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L’economia di Makers di Cory Doctorow

Makers è un romanzo, pubblicato nel 2009 dallo scrittore canadese di fantascienza e condirettore di Boing Boing Cory Doctorow. Parla di due imprenditori della scena DIY (quella di MAKE Magazine o della nuova rivoluzione industriale di Wired), Perry Gibbons e Lester Banks, che inventano cose nuove. Le loro invenzioni trasformano il mondo intorno a loro, non solo dal punto di vista tecnico, ma soprattutto da quello sociale ed economico. Esse fomentano la crescita di un modello organizzativo e di business fortemente decentralizzato che nel romanzo si chiama “New Work”. Me l’hanno consigliato alcuni amici physical hackers milanesi, che ho cominciato a frequentare nel 2008.

Quando ho letto il libro per la prima volta l’ho trovato profetico, nel modo in cui sa esserlo la migliore fantascienza; in più mi ha colpito quanto di esso si potesse tradurre direttamente in termini di teoria economica normalmente accettata. Dopo averci riflettuto per circa un anno sono diventato una specie di convertito (così tanto che ho partecipato a progetti basati su Arduino e ho cominciato a sperimentare con la politica economica per i makers). Allo stesso tempo, però – nel contesto di una ricerca, guidata da David Lane, a cui partecipo – ho cominciato a chiedermi se questa società dell’innovazione che stiamo cercando di costruire (almeno stando alla strategia di Lisbona e a molti documenti di politica industriale) sia poi sostenibile. Dopo tutto, se la quantità di innovazione aumenta, l’economia deve crescere a una velocità anch’essa crescente, ed è possibile che questo metta sotto stress l’ambiente naturale, o i nostri limiti umani. L’innovazione ha un lato oscuro? Quanta possiamo assorbirne senza che il sogno diventi un incubo?

Doctorow ha creato un’economia immaginaria abbastanza credibile che somiglia molto alla società dell’innovazione verso cui siamo diretti. Ho deciso di studiarla più da vicino, rileggendo il libro con gli occhi dell’economista. Makers non è stato ancora tradotto in italiano, quindi chi capisce solo la nostra lingua non può leggerlo. Per gli altri, il mio consiglio è: se vi interessano queste cose, leggetelo assolutamente. E’ una lettura stimolante e divertente.

La distruzione creativa di Schumpeter

Il motore princiale dell’economia di Makers è la teoria della distruzione creativa di Joseph Schumpeter. Viene enunciata già dal primo capitolo dal capitano d’industria Langdon Kettlewell, conferenza stampa che annuncia la fusione tra Kodak e Duracell:

Il capitalismo mangia se stesso. Il mercato funziona, e quando funziona trasforma tutto in merce low cost o obsoleta.

Alla fine della conferenza stampa, la giornalista Suzanne Church (ha fatto la giornalista economica a Detroit, occupandosi dello smantellamento dell’industria dell’auto) riflette sul senso di decadenza economica che la perseguita, perfino qui nella Silicon Valley, che in teoria dovrebbe avere incorporato il fallimento come tappa sulla strada del successo:

Era di nuovo immersa in questa atmosfera da declino industriale, con il senso di essere testimone non di un inizio, ma di un eterna fine, un ciclo di distruzione che avrebbe fatto a pezzi tutto ciò che sembrava solido e affidabile nel mondo.

Il crollo di margini e prezzi e l’obsolescenza, però, non dovrebbero essere pensati come un difetto del sistema. Tjan, il manager incaricato da Kodacell per aiutare Perry e Lester, ne è molto consapevole:

Quindi, se vuoi fare molto profitto, devi ricominciare, inventare qualcosa di nuovo, e spremerlo al massimo prima che venga imitato. Più questo succede, più tutto migliora e il suo prezzo scende. È così che siamo arrivati qui, sai? È a questo che serve il sistema.

Guerre di prezzo e equilibrio di Bertrand

Il meccanismo che controlla la distruzione nel processo schumpeteriano in Makers è fatto di intensa concorrenza di prezzo. I prodotti innovativi sono offerti a prezzo ridotto dagli imitatori, e questo permette loro di prendersi l’intero mercato.

In un buon mercato, inventi qualcosa e lo vendi al massimo prezzo che il mercato è disposto a pagarla. Qualcun altro trova un modo di farlo a prezzo più basso, o decide di accontentarsi di un margine minore [...] e tu devi ridurre i prezzi per competere. Poi arriva qualcun altro che è meno avido o più efficiente di entrambi, e riduce il prezzo ancora, e ancora e ancora, finché non arrivi [...] a una specie di base al di sotto della quale non puoi scendere, il prezzo minimo a cui puoi produrre senza fallire.

A parlare è Tjan, nel suo primo giorno di lavoro all’impresa di Perry e Lester; e quello che dice è una descrizione da manuale della concorrenza di Bertrand, un modello che sfrutta le guerre di prezzo come meccanismo per condurre ad un equilibrio in cui il profitto è zero.

Disoccupazione e problemi di economia del lavoro

La distruzione creativa ridispone i fattori produttivi di un sistema economico, in teoria per il meglio. Purtroppo, alcuni di questi elementi sono persone, e la riallocazione può comportare molto dolore, umiliazione e paura. Doctorow annida i problemi di economia del lavoro in profondità in Makers: la conferenza stampa di Kodacell è interrotta da una protesta di lavoratori licenziati. Nella sua prima email a Suzanne, Kettlewell pone la grande domanda sottostante al sistema:

Cosa succede quando tutto quello che sai fare non serve più a nessuno?

