Il folk senza il popolo / 2

Io di anni ne ho 31…32 và! Sono una donna e ho deciso di fare un lavoro impossibile in Italia, la musicista. Rappresento con mio fratello e qualche cugino, la prima generazione di laureati in una famiglia di operai e, prima, di contadini. I miei genitori, che hanno vissuto nella loro giovinezza la crescita economica del paese, vedevano riflesse in noi le speranze del riscatto sociale, quello gridato in piazza dagli intellettuali degli anni ’70, che i miei la sera dopo il lavoro, vedevano in tv.
Io ho studiato, sono diventata comunista e atea, ho cercato di assimilare gli insegnamenti di mio padre: lavoro e onestà, ma ora ho le mani piene di sabbia.
Forse hai ragione Alberto, non potete cantare voi questo disagio, non é il vostro. Voi avete fatto quello che vi sembrava utile e chissà se lo é stato. Qualcosa dobbiamo inventarci, ognuno con i propri mezzi, restasse anche solo l’eco di un campanello di allarme.
Il problema é che la mia generazione ha le valige pronte e anche io avrei voglia, come David, di andare via da questo paese che delude e che corre, velocissimo, verso il basso. Per ora non lo farò, voglio vedere se riesco a resistere, se riesco a farlo da qui. Altrimenti partirò come David per cercare di fare cose belle e intelligenti lontano da qui.
Perché lo sguardo di mio padre sia fiero.

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2 pensieri su “Il folk senza il popolo / 2

  1. Ferdy

    lady J… non andartene.. fammi ben questo piacere va la’….
    che noi suonatori di Piva siam cosi’ pochi qui in Italia…

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  2. Anonymous

    ti capisco j…oh come ti capisco…
    io il prossimo anno di anni ne faccio 50, ho vissuto decenni di generazioni bruciate e disilluse.
    Da bambino vedevo i ” GRANDI” manifestare con gioia e rabbia per le utopie del ’68 : avevo 20 anni quando il punk ha bruciato tutto quello che incontrava, compresi i propri protagonisti.
    Il resto lo conosciamo: l’edonismo craxiano dgli anni ’80, mani pulite e berlusconi, una sinistra imbelle e suicida ed il precipitare collettivo nel gorgo dell’indifferenza e della rassegnazione. In mezzo disagio e difficoltà sempre più grandi da affrontare.
    Capisco chi se ne vuole andare, rispetto che resta e resiste.
    Io personalmente non credo più in questo Paese che ha calpestato le proprie nobili radici, la propria cultura, la propria storia.
    C’è un devastante cancro che ha corroso forse in maniera irreparabile il Paese, si chiama mafia.
    Mafia che ovviamente non è più quella della coppola e della lupara , mafia è quella commistione di potere, soldi e politica che ha seminato metastasi non solo nell’amministrazione della cosa pubblica ma anche nelle coscienze.
    Cosa può fare la musica in tutto questo, che ruolo può recitare ?
    Sinceramente non lo so, ma so che non è tanto una questione di generi, di combat-folk piuttosto che di industrial-noise, così come non è un fatto generazionale ( si possono avere le palle anche a 80 anni ed essere completamente rimbambiti a 20).
    Il punto sta nella capacità e nella voglia di mettersi in gioco e di rischiare, farsi il culo senza la garanzia di averne un ritorno, cercare di allargare una base di consenso senza la pretesa di cambiare il mondo.
    Voi Fumani perlomeno finora ci avete provato, non è poco in tempi di paraculismo a manetta.

    p.s. ho trovato più patetica la risposta del dott. gang che non l’articolo della Santi: la Santi bene o male ha rappresentato una certo modo di porsi nei confronti di un certo tipo di musica, quello che ad esempio mi fà venire le emorroidi se ascolto i mau mau. Interrogarsi su questo sarebbe più salutare che non reagire come una vecchia zitella ferita nella propria improbabile verginità.

    rob, dalla valle d’aosta con disincanto

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