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Ho cambiato idea su Wired Italia

Sono abbonato a Wired e vivo in Italia. A inizio 2009, quando la rivista ha lanciato l’edizione italiana mi è venuto naturale comprare i primi numeri con curiosità e simpatia.

Però non mi convinceva. Gli articoli tradotti dall’edizione americana erano in genere belli, ma li avevo già letti mesi prima. E la parte della rivista fatta in Italia mi sembrava un po’ troppo leggera, troppo concentrata sul lifestyle. Della Wired originale mi piaceva l’orgoglio geek, la noncuranza anche un po’ arrogante con cui si attaccavano argomenti anche complicati (dalla teoria dei grafi alla genomica o lala crittografia), l’insistenza sul do-it-yourself. L’edizione italiana mi sembrava interpretare quella cultura in un modo un po’ fatuo, un po’ modaiolo, stando accuratamente lontani dalle cose che molti trovano difficili e noiose, ma su cui i geeks invece riversano un’attenzione spasmodica. Della Wired originale mi rimanevano i riferimenti a Star Trek e i gadget per feticisti, ma non il nucleo di scienza dura, che invece, per me, distingue quella rivista dal mare delle altre. Si vedeva bene dalla pubblicità: la rivista americana è piena di trapani e attrezzature per il bricolage, quella italiana di auto e moda. Ne uscivano stereotipi sgradevoli ma, ahimé, plausibili: gente del fare gli americani, consumatori narcisisti e inetti gli italiani. C’è da stupirsi se ho continuato a comprare la Wired americana?

Dopo un anno, però, mi devo ricredere. Wired Italia ha trovato una chiave, che mi sembra essere quella della militanza. Più o meno dall’autunno 2009 in poi la rivista ha promosso in modo sempre più aggressivo l’Italia della conoscenza: ricercatori, tecnologi, imprenditori visionari. Nel fare questo tocca corde profonde nella storia economica del nostro paese: la saga dell’italiano dall’inventiva genialoide e le mani d’oro ci è familiare fin dal Rinascimento, e storie come quella del piccolo imprenditore che inventa una tecnologia per portare la banda larga low cost con ponti radio ricordano gli articoli che il mio indimenticato maestro, Sebastiano Brusco, scriveva negli anni 90 per Il Sole 24 ore. Le storie italiane sono sempre di più (tre articoli importanti e diversi più brevi nel numero di marzo), e aumentano le infografiche dense di dati e contenuto. E soprattutto, la rivista ha dato il via ad una discussione globale candidando internet al premio Nobel per la pace (più militante di così…). La pubblicità continua a essere prevalentemente lifestyle, ma non si può avere tutto.

Quella di Wired Italia è un’operazione  ideologica, ovviamente. Ma va bene così, perché la rivista promuove la nostra ideologia, quella che dice: l’innovazione, la conoscenza, la condivisione, l’esplorazione delle infinite possibilità che ci stanno di fronte sono un bene in sè. Come tutte le ideologie, questa non è negoziabile, non importa cosa ne pensi la maggioranza silenziosa. Sento Wired molto vicina a questo atteggiamento, e quindi mi ci ritrovo. E la compro, e la leggo volentieri.

Quindi faccio ammenda. Give credit where credit is due: Wired Italia è una rivista interessante, e nel mercato italiano ha un senso profondo, anche identitario se volete: fatti i dovuti distinguo, svolge il ruolo del Manifesto degli anni 80, o di Vie Nuove degli anni 50. Quando la vedi sbucare da una messenger bag, sai che hai davanti una persona che, almeno, ti risparmierà i soliti luoghi comuni su Internet piena di pedofili. Di questi tempi e in questo paese non è poco.

Un funzionario pubblico sotto gli occhi di tutti

Il 2009 ci saluta con un ultimo regalo: il blog del mio amico e collega (di Kublai) Tito Bianchi, che finisce dritto nel mio blogroll. Aprendo il blog, Tito entra nella ristrettissima schiera dei funzionari pubblici italiani che affidano alla rete le loro riflessioni: e si tratta di un ingresso importante, perché il suo profilo è molto alto (lavora all’Unità di Valutazione degli Investimenti Pubblici del Dipartimento per lo sviluppo e la Coesione del Ministero per lo Sviluppo Economico), il che gli dà una prospettiva straordinaria sul sistema Italia. Il neonato blog si chiama, appropriatamente, “Sotto gli occhi di tutti”.

Come bonus aggiuntivo, Tito scrive in uno stile pulito ed efficace molto lontano dal burocratese – anche perché si è formato al MIT. Ha perfino una lista di parole vietate, gustosissima anche se non la condivido completamente. I primi post sono godibilissimi (il mio preferito è quello sul rugby come metafora di ciò che ci piacerebbe che l’Italia fosse). Ne propongo la lettura e il commento a chi segue Contrordine Compagni: i blog di questo tipo ci arricchiscono di informazioni e punti di vista a cui normalmente non abbiamo accesso, e potrebbero perfino aumentare il grado di trasparenza della pubblica amministrazione italiana.

Beam me up, Scotty! Milano apre un varco Second Life/Real Life

Giovedì 18 giugno proviamo a fare una roba carina, ancorché un po’ geek. Ci troviamo alle 19.30 per un aperitivo più o meno legato alla colonna milanese di Kublai, e fin qua siamo nella normalità meneghina. Ma alle 21.30 comincia la conferenza di Ruggero Rossi sulla network analysis come strumento per studiare i social network, e parte un film completamente diverso. Ruggero parlerà dal Porto dei creativi in Second Life, e il suggestivo spazio di Creaticity Gate (via Pasubio 14, zona Garibaldi) si trasformerà in un gateway tra la Seconda Vita e la prima. Per carità, niente in tutto: un buon collegamento in fibra, un wi-fi, un proiettore, un impianto di amplificazione. Però potremo vedere e sentire Ruggero e gli altri amici che intervengono dalla seconda vita a grandezza naturale o quasi: l’ubergeek Stex Auer sostiene che il lumen del proiettore è abbastanza alto per consentirci di vedere sullo schermo avatar grandi come le persone vere mantenendo la qualità del colore. Il teletrasporto di Star Trek ci fa una pippa.

Io tenterò di sdoppiarmi: sarò al Porto come Mr Volare, e a Creaticity Gate con la mia carcassa analogica. Se volete fare lo stesso venite con portatile e cuffia, ma controllate con Stex prima di iniziare, perché possiamo loggare un numero limitato di avatar prima di saturare la banda.

La conferenza, tra l’altro, sarà super interessante. Ruggero ha usato un crawler per ricostruire il grafo delle interazioni progettuali su Kublai, e su quel grafo ha fatto una serie di analisi matematiche. Io ho poi provato a prendere decisioni di gestione di Kublai sulla base di quella analisi.

Se vi interessa venire – in qualunque delle due vite – fatecelo sapere su Facebook o Kublai. Chi preferisce il buon vecchio web può seguire lo streaming.