Alcune ricerche iniziate durante la recessione in corso gettano dubbi sulla possibilità di riqualificare grandi masse di lavoratori per adattarli ai mutati bisogni di un’economia basata sull’innovazione (New York Times). L’offerta di lavoro sembra ancora orientata a vendere ore-uomo e si aspetta di essere gestita in modo più o meno tradizionale.

L’innovazione ricombinante di Brian Arthur

Quando Suzanne arriva all’officina di Perry e Lester per vedere cosa fanno, Perry le mostra il loro metodo per inventare, che consiste essenzialmente di ricombinare tecnologia esistente in modi nuovi, come pezzi di Lego. Questo non solo è possibile, ma molto economico e concettualmente semplice, perché, come dice Perry:

Dovunque guardi ci sono aggeggi gratis che hanno tutto quello che serve per fare qualunque cosa ti venga in mente

E Lester è ancora più concreto:

Hai presente che dicono che uno scultore parte con un blocco di marmo e toglie tutto quello che non somiglia a una statua? Come se potesse vedere la statua nel blocco? Io sono così con la spazzatura. Vedo i pezzi buttati nei garages e capisco come metterli insieme

Makers accoglie la prospettiva sull’innovazione dei teorici della complessità, discussa da John Holland, Brian Arthur e altri ricercatori: fare cose nuove è soprattutto trovare nuovi modi di ricombinare tecnologia esistente, come i mattoni del Lego. Le combinazioni di successo, a loro volta, diventano mattoni, così che una tecnologia inizialmente semplice (le famose sei macchine semplici degli antichi greci) evolve verso livelli sempre più alti di sofisticazione.

L’open source e la velocità dei cicli di distruzione creativa

L’abilità di Perry e Lester di combinare le tecnologie in questo modo è enormemente accresciuta dal fatto che tutti i “pezzi del Lego” che gli servono si trovano anche in versione open source. Questo li abilita a sviluppare prototipi che funzionano da materiale disponibile sul mercato, e metterli in produzione senza preoccuparsi di acquistare licenze sui brevetti rilevanti. Questo ha due conseguenze. La prima è che, nel mondo di Makers, sono le tecnologie open source a generare più facilmente ecosistemi, perché le persone come Perry e Lester hanno tutto l’interesse a girare intorno alla tecnologia proprietaria; la seconda è che la velocità dei cicli di distruzione creativa aumenta molto.

Questa potrebbe essere l’intuizione più importante in Makers. Pensateci: a quanto pare, compriamo sempre di più per ecosistemi (Mac-iPhone-iPad-MobileMe, o Google-Android-Google Apps, or Linux-Apache-soluzioni proprietarie basate sul web di IBM); gli ecosistemi crescono più in fretta se possono appoggiarsi su elementi open source, per cui quelli open source tendono a mettere fuori mercato quelli proprietari; ma le innovazioni negli sistemi open source sono quasi impossibili da proteggere, e questo abbassa il loro margine medio perché il periodo in cui fanno profitti alti si accorcia. La soluzione, come dice Tjan (vedi sopra) e come dicono anche quasi tutti i governi, è quella di aumentare il tasso di innovazione. Questo, però solleva il problema di quanto rapidamente i consumatori possono assorbire innovazione. Chiunque usi molto il web conosce la sensazione che le aziende lancino nuovi servizi più rapidamente di quanto possiamo capire se ci servono, o ci piacciono, e qualche volta non abbiamo semplicemente tempo per studiarceli, non importa quanto siano potenzialmente interessanti. Avete presente Google Wave, no? Quindi, è possibile che la parte di distruzione della distruzione creativa prevalga, sprofondando l’economia di Makers in uno stato di bassi margini e bassa crescita economica, in cui le nuove invenzioni, quasi sempre, non riescono a trasformarsi in prodotti di successo sul mercato.

I sistemi produttivi competitivo-cooperativi di Becattini e Brusco

Perry e Lester gestiscono un’unità di business piccolissima (loro due e qualche aiutante) , per cui la loro competitività globale dipende dalla neutralità dei costi unitari rispetto al numero di unità fabbricate – in altre parole, non ci devono essere economie di scala. Infatti la loro officina in Florida è un’unità di produzione di scala efficiente. Secondo Tjan

Le industrie che ieri stavano nelle fabbriche oggi stanno nei garage

Naturalmente, non si può sfuggire al fatto che molte cose sono a buon mercato proprio perché la loro produzione sfrutta le economie di scala. Il trucco è che la produzione dei componenti tende ad essere soggetta a rilevanti economie di scala, ma gli artefatti di cui Perry e Lester si interessano no. In questo scenario, i sistemi produttivi più competitivi sono quelli che combinano l’agilità della disintegrazione orizzontale e verticale con costi di transazione bassi, fiducia reciproca tra gli attori economici e trasparenza informativa. La disintegrazione verticale permette alle imprese di crescere là dove ci sono economie di scala da sfruttare (componenti, chips di silicio); la disintegrazione orizzontale aumenta la concorrenza nel mercato dei prodotti finiti (anche se qualunque produttore si affermi finirà per comprare i componenti da un numero limitato di fornitori – e questo permette di risparmiare i costi di ricollocare la forza lavoro e la capacità produttiva quando un produttore guadagna forti quote di mercato); i costi di transazione bassi permettono a aziende “produttive” verticalmente disintegrate come quella di Perry e Lester
(che fanno poi soprattutto R&S e business development) di costruire rapidamente reti ad hoc di fornitori e partners.

