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La rete di Dio

Ormai è qualche mese che penso al movimento benedettino in termini di sistemi adattivi complessi (i benedettini sono una rete, non un’organizzazione) e alla Regola di san Benedetto come a un protocollo. Più ci penso, più mi convince.

E quindi, quando Riccardo Luna mi ha chiesto di raccontare la storia di unMonastery a Next, ne è uscita la presentazione qui sotto. Può sembrare strano andare nel tempio dell’innovazione e delle startup a parlare del monachesimo del sesto secolo, ma l’innovazione non è nata nella Silicon Valley. E se provate a guardare Benedetto da Norcia attraverso il filtro dell’innovazione sociale, quello che si vede è… sorprendente. Non perdetevi il videoclip di 50 secondi girati all’unMonastery Matera (a circa 7.30 della presentazione) fatti dal bravissimo Nico Bisceglia. Lo trovate anche qui.

Cosa gli innovatori sociali possono imparare dalla vita e l’opera di san Benedetto

Circa un anno fa alcune persone vicine a Edgeryders e a me si sono inventate una cosa chiamata unMonastery. L’idea si è sviluppata nel prototipo di un progetto davvero radicale: più o meno costruire un’istituzione per annidare competenze globali in una comunità locale e aggredirne i problemi sociali, e farlo in modo che duri almeno un paio di secoli. La sostenibilità del progetto non è affidata a un modello di business (improbabile che un modello di business possa durare così tanto), ma a una specie di simbiosi tra l’unMonastery e la città che lo ospita. Incredibilmente, quest’idea è divenuta realtà: puoi diventare  unMonasterian anche subito.

Questo viaggio mi ha portato a esplorare le origini del monachesimo in occidente alla ricerca di storie interessanti e ispirazione – anche i non credenti possono ispirarsi alle vite dei santi! Mi sono concentrato su San Benedetto, considerato da molti come il fondatore del monachesimo occidentale. In effetti, la sua vita e i suoi tempi sono una miniera di buoni consigli per chiunque voglia fondare un unMonastery (e forse anche un hackerspace). Basta uno sguardo per capire che:

  1. Benedetto ha un metodo evidence-based. Fa esperimenti e ne accetta i risultati. Non è arroccato nelle proprie convinzioni, e sembra lontanissimo da uno stile burocratico in ciò che oggi chiameremmo management: al contrario il suo stile di leadership è adattivo. Secondo san Gregorio, prima prova a vivere in una grotta, da eremita; poi accetta di diventare l’abate di un monastero vicino, ma senza successo (“l’esperimento fallì: i monaci tentarono di avvelenarlo” – fonte). Più tardi fonda il suo primo monastero a Subiaco, frammentando la comunità di monaci in dodici mini-monasteri indipendenti con dodici monaci ciascuno; ancora più tardi, organizza il monastero di Monte Cassino su principi completamente diversi, con tutti i monaci sotto lo stesso tetto. Gli unMonasterians moderni, e gli innovatori sociali in genere, hanno molto da imparare dalla sua euristica prova-fallisci-correggi-riprova.
  2. Benedetto valorizza e dà priorità all’azione sulle dispute sterili. Ora et labora, prega e lavora, è il suo precetto. Il lavoro è, per lui, il solo sentiero che conduca a una vita buona e ricca di senso; qualunque altra strada è interrotta da tentazione e irrequietudine. Quando i suoi seguaci si trovano nel dubbio, vengono forniti di attrezzi, gli viene mostrato un prato da falciare o un albero da abbattere e gli viene detto di darsi da fare. La gente capace e solida non si mette in cammino per Cambiare Il Mondo: sarebbe una posizione arrogante, certamente ispirata dal diavolo (sto guardando te, Silicon Valley). Dio può abbattere l’opera dell’uomo in qualunque momento, colpendo il pianeta Terra con una cometa o qualcosa del genere; la squadra di Benedetto lo sa, e quindi lavora per il piacere e il significato intrinseco di costruire cose buone, belle e intelligenti. Questa strategia, al capo di vari secoli, ha finito per dare ai benedettini (e al mondo occidentale) una rete globale di monasteri come centri di produzione, guarigione, sapienza e ospitalità; i monaci sono arrivati ad essere concepiti come l’incarnazione dell’ideale cristiano. Oggi, unMonasterians e innovatori sociali lavorano non perché credano davvero che il loro lavoro possa ricacciare indietro l’apocalisse, ma perché è la cosa giusta da fare. E non si sa mai, potremmo perfino vincere.
  3. Benedetto costruisce protocolli. Durante la permanenza a Monte Cassino scrive la Regola, un manuale utente per le persone che vogliono vivere insieme in un monastero. La Regola è un documento straordinario, che gli unMonasterians (soprattutto quelli che fondano nuovi insediamenti) farebbero bene a studiare a fondo. Se hai qualche esperienza con le comunità online, troverai la Regola stranamente familiare: ha ruoli con livelli diversi di accesso e autorizzazione (abate, cellario, confratello); una moderation policy per prevenire conflitti che potrebbero distrarre i monaci dal compiere il lavoro di Dio (e il loro); un’idea molto moderna dei vertici della gerarchia come servizio alla base dei monaci ordinari, e non come loro colonnelli. La cosa più importante è che la Regola non specifica obiettivi e le attività che servono per conseguirli: non dice mai “costruite una biblioteca e uno scriptorium e cominciate a copiare manoscritti, in modo da conservare il sapere quando l’Impero Romano crollerà”, o “costruite spazio extra per ospitare i viandanti, visto che l’Alto Medio Evo non ha abbastanza locande”. Eppure, i monasteri benedettini hanno finito per fare quelle cose e altre ancora: seguire la Regola può risultare in molte attività, tutte benefiche dal punto di vista di Benedetto e del suo gruppo. Per la maggior parte, queste sarebbero state del tutto impossibili da prevedere per Benedetto stesso. Ma questo si spiega: poiché è un documento di istruzioni da eseguire, la Regola è software; poiché non svolge un compito specifico, ma abilita un insieme di esiti coerenti gli uni con gli altri, non è un’app. La Regola è un protocollo. E quale protocollo! Si è diffuso su tutto il mondo conosciuto; ha trasformato l’Europa medievale (e si può sostenere che l’abbia cambiata in meglio); è ancora in uso dopo quindici secoli; e si è diffusa oltre la chiesa cattolica (viene usata anche in contesti ortodossi e perfino luterani). Non mi vengono in mente molti altri protocolli che abbiano ottenutio questi risultati. Benedetto è un candidato forte per il titolo di Ninja Protocol Hacker Supremo di tutti i tempi.
  4. Benedetto decentralizza. Coerentemente con la natura di protocollo della Regola (e probabilmente della sua mentalità da hacker esperto in protocolli), Benedetto non fonda un ordine. I benedettini non sono un ordine in senso stretto: ciascun monastero è un’istituzione sovrana, senza una gerarchia a collegarlo agli altri monasteri. La Regola funziona come un protocollo di comunicazione tra un monastero e l’altro. Risultato: molti tipi di abbazia benedettina sono evoluti nel corso dei secoli (per esempio i Camaldolesi) per mutazione e selzione naturale. Questo è esplicitamente abilitato dalla Regola, che si dichiara “solo un inizio” nel suo capitolo finale, più o meno come TCP/IP è “solo un inizio” per applicazioni come lo streaming video. La mutazione non è sempre arrivata alla speciazione, e la maggior parte delle abbazie benedettine si sono federate in modo abbastanza lasco in congregazioni nazionali o sovranazionali a partire dall’inizio del XIV secolo; per questo, Papa Leone XIII è stato in grado di montare una Confederazione benedettina presieduta da un Abate Generale senza che le differenze tra monasteri risultassero imgestibili. Questo succede nel 1893 – oltre milletrecento anni dopo la scrittura della Regola!
  5. Benedetto evita i conflitti sterili – e così diventa virale. La mia ricerca su questo è stata dilettantistica – letteralmente il lavoro di un giorno – ma non sono riuscito a trovare tracce di lotte di potere tra il nascente movimento monastico del sesto secolo e la gerarchia ecclesiastica. Invece di scendere nell’arena della politica vaticana, Benedetto sembra concentrarsi nel fare funzionare Monte Cassino e distribuire copie della Regola a chiunque ne volesse una. Risultato: sempre più persone adottano la Regola per i propri progetti di impiantare monasteri. In questo modo, nessuno doveva perdere tempo a negoziare chi sarebbe entrato nell’ordine di chi, chi sarebbe stato Abate Generale e chi abate semplice e roba del genere. La Regola era (ed è ancora) ottimo, solido software open source. La gente ne “scaricava” una copia da Monte Cassino o da un altro monastero che ne avesse il manoscritto e la usava come credeva. La gente che la usava aveva più probabilità di successo nel fondare e gestire un monastero della gente che non la usava; e così, al tempo di Carlo Magno, l’intera Europa era infrastrutturata da monasteri di successo basati sulla Regola. Al contrario di ciò che accade, per esempio, con i francescani, non c’è bisogno di fare politica per ottenere che la gerarchia vaticana accetti il nuovo movimento. Anzi, Papa Gregorio I Magno (ottiene la promozione nel 590, appena 50 anni dopo la morte di Benedetto) viene egli stesso da un’esperienza di monaco, e sostiene senza reticenze il monachesimo (spesso è chiamato il co-fondatore del monachesimo occidentale). Questo pattern di adozione dovrebbe suonare familiare ai fondatori di progetti open source più vicini a noi, come Linus Torvalds (di Linux) e Jimmy Wales (di Wikipedia).

