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Da Star Trek a Happy Days: una riflessione su Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda (lungo)

TL;DR

Orizzonti selvaggi di  Carlo Calenda è scritto su tre livelli. Uno riguarda l’azione di governo: lo trovo eccellente. Un altro riguarda la strategia: lo trovo poco argomentato sull’analisi e irrealistico sul da farsi. Il terzo ci fa intravedere la visione, l’Italia che l’autore vorrebbe: lo trovo poco invitante, anche dal punto di vista etico, ed escludente rispetto a chi si è già modernizzato. Con tutto questo, il libro è molto stimolante e il suo autore un policy maker di livello molto alto, per il quale sono disposto a votare in qualunque momento.

1. Orizzonti selvaggi: una sintesi (estrema)

Non vivo in Italia, e non seguo molto la politica italiana. Nel corso del 2018, però, mi è entrato nel radar l’ex ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda. Lo seguo su Twitter: fa parte di una nuovissima leva di politici progressisti “social” che riescono a combinare efficacia comunicativa e rifiuto di toni urlati, insulti e bugie. La più abile in questo è forse Alexandria Ocasio-Cortez, candidata al Congresso nello stato di New York.

Per onorabilità, competenze, capacità di lavoro, chiarezza mentale e stile comunicativo, Calenda è un punto di riferimento naturale per chi, in Italia, si riconosce nei valori di progresso sociale. Per questo motivo, ho letto con interesse il suo libro Orizzonti selvaggi, in cui articola la sua visione e una sua proposta di governo. Con una certa sorpresa, mi sono ritrovato molto in alcune cose, meno in altre, e per nulla in altre ancora. Questa distanza è stimolante e utile (almeno per me), in un momento in cui sento di nuovo il bisogno di impegnarmi per un progetto di cambiamento – e, quindi, ho bisogno di capire di quale cambiamento stiamo parlando. In quello che segue, tento una lettura critica di Orizzonti selvaggi, e azzardo qualche controproposta.

Sperando di invogliare alla lettura chi ancora non avesse letto il libro, ecco una sintesi estrema. Orizzonti selvaggi non lascia spazio all’ottimismo. Parole come paura, disagio, preoccupazione, ansia, smarrimento vi ricorrono continuamente. La tesi è più meno questa: dopo il 1989, l’Occidente ha tentato di plasmare il mondo a sua immagine, con un progetto di democrazia liberale in politica, globalizzazione in economia, multilateralismo in diplomazia. Questo progetto è in crisi irreversibile. Motivo: la globalizzazione procura disagio e (soprattutto) paura del futuro in parte della popolazione dei paesi occidentali, e questa reagisce abbandonando la democrazia liberale in favore di progetti autoritari. Il futuro ci riserva altre sfide difficilissime: automazione spinta, intelligenza artificiale applicata alla sorveglianza globale, cambiamento climatico, migrazioni di massa. In questo scenario, la tradizione progressista liberale non ha nessuna possibilità di vincere battaglie importanti. L’unico modo per salvare il salvabile è farsi carico di questa paura. Questo comporterà l’abbandono di alcuni dei valori delle generazioni passate, come l’abbattimento delle frontiere e l’idea di una governance mondiale multilaterale.

Orizzonti selvaggi si muove a tre livelli. Il primo riguarda il governo, cioè le politiche concrete che un ipotetico governo Calenda porrebbe in essere. Il secondo riguarda la strategia sottesa a quelle politiche. Il terzo riguarda il modello a cui tendere, la visione dell’Italia in cui Carlo Calenda vorrebbe vivere. La mia sintesi non rende giustizia alla ricchezza della riflessione dell’autore, per cui leggetevi il libro.

2. Il governo

Tutte le volte che Orizzonti selvaggi parla di politiche pubbliche, il lettore si trova ad annuire vigorosamente. Come policy maker, Calenda non sbaglia un colpo: nell’analisi è attento ai dati, consapevole delle difficoltà di interpretarli, immune alla seduzione degli approcci ideologici, che anzi non ama (tutta la prima parte è dedicata alla contrapposizione tra il pragmatico embedded liberalism del secondo dopoguerra e l’ideologia del Washington Consensus affermatasi dopo il 1989). Nella proposta è concreto, informato, pragmatico ma senza perdere di vista l’obiettivo, perfino empatico. Affronta i problemi a tutto campo, con un ventaglio di misure che comprende sempre prevenzione del prevenibile, rimedio dei problemi in essere, decomposizione del problema in vari sottoproblemi, ridefinizione degli indicatori per misurare i progressi verso l’obiettivo e così via.