I modelli di distretto industriale di Sebastiano Brusco e Giacomo Becattini hanno proprio queste caratteristiche (come, con sfumatore diverse, i lavori di ricercatori come Charles Sabel, Michael Piore e Annalee Saxenian). In Makers i bassi costi di transazione sono progettati dall’alto attraverso una grande azienda, Kodacell, che si dà una struttura a rete: in Brusco e Becattini, invece, emergono dal basso attraverso convenzioni che evolvono e effetti reputazione in un territorio relativamente piccolo. Così, quando Lester inventa Home Aware, si può costruire un ecosistema con le “squadre” di Kodacell:

Ci sono dieci squadre che fanno organizzazione degli armadi nella rete, e diversi spedizionieri, traslocatori ed esperti di immagazzinamento. Qualche azienda di arredamento [...] Il piano è di iniziare a vendere attraverso i consulenti contemporaneamente all’esposizione del prodotto nelle fiere del mobile e dell’arredamento.

Il Living Lab della Commissione Europea

Dopo un incendio alla baraccopoli vicina alla fabbrica, Perry decide di permettere ai suoi abitanti di ricostruire le loro case provvisorie nella fabbrica Kodacell (che prima era un centro commerciale abbandonato), molto grande e in gran parte inutilizzata. Kettlewell cerca di convincerlo a mandarli via. Perry tiene duro: lui, Lester e Tjan stanno comunque pensando di inventare qualcosa per gli homeless.

Abbiamo costruito un Living Lab sulla soglia di casa per esplorare una grande opportunità di mercato per produrre tecnologia sostenibile e a basso costo per un segmento importante della popolazione, quello che non ha un indirizzo fisso. Ci sono milioni di squatters americani e miliardi di squatters nel mondo. Hanno soldi da spendere, e nessuno sta cercando di farseli dare.

Nel mondo reale i Living Labs sono un concetto esplorato dalla Commissione Europea nel contesto della politica dell’innovazione. L’idea è di sostituire i test di gradimento dei nuovi prodotti con test su scala molto più ampia e molto più realistici, resi possibili da reti dense di attori economici che collaborano su uno stesso territorio. La baraccopoli “domestica” di Perry diventerebbe così un modello in scala del mercato degli squatters: Kodacell può inventare un prodotto e collaudarlo rapidamente e a costi bassi su veri consumatori che spendono soldi veri. Ancora più importante, può reclutare gli stessi squatters per aiutarla a identificarei bisogni e progettare i prodotti. E lo fa: questo è il ruolo del leader della baraccopoli, Francis, che collabora strettamente con Perry e Lester per inventare i nuovi prodotti.

Il paradosso di Arrow e il valore delle invenzioni

Il fiasco del New Work è annunciato da una crisi di fiducia degli investitori in Kodacell. Parte del problema è che gli analisti faticano a capire come valutare le invenzioni, che stanno diventando una parte importante del valore delle azioni di Kodacell (l’altra parte è la difficoltà di trovare imprenditori bravi). Kodacell ha lanciato molti nuovi prodotti, e ha rendimenti alti su progetti piccoli. Quanti di questi progetti scaleranno e diventeranno prodotti di grande successo? Kettlewell:

Certo, se guardi [i nostri bilanci] dal nostro punto di vista, sono grandiosi. Se li guardi dal punto di vista di Wall Street, siamo nella m****. Gli analisti non riescono a capire come devono valutarci.

Questa è un’altra versione del famoso paradosso di Kenneth Arrow: i mercati per le informazioni in genere non funzionano bene perché, per stimare con precisione il valore di qualcosa devi sapere tutto ciò che la riguarda. Ma l’informazione, naturalmente, non ha valore di mercato per chi la conosce già. Le invenzioni, essenzialmente, sono informazione: finché non sono sul mercato e hanno percorso la curva di diffusione, è difficile capire quanto valgono davvero.

Il crollo del New Work e lo slittamento nelle preferenze dei consumatori

All’inizio della parte 2 di Makers il movimento New Work è finito. Un crollo in borsa ha distrutto il modello di business di Kodacell, che era stato imitato da altre grandi aziende come Westinghouse (che ha assunto Tjan, strappandolo a Kodacell). Il risultato è che il movimento è morto. Perry e Lester, ancora nel loro centro commerciale abbandonato in Florida, costruiscono “the ride” (difficile da tradurre: è una specie di parco a tema-otto volante- memoriale del New Work), che sarà il centro del resto del libro. Il fiasco del New Work è una delle parti meno convincenti del libro dal punto di vista di un economista: a parte il problema già menzionato di attribuire un valore di mercato alle invenzioni, non si capisce che cosa possa avere provocato più di una fluttuazione di breve termine. Kettlewell:

Gli analisti non riuscivano a capire come valutarci. Aggiungici un po’ di caos sul mercato, un po’ di gente che ha voluto pareggiare vecchi conti [...] è già un miracolo che abbiamo resistito così a lungo.

In seguito a questi eventi, i consumatori smettono di comprare i beni prodotti dalle aziende New Work, il che è ancora meno convincente. Come dice Perry:

Le invenzioni non interessano più a nessuno.

Non c’è nessuna ragione ovvia per cui questo dovrebbe succedere. La seconda invenzione di Perry e Lester, Home Aware, ha avuto un grande successo, vendendo un milione di esemplari in sei settimane. In una situazione del genere, se il produttore originale esce dal mercato, in genere altre aziende prendono il suo posto per servire ed espandere la clientela esistente. Dopo il crash delle dotcom nel 2000 i consumatori hanno aumentato la loro domanda dei servizi online che trovavano utili, senza preoccuparsi troppo degli indici di borsa. Yahoo, Google, Amazon hanno continuato a esistere e prosperare, nei rispettivi mercati di sbocco se non sui listini. Ho dato uno sguardo alle serie storiche degli indici NASDAQ e delle vendite tramite e-commerce in America nel periodo 1999-2009, e la correlazione è sostanzialmente inesistente (addirittura negativa), come vedete dal grafico seguente:

Quindi: la società dell’innovazione in Makers è sostenibile?

Le domande sulla sostenibilità sono difficili. Più volte gli scienziati hanno predetto catastrofi suscitando grandi clamori nell’opinione pubblica, che ha rovato queste predizioni convincenti. Da Malthus al Club di Roma e al Millennium Bug, ci siamo sempre cascati: sembra che abbiamo una predisposizione a sottovalutare la capacità di adattamento della società e dell’economia (cambiamenti culturali riducono il tasso di fertilità, l’aumento dei prezzi dell’energia aumenta l’efficienza energetica del PIL e così via). La catastrofe ci sembra in qualche modo convincente: forse è solo un’eredità del nostro passato preistorico, o forse è un mito culturale molto radicato (Apocalisse, Ragnarok ecc.). Certamente, questo suggerisce molta, molta cautela nel fare predizioni in questo senso.

L’economia del New Work è almeno plausibile; la parte meno plausibile è proprio quella della sua fine. Mi sarei aspettato uno sviluppo del tipo: Kodacell e Westinghouse incoraggiano lo spinoff delle loro unità New Work, o le vendono ad aziende più agili e con meno costi fissi. Questo rende economica anche la struttura organizzativa e finanziaria a rete che era stata il vantaggio competitivo di queste grandi aziende per gente come Perry e Lester. Dopo tutto, la storia dell’open source mostra già con chiarezza che non è necessaria una grande organizzazione per coordinare attività complesse. Il libro, però, ha un finale decisamente pessimista: la grande azienda malvagia ha vinto la battaglia contro il movimento The Ride, e ha assunto Lester, neutralizzando il suo potenziale innovativo; Perry è diventato una specie di tecnico errante, solo e impoverito. Doctorow l’economista sembra sostenere l’idea di società dell’innovazione, ma Doctorow l’autore certamente no. Mi chiedo quale dei due Doctorow, alla fine, avrà avuto ragione.

agosto 30, 2010     Alberto     complexity economics, industrie creative e sviluppo     3 comments

Bugie, maledette bugie e infografiche: implicazioni per gli open data

Come molti altri, sto cercando di farmi un’idea sulla morte del web profetizzata da Wired. Se mi viene in mente qualcosa di sensato da dire in merito lo farò. Per ora la cosa che mi sembra più urgente è lanciare un “allarme infografiche”.

L’articolo di cui tutto il morituro web sta discutendo si apre con una bellissima infografica colorata in perfetto stile Wired (questa qui a sinistra), in cui si vede bene che la quota del traffico internet (cioè pacchetti di dati TCP/IP) attribuibile al web è in calo: da questo calo parte la discussione. A questo punto, Rob Beschizza su Boing Boing ha provato a ridisegnare il grafico partendo dagli stessi dati (la fonte è Cisco) ma in valore assoluto, tenendo conto che il traffico web si è moltiplicato per un fattore centomila dal 1996 al 2005, e il traffico Internet si è moltiplicato per un fattore sette dal 2006 al 2010. Il risultato è che il web non solo cresce, ma cresce a una velocità crescente. Il grafico è risultato così:

Oltretutto, diversi commentatori hanno osservato che misurare l’uso di internet in consumo di banda, invece che – diciamo – in tempo di fruizione sopravvaluta l’importanza degli usi multimedia (video e VOIP) rispetto a quelli basati sul testo (email).  Tutta la discussione di Anderson assume un sapore completamente diverso: è comunque intelligente e argomentata, ma perde l’aura profetica, e anzi sembra un po’ una roba furbetta e vagamente interessata.

Non saprei dire se il web è morto o meno, ma sono abbastanza sicuro che è il momento di farsi qualche domanda seria sulla visualizzazione dell’informazione. Negli ultimi anni si è lavorato molto su questo tema, a partire dal presupposto – corretto – che l’evoluzione ci ha dotato di un cervello molto veloce nell’elaborare gli stimoli visivi.  Un grafico a torta comunica in modo molto più immediato di una tabella o, Dio non voglia, di un’equazione. A partire da questa considerazione uno dei miei eroi, il pioniere dei computers Douglas Englelbart, finì per concepire i computers come macchine con cui comunicare tramite un’interfaccia grafica. Le infografiche sono una punta avanzata di questo movimento, metà informazione, metà arte.

Ma forse l’elaborazione più lenta ha anche un vantaggio: ci permette di prendere un po’ di confidenza con il dato, di esaminarlo con un minimo di distanza critica. L’immagine, ancora di più del dato, ha un potere seduttivo che può essere strumentalizzato, e spesso lo è. Nel campo specifico degli open data, cioè dell’apertura e diffusione delle basi dati delle autorità pubbliche, Daniel McQuillan (tra gli altri) ha avuto modo di commentare che la visualizzazione, proprio per questo motivo, finisce per non dare trazione alle comunità.

Alle tre categorie di menzogne di Sir Charles Dilke — bugie, maledette bugie e statistiche — se ne potrebbe aggiungere una quarta, quella delle infografiche: che sarebbero poi menzogne al quadrato, perché già si basano su dati “massaggiati” (la scelta di Wired di usare quote di banda anziché valori assoluti secondo me è furbetta, scandalistica e in definitiva in contrasto con la deontologia dei giornalisti)  e ad essi aggiungono la seduzione delle immagini e del colore. Vabbeh, direte voi, è Wired, mica l’American Economic Review, serve a fare un po’ di chiacchiere al prossimo aperitivo. Mica tanto, perché l’argomento trattato è politicamente molto carico, e vengono dichiarati vincitori Jobs, Zuckerberg e i sostenitori degli ecosistemi chiusi. Se noi ci comportiamo come se la previsione fosse vera, contrinbuiremo a farla avverare, comprando iPad e apps. L’orientamento “leggero” dell’opinione pubblica non è privo di conseguenze, come si vede bene nella politica italiana.

Conclusione 1: come al solito, non ci sono pranzi gratis. L’abilità del cervello nell’elaborare stimoli grafici lo rende anche più vulnerabile ai tentativi di influenzare questa elaborazione. Conclusione 2: se qualcuno vuole convincervi di qualcosa, e a sostegno delle sue conclusioni tira fuori una grigia, brutta tabella in bianco e nero è probabile che abbia in mano qualcosa: se tira fuori una bella infografica professionale e colorata, beh, meglio stare in guardia. E tenere d’occhio il portafoglio.

agosto 23, 2010     Alberto     complexity economics, internet     3 comments

Capire il denaro per capire il mondo

Doveva succedere, prima o poi: moneta e finanza sono gli argomenti più visibili tra le mille cose di cui si occupano gli economisti, e in qualche modo anche quelli più esclusivamente riservati alla professione. Siccome io sono un economista e sono facile da raggiungere tramite il blog e la presenza sui social networks, Fabio Deotto di Wired mi ha chiesto di commentare una notizia finanziaria: pare che Facebook stia pensando di lanciare Credits, la moneta virtuale usata per comprare applicazioni sul social network, come mezzo di pagamento universale. È possibile usare gli oltre 500 milioni di utenti di Facebook come testa di ponte per affermare un nuovo mezzo di pagamento, che rivoluzioni il mercato dei servizi finanziari?

Nella migliore tradizione degli economisti, la mia risposta è stata che la domanda è sbagliata, per un sacco di motivi: ci sono già decine di valute virtuali e non hanno creato nessuno sconvolgimento; le valute vanno sostenute con operazioni di mercato aperto, o si deprezzano; vi sono servizi ai pagamenti con molti più di 500 milioni di utenti – solo negli USA c’erano 1.3 miliardi di carte di credito nel 2006 (l’articolo è qui). Ma la risposta vera è che io non so nulla di finanza e non posso andare oltre queste considerazioni elementari, per cui ho consigliato a Fabio di scrivere a qualche economista monetario vero.

Questo episodio mi ha fatto capire che non sapere niente di finanza non è una buona cosa per un economista del 2010. Anche l’ondata montante di innovazione sociale contiene molta innovazione finanziaria: vogliamo parlare del microcredito via internet all’impresa del terzo mondo di Kiva? Del community lending dell’italiana Prestiamoci? Dei vari servizi di crowdfunding di progetti culturali di cui si occupa Francesco D’Amato? Degli stessi GAS? Conclusione: è ora di rimettersi a studiare il denaro. I soldi sono difficili, controintuitivi, non è facile capire che cosa sono e da dove deriva il loro potere di procurarci le cose che ci servono. Qualcuno ha un libro da consigliarmi per cominciare? Rigoroso, ma che parta dalle basi, magari con un approccio storico? Ho provato a leggere Soldi di Niall Ferguson, ma quello forse è troppo poco tecnico. Grazie in anticipo a chi mi darà un suggerimento.

agosto 10, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     3 comments

La lunga marcia di CriticalCity (e alcune considerazioni di sistema)

Il progetto CriticalCity è molto vicino al mio cuore: incubato in Kublai, vincitore del Kublai Award 2009, ho l’onore di servire nel suo advisory board. Dunque sono stato felicissimo quando il CEO Augusto Pirovano mi ha dato la bella notizia: Fondazione Cariplo ha accettato di finanziare il suo progetto Upload, la “versione aumentata” di CriticalCity, concepita dai ragazzi l’anno scorso in una lunga sessione di lavoro con il gruppo di SF0 a San Francisco. Il progetto vale 300mila euro su due anni; la Fondazione lo cofinanzia al 70%. Per ora ha stanziato il contributo per la prima annualità (110mila euro); sembra disposta a erogare i rimanenti 90mila l’anno prossimo, se la performance del progetto sarà soddisfacente. Si tratta del finanziamento maggiore deciso in questa tornata.

Consumati i festeggiamenti, mi resta da fare alcune considerazioni sull’ambiente in cui CriticalCity – come qualunque nuova idea di impresa – è riuscita a compiere il difficile passaggio da idea a impresa.

Primo. Il percorso è troppo lungo. CriticalCity è in pista da tre anni e mezzo; ha iniziato il percorso di Kublai un anno e nove mesi fa; ha messo a punto l’idea di Upload da un anno. In tutto questo tempo, naturalmente, il progetto non ha prodotto un euro di ricavi, ed è stata molto forte la tentazione di buttare tutto alle ortiche e mettersi a cercare un lavoro qualsiasi. I ragazzi sono stremati: hanno tenuto duro, ma questo non era scontato. Fare un’impresa richiede sacrifici, siamo d’accordo, ma per la società non è un bene che questi sacrifici siano così tanti.

Secondo. Il processo di selezione dei progetti della Fondazione Cariplo è efficiente e trasparente, strutturato in modo da attirare molti buoni progetti ed elevarne la qualità in itinere, senza burocratismi inutili. Quando scade il bando? Non scade, quando sei pronto ci mandi il progetto, ogni qualche mese ci riuniamo e valutiamo i progetti che sono arrivati nel frattempo. Quanto sono grandi i progetti che finanziate? I progetti sono tutti diversi, quello che vogliamo vedere è congruità tra le attività da finanziare, gli obiettivi e il budget. Ah, e non buttarti a scrivere cinquanta pagine: mandaci una pagina e mezzo per email, poi ti chiamiamo noi, fissiamo un appuntamento e ti diamo qualche indicazione per aggiustare il tiro (Augusto è stato chiamato il giorno stesso in cui ha inviato il preprogetto di Upload!). Mi risulta che il modello di valutazione Cariplo sia considerato il più avanzato in Italia, e che la Fondazione per il Sud lo stia studiando per adattarlo al proprio mandato.

Terzo. Non bisogna sopravvalutare il ruolo del venture capital in un sistema per l’innovazione. Naturalmente il venture capital ci vuole e come. Solo che non è adatto a tutte le idee innovative, ma solo a quelle in grado di generare profitti in un orizzonte breve o medio – il che purtroppo esclude molte idee veramente visionarie e generative di ecosistemi, come Internet stessa che infatti è un progetto governativo. Nel percorso di CriticalCity il venture capital italiano ha giocato un ruolo – mi dispiace dirlo – peggio che inutile. Non tanto perché non vi abbiano investito: anzi, hanno fatto bene, perché avrebbero dovuto investire in un progetto not for profit? E del resto, Augusto e compagni, molto consapevoli che CC è un’idea profondamente non profit, non glie l’hanno neppure chiesto. Il problema è stato piuttosto che a TechGarage 2009 diversi VC nostrani si sono impegnati pubblicamente a finanziare CC anche a fondo perduto. Molto pubblicamente: vi consiglio il video, davvero impressionante.

Nòva 24 ci fece la prima pagina, con i Critical sorridenti. A quel punto, però, il percorso si è fatto poco chiaro: sì, vi finanziamo a prescindere, però fate una srl, facciamo non profit ma lasciamoci aperta la porta al for profit. Nel frattempo preparate un piano finanziario, riscrivete il business plan, non ci siamo ancora…

Questo ha generato confusione e fatto perdere molto tempo ai ragazzi: nell’autunno del 2009, come era prevedibile, si è capito che non è il mestiere dei VC investire in progetti non profit, e non è sicuramente il loro mestiere lavorare direttamente sul cuore delle idee di impresa, che devono invece essere espressione degli imprenditori. Uno a uno, i VC hanno ritirato il loro sostegno a CriticalCity. Purtroppo di questo passaggio i media e i blogger che si occupano di innovazione non hanno parlato: e invece è importante, perchè è una storia istruttiva per i creativi e gli imprenditori che hanno un’idea nel cuore, e per i VC stessi. La sua morale è che non tutti i canali di finanziamento vanno bene per tutti i progetti, e che il mondo delle startup, al di là della retorica, non serve a fare innovazione, ma serve a fare soldi in fretta attraverso l’innovazione. Che va benissimo, ma è diverso.

giugno 18, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     8 comments

Ho cambiato idea su Wired Italia

Sono abbonato a Wired e vivo in Italia. A inizio 2009, quando la rivista ha lanciato l’edizione italiana mi è venuto naturale comprare i primi numeri con curiosità e simpatia.

Però non mi convinceva. Gli articoli tradotti dall’edizione americana erano in genere belli, ma li avevo già letti mesi prima. E la parte della rivista fatta in Italia mi sembrava un po’ troppo leggera, troppo concentrata sul lifestyle. Della Wired originale mi piaceva l’orgoglio geek, la noncuranza anche un po’ arrogante con cui si attaccavano argomenti anche complicati (dalla teoria dei grafi alla genomica o lala crittografia), l’insistenza sul do-it-yourself. L’edizione italiana mi sembrava interpretare quella cultura in un modo un po’ fatuo, un po’ modaiolo, stando accuratamente lontani dalle cose che molti trovano difficili e noiose, ma su cui i geeks invece riversano un’attenzione spasmodica. Della Wired originale mi rimanevano i riferimenti a Star Trek e i gadget per feticisti, ma non il nucleo di scienza dura, che invece, per me, distingue quella rivista dal mare delle altre. Si vedeva bene dalla pubblicità: la rivista americana è piena di trapani e attrezzature per il bricolage, quella italiana di auto e moda. Ne uscivano stereotipi sgradevoli ma, ahimé, plausibili: gente del fare gli americani, consumatori narcisisti e inetti gli italiani. C’è da stupirsi se ho continuato a comprare la Wired americana?

