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Buoni propositi per il 2010: studiare (di più) l’economia della complessità

Volevo e voglio viaggiare di meno, ma l’occasione vale l’eccezione. Eccomi a Torino per seguire il corso di David Lane su quella che lui chiama “innovazione nello spazio agenti-artefatti”. David, non ho difficoltà ad ammetterlo, è uno dei miei eroi. Tanto per dirne una, è stato fin dall’inizio nel programma sull’economia dell’Istituto di Santa Fe, la culla della scienza della complessità e dell’approccio interdisciplinare: anzi, ne è stato uno dei direttori, sostituendo nientemeno che Brian Arthur. Ascoltare una lezione di David è come andare su un otto volante disegnato da un genio sadico: passa con disivoltura dalla modellizzazione del comportamento delle formiche in un formicaio ai metodi di costruzione degli utensili in selce nel neolitico. Io mi aggrappo disperatamente e cerco di non essere sbalzato fuori, e di seguire la lezione fino alla fine.

Sono convinto che l’approccio complexity allo studio dell’economia abbia davvero qualcosa da dire. E’ agilissimo, perché sfrutta strategie di indagine e di modellizzazione prese dalla biologia, dalla fisica, dall’informatica, dalla matematica delle reti, dall’etnografia; e molto rigoroso, perché i suoi campioni tendono ad essere più bravi con la matematica degli economisti tradizionali (che pure sono molto bravi). E studio, nella speranza di capire meglio i fenomeni di emergenza che vedo svolgersi davanti ai miei occhi – l’ultimo, di questi giorni, è l’autoorganizzazione del programma del Kublai Camp 2010. Qualcosa resterà.

To-dos in 2010: study (more) complexity economics

I still want to travel less, but the occasion is worth an exception. I am in Turin to follow David Lane‘s course on what he calls “innovation in agent-artifact space”. David, I freely admit it, is one of my heroes. To begin with, he was in the economics program of the Santa Fe Institute – the cradle of complexity science and its multidisciplinary approach – from the very start: he was one of its directors after Brian Arthur got it its headstart. Sitting in one of his lectures is like riding in a rollercoaster designed by a sadistic architect: he darts from modelling ant behaviour in an anthill to flint axe bulding techniques in the Neolithic age. I hold on for dear life and hope my brain is still in one piece at the end of the lecture.

I’m convinced that the complexity approach to economics will bear fruit. It’s super-agile, because it borrows modeling strategies and hacks from biology, physics, computer science, network math, ethnography, you name it; and it’s very rigorous, because its champions tend to be better than traditional economists at math (though the latter are also very good in a different, more static kind of way). So I forge on, hoping to understand better the emergence phenomena unfolding right in my backyard – most recently the self-organization of the program for the Kublai Camp 2010. I’m stubborn enough that at some point I’ll see the light, I hope.