Avanti i pensatori radicali!

“Sei un radicale!” Quando ero un adolescente scontroso e polemico, mio padre intendeva questa frase come una critica. Nel mondo in cui siamo cresciuti, essere nella media era una buona cosa: bianco, maschio, un diploma superiore o una laurea presso un’università non troppo prestigiosa, un lavoro fisso, un appartamento ipotecato, 2.3 figli e una tessera del sindacato. L’obiettivo era essere una persona seria, e come tale protetta dall’ombrello della NATO e del welfare state europeo.

Il sogno di stabilità e inclusione sociale di una buona fetta della popolazione (certo non di tutta) è stato bello finché è durato. Ma sembra che l’egemonia della cultura moderata abbia condotto a una conseguenza imprevista: l’incapacità collettiva di riconoscere l’ascesa di problemi globali (disuguaglianze terribili, riscaldamento del pianeta, il rinselvatichimento dei ricchi e la società della sorveglianza) e affrontarli in modo credibile, pensando al di fuori dagli schemi. Non è tanto un problema di conoscenza (anche se certo, ci serve più conoscenza): per almeno alcuni di questi problemi abbiamo risultati scientifici indiscutibili, come ha osservato Stewart Brand (vedi anche il video qui sopra). La capacità cognitiva dell’elettore mediano, quello che fa vincere le elezioni… quella no, non l’abbiamo.

Che fare? In termini di velocità di reazione e rapporto risultati-risorse, credo che l’opzione di gran lunga la migliore sia mettere in campo i pensatori radicali. Esistono, e costituiscono una riserva di pensiero non utilizzata: come ha scritto di recente Vinay Gupta, molti dei problemi veramente importanti per l’umanità (e quasi tutte le soluzioni candidate a risolverli) occupano i pensieri e le giornate di molte persone interessanti. Quasi tutte sono povere, perché i loro progetti sono fuori dalla sfera finanziabile (con questo termine, Vinay intende l’insieme di quelle idee e progetti che i decision makers di buon senso nel mondo accademico, nel settore privato e nel governo ritengono “seri” e quindi meritevoli di attenzione). Questa riserva potrebbe essere messa a valore per mettere in piedi una risposta di policy in qualche modo evolutiva: dare a queste persone lo spazio per collaudare le loro soluzioni, provandone molte, ciascuna in un ambiente ben controllato e con risorse economiche limitate. Provare tutto: geoingegneria, colonizzazione dello spazio, autosufficienza energetica di piccole comunità, reputazione al posto del denaro. Scartare le cose che non funzionano, e investire su quelle che funzionano. Ripetere. Nassim Taleb lo chiamerebbe “posizionarsi per intercettare i Cigni Neri positivi“: ciascuna di queste idee ha una piccola probabilità di produrre benefici enormi, quindi ha senso fare piccoli investimenti in tutte.

Per questa ragione, applaudo la recente mossa di NESTA (l’agenzia britannica per la scienza, la tecnologia e le arti) di cercare e raccogliere intorno a se i pensatori radicali che potrebbero trasformare la società britannica. A quanto ne so, è la prima volta che la parola “radicale” viene usata in un’accezione positiva in un contesto di politiche pubbliche. Non mi sorprende che sia stata NESTA a farlo: il suo direttore, Geoff Mulgan, è uno dei policy makers più interessanti che conosco. La call di NESTA non è molto operativa: non ci sono risorse significative, o piani espliciti di dare leve vere a questi pensatori radicali. Ma è un inizio. Prevedo un’ondata di pensiero più radicale nelle politiche pubbliche: gli scienziati e i policy makers interagiscono in modo più stretto, e un po’ della hybris dei primi rimane attaccata ai secondi. Speriamo che non sia troppo tardi.

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