Sì, c’è qualcosa nello studio deelle vite dei santi, dopo tutto. Gli unMonasterians (e non solo) farebbero bene a dedicare una congrua quantità di tempo a studiare l’approccio benedettino come protocollo per avere impatto nell’innovazione sociale. Questo significa studiare almeno tre cose: il software, cioè la Regola; l’hardware, cioè l’organizzazione dello spazio fisico nei monasteri (per esempio, le celle singole per i monaci sono una parte del protocollo che governa la vita monastica che è incorporata in mura di pietra anziché nella Regola), e la storia di come hardware e software hanno interagito per guidare il percorso del movmento monastico. Per secoli, la chiesa ha avuto la sua agiografia (letteratura sulle vite dei santi) come guida per l’ispirazione, e può essere che anche i non-monaci trovino guida e conforto nella loro non-agiografia. Sono curioso di esplorare questo percorso, e capire dove porta.

La mappa degli immobili comunali inutilizzati, le residenze di unMonastery, Il database degli hotspot wi-fi: tre punti per gli smart citizens

Come in tutte le città, anche a Bologna la riduzione del personale addetto all’amministrazione comunale e altri fattori più contingenti hanno lasciato in eredità una serie di immobili di proprietà del Comune che il Comune non ha idea di come utilizzare (nè, avendo l’idea, ne avrebbe le risorse). Circa una settimana fa la città ha prodotto un elenco degli immobili inutilizzati e pubblicarlo in formato aperto sul sito di open data del Comune. Questo consente e incoraggia tutti i cittadini a scaricare i dati, visualizzarli su una mappa della città, immaginare modi per riutilizzarli. Il Comune ha anche attivato un indirizzo email per raccogliere eventuali suggerimenti o proposte che dovessero venire da cittadini, imprese o altri soggetti.

Un’altra città italiana, Matera, ha lanciato da pochi giorni una call internazionale per hackers e innovatori sociali. La proposta è molto radicale: diventare “innovatori residenti”, per un periodo minimo di un mese, vivendo in città e interagendo con la comunità locale per identificare soluzioni per una città migliore. Chiunque può partecipare, senza limiti di titoli, provenienza o età. Gli innovatori residenti vivranno e lavoreranno in unMonastery (ne abbiamo già scritto su CheFuturo), uno spazio di vita e lavoro di nuovo tipo ispirato alla vita monastica del decimo secolo e pensato, dice il fondatore Ben Vickers, per “mettere saperi globali in connessione stretta con un contesto locale”.

Contemporaneamente la rivista online CheFuturo ha lanciato una app gratuita che rende accessibili ventiquattromila punti di accesso al wi-fi su tutto il territorio italiano. Migliaia di cittadini italiani hanno contribuito a individuarli mediante semplici segnalazioni sui principali social network; verifica, mappatura e sviluppo dell’app sono stati realizzati dal gruppo di CheFuturo. Il dataset verrà custodito e aggiornato da Wikitalia, una non profit per il governo aperto (disclaimer: sono un membro del suo direttivo).

