Wikicrazia


Cittadini, non target: perché la cultura del marketing può danneggiare la collaborazione tra persone e istituzioni


La campagna per le elezioni amministrative di Milano ci ha lasciato un’eredità preziosa: la consapevolezza che tantissimi cittadini vogliono e possono collaborare in modo costruttivo con i propri amministratori pubblici. Grandi numeri, grande energia creativa, strumenti Internet per coordinarsi su obiettivi comuni; il potenziale dei cittadini connessi per contribuire ad un rinnovamento generale del sistema paese è indiscutibile. La società civile italiana ha espresso in questa fase una grande autonomia, almeno pari a quella delle più avanzate esperienze internazionali e probabilmente superiore.

Questa eredità, però, ha anche un lato oscuro. Protagonisti della campagna milanese non sono stati solo i cittadini, ma anche gli esperti di comunicazione su Internet, persone e aziende con un retroterra culturale nel marketing. L’approccio derivato dal marketing si presta bene alle campagne elettorali, perché il voto ha un costo basso o nullo; soglie d’accesso inesistenti; e soprattutto motivazioni spesso emotive o irrazionali. Tutte queste caratteristiche si applicano anche all’acquisto di beni di consumo. E così, gli esperti di comunicazione politica parlano il linguaggio della pubblicità e del marketing: raccontano, per esempio, che Nixon perse le elezioni perché, durante il dibattito televisivo con Kennedy, sudava. Il loro lavoro non è aiutare i cittadini a costruirsi un’idea realistica delle politiche che saranno necessarie per i prossimi cinque anni, ma indurli a votare per un certo candidato, anche se votano per ragioni futili o sbagliate. Non sarà particolarmente nobile, ma, dicono, funziona.

La collaborazione tra cittadini e istituzioni è cosa diversa dalla competizione per il voto, e la similitudine con l’acquisto di beni di consumo non regge. Progettare e attuare politiche pubbliche è un’attività ad alto costo e prolungata nel tempo; richiede argomentazioni razionali, dati, competenze. In questo contesto le tecniche di seduzione del marketing non solo non funzionano bene, ma rischiano di fare danni. In particolare rischiano di produrre bolle nella collaborazione: convincere a partecipare persone che poi, di fronte alla fatica del lavoro di progettazione, si scoraggiano e abbandonano in massa il processo – e così facendo rendono l’intera esperienza negativa per sé e caotica per gli altri. Il problema del governo wiki non è attirare grandi folle di partecipanti, ma abilitare ciascun cittadino a scegliere se e dove impegnarsi, senza tacergli problemi, difficoltà e rischi di fallimento connessi con l’impegno. Anche gli indicatori si leggono in modo diverso che nel marketing: lì attirare più gente è sempre un segno di successo, mentre nel governo wiki può esistere la troppa partecipazione (comporta duplicazione dell’informazione, con molta gente che dice le stesse cose, e riduzione del rapporto segnale/rumore, con gli interventi di bassa qualità che sono molti di più degli interventi di alta qualità).

C’è una differenza profonda nei modelli di decisione sottesi alle due modalità: nel governo wiki i partecipanti si autoselezionano, nel marketing è l’esperto di comunicazione che sceglie il proprio target. Nella collaborazione di tipo wiki il partecipante è visto come un adulto pensante, da informare in modo accurato in modo che possa prendere le proprie decisioni, mentre nella pubblicità il consumatore (o l’elettore) è visto come una persona stupida ed egoista, che risponde a impulsi primordiali e che occorre indurre a fare ciò che noi sappiamo già che va fatto. L’esito della collaborazione ben progettata è aperto e imprevedibile, l’esito della pubblicità ben progettata è il raggiungimento di un obiettivo stabilito a priori.

Insomma, uno scivolamento verso il marketing del discorso sulla collaborazione tra cittadini e istituzioni sarebbe un errore. Un aumento del numero di partecipanti a un singolo processo non vuol dire automaticamente un miglioramento; un sindaco non è un brand; una disponibilità a collaborare non è un trend che va cavalcato nel breve termine (e se lo è diventa inutilizzabile, perché il governo wiki produce risultati in tempi medio-lunghi) e soprattutto, le persone non sono un target, perché non vanno convinte, ma messe in grado di fare ciò che già desiderano. È chiaro che gli italiani sono disposti a collaborare con le loro istituzioni; questa collaborazione ha bisogno di spazio e pazienza per potere crescere sana e forte, al riparo dall’hype e dalle troppe aspettative. Mi auguro che gli uomini e le donne delle istituzioni – a cominciare dal nuovo sindaco di Milano Giuliano Pisapia, simbolo di questa fase – resistano alla tentazione di vedere la collaborazione come una campagna, i cittadini come elettori, la conversazione razionale come persuasione occulta. Cedervi significherebbe farsi del male, e sprecare un’opportunità a cui il nostro paese non può permettersi di rinunciare.

giugno 13, 2011     Alberto     Wikicrazia     5 comments

Wikicrazia chiama Sicilia

Amo e la Sicilia e ammiro i siciliani. Sono particolarmente contento di potere presentare Wikicrazia sull’isola, e questo succederà tre volte nei prossimi tre giorni. Sabato 4 sarò a Palermo, per Una marina di libri, una nuova fiera del’editoria indipendente (evento Facebook). Domenica vado a Patti, in provincia di Messina, dove sarò ospite del mitico Caffè Galante. Patti, come molti comuni siciliani, ha completato il primo turno delle elezioni municipali e attende il ballottