Enea

Quando non sono con i FF studio per il mio progetto di ricerca: Sistema Musica Europa tra integrazione e valorizzazione delle differenze. Mi capita di imbattermi in libri interessanti, altri noiosi, alcuni affascinanti. Sentite questa:
“Davanti alla città che brucia, c’è chi pensa solo a mettere in salvo se stesso, ritenendo che il mondo coincida con sè. E c’è chi pensa di morire con la città. come fece la sentinella di Pompei di cui narrava Oswald Spengler. Il primo è l’idiota globale, il secondo è il tradizionalista eroico ma sterile. Davanti a Troia in fiamme, Enea porta in salvo il suio vecchio padre, Anchise, caricandoselo sulle spalle mentre il suo genitore stringe i penati, sacro simbolo di continuità; e conduce fuori il suo piccolo figlio Ascanio, con cui andrà a fondare la nuova città secondo il mito. In quell’immagine scolpita da Gianlorenzo Bernini e nel travaglio della polis che brucia, si riassume magnificamente il senso della Tradizione vissuta di padre in figlio. ” (non vi dico da dove viene perchè perderebbe parte della sua efficacia)
Sogni d’oro.

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4 pensieri su “Enea

  1. Enrico Alletto

    Intanto che ragiono sul post di cui ti accennavo sopra (che a questo punto scriverò attingendo a piene mani dal tuo :-) ) ti segnalo il mio che apparentemente non c’entra nulla con questo ma in realtà si. Nel senso che anche quando riesci delimitare i confini della partecipazione ed inizi a far sentire odore di nuovi metodi, nuove persone, nuove direzioni da intraprendere e lo fai direttamente sul territorio provando a mettere in comunicazione cittadino ed amministratori pubblici senza troppe mediazioni ecco che vai a toccare qualche equilibrio sedimentato che non sempre gradisce … dico la mia qui: http://www.enricoalletto.it/6300

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    1. Alberto

      Ho letto il tuo post. Sì, hai ragione. Del resto è ovvio: se cambi qualcosa – qualunque cosa – quasi certamente dal cambiamento qualcuno uscirà perdente. In più, se il tuo cambiamento porta efficienza vuol dire che elimini rendite e margini da qualche parte. E questa non è una ricetta per la popolarità.

      Non farei troppa dietrologia sugli uomini e le donne del marketing. Bisogna pur vivere. Loro guardano il settore pubblico e vedono un altro cliente, per giunta uno culturalmente arretrato e che quindi, se lo catturi, ti fa guadagnare senza grande fatica. Qualche anno fa, quando cominciavo ad andare ai primi barcamp, mi è capitato di sentire uno che si vantava di avere clienti poco informati. “Gli dicevo: certo, quello che tu vuoi fare si fa con il pacchetto X, che è free e open. Ma dove la mettiamo la sicurezza? Un software aperto non è sicuro come uno proprietario! E il cliente: certo, capisco benissimo, e mi comprava la soluzione proprietaria. Che idiota! Lo sanno tutti che i software aperti sono molto più sicuri di quelli proprietari!”

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  2. Enrico Alletto

    Stavo pensando agli americani che pensano alla rete in un modo diverso dal nostro anche perché forse quando pensi ad un modello di internet fatto per avvicinare cittadino e pubblica amministrazione pensi ad un modello che non ha business ma “solo” risvolti di medio lungo termine a cui è difficile far cogliere il valore. In pratica, di queste cose non si campa ed è quindi normale che chi con la rete ci lavora non le trovi appetibili e tenda comunque a ricondurre tutto sempre la … dove ci sono gli utenti. Che ne pensi?

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  3. Pingback: Alberto Cottica e la Repubblica XL | Bloggokin.it

    1. Alberto

      Marco: in realtà no, Edgeryders è una metafora presa dal mondo degli skaters – e il nome non l’ho scelto io, ma Nadia, al tempo direttore creativo. Ma, vedi: nel nostro ambiente, il pensiero complexity è una scelta abbastanza naturale. Le nostre vite formano patterns in cui puoi vedere regolarità di insieme ma non fare previsioni specifiche. Non riusciamo a prendere sul serio le persone importanti che credono di dirigere il mondo, mentre a noi sembra ovvio che sono trascinati da dinamiche sociali più grandi di loro. I fenomeni più importanti con cui abbiamo a che fare – globalizzazione, finanziarizzazione dell’economia, riscaldamento globale, aumento delle disuguaglianze, perfino l’obesità “epidemiologica” – non sono stati decisi da nessuno, nessuna democrazia li ha votati, nessun G8 li ha ratificati. È chiaro che senza una teoria dell’emergenza non si va da nessuna parte!

      Non vedo l’ora di discutere meglio queste cose con te. Verrò a trovarti all’unMonastery.