Per esempio, sulla migrazione prevede una stretta integrazione europea; una rimodulazione della cooperazione sui paesi “di vicinato”, trasformata in una vera e propria politica di sviluppo (allargamento dell’unione doganale, Banca del Mediterraneo per fare investimenti e sostenere il commercio UE-paesi di vicinato come motore di sviluppo, soprattutto quelli del nord Africa. “Aiutarli a casa loro – scrive Calenda – è una politica intelligente se non resta uno slogan vuoto”; l’apertura di canali di immigrazione legali; l’inasprimento della repressione dell’immigrazione clandestina; la riorganizzazione radicale delle politiche di integrazione (agenzia unica per la gestione delle politiche di accoglienza), e altro ancora. Un’altra idea straordinaria (e assolutamente realizzabile) è creare un “gruppo di Roma” che faccia da contrappunto al gruppo di Visegrád, spingendo per una maggiore integrazione dell’Europa occidentale. Una cosa che mi piace particolarmente è che il libro sottolinea in continuazione che i tempi sono importanti. I cambiamenti non devono essere troppo lenti (inefficaci) né troppo veloci (ingestibili); bisogna sempre individuare soluzioni di transizione (il gas, mentre sviluppiamo il solare); la sequenza degli eventi conta.

Insomma, sulle proposte Orizzonti selvaggi fa onore al suo titolo. Non ho seguito da vicino il suo lavoro di ministro, ma a giudicare dal libro Carlo Calenda sembra il tipo di persona di cui i governi hanno disperato bisogno. Se fosse per me lo farei entrare in un ministero qualunque, lo chiuderei a chiave nell’ufficio del Ministro e ce lo lascerei per tutta la legislatura. Io un’azienda con lui la farei subito, se non fosse che lui può aspirare a soci ben più bravi di me e che mi secca rinunciare a un policy maker di questo calibro.

3. La strategia: l’analisi

La strategia proposta da Calenda è imperniata sull’abbandono del progetto di costruzione di un mondo globale così come ce lo siamo immaginati a partire dal 1945. Semplificando, io questo mondo me lo immagino come la Federazione di Star Trek: pacifico, orientato all’esplorazione, alla scienza e al commercio, dove umani, vulcaniani, Klingon e macchine lavorano tranquillamente fianco a fianco nel rispetto delle culture di tutti, inquadrati in istituzioni globali come Starfleet.

L’analisi di Calenda è che per costruire questo sistema dobbiamo globalizzare le nostre economie. La globalizzazione funziona, ma è invendibile come prodotto politico in Occidente. Funziona: negli ultimi decenni ha sollevato seicento milioni di persone dalla povertà assoluta, diffuso moltissimo scuole e assistenza sanitaria; inoltre, questo è successo proprio là dove ce n’era più bisogno, in paesi in via di sviluppo in Asia e Africa. Contemporaneamente, ha promosso lo sviluppo di settori industriali ad alto valore aggiunto nelle economie mature, e reso molto più costose per tutti le guerre. Non vi è dubbio che, nel medio periodo, la crescita di quelle economie fornirà nuove occasioni di prosperità a quelle avanzate. Sta già succedendo, con le prospere classi medie cinesi e indiane che comprano auto tedesche, design italiano, servizi di cloud americani e così via.

Nonostante questo, è invendibile. Dopo un’apogeo coinciso con gli anni Novanta, è entrata in crisi. Motivo: questi risultati si pagano con shock economici (finanziarizzazione spinta dell’economia, crescita delle disuaglianze, svalutazione di certe competenze, precarizzazione) e culturali (immigrazione, formazione di una forte minoranza molto globalizzata). La classe media occidentale, semplicemente, considera che i vantaggi per i cittadini delle economie meno sviluppate non valgono i loro sacrifici, e i vantaggi futuri per sé stessa sono troppo lontani. Questo la porta a scegliere leaders che promettono di fermare il treno, costi quello che costi. Non aiuta che, dopo il 1989, la globalizzazione sia stata proposta in versione “estremista” da potenti istituzioni economiche. Queste hanno usato gli argomenti degli economisti per chiedere ai cittadini austerità e sacrifici, mentre speculatori, finanzieri e oligarchi si arricchivano a dismisura.