Dopo un anno, però, mi devo ricredere. Wired Italia ha trovato una chiave, che mi sembra essere quella della militanza. Più o meno dall’autunno 2009 in poi la rivista ha promosso in modo sempre più aggressivo l’Italia della conoscenza: ricercatori, tecnologi, imprenditori visionari. Nel fare questo tocca corde profonde nella storia economica del nostro paese: la saga dell’italiano dall’inventiva genialoide e le mani d’oro ci è familiare fin dal Rinascimento, e storie come quella del piccolo imprenditore che inventa una tecnologia per portare la banda larga low cost con ponti radio ricordano gli articoli che il mio indimenticato maestro, Sebastiano Brusco, scriveva negli anni 90 per Il Sole 24 ore. Le storie italiane sono sempre di più (tre articoli importanti e diversi più brevi nel numero di marzo), e aumentano le infografiche dense di dati e contenuto. E soprattutto, la rivista ha dato il via ad una discussione globale candidando internet al premio Nobel per la pace (più militante di così…). La pubblicità continua a essere prevalentemente lifestyle, ma non si può avere tutto.

Quella di Wired Italia è un’operazione  ideologica, ovviamente. Ma va bene così, perché la rivista promuove la nostra ideologia, quella che dice: l’innovazione, la conoscenza, la condivisione, l’esplorazione delle infinite possibilità che ci stanno di fronte sono un bene in sè. Come tutte le ideologie, questa non è negoziabile, non importa cosa ne pensi la maggioranza silenziosa. Sento Wired molto vicina a questo atteggiamento, e quindi mi ci ritrovo. E la compro, e la leggo volentieri.

Quindi faccio ammenda. Give credit where credit is due: Wired Italia è una rivista interessante, e nel mercato italiano ha un senso profondo, anche identitario se volete: fatti i dovuti distinguo, svolge il ruolo del Manifesto degli anni 80, o di Vie Nuove degli anni 50. Quando la vedi sbucare da una messenger bag, sai che hai davanti una persona che, almeno, ti risparmierà i soliti luoghi comuni su Internet piena di pedofili. Di questi tempi e in questo paese non è poco.

marzo 25, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo, vita digitale     1 comment

I dati di Obama e la prima legge di Clarke

Com’era prevedibile, Wired di giugno intervista Vivek Kundra, il primo Chief Information Officer nella storia della Casa Bianca. La visione dell’amministrazione Obama sulla distribuzione dei dati in forma machine-readable, taggabile e valutabile dagli utenti è effettivamente un argomento superinteressante, che tutti quanto faremo bene a tenere d’occhio. Verso la fine dell’intervista, a margine del piatto principale, l’intervistatore fa questa domanda:

Come CTO a Washington hai spostato decine di migliaia di dipendenti da Microsoft Office a Google Apps per risparmiare. Una parte della tua nuova agenda è di spostare il governo verso soluzioni di cloud computing e di software libero. Come farete?

Mi era sfuggito: a ottobre 2008, mentre Obama era occupato con la sua campagna, Kundra lavorava come capo della tecnologia del District of Columbia. Da quel ruolo, ha spostato i 38mila impiegati dell’amministrazione distrettuale da Microsoft Office alle applicazioni cloud di Google, ovviamente risparmiando un bel po’ di denaro del contribuente.

Il problema di questa storia è che, dal punto di vista teorico, la mossa di Kundra non è possibile. Nel pensiero americano sulla Political Science è molto influente il pensiero incrementalista, di cui Charles Lindblom è probabilmente l’esponente più noto e prestigioso. Gli incrementalisti hanno studiato riforme profonde e importanti, come l’introduzione del bilancio federale di previsione da parte dell’amministrazione Roosevelt, e hanno concluso che le riforme si fanno a piccoli passi, mirando a ciò che è possibile: “la situazione iniziale, più o meno un cinque per cento”. Migrare 38mila impiegati da un sistema all’altro, mister Kundra? E i sindacati? E i fornitori? Come risolvere il problema della formazione? Come ottenere il consenso del middle management? Dia retta, non si può. Facciamo un progetto pilota, uno studio di fattibilità, una cosa più… come dire? Realistica. Moderata. Incrementale.

Le argomentazioni degli incrementalisti – che rispetto molto – mi ricordano la prima legge di Clarke: se un anziano e famoso scienziato dice che una certa cosa è impossibile, probabilmente ha torto. Kundra ha mai letto Lindblom? Sapeva che la sua riforma era impossibile? Comunque l’ha fatta. Mi chiedo se un po’ meno di scientifico realismo e un po’ più di sana incoscienza possano aiutare anche i riformatori, in Italia come in tutto il mondo.

luglio 19, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

Spiegarsi la crisi, spiegare la crisi

In un godibilissimo articolo, Enzo Rullani si interroga sulla crisi economica, e si smarca dal dibattito in corso tra neostatalismo e neoliberismo, che secondo lui sono entrambe ricette del secolo scorso. A un certo punto si incontra questo passaggio:

Chi può credere che il terremoto a cui stiamo assistendo sia frutto della sbadataggine di chi ha concesso i mutui subprime a debitori che non li avrebbero restituiti o a furbacchioni che – come tanti altri prima di loro – hanno speculato al rialzo sulla finanza facile, vendendo promesse che non erano in grado di mantenere?