Queste tre storie italiane si sono sviluppate indipendentemente l’una dall’altra. Si svolgono in luoghi diversi; cercano di risolvere problemi diversi; i loro promotori – l’assessore all’agenda digitale Matteo Lepore a Bologna; il direttore del Comitato Matera 2019 Paolo Verri; il direttore di CheFuturo Riccardo Luna, ciascuno con il proprio gruppo di collaboratori – non si sono coordinati. Eppure, esse condividono uno stesso approccio, un’idea comune di come si fanno le cose. Di più: un’idea comune di come vivere insieme nelle nostre città. Questa: di fronte alle sfide più difficili, la carta migliore da giocare è l’intelligenza collettiva dei cittadini. Occorre quindi trasferire loro informazioni e potere di iniziativa, perché questa intelligenza possa dispiegarsi al meglio.

Si tratta di iniziative piccolissime, che – saggiamente – cercano di ottenere risultati con poche o nulle risorse. Eppure, contengono il germe dell’inversione di una tendenza millenaria nell’idea di cosa vuol dire “governare”. Dalla burocrazia ereditaria degli scribi nell’antico Egitto alla collettivizzazione forzata “scientifica” dell’Unione Sovietica di Stalin, passando per la repubblica dei re-filosofi di Platone e per il servizio civile meritocratico inventato dalla Cina imperiale, l’arte di governare si è quasi sempre basata sull’idea che i governati non sono in grado di prendere decisioni sagge. Questa tradizione immagina il buon governo come una decisione lungimirante, presa nell’interesse del popolo da un’élite attentamente selezionata. Lepore e Verri, invece, decentrano: non cercano di immaginare soluzioni ai rispettivi problemi; non cercano nemmeno di individuare a priori persone o organizzazioni che potrebbero costruire queste soluzioni (“apriamo un tavolo con l’università e le imprese”). Si limitano a informare e abilitare i cittadini, e non solo i propri, ma quelli di tutto il mondo. Internet rende quest’ultimo passaggio ovvio e gratuito. Perché no? È del tutto possibile che un materano abbia una buona idea per uno degli immobili del comune di Bologna, o che un ghanese se ne esca con una genialata realizzabile a Matera. Non ha senso tagliare fuori a priori quelle che potrebbero essere idee vincenti. Dall’altra parte di questo gioco ci sono cittadini come Luna, in grado di trasformare bisogni generici (“servono canali per rimanere connessi in mobilità”) in azioni speficiche (“facciamo una mappa degi hotspot wi-fi! Se li metti tutti insieme hai reso visibile una rete nazionale che abbiamo già, e neanche lo sappiamo”), e di farlo senza aspettare il permesso di nessuno.

Qualche mese fa mi chiedevo cosa volesse dire la parola “smart” nell’espressione smart cities. Mi rispondevo che ci sono due modi di intendere questo concetto. Uno considera che l’intelligenza delle città si concentri nelle sue università e nei laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi imprese, e assegna ai cittadini il ruolo di consumatori dei vari gadget che queste producono. L’altro, al contrario, considera che l’intelligenza delle città sia dispersa tra tutti i cittadini, e lavora per creare spazi in cui la creatività di tutti possa esprimersi. La prima concezione di smart cities fa auto elettriche; la seconda fa ciclofficine, hackerspaces e agricoltura urbana. Mi sembra evidente che le iniziative di Bologna, Matera e CheFuturo guardano proprio a questo secondo modo.

Da quanto ho capito, sia Matteo Lepore, sia Paolo Verri, sia Riccardo Luna hanno letto e meditato il post di CheFuturo che conteneva queste riflessioni. Ma che l’abbiano fatto o no poco importa: lo spirito di decentralizzazione radicale nelle loro scelte è una magnifica notizia per chi, come me, crede che la promozione della creatività dei loro cittadini sia la carta migliore oggi in mano alle città. Mentre nei tanti convegni dedicati all’argomento smart cities si continua a discutere di sensori, Internet delle cose e grandi investimenti da programmare, migliaia di smart citizens in tutto il paese si aggregano, sperimentano, falliscono, fanno progressi, spesso collaborando con le loro istituzioni. Gli uni hanno denaro e organizzazione; gli altri hanno tante persone e reti che le connettono. Sarà interessante, alla fine, vedere chi sarà stato più smart.