Che fare? Orizzonti selvaggi propone varie cose, ma tutte passano da una ricentralizzazione del ruolo degli stati e della politica. La politica deve farsi carico delle paure dei cittadini, ricoinvolgendoli in un nuovo progetto di progresso sociale. Lo stato è l’attore chiamato a gestire questo progetto. Rinforzare gli strumenti cognitivi dei cittadini per comprendere e navigare il mondo, investendo in cultura e capitale umano. Negoziare duro con le imprese che delocalizzano. Governare l’evoluzione delle tecnologie, in modo che non inghiottano il tessuto sociale. In diplomazia, abbandonare l’idealismo legato alla governance internazionale e cercare invece di spuntare vantaggi per i propri cittadini, ai non cittadini ci penserà qualcun altro.

Questa cosa non mi convince del tutto.

Sul lato dell’analisi, non vi è dubbio che Calenda ha del tutto ragione quando sostiene che teoria economica della globalizzazione è diventata, negli ultimi trent’anni, una specie di religione integralista, predicata dalle istituzioni del Washington Consensus (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Tesoro americano – chiedete a Stiglitz) e, ahinoi, europee (BCE, e sopratutto Eurogruppo – chiedete a Varoufakis). Questa versione della globalizzazione ha chiesto, e a volte imposto, la liberalizzazione dei mercati dei capitali, la privatizzazione di infrastrutture essenziali, la compressione dei salari, con conseguenze terribili (ma, va detto, a subirle sono stati perlopiù russi, indonesiani, e greci, non europei occidentali). Fatta così, la globalizzazione è fatta male, ha conseguenze tossiche, e non possiamo accettarla.

Mi pare, però, che manchino tre pezzi fondamentali.

Il primo: la globalizzazione “trionfante” non porta solo vantaggi futuri alle economie mature. Porta anche vantaggi immediati e molto concreti in termini di pace, con tutte le conseguenze anche economiche del caso. Nei “trionfanti” anni Novanta era in corso una guerra nei Balcani, a un tiro di sasso da Trieste. Non era nemmeno una guerra particolarmente importante; ma ha voluto dire sofferenze immani, ondate migratorie di richiedenti asilo (in Svezia, gli stessi discorsi che senti oggi sugli afghani li sentivi allora sui bosniaci), spese militari. Oggi alcuni degli ex avversari sono di nuovo insieme, nell’Unione Europea. La loro economia gira; parlano tedesco, inglese e italiano; accettano l’euro dappertutto. Gli italiani vanno in Croazia per vacanze splendide e relativamente economiche, o per farsi rifare i denti a prezzi molto più modesti di quelli praticati dai dentisti italiani. Nei Balcani, le nostre imprese costruiscono infrastrutture e prendono commesse (per esempio, il ministero albanese per lo sviluppo urbano ha affidato all’architetto milanese Stefano Boeri il nuovo piano urbanistico di Tirana). Le nostre spese militari sono irrisorie, meno del 2% del PIL. Tutto questo è successo negli anni in cui, secondo Calenda, la globalizzazione sarebbe stata in crisi. Se la crisi è questa, la ripresa promette bene.

Il secondo: il nesso causale da “la globalizzazione non funziona” a “quindi io mi spavento e voto per qualche uomo forte che mi promette di fermare il treno” mi sembra debole. Nel caso americano, il più studiato, c’è ormai un certo consenso (esempio, altro esempio): è falso che gli elettori di Donald Trump siano “vittime impotenti di un capitalismo crudele”. Il voto per il futuro presidente nel 2016 correla molto meglio con atteggiamenti sessisti e razzisti che con il reddito, e la sua avversaria Clinton ha ampiamente vinto tra gli elettori che guadagnano meno di 50,000 dollari all’anno. Non si tratta di un problema secondario: se questo punto viene meno, tutta la parte strategica di Orizzonti selvaggi è da buttare. Il mio consiglio a Calenda è di argomentarla molto meglio, magari con un appendice, prima di proseguire nel suo percorso.