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  4. Ida

    Finalmente un Alberto tenero ed un’emozione da raccontare. Bella e intensa la storia del cerchio che in qualche modo si chiude. Ma abbiamo ancora tanta strada da fare (insieme, se vorrai) .. :)

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    1. Alberto

      Marco, interessante! Non lo sapevo. Comunque non intendevo spingermi così lontano. Volevo solo suggerire che, se leggo bene, la meritocrazia – qualunque cosa tu e io possiamo pensarne – è un prodotto politico invendibile.

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  5. Alfredo

    articolo molto interessante e gran tema! :-)

    La meritocrazia è spesso sbandierata strumentalmente proprio da chi non è poi disposto ad attuarla. E il problema maggiore è nei criteri di valutazione, tanto per cominciare: se i criteri sono collettivi, allora c’è il rischio che tutti abbiano requisiti sufficienti, e non ci possono essere 400 colonnelli, per dire. E se decide invece una oligarchia, è fisiologico che ci siano delle strettoie che in quanto tali possano creare accesi dibattiti e posizioni controverse. Persino una trasparenza ideale sui processi non basta, e pure sarebbe auspicabile… il tema è secondo me però legato a quello della democrazia stessa: sempre più sento parlare di decisioni “a maggioranza”. Ma siamo sicuri che siano sempre le migliori? anche perché ogni maggioranza dà per scontato che chi è rappresentativo dell’1% non abbia problemi ad adeguarsi, mentre una “democrazia” dovrebbe forse preoccuparsi di tutelarne le libertà. Allo stesso modo condivido l’analisi che fai: ogni meritocrazia lascia indietro i tanti che non hanno “meriti” riconoscibili, gente che magari non ha avuto capacità o anche solo occasione e modo di scalare la vetta, sia essa rappresentata dalla professione, da un livello avanzato di studi, o da una semplice rete sociale appropriata.
    Dovremmo seriamente iniziare a parlare di “del-merito-crazia”, cioè spostare i criteri di assegnazione delle coccarde da cosa hai fatto, al come lo hai fatto. Ma questo è un territorio ancora più spinoso…

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  6. Ida

    La questione è molto spinosa anche perchè, a mio modo di vedere, non è facile stabilire criteri di merito oggettivi e validi in ogni contesto. Chi decide perchè io valgo più di te, e in base a cosa? dal numero delle pubblicazioni, come accade nel mondo universitario? dal numero di atti firmati, come accade talvolta nella Pubblica Amministrazione? dai risultati? e cosa può essere definito “risultato”? non se ne esce più :)
    Concordo comunque sul fatto che il tema è interessante e seguo molto volentieri la discussione

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  7. Pierosoft

    Per ti conosce sa che forse sei cambiato poco. Sempre sguardo proiettato avanti.
    Forse pero’ la pnl avrebbe detto che le mani in viso tendono a significare un certo senso di difensiva.. Ma poi la fronte alta chiarisce tutto. Go on!

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  9. Compulsivo senza gravità

    :roll: Ecco perchè non lo trovavo più in edicola. Ha chiuso i battenti! Fiiiuuuuu! Meno male! Non per esser cinico, ma per me è una liberazione! Non lo leggevo più da anni ma continuavo a comprarlo perchè sono affetto da shopping compulsivo. Magari le cose si risolvessero sempre da sole in questo modo! Ora mi ci vorrebbe solo che sparisse il porno dalla rete, ma qui la vedo più dura.

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  12. Antonio

    Ciao Alberto. Sono arrivato qui sul tuo blog partendo da una vecchia discussione sulle social media policy (me ne sto occupando in questo periodo in modo intensivo).
    Mi ha colpito questo approccio a san Benedetto & co. perché ho studiato recentemente un’opera assai approfondita che ti suggerisco per un radicale, sorprendente capovolgimento della prospettiva: ne scriveva, infatti, con perizia e dettaglio impressionanti, Pekka Himanen nel suo pregevole “Etica Hacker”.
    Non posso che consigliartelo.
    Tornerò su queste pagine. Saluti.

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    1. Alberto

      Ciao Antonio, piacerissimo di rileggerti. Mi informo su “Etica hacker”, tanto più che sto pensando di fare un po’ di lavoro computazionale su una cosa che (in analogia con la Regola) ho cominciato a chiamare Protocol.

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  13. Ivo

    :idea: siete bravissimi e vi condivido. In questi giorni dovrò fare una riparazione alla mia lavastoviglie e dopo, vi farò sapere sia il tipo di difetto che la soluzione. Io credo che noi acquirenti sbagliamo a non pretendere, ogni volta che acquistiamo una macchina qualsiasi dal piccolo elettrodomestico all’automobile o al trattore, il disegno esploso con tutti i particolari. Ovviamente agli inizi dovremmo rinunciare a molti acquisti ma se, in tanti, ci convinceremo che sarà una battaglia nell’interesse di tutti coloro che non accettano l’invadenza dei vari monopoli all’ora saremo anche più liberi. EEE!!! non facciamoci confondere con la scusa della sicurezza!

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