Serve ancora il principio di sussidiarietà?

Ormai è un po’ di tempo che progetto e realizzo interfacce tra amministrazioni pubbliche e cittadini (in particolare tra amministrazioni e creativi). La strategia sottesa dietro a queste interfacce è molto semplice: collegare tra loro le persone – quelle che lavorano nelle istituzioni e quelle che lavorano nelle imprese creative – in un ambiente di interazione molti-a-molti e con un’informazione molto trasparente. Gli strumenti del web 2.0 e un appropriato sistema di valori – che David fa coincidere con l’etica hacker – hanno per ora risolto brillantemente il problema del filtraggio: gli amministratori in rete non sono sommersi da postulanti e scocciatori vari, e anzi mostrano di godersi molto la vicinanza alle persone e al loro agire sul territorio.

Queste interfacce permettono una forte riduzione della distanza tra amministratori e amministrati. Il MISE-DPS è un’autorità centrale, ma per i frequentatori di Kublai è “just one click away”. E’ del tutto evidente che i kublaiani lo sentono molto, molto più vicino e accessibile delle loro autorità locali trincerate nei palazzi (e quasi sempre imprigionate dietro firewalls che inibiscono loro l’accesso ai social networks).

Mi chiedo se, in questa situazione, non sia il caso di ripensare il principio di sussidiarietà. Per come lo capisco, dice che le politiche pubbliche vanno gestite dall’autorità più locale possibile, compatibilmente con il problema che si tenta di risolvere: così, in Europa, i problemi ambientali transnazionali vanno affidati all’Unione Europea, mentre il piano regolatore di Pisticci lo fa il comune di Pisticci. Detto così sembra semplice; purtroppo, nel mondo globalizzato, quasi ogni problema locale è inestricabilmente legato a problemi che insistono su territori più ampi. Per esempio, è completamente insensato che il piano regolatore di Milano sia sviluppato in isolamento da quello di Sesto San Giovanni (e viceversa). Non è sempre facile capire in astratto quale sia l’amministrazione “più vicina al problema”. In concreto, invece, è facilissimo: l’amministrazione più vicina è quella più accessibile, quella con la migliore usabilità dell’interfaccia. Per i creativi di Kublai è molto più semplice e divertente parlare con il Ministero dello sviluppo che con il loro Comune, e questo significa che tenderanno a stringere rapporti con il primo e a saltare il secondo. La sussidiarietà vecchia maniera è insostenibile.

Può valere la pena di studiarsi il sistema inglese (io l’ho fatto qui). Il lavoro viene diviso non per territori, ma per issues. Il centro gestisce i fondi, e quindi ha molto potere di impulso e indirizzo; piccole organizzazioni semipubbliche operanti sul territorio provano a dare soluzioni, in concorrenza tra loro per i fondi di Whitehall. Il sistema – almeno per le politiche della creatività – funziona piuttosto bene. Non è un caso che gli inglesi abbiano deciso – in un referendum del 2004 – di NON volere autorità regionali democraticamente elette. La distanza dai problemi qualche volta è garanzia di equanimità (e la politica locale può essere tossica). Tanto più che, con un minimo di sforzo, un’autorità centrale può essere “just one click away”.

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