Il libro contiene diverse affermazioni molto nette che sono meno importanti nell’economia dell’argomento principale, e forse per questo l’autore non le argomenta né le documenta. Alcune mi sono sembrate poco argomentate o completamente fuori squadra, e purtroppo questo finisce per gettare un’ombra sul metodo usato da Calenda per giungere alle sue conclusioni. Esempi:

  • “La retorica dell’inevitabile ha allontanato specialmente i giovani da ogni impegno politico”. A me sembra un’affermazione difficile da falsificare, e comunque non argomentata.
  • “Impresa 4.0 e le tecnologie come blockchain daranno modo anche alla PMI di trovare una loro strada sui mercati internazionali”. Ignora tutto il dibattito sull’hype che circonda blockchain, nonché quarant’anni di internazionalizzazioni coronate da successo delle piccole imprese italiane (Becattini, Brusco etc.).
  • “Nel 2050 la percentuale di persone che vivrà in città potrebbe sfiorare il 75%. Questo provocherà non solo enormi problemi logistici e sanitari, di sicurezza, ma anche culturali”.  Contraddice tutta la recente ricerca in materia di urbanizzazione. Le città – parlo delle megalopoli tipo Nairobi, non delle graziose città medievali tipo Piacenza – stanno disinnescando la bomba demografica, riducendo moltissimo l’impronta pro capite della nostra specie sull’ambiente, riducendo la violenza, in particolare sulle donne, e funzionando da ascensore sociale. Si veda Stewart Brand e gli autori che cita.
  • “L’idea che nelle nostre società esistano centinaia di milioni di razzisti è semplicemente assurda”. (i biologi evolutivi sostengono che la discriminazione etnica, basata soprattutto su tratti culturali come lingua/dialetto, è innata. Gli esperimenti la registrano anche in bambini di pochi mesi (Joseph Henrich etc.). Essa sarebbe dovuta alla selezione “per gruppi” a cui homo sapiens è soggetto. Siamo tutti vulnerabili alla dinamica di esclusione del diverso. In Italia i razzisti potenziali non sono centinaia di migliaia, ma decine di milioni, compresi Calenda e io stesso.

Il terzo problema analitico è che Calenda sembra coltivare una visione eroica della storia. Tutto si può fare, basta rimboccarsi le maniche e farlo. La parola “inevitabile”, lo spiega bene, non gli piace. E ha ragione: è stata utilizzata per rendere digeribili all’opinione pubblica decisioni che inevitabili, invece, non erano. Ma questo non vuol dire che le società umane e la loro storia siano come creta nelle mani di movimenti politici attrezzati e determinati. La scienza dei sistemi adattivi complessi, applicata ai fenomeni sociali a partire dagli anni ’80, conduce invece a un atteggiamento di grande umiltà nei confronti delle dinamiche sociali. Brian Arthur, il primo direttore del programma di economia del Santa Fe Institute, paragonava le dinamiche sociali ed economiche a un fiume, e la formulazione di politiche pubbliche alla navigazione. Un atteggiamento più umile di quello “muscolare” di Orizzonti selvaggi:

Se pensi di essere il capitano di una nave a vapore e di potere risalire il fiume, ti stai prendendo in giro. In realtà, sei il capitano di una barchetta di carta, che fluttua nella corrente. Se cerchi di resistere, non otterrai niente. D’altra parte, se osservi tranquillamente il flusso, accettando di esserne parte [—], allora ogni tanto puoi infilare un remo nell’acqua, e spingerti da un gorgo a un altro. [traduzione mia]

3. La strategia: la risposta

E qui vengo alla strategia di Orizzonti selvaggi dedicata al “che fare”. Essa, mi pare, consiste nel fare due cose:

  1. Riconquistare i tanti elettori spaventati e marginalizzati a un progetto di progresso, ovviamente diverso rispetto a quello che ha fallito negli anni dieci (“Compito fondamentale della politica è quindi gestire le trasformazioni, rendendole sostenibili”).
  2. Attuare questo progetto, utilizzando le leve dello stato (e solo in seconda istanza quelle dell’Unione Europea e delle altre istituzioni internazionali).

Entrambi i passi mi sembrano irrealistici. Da dove verrebbe questa capacità di visione e coinvolgimento della politica? La politica che vedo, che vediamo tutti, gioca sul brevissimo periodo, tira a campare, non riflette. Non, credo, per mancanza di strumenti, ma perché queste cose sono quelle che fanno premio, data la struttura degli incentivi nelle democrazie avanzate. I politici che sono venuti prima di noi sapevano benissimo cosa avrebbero dovuto fare, non meno di noi e di Calenda; ma, come ebbe a dire l’allora presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, non sapevano come essere rieletti dopo averlo fatto. Chi opererebbe questa sintesi così alta? I partiti? Personalità di alto livello e ineccepibile statura morale? Siamo sicuri? A me pare che Calenda stesso, a dispetto delle sue qualità intellettuali e morali, abbia difficoltà anche solo a organizzare una cena con i leader del suo partito.

