto il tuo post. Sì, hai ragione. Del resto è ovvio: se cambi qualcosa – qualunque cosa – quasi certamente dal cambiamento qualcuno uscirà perdente. In più, se il tuo cambiamento porta efficienza vuol dire che elimini rendite e margini da qualche parte. E questa non è una ricetta per la popolarità.

      Non farei troppa dietrologia sugli uomini e le donne del marketing. Bisogna pur vivere. Loro guardano il settore pubblico e vedono un altro cliente, per giunta uno culturalmente arretrato e che quindi, se lo catturi, ti fa guadagnare senza grande fatica. Qualche anno fa, quando cominciavo ad andare ai primi barcamp, mi è capitato di sentire uno che si vantava di avere clienti poco informati. “Gli dicevo: certo, quello che tu vuoi fare si fa con il pacchetto X, che è free e open. Ma dove la mettiamo la sicurezza? Un software aperto non è sicuro come uno proprietario! E il cliente: certo, capisco benissimo, e mi comprava la soluzione proprietaria. Che idiota! Lo sanno tutti che i software aperti sono molto più sicuri di quelli proprietari!”

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  3. Enrico Alletto

    Stavo pensando agli americani che pensano alla rete in un modo diverso dal nostro anche perché forse quando pensi ad un modello di internet fatto per avvicinare cittadino e pubblica amministrazione pensi ad un modello che non ha business ma “solo” risvolti di medio lungo termine a cui è difficile far cogliere il valore. In pratica, di queste cose non si campa ed è quindi normale che chi con la rete ci lavora non le trovi appetibili e tenda comunque a ricondurre tutto sempre la … dove ci sono gli utenti. Che ne pensi?

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  4. Pingback: Alberto Cottica e la Repubblica XL | Bloggokin.it

    1. Alberto Autore articolo

      Marco: in realtà no, Edgeryders è una metafora presa dal mondo degli skaters – e il nome non l’ho scelto io, ma Nadia, al tempo direttore creativo. Ma, vedi: nel nostro ambiente, il pensiero complexity è una scelta abbastanza naturale. Le nostre vite formano patterns in cui puoi vedere regolarità di insieme ma non fare previsioni specifiche. Non riusciamo a prendere sul serio le persone importanti che credono di dirigere il mondo, mentre a noi sembra ovvio che sono trascinati da dinamiche sociali più grandi di loro. I fenomeni più importanti con cui abbiamo a che fare – globalizzazione, finanziarizzazione dell’economia, riscaldamento globale, aumento delle disuguaglianze, perfino l’obesità “epidemiologica” – non sono stati decisi da nessuno, nessuna democrazia li ha votati, nessun G8 li ha ratificati. È chiaro che senza una teoria dell’emergenza non si va da nessuna parte!

      Non vedo l’ora di discutere meglio queste cose con te. Verrò a trovarti all’unMonastery.

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  5. Ida

    Finalmente un Alberto tenero ed un’emozione da raccontare. Bella e intensa la storia del cerchio che in qualche modo si chiude. Ma abbiamo ancora tanta strada da fare (insieme, se vorrai) .. :)

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    1. Alberto Autore articolo

      Marco, interessante! Non lo sapevo. Comunque non intendevo spingermi così lontano. Volevo solo suggerire che, se leggo bene, la meritocrazia – qualunque cosa tu e io possiamo pensarne – è un prodotto politico invendibile.