La domanda è retorica, ovvio. Secondo Rullani le vere ragioni della crisi stanno sul piano del modello di sviluppo, non su quello delle tecnicalità finanziarie. Però ha una risposta non retorica, che è “parecchia gente”. Da Wired a Daniel Kaufmann, passando per Lavoce.info, sono molti i commentatori che hanno affrontato il tema senza ricorrere a spiegazioni sistemiche. Tutti questi dicono un po’ la stessa cosa, cioè che i derivati finanziari sui mutui subprime erano rischiosi, ma (a) questo rischio era difficile da percepire senza disporre di nozioni non elementari di teoria della probabilità e (b) banche e intermediari stavano facendo troppi soldi per avere veramente voglia di studiarsi il problema. Come ha scritto Taleb in The Black Swan, gli umani non sono cablati per capire la matematica probabilistica: preferiscono il pensiero magico. Esso, unito agli effetti aspettative – cioè a quei meccanismi che fanno sì che l’economia sia così piena di profezie che si autorealizzano – fa un bel po’ di strada nello spiegare la crisi in atto.

I punti di criticità individuati da Rullani mi sembrano molto sensati…  ma non c’è bisogno di invocarli per spiegare questa crisi. Il rasoio di Occam li taglierebbe via: a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende a essere quella esatta. Inoltre, se si vuole capire davvero, il terreno delle tecnicalità va accettato: in altre parole – e come sempre – bisogna studiare per farsi un’idea propria. Per questo guardo con simpatia e gratitudine a chi fa uno sforzo per spiegarsi e per spiegare con chiarezza i meccanismi concreti della crisi, anche se noiosi e difficili. Come in questo video:

marzo 9, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

ma tu che lavoro fai? (parte seconda)

Non l’ho postato prima perchè avevo paura di abbassare il livello dell’interessante discussione sul rapporto fra arte e mercato, ma visto il tuo ultimo post “mi sono tranquillizzato” … :)

Riguardo al problema di ogni persona che lavora nel mondo della creatività/IT/hi-tech/etc. di spiegare che lavoro si fa in 3 parole, del quale ha già parlato Alberto qui, segnalo sul blog di Bruce Sterling questo documento/presentazione dal titolo “the fuzzy tail” commentato da Sterling così:

“This is a classic example of the 21st century dictum that, if you can actually explain what you’re doing, you’ve already been outsourced to India.”

Che dire, questa me la segno, può essere una buona risposta da dare se si è in difficoltà, no?

novembre 14, 2007     Marco     industrie creative e sviluppo     1 comment

Il mio bestseller per il 2008

Molto carina l’idea di Mathew Honan su Wired di ottobre: un generatore di Grandi Idee a cui intitolare bestsellers aziendali (tipo The World is Flat, Wikinomics o The Long Tail). Io ho deciso di scrivere

Community and Meme

The New Radical Force of Humanity

Permanent changes driven by collective power spur innovation, growth, and wealth.

Aspetto un consistente assegno da qualche editore, poi ingaggerò un ghost writer. Non posso fare sempre tutto io. :-)

novembre 13, 2007     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

Second Life (e Ivan Montis vendicato)

Forse ricorderete che qualche mese fa ho partecipato a un panel sulle nuove tendenze del marketing in rete all’EBA Forum. Uno degli interventi più qualificati dalla platea è stato quello dell’amico Ivan Montis, tra l’altro uno dei magnifici tre di Infoservi, che ha detto in sostanza: mi rifiuto di dare tesi di marketing su Second Life, perche il marketing su SL funziona solo per induzione: non ti fai pubblicità inworld, ti fai pubblicità raccontando a Repubblica che hai aperto un ufficio in Second Life. Il panel era diviso tra SLentusiasti (come David Orban) e SLscettici (come Diego Bianchi), ma con posizioni molto mediate dalla pelle, dall’esperienza personale inworld. Solo Ivan ha tagliato un argomento così nitido e se ne è assunto la responsabilità. E che reponsabilità! Che vergogna, mi diceva una gentile signora incontrata alla macchina del caffè alla fine della discussione, un accademico, giovane per di più, che si rifiuta di prendere in considerazione Second Life!

E invece adesso Wired ha pubblicato un articolo intitolato eloquentemente “Come buttare via milioni di dollari in una Second Life deserta”. Chris Anderson in persona, nel suo blog, fa ammenda rispetto alla credibilità riconosciuta dalla sua rivista e da lui stesso a SL, ci siamo sbagliati, tanti saluti. Ivan, c’eri arrivato prima tu: onore alla tua lungimiranza.

E io? Per una volta ho una posizione un po’ “democristiana”: siccome sono un grande fan di Neal Stephenson sono molto intrigato dal metaverso di Linden Labs, ma che fatica! Che interfaccia rudimentale! Se avessi più tempo, forse sarei anch’io un SLentusiasta (tanto mica devo vendere niente, io), ma per come stanno le cose sono un sottoproletario inworld, con un avatar standard e un account gratuito con il nome di Mister Volare.

agosto 18, 2007     Alberto     industrie creative e sviluppo     2 comments

   


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