Debugging democracy with network analysis

A few weeks ago I presented at TEDx Bologna. I used the opportunity to try and stitch together the pieces of my intellectual journey of the past five-six years, and see if they form some coherent pattern.

The result was the video above. In a nutshell: collective intelligence is the most promising weapon we have to face the many dire problems threatening our species, and that transcend the individual scale. Climate change, feral finance, mounting inequalities; we can’t touch these (and others), because they don’t exist at the same scale as us – they emerge from the interaction of billions of us. To address these problems, it seems intuitive that we should deploy an equally emergent, same-level collective intelligence. Unfortunately, representative democracy is concocted in such a way that does not allow the emergence of solutions (in the sense that Wikipedia is an emergent solution to the problem of writing an encyclopedia) within democratic institutions. Participatory democracy could, in theory, lead to such a result, but it does not scale. To make it scale we can use the Internet. First, we design online interaction environments from which we think collective solutions might emerge; then we measure the social dynamics the these environments host and foster, as if they were coral reefs colonized by many species. I wrote “measure” because, thanks to network analysis, social interaction dynamics have become measurable, even for large communities.

Maybe, using these techniques, we’ll finally be able to make the dream of a working, large-scale participatory democracy come true. We have held on to it for twenty-five centuries! It’s certainly worth trying.

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7 thoughts on “Debugging democracy with network analysis

  1. Enrico

    Premesso che non conosco e forse nemmeno immagino le dinamiche ed i contesti in cui adesso ti trovi ad operare ed il video lo visto a tratti perché molto lungo vorrei farti una domanda: non credi che “imbrigliare” le relazioni umane (forza e motore che hanno spinto Kublai) in freddi algoritmi possa far perdere alle persone quella spinta emotiva e quell’entusiasmo nel collaborare in rete che il “calore” di Kublai riusciva a trasmettere? Non si corre il rischio di essere in grado di governare reti sociali su larga scala che sentendosi sotto un monitoraggio permanente e “non umano” perdono la motivazione e rinunciano a partecipare?

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    1. Alberto Post author

      No, non lo credo. Nelle comunità in cui mi sono trovato ad operare c’è sempre stato un certo grado di controllo dall’alto. Per esempio, io ero admin di Kublai, e potevo cancellare contenuto ed accounts altrui. L’ho anche fatto, per esempio nel caso di spam. Questo è normale e sano. L’importante è che questo controllo venga esercitato per il bene della comunità, che non è stupida e se ne accorge benissimo.

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  2. Ilaria

    Alberto, mi sono affacciata solo di recente alla realtà di Edgeryders ed ai discorsi sull’open government. La tua presentazione alla TedX è chiarissima, concisa ed illuminante. Mi vengono in mente due domande. La prima riguarda l’entrata in una delle discussioni dopo, ad esempio, due anni di attività. Mettiamo che, nel migliore dei mondi possibili, venga attuato questo sistema come modello decisionale. Mettiamo che una persona voglia entrare a far parte di un gruppo: come fa ad inserirsi in una discussione che è andata avanti da tempo? Una cosa è un progetto pilota, una cosa è l’implementazione di questo modello nel tempo. E da li la seconda domanda. La democrazia rappresentativa garantisce un mandato limitato nel tempo, che poi, idealmente, puo essere rinnovato mediante le elezioni. Come si fa a garantire continuità alla democrazia partecipativa online? Non c’è un rischio di abbandono, stanchezza, o semplicemente di fuoriuscita delle persone per motivi personali che poi mettono a repentaglio il processo nel suo intero? Una cosa è Wikipedia che definisce definizioni in modo collettivo, un’altra cosa è farsi carico di questioni di interesse pubblico che hanno un impatto sulla vita collettiva delle persone.

    Spero di essere stata chiara.

    Premetto che a mio avviso questo è cio verso cui dobbiamo assolutamente andare: dopo aver ascoltato la tua presentazione ho avuto una visione di un’Europa delle regioni nel vero senso del termine, con un unico passaporto europeo, senza governi nazionali che siedono in parlamenti, il trasferimento dei fondi pubblici nazionali che adesso vengono assorbiti dai costi della politica nazionale verso le istituzioni europee ecc.ecc. Utopia? Chissà. Anche gli Stati nazionali sembravano una forzatura…

    Grazie per lo stimolo. A presto.

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    1. Alberto Post author

      Ciao Ilaria, sei stata chiarissima. Al tuo primo dubbio rispondo così: credo che dobbiamo prevedere un rinnovamento continuo dei canali di partecipazione. Pensala in modo “biologico”, non ingegneristico: un progetto come Egderyders nasce, cresce, ha una fase di maturità e poi a un certo punto muore. Il suo posto viene preso da altre forme di aggregazione. Il livello sistemico della partecipazione non è la singola comunità (per esempio Edgeryders), ma un ecosistema della partecipazione in cui ci sono Edgeryders, Spaghetti Open Data, e-mint e così via.

      (Poi la fase di maturità può durare anche molto: per esempio, Slashdot è una comunità online che ha un sistema di attribuzione del prestigio sofisticato ed evolutosi nel tempo), e uno dei suoi obiettivi è proprio evitare il dominio della scena da parte degli early adopters. Ci sono persone che stanno facendo riflessioni rigorose su questo: in Italia abbiamo un matematico che si chiama Pietro Speroni di Fenizio, ossessionato da sistemi di deliberazione online “mathematically fair” – è anche su Egderyders).

      Quindi vedi: io risolvo entrambe le tue domande distribuendole attraverso le diverse scale a cui puoi considerare il fenomeno. Gli individui si stancano e abbandonano – ma questo non è necessariamente un problema per la comunità, che esiste a una scala superiore di quella individuale: l’individuo abbandona, e viene rimpiazzato da un altro più fresco. Le comunità possono sclerotizzarsi o incepparsi, ma questo non è necessariamente un problema per l’ecosistema di comunità: la comunità muore, ma viene rimpiazzata da un’altra comunità. Sono anni che faccio complexity science, e mi ha insegnato a vedere il mondo in questo modo.

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      1. Lettie

        Evening Vioxl..ok at you with your bare legs…it must be spring! I too have a thing about eating off a patterned plate! I could look at those fine boots all night. xxx

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  3. Ilaria

    Ho avuto il piacere di ascoltare la presentazione di Pietro a Matera, durante la Summer School di Rena: è stato illuminante scoprire i legami tra la matematica, i diversi modi di votare e la e-democracy. Ti ringrazio per la riposta, su cui riflettero: mi sa che quello a cui ci dobbiamo abituare è riflettere a quella scala. In una storia del cambiamento insegnata attraverso le trame di personaggi eroici e vincitori, pensare che gli individui siano interscambiabili non viene in automatico.

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    1. Alberto Post author

      Certo, dimenticavo!

      Tieni conto che noi siamo individui, e quindi siamo portati a sopravvalutare il ruolo degli individui e a sottovalutare quello di forze impersonali. Se il tuo istinto ti porta a pensare che una certa persona sia molto importante in una dinamica sociale, potresti avere ragione come sbagliarti. Se invece ti porta a rappresentarti una situazione come guidata dal caso, o da forze astratte (“l’inflazione alta”) è probabile che tu abbia ragione, perché quel segnale è così forte che supera il bias della storia eroica.

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