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Accountability da accesso: i funzionari pubblici vanno su Facebook

Racconta il notevole PSD Blog della Banca Mondiale che un anonimo alto funzionario del governo del distretto di Kanpur, nell’India settentrionale, ha ordinato ai suoi collaboratori più alti in grado di creare “quanto prima” i loro profili personali su Facebook, e di associarlo alla pagina creata per l’amministrazione distrettuale stessa.

L’idea è che i funzionari, risultando più accessibili ai cittadini, ne sentano il fiato sul collo, e quindi siano spinti a uno sforzo per rispondere rapidamente a eventuali sollecitazioni, critiche o lodi. Rispondere, naturalmente, usando la pagina Facebook dell’amministrazione distrettuale. “Ai cittadini questo piacerà, perché saranno in grado di tracciare i loro suggerimenti e i loro reclami.”

L’intuizione mi piace molto: è in linea con quello che scrivo in Wikicrazia, in particolare nei capitoli sulla “trasparenza” e sul “parlare con voce umana”. Nella decisione in quanto tale rimangono alcuni problemi, e uno è che il mio profilo Facebook è mio, non del mio datore di lavoro, anche se questo è una pubblica amministrazione. Forse si potrebbe risolvere questo problema creando accounts multipli, o usando piattaforme in cui gli utenti hanno pieno controllo su cosa condividono con chi, come Diaspora.

La cosa che mi incuriosisce di più, però, è che l’iniziativa del distretto di Kanpur ribadisce che più trasparenza c’è e meglio è per tutti. Che poi è la cosa che pensavo fosse condivisa da tutti fino a che non è scoppiato l’affaire Wikileaks, e molti commentatori (anche autorevoli, come Shirky) hanno dichiarato – ma, a mio avviso, non dimostrato – che i governi hanno bisogno di segretezza per default per funzionare. Chi ha ragione? A occhio il distretto di Kanpur mi sembra più sintonizzato con i tempi: noi umani abbiamo dovuto ripensare la privacy al tempo della rete, sembra logico che anche i governi si trovino a ripensare la loro riservatezza – anche perché francamente non vedo molte alternative. I fenomeni alla Wikileaks non spariranno tanto presto.

Nota: non ho trovato la pagina Facebook in questione – ma sono in Cina, e l’accesso a Internet è un po’ problematico, per cui cerco di risparmiarmi ricerche dettagliate in rete. Se qualche lettore la trovasse e me la segnalasse mi farebbe una cortesia.

Accountability by access: civile servants move onto Facebook

According to the World Bank’s noteworthy PSD Blog a senior official in the Kanpur district, in Northern India, has ordered his highest ranking subordinates to create personal Facebook profiles “at the earliest”, and associate them with the page of the district’s administration.

The idea is that officials, being more accessible to citizens, feel them breathing down their neck, and therefore be prompted to respond quickly to suggestions, complaints or applause (“Citizens are going to like this, as they will be able to track their complaints”)

I like the intuition: it’s in line with what I wrote in my book Wikicrazia, particularly in the chapters on “transparency” and “speaking in a human voice”. In the actual decision there remain a few kinks to iron out: one of them is that my Facebook profile is mine, not my employer’s, public authority or not. Maybe this problem could be addressed creating multiple accounts, or using platforms where users have a much better control on what they share with whom, like Diaspora.

What I find most interesting, however, is that the Kanpur district administration initiative stands for the idea that the more transparency, the better. Which, after all, is the opinion I thought was common ground to more or less all of us, until the Wikileaks affaire kicked in and several commentators (including authoritative ones, like Shirky) started making the statement (in my opinion without proving it) that government need secrecy by default to be able to function. Who is right? At a first glance, between Ms. Clinton’s Department of State and the Kanpur district administration, the latter seems more in sync in the times. We, the people, had to rethink privacy at the times of the Internet: it seems logical that public authorities rethink secrecy as well. Frankly, I don’t see that many alternatives: Wikileaks and entities like it are here to stay, like it or not.

Note: I have not been able to find the Facebook page in question – but I am in China, and Internet access is not always straightforward, so I try to stay away from long Google searches. Should a reader find it and point me to it, I would be grateful to her or him.

Wikicrazia in vendita su Facebook: storie dall’economia ricablata

L’avventura di Wikicrazia continua: siamo entrati nella fase in cui me ne vado in giro per il mondo a raccontare il libro. Ho tenuto la prima presentazione alla Social Media Week Milano (un estratto è nel video qui sopra, con tanto di colonna sonora dei Modena City Ramblers; c’è anche un resoconto su Wired), e la seconda al Personal Democracy Forum Europe a Barcellona. Saremo a Bologna il 27 ottobre (info), a Senigallia il 20 novembre e abbiamo già ricevuto parecchie altre richieste, che man mano andremo confermando. Non mi aspettavo tanto calore da parte di wikicratici e semplici lettori! Grazie davvero a tutti quelli che ci stanno sostenendo e aiutando in questo percorso.

Nel frattempo ho scoperto una cosa divertente. Il mio editore, Ottavio Navarra, è un utente forte di Facebook (ha oltre quattromila amici, e ha dovuto creare una pagina personale per evitare che Zuckerberg gli cancellasse l’account). Nelle settimane che il libro ci metterà a percorrere il circuito distributivo e arrivare alle librerie, Ottavio ha messo in vendita il libro sia dal sito che su Facebook. La vendita su Facebook funziona così: si manda un messaggio a Ottavio da qui, dicendo che si vuole il libro e indicando un indirizzo. La casa editrice spedisce il libro (accollandosi anche le spese di spedizione) insieme a un bollettino di conto corrente postale o per un bonifico, prima di ricevere il pagamento. E come fa a garantirsi che la gente non si tenga il libro e non paghi? Semplice: non si garantisce. Si fida. Ottavio non è preoccupato “Sono quasi tutti miei amici su Facebook” mi ha detto. E infatti pagano tutti. Un lettore ci ha addirittura scritto che “Il regalo più bello in quel pacco era la fiducia”.

Traduco nel linguaggio degli economisti: le transazioni di mercato non sono più anonime. Facebook e gli altri social network rendono molto più semplici e veloci gli effetti reputazione; commettere una scorrettezza naturalmente è ancora possibile, ma il colpevole perderà istantaneamente di credibilità. Dovrà ricostruire una nuova identità digitale con un altro nome, e questo non è nè semplice nè veloce: per i 15 euro del libro non ne vale la pena.

L’economia sta cambiando molto più in fretta di quanto noi economisti riusciamo a cambiare il nostro modo di pensare. E non va bene per niente, perché rischiamo di fare più male che bene consigliando ricette pensate per sistemi economici del tutto diversi. Bisognerà pensarci.