Ma supponiamo pure che la politica riesca a superare questi problemi e vincere le elezioni con un elettorato rimotivato. Resterebbe sempre da realizzare un programma di governo molto ambizioso, forse troppo. Rallentare e indirizzare i cambiamenti tecnologici; sconfiggere l’analfabetismo funzionale, trasformando la maggioranza ansiogena in un popolo istruito e coraggioso, in grado di comprendere i cambiamenti e adattarvisi; gestire i flussi migratori regionali (Africa-Europa); bloccare le delocalizzazioni produttive. Di nuovo, chi si occuperebbe di queste cose? Abbiamo le strutture, le persone? Si possono davvero indirizzare le trasformazioni tecnologiche a partire dai ministeri italiani? La Chiesa non ha potuto impedire che la stampa a caratteri mobili facesse circolare le Tesi di Lutero; né i Diggers e Ludditi sono riusciti a fermare la macchina a vapore. Il ministero della pubblica istruzione è in grado di montare un sistema educativo che metta gli italiani in grado di navigare le trasformazioni economiche e sociali? Se lo è, perché non l’ha fatto prima? Perché le diverse riforme che si sono susseguite negli anni non sembrano avere prodotto gli effetti voluti? Forse questa volta è diverso. Forse. Ma andrebbe argomentato molto meglio di così.

Con un ulteriore sforzo, supponiamo anche che un ipotetico governo di progresso superi tutti questi ostacoli. Si troverebbe di fronte a un problema di fondo: il suo obiettivo, quello di sconfiggere la paura, non è misurabile oggettivamente. Peggio: sono i nemici del governo stesso a avere il potere di decretare se quell’obiettivo è stato raggiunto. Spiega Calenda:

Parallelamente abbiamo coltivato aspettative irrealizzabili trasformando di fatto il diritto alla ricerca della felicità nel diritto alla felicità, e la felicità in un traguardo in continuo movimento. Un diritto che, dipendendo dalle aspettative piuttosto che dalle condizioni (materiali) oggettive, porta a una continua frustrazione, perché le aspettative aumentano sempre più delle conquiste materiali.

Lo stesso vale per la sicurezza: “viviamo nelle società più sicure di sempre ma il senso di insicurezza non è mai stato così diffuso”. Se si dà corda a queste aspettative e a questa percezione, si crea un rapporto malsano, di codipendenza, tra cittadini e leadership. I primi sanno che possono sempre chiedere di più, perché le loro aspettative e percezioni sono dati del problema, e non possono, per definizione, essere scartate, per quanto irrealistiche. La seconda, nel promettere di ascoltare e farsi carico, riafferma la propria centralità e deresponsabilizza il corpo sociale. Questa rappresenta un’opportunità straordinaria per i demagoghi: se la parte più spaventata e conservatrice dell’elettorato può giudicare di ciò che fa tutto il paese, si può diventare molto potenti soffiando sul fuoco della paura e candidandosi a leaders della rivolta degli spaventati. Da quella posizione, si può tenere in scacco tutti quanti. Che è poi quello che sta già succedendo. Sembrerebbe più razionale “togliere l’ossigeno” ai demagoghi; questo significa farsi carico delle paure giustificate, ma rifiutarsi di inseguire quelle non giustificate. In altre parole, trattare i cittadini da adulti pensanti, e dire loro “guardati i dati” quando è il caso di farlo.

Insomma, la strategia di Orizzonti selvaggi parte da un’analisi non completamente convincente, e finisce per proporre un’azione politica e di governo che richiede capacità di visione e di esecuzione che in questo momento non mi pare di vedere. In più, questa azione dà centralità e potere di veto a imprenditori politici che possono e vogliono organizzare (e riprodurre) malcontento e paura.

4. La visione

Supponiamo, però, che io mi sbagli, e che una coalizione vittoriosa nelle piazze e nelle urne riesca a realizzare la strategia di Orizzonti selvaggi. In quale mondo ci troveremmo a vivere?