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  6. Alfredo

    articolo molto interessante e gran tema! :-)

    La meritocrazia è spesso sbandierata strumentalmente proprio da chi non è poi disposto ad attuarla. E il problema maggiore è nei criteri di valutazione, tanto per cominciare: se i criteri sono collettivi, allora c’è il rischio che tutti abbiano requisiti sufficienti, e non ci possono essere 400 colonnelli, per dire. E se decide invece una oligarchia, è fisiologico che ci siano delle strettoie che in quanto tali possano creare accesi dibattiti e posizioni controverse. Persino una trasparenza ideale sui processi non basta, e pure sarebbe auspicabile… il tema è secondo me però legato a quello della democrazia stessa: sempre più sento parlare di decisioni “a maggioranza”. Ma siamo sicuri che siano sempre le migliori? anche perché ogni maggioranza dà per scontato che chi è rappresentativo dell’1% non abbia problemi ad adeguarsi, mentre una “democrazia” dovrebbe forse preoccuparsi di tutelarne le libertà. Allo stesso modo condivido l’analisi che fai: ogni meritocrazia lascia indietro i tanti che non hanno “meriti” riconoscibili, gente che magari non ha avuto capacità o anche solo occasione e modo di scalare la vetta, sia essa rappresentata dalla professione, da un livello avanzato di studi, o da una semplice rete sociale appropriata.
    Dovremmo seriamente iniziare a parlare di “del-merito-crazia”, cioè spostare i criteri di assegnazione delle coccarde da cosa hai fatto, al come lo hai fatto. Ma questo è un territorio ancora più spinoso…

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  7. Ida

    La questione è molto spinosa anche perchè, a mio modo di vedere, non è facile stabilire criteri di merito oggettivi e validi in ogni contesto. Chi decide perchè io valgo più di te, e in base a cosa? dal numero delle pubblicazioni, come accade nel mondo universitario? dal numero di atti firmati, come accade talvolta nella Pubblica Amministrazione? dai risultati? e cosa può essere definito “risultato”? non se ne esce più :)
    Concordo comunque sul fatto che il tema è interessante e seguo molto volentieri la discussione

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  8. Pierosoft

    Per ti conosce sa che forse sei cambiato poco. Sempre sguardo proiettato avanti.
    Forse pero’ la pnl avrebbe detto che le mani in viso tendono a significare un certo senso di difensiva.. Ma poi la fronte alta chiarisce tutto. Go on!

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  10. Compulsivo senza gravità

    :roll: Ecco perchè non lo trovavo più in edicola. Ha chiuso i battenti! Fiiiuuuuu! Meno male! Non per esser cinico, ma per me è una liberazione! Non lo leggevo più da anni ma continuavo a comprarlo perchè sono affetto da shopping compulsivo. Magari le cose si risolvessero sempre da sole in questo modo! Ora mi ci vorrebbe solo che sparisse il porno dalla rete, ma qui la vedo più dura.

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  13. Antonio

    Ciao Alberto. Sono arrivato qui sul tuo blog partendo da una vecchia discussione sulle social media policy (me ne sto occupando in questo periodo in modo intensivo).
    Mi ha colpito questo approccio a san Benedetto & co. perché ho studiato recentemente un’opera assai approfondita che ti suggerisco per un radicale, sorprendente capovolgimento della prospettiva: ne scriveva, infatti, con perizia e dettaglio impressionanti, Pekka Himanen nel suo pregevole “Etica Hacker”.
    Non posso che consigliartelo.
    Tornerò su queste pagine. Saluti.

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    1. Alberto Autore articolo

      Ciao Antonio, piacerissimo di rileggerti. Mi informo su “Etica hacker”, tanto più che sto pensando di fare un po’ di lavoro computazionale su una cosa che (in analogia con la Regola) ho cominciato a chiamare Protocol.

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  14. Ivo

    :idea: siete bravissimi e vi condivido. In questi giorni dovrò fare una riparazione alla mia lavastoviglie e dopo, vi farò sapere sia il tipo di difetto che la soluzione. Io credo che noi acquirenti sbagliamo a non pretendere, ogni volta che acquistiamo una macchina qualsiasi dal piccolo elettrodomestico all’automobile o al trattore, il disegno esploso con tutti i particolari. Ovviamente agli inizi dovremmo rinunciare a molti acquisti ma se, in tanti, ci convinceremo che sarà una battaglia nell’interesse di tutti coloro che non accettano l’invadenza dei vari monopoli all’ora saremo anche più liberi. EEE!!! non facciamoci confondere con la scusa della sicurezza!

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