Il test di Einstein: un commento a Stefano Epifani sull’operazione Digital Champion

Con il solito garbo, Stefano Epifani ha pubblicato una riflessione sull’operazione www.digitalchampions.it messa in piedi da Riccardo Luna, e a cui (full disclaimer) partecipo anch’io. Stefano vede luci (Riccardo è consapevole del suo ruolo e si impegna sul serio) e ombre (potenziali conflitti di interesse, modello organizzativo inefficiente, competenze scarse dei singoli DC). Per valorizzare le prime e dissipare le seconde, propone un assetto alternativo per tutta l’operazione: organizzarla non per territorio, come nella visione di Riccardo (“un digital champion per ciascuno degli ottomila comuni italiani”), ma per ambito professionale.

Immaginavo invece una rete di professionisti identificati ognuno nel suo ambito di competenza che, vicini al digitale, potessero essere “campioni” del digitale rispetto alle loro rispettive attività. Avvocati per supportare gli avvocati, pensionati per i pensionati, albergatori per gli albergatori, medici per i medici, maestri per i maestri, amministratori pubblici per gli amministratori pubblici. Ogni ambito ha già i suoi “campioni digitali”. […] il modulo organizzativo sarebbe stato sviluppato per cluster, creando dei tavoli di lavoro verticali per settore (coinvolgendo associazioni di categoria, strutture datoriali, ordini professionali)

Ammiro Stefano e il suo lavoro, e in genere mi trovo d’accordo con lui. Non, però, in questo caso. Resisto alla tentazione di confutare le sue critiche: in prima battuta le trovo infondate, ma potrei sbagliarmi e comunque dalle critiche c’è sempre da imparare. Vorrei invece segnalare che non vedo come il modello che propone possa funzionare.

Perché? Semplice: perché le figure descritte nel post di Stefano ci sono già, sono al lavoro da tempo; e, almeno in alcuni casi che conosco personalmente, usano proprio la forma organizzativa dei tavoli di lavoro verticali. Penso, per esempio, a una cara amica che da tempo si impegna nell’Ordine dei Dottori Commercialisti sui temi del digitale; non vedo come potrebbe fare di più di così, anche se Riccardo o chi per lui la nominasse Digital Champion dei commercialisti. I commercialisti la conoscono già, la rispettano già, ne seguono i consigli o la ignorano, a seconda delle inclinazioni. Per un commercialista, è molto più autorevole una persona che gioca un ruolo nel consiglio nazionale dell’ordine di una che si è iscritta all’associazione Digital Champions Italia.

Intendiamoci: la mia amica e le altre persone come lei, ciascuna nel proprio ambito, giocano un ruolo positivo e importante. Non intendo affatto sminuirle. Però c’è un problema di valore aggiunto della carica di Digital Champion, che non credo sarebbe avvertibile in un modello come quello proposto da Stefano. La prova provata è che i due Digital Champion precedenti a Riccardo erano, appunto, persone che rispondevano esattamente alla descrizione di Stefano: Francesco Caio era il commissario governativo per l’agenda digitale; Agostino Ragosa il direttore dell’AGID. Quindi esperti di dominio, con un forte endorsement istituzionale. Impatto? Zero.

A mio avviso, il potenziale dell’operazione pensata da Riccardo è che mette in gioco forze fresche, e dà un nuovo ruolo a persone già attive. Guru della rete come Joy Marino assumono un ruolo iperlocale, a volte in comuni molto piccoli; nelle grandi città si formano team che mettono insieme competenze molto diverse e complementari (mi aspetto molto, per esempio, da Palermo, che schiera Umberto Di Maggio , cioè un sociologo molto impegnato sul territorio, e mi risulta stia mettendo in squadra Andrea Borruso, geomatico extraordinaire, uno dei miei civic hackers preferiti); esperti nazionali fanno un passo indietro per trasformarsi in help desk per i digital champions dei territori. Il risultato prevedibile: sindaci che vengono consigliati da pensionati; aziende che si rapportano con hacker sedicenni; ASL che dialogano con casalinghe smart e linuxare. Perché no?

Stefano Epifani ha un nome per tutto questo: lo chiama chaos, con la “h” in mezzo. Io lo vedo invece come una mossa intelligente per stimolare la creazione di nuove relazioni – e, di conseguenza, l’innovazione. Resisto alla tentazione di riscrivere il solito pippone sulle teorie dell’innovazione elaborate dagli economisti complexity a Santa Fe, basate sulle relazioni generative etc. etc. (per chi si vuole documentare, consiglio questo paper di David Lane); possiamo arrivare alla stessa conclusione in un modo intuitivo, che è questo: oggi, i leader di settore che interagiscono con i loro settore (“pensionati per i pensionati, albergatori per gli albergatori” e così via) fanno delle cose che non producono il risultato che ci auguriamo. La proposta di Stefano, quindi, fallisce quello che potremmo chiamare il test di Einstein.

Il test di Einstein si basa su una famosa citazione del grande scienziato:

È follia ripetere la stessa cosa più e più volte aspettandosi risultati diversi.

L’iniziativa Digital Champions Italia, così come l’ha pensata Riccardo, è sicuramente migliorabile, e potrebbe anche fallire. Ma rimescola le carte, mette in gioco forze fresche e non fallisce il test di Einstein.

Aggiungo una nota personale: il post di Stefano mi fa un po’ impressione anche dal punto di vista culturale. Mi sembra un po’… novecentesco: l’innovazione è una cosa seria, se ne devono occupare gli esperti di innovazione, non questi dilettanti allo sbaraglio (corollario: è possibile distinguere a priori un esperto vero da uno che non lo è, e noi sappiamo farlo. Certo, la Decca Records ha rifiutato di mettere sotto contratto i Beatles, e Yahoo si è rifiutata di acquistare Google per un milione di dollari, ma noi sicuramente non faremo questi errori). La società si organizza per sili verticali, quasi delle gilde medievali. La creatività dal basso è un misero sostituto per il lavoro professionale di un competente ingegnere sociale. Ci sono perfino accenti a rischio di snobismo (“la valanga di selfie della proclamazione-investitura rimarrà nella storia”). Per carità, ognuno ha la sua visione del mondo, ma non avevo percepito che quella di Stefano e la mia fossero così diverse.

Il mio punto di vista su Digital Champions Italia è qui (in inglese).

 

Reti, sciami e policies: in viaggio per gli strani paesaggi delle politiche pubbliche del secolo 21

Io una volta ero un economista. Poi negli anni duemila ho cominciato a interessarmi di complexity science. Ho inseguito un’intuizione che mi diceva che le reti sono importanti (era il 2009, mi ricordo ancora l’epifania di vedere la rete delle interazioni in Kublai) e mi sono messo a studiarle, cercando una specie di Santo Graal: progettare comunità online che esprimano intelligenza collettiva per risolvere problemi complessi, inaccessibili a singoli individui o piccoli gruppi, anche se molto intelligenti.  Per impadronirmi del tema ho dovuto rivedermi algebra lineare e teoria della probabilità; a quel punto diverse letture mi hanno portato a camminare per sentieri per me interamente nuovi, leggendo paper di biologia computazionale o psicologia sperimentale.

Attraverso paesaggi strani, molto lontani dalle architetture razionali e ben illuminate dell’economia standard. Sono perfino pericolosi: pieni di trappole filosofiche (se è veramente intelligenza collettiva, saremo in grado di riconoscerla? Non sarebbe come un neurone che cerca di comprendere il cervello?) e perfino dilemmi morali (è possibile che il benessere del sistema venga ottenuto a spese delle sue componenti, proprio come una specie si evolve uccidendo i propri membri meno adatti alla sopravvivenza: cosa succede se il sistema è sociale e le componenti siamo noi?).

La cosa più strana è questa: non sono l’unico a vagare in questo posto, dovunque sia. Nel mondo delle politiche pubbliche, in cui da anni mi muovo per lavoro, praticamente ogni mese incontro nuovi compagni di viaggio. Con loro, mi trovo a parlare di reti, sciami intelligenti, etnografie online, motori di variabilità e altre cose esoteriche di questo tipo. Mi sento come un alchimista del Cinquecento: queste cose sembrano funzionare, anche se non siamo ancora sicuri di capire davvero il perché; e ci sentiamo sull’orlo di una scoperta importante, di una rivoluzione scientifica come nel Seicento. Questo mondo strano e perfino dark è riflesso bene nel mio intervento al Personal Democracy Forum di qualche mese fa a Roma. Se vi interessa un assaggio, il video è qui sotto, sia in italiano che in inglese.

(dedicato a Giulio Quaggiotto)

Due comunità online a colpo d’occhio: Edgesense cresce

Durante l’estate, il gruppo di Wikitalia ha lavorato duro per perfezionare Edgesense, il tool per l’analisi di rete in tempo reale delle comunità online che stiamo costruendo nell’ambito del progetto CATALYST. Mentre noi lavoravamo sulla nostra comunità tester ufficiale, quella di Matera 2019, è successa una cosa bella: mi è capitato di parlare di Edgesense con Salvatore Marras, e lui mi ha chiesto di provarlo su Innovatori PA. Edgesense è appena in alpha, ma la curiosità di vedere come si sarebbe comportato su una comunità molto più grande di quella di Matera 2019 (oltre diecimila utenti registrati!) è stata troppo forte.

Sorpresa: nonostante usi lo stesso software di Matera 2019, Innovatori PA non è solo più grande: è proprio diversa. Sorpresa ancora più grande: Edgesense ti permette di vedere la differenza a occhio (clicca qui per un’immagine ingrandita).

Anche le metriche confermano. Innovatori PA, che ha oltre 700 nodi attivi (cioè che hanno contribuito scrivendo post o commenti), dà luogo a una rete piuttosto sparsa, con “solo” 1127 relazioni. La distanza media è piuttosto alta, 3.76 gradi di separazione (se si pensa che Facebook ne ha solo 4.74 – fonte); la modularità, cioè la naturalezza con cui puoi dividere la rete in sottocomunità (Edgesense le distingue per colore) è molto alta.

Viceversa, la comunità di Matera 2019 dà luogo a una rete abbastanza connessa, 872 relazioni , quindi l’80% di quelle di Innovatori PA, ma con meno un terzo dei partecipanti. I gradi di separazione medi tra due partecipanti sono solo 2.50, e la modularità è molto più bassa.

Se volete divertirvi a giocare con Edgesense – tra le altre cose vi permette di vedere la crescita della rete nel tempo – andate qui per Matera 2019. Non c’è bisogno di installare niente, si accede attraverso il browser. Vi consiglio il tutorial che abbiamo preparato per insegnare in modo interattivo i rudimenti dell’analisi di rete per le comunità online (trovate un link “tutorial in alto a destra nella pagina). L’installazione di Innovatori PA è ancora un po’ ballerina, ma a breve verrà resa disponibile.