Qui Calenda non è completamente esplicito. Devo interpretare il suo pensiero, e potrei sbagliarmi. Ma mi sembra di intravedere un mondo che assomiglia molto al 1955. Trasformazioni tecniche rallentate; crescita economica robusta; grande impresa dagli insediamenti stabili, poco esposta alla concorrenza disruptive. Una maggiore uniformità culturale e etnica, perché gli italiani etnici bianchi non si sentano in pericolo di diventare minoranza. Stati più robusti, più westphaliani, che negoziano gli uni con gli altri in modo razionalmente egoista, ognuno cercando di portare a casa il più possibile per sé. Minore mobilità internazionale: le tue delocalizzazioni bloccate sono anche minori opportunità per me di cercarmi un altro spazio in cui crescere personalmente e professionalmente. Se l’ideale della globalizzazione è la Federazione di Star Trek, quello di Orizzonti selvaggi è la Milwaukee di Happy Days, con il negozio di ferramenta del padre, la madre casalinga, i figli adolescenti con le loro piccole trasgressioni.

Il mondo di Happy Days può suscitare un sorriso nostalgico. Ma tendervi, oltre che alimentare una speranza irrealizzabile per le ragioni già viste, ha un prezzo altissimo.

  1. Mette l’uomo contro l’uomo. Da ministro dello sviluppo economico, Calenda si è dovuto battere per bloccare la delocalizzazione di una fabbrica in Slovacchia. In quanto membro del governo italiano, faceva il suo lavoro. Ma è ironico; quando io e Calenda eravamo giovani, lo sviluppo economico si faceva convincendo gli imprenditori del nord ad aprire fabbriche a sud di Roma, dove cominciava l’area di competenza della Cassa del Mezzogiorno. Gli investimenti (rafforzati da molto denaro pubblico) dovevano andare al sud perché era là che servivano: nel tempo, la classe media meridionale avrebbe comprato i prodotti del nord, rendendo tutti più prosperi. E non mi si dica che i lombardi di allora si sentissero affratellati ai campani da un sentimento di solidarietà nazionale. Sono cresciuto in una cittadina industriale, Sassuolo, dove “marocchino” (cioè “italiano meridionale”) era un insulto che si sentiva cento volte al giorno. Era la globalizzazione, su scala nazionale; e ha funzionato, nel senso che il Mezzogiorno d’Italia è stato (più) “tenuto dentro”, non (o meno) schiacciato ai margini. Gli stati westphaliani, invece, hanno prodotto guerre, distruzione e sofferenze terribili.
  2. Esige sacrifici umani. Nel suo passaggio più indelicato, Orizzonti selvaggi afferma che “il racconto semplificato di una società multiculturale come se fosse una serata in un ristorante fusion, anziché un fenomeno complicatissimo da governare, ha generato un profondo malcontento”. Qui Calenda parla di me, migrato in Francia e poi in Belgio; di mia moglie, ingegnere afro-svedese; di mio suocero, ricercatore sudanese; e di mia suocera, cuoca etiope. Siamo una famiglia, non uno stereotipo. E se il nostro essere famiglia (ahem) fusion spaventa la casalinga di Voghera e irrita i ragazzi di Casa Pound, io cosa dovrei fare? Sacrificarci al “prima gli italiani”?  Al “bisogna capire, la gente è preoccupata”? Rientrare a Milano, per non disturbare gli elettori del Vlaams Belang? Non posso e non voglio farlo. Se per salvare “il progressismo” devo sacrificare le persone che amo agli elettori della maggioranza, vuol dire che “il progressismo” non merita di essere salvato.
  3. Distrae l’attenzione dal cambiamento climatico, che è il problema di questi anni. Dobbiamo decarbonizzare l’economia, e dobbiamo farlo ora. Per farlo abbiamo bisogno di tutti, assolutamente tutti. Ci sono compiti a tutti i livelli di astrazione, tali da realizzare il desiderio di appartenenza di tutti. Aprire discussioni sulla velocità del cambiamento e sul senso di spaesamento della gente non ha senso. La leadership che ci serve è churchilliana: azione immediata, anche qualche sacrificio, ma… con uno scopo chiarissimo e nobile, sopravvivere e se possibile prosperare in quanto specie.
  4. È basato su una finzione. Homo sapiens è evoluto per sentirsi parte di un gruppo di 100-150 cacciatori-raccoglitori. Qualunque comunità umana più grande di così è una imagined community. Creare solidarietà a livello regionale o nazionale richiede indottrinamento, propaganda, curricula statali, l’eradicazione dei dialetti, qualche guerra contro nemici esterni e così via. Questo è vero dell’Italia quanto dell’Europa. Cerchiamo di risparmiarci gli ammiccamenti “sangue e suolo”, per favore.

Faccio parte di un gruppo di persone che, in modi diversi, hanno provato a cavalcare (non certo a governare!)  i cambiamenti di questi ultimi decenni, cercando di restare solidali e umani. Sento molto più vicino un attivista per i diritti umani di Rotterdam di un evasore fiscale di Ancona; ho più cose in comune con i ragazzi che frequentano i repair café a Lisbona che non con gli ultrà del Modena. Se devo sentirmi parte di una comunità insieme a gente che non conoscerò mai, voglio farlo sulla base di valori condivisi, non su sangue e suolo. Non vedo come le persone come me possano sentirsi a casa nel mondo che, mi pare, Orizzonti selvaggi considera come desiderabile. Il progressismo può permettersi di perderci? Davvero ci vuole scambiare con quelli del “non sono razzista ma”?

Niente di tutto questo fa di Carlo Calenda un avversario, o, peggio ancora, un nemico. Mi ritrovo sulle sue misure concrete. Mi piace la sua attitudine al confronto, e sosterrei con gioia un suo impegno politico e governativo. Però, certo, sul piano strategico e sulla visione c’è ancora parecchio da lavorare. E se non trovo uno spazio per me e per la mia comunità nel suo progetto, dovrò cercare altrove: da qualche parte ci sarà pure un’astronave che cerca un equipaggio per missioni di esplorazione, pace e commercio. Beam me up, Scotty!

Star Trek picture used in good faith under fair use. Happy to take it down if the copyright holders want me to. Just leave me a comment.

Il globalista. Una rotta per il prossimo decennio

Ho l’onore di essere stato invitato a insegnare (se questa è la parola giusta) al Salzburg Global Seminar 2018.

Ho scoperto che è stato fondato nel 1947 da Clemens Heller, un salisburghese che studiava a Harvard, insieme a due colleghi americani. L’idea era di

creare almeno un piccolo centro in cui giovani Europei da tutti i paesi, e di tutte le opinioni politiche, potessero incontrarsi per un mese, e lavorare in modo concreto in una situazione accogliente, e costruire le basi per un possibile centro permanente per la discussione intellettuale in Europa.

E questa discussione era urgente. L’Europa era in rovine. L’Austria in particolare, come la Germania, era occupata delle truppe alleate, e divisa in quattro zone: americana, britannica, francese, sovietica. Non era affatto chiaro quale strada l’Europa avrebbe percorso. La storia recente mostrava che le guerre mondiali potevano susseguirsi a breve distanza – solo vent’anni di una “pace” sempre più tesa separavano la prima dalla seconda. Era invece chiaro che gli europei dell’ovest e del centro non erano più padroni del loro destino. Sia l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America volevano plasmare il futuro dell’Europa. Gli europei, demoralizzati ed esausti, non potevano certo impedirglielo.

Ma c’era una cosa che potevano fare. Potevano usare piccoli spazi creati dalla concorrenza tra le due superpotenze per chiamarsi a raccolta, montare una visione comune per il vecchio continente, e costruire la capacità per realizzarla. Questa era la missione del Salzburg Seminar: “un Piano Marshall della mente”, l’abilità di immaginare un futuro diverso come elemento decisivo per la ricostruzione. Questo piano era rivolto ai giovani, quelli che avevano il potenziale di guidare l’Europa e l’America postbelliche.

La missione ha avuto successo. Gli stimoli intellettuali erano straordinari: Margaret Mead e Wassily Leontief, per dire, erano tra i docenti dell’edizione 1947. Nel corso dei decenni, mentre l’Europa diventava più pacifica, integrata e prospera, il seminario si spostava dall’essere centrato sull’asse euroamericano a un focus globale. Oggi è un leadership program per futuri dirigenti di tutto il mondo.

Ci troviamo in una situazione in cui luoghi come il Salzburg Global Seminar sembrano quasi antiquati. A quanto pare, il nazionalismo, il nativismo, l’eccezionalismo, la de-umanizzazione degli avversari politici, perfino il razzismo, sono di nuovo in pista. Clemens Heller che li aveva visti sepolti sotto le macerie del Terzo Reich, non crederebbe alle sue orecchie. Ci si dice che le percezioni dei nostri concittadini sono altrettanto importanti, e altrettanto capaci di dare forma al nostro mondo, dei fatti della scienza. La narrativa della superiorità per nascita, è potente (padroni a casa nostra è infondato in tanti di quei modi che non so da che parte cominciare a farlo a pezzi, ma indubbiamente funziona). Avere un capro espiatorio, poi, torna sempre utile in politica. E così, questa è la nuova normalità, o almeno ne fa parte.

Ma io rifiuto di accettare tutto questo. È, semplicemente, insensato. Abbiamo enormi problemi da risolvere: proteggere l’ambiente globale, prima che l’Antropocene spazzi via le ultime tigri e annerisca le barriere coralline. Rigenerare le nostre democrazie. Costruire una capacità di azione decente nelle strutture di governo. Ricondurre la popolazione globale verso il basso, a un livello sostenibile sul lungo periodo. Inventare modi di vivere in un mondo senza posti di lavoro in senso tradizionale, e costruire una simbiosi con le intelligenze artificiali. Custodire, estendere e venerare il glorioso arazzo delle culture della terra.

Il lavoro da fare è titanico. Abbiamo bisogno di tutti, fino all’ultima persona che voglia giocare questo gioco fino in fondo, e accetti di contribuire all’avventura umana su questo pianeta azzurro, la nostra casa. Nella mia esperienza, praticamente tutti vogliono partecipare, e lavorare, e amare, e imparare gli uni dagli altri. Quindi, con le ovvie eccezioni, rare e soprattutto individuali, voglio che gli stati nazione, i doganieri, le polizie, il clero, i giornalisti televisivi, e qualunque maledetto idiota voglia fare sentire agli altri che non sono i benvenuti stiano fuori dai piedi. L’inclusione, l’abolizione delle frontiere, la libertà di commercio e di movimento sono meglio per tutti. E dire che gli Europei, più degli altri, avrebbero dovuto capirlo dopo il 1945. Clemens Heller lo capiva.

Lo capisco anch’io. Sono un globalista. Lo sono fin dai tempi in cui suonavo nei Modena City Ramblers e costruivo una Grande Famiglia per crescere insieme, e fantasticavo su Paddy García, che attraversava il tempo e i continenti per combattere al fianco degli oppressi. Ora voglio costruire reti di amicizie, e amori, e rapporti di lavoro che ricoprano il pianeta. Voglio costruire conoscenza condivisa, e diffonderla dovunque qualcuno la voglia. Questa è la nostra eredità in quanto umani: contribuire a costruire il futuro della specie, e del pianeta che abita. È un obiettivo globale, e ha bisogno di un teatro d’azione altrettanto globale. Giuro di oppormi a qualunque movimento politico, ideologico o religioso che cerchi di impedire a persone dalle buone intenzioni, da dovunque arrivino, di lavorare insieme a questo obiettivo.

In Europa, questo vuole dire sostenere un’integrazione europea più profonda e irreversibile, e accogliere con gioia qualunque trasferimento di sovranità dagli stati membri all’unione, purché si possa dimostrare che i cittadini europei (soprattutto i meno privilegiati) ne trarranno beneficio. Vuole anche dire sostenere l’accoglienza di nuovi stati membri nell’unione. Giuro di fare anche queste cose.

Oggi, il Salzburg Global Seminar è esattamente. Dove. Voglio. Essere.

Come scegliere le proprie battaglie (e capire quando si ha perso)

Molte persone in tutto il mondo stanno cercando di portare avanti progetti di cambiamento. Se stai leggendomi, è probabile che tu sia una di queste persone. Ciò che cerchiamo di cambiare dipende dai livelli di ambizione e di hybris di ciascuno di noi: può essere le proprie abitudini personali, una città, un settore industriale, o tutto il mondo. Ma a tutti i livelli abbiamo le stesse due decisioni da prendere.

  • Cosa tentare. Ci sono molte cose che ci piacerebbe cambiare, ma la maggior parte di quelle interessanti sono difficili. E comunque le nostre risorse sono scarse: possiamo fare uno o due tentativi ogni qualche anno, al massimo. Come scegliere il campo di battaglia?
  • Quando fermarsi. Immaginate questa situazione: da un paio d’anni cercate di cambiare qualcosa. Non avete fallito: la vostra iniziativa è ancora in piedi, e sta facendo progressi. Ma non è nemmeno chiaro che stiate vincendo. Il vostro movimento raccoglie adesioni, ma non avete ancora impatto sul problema che vi interessa. La vostra impresa si regge, ma non siete ancora in grado di pagare compensi di mercato. State vincendo? State perdendo? La cosa giusta da fare è continuare a spingere o dichiararvi sconfitti e abbandonare il campo?

Continua in inglese qui.

Photo credit: Cathy Davey on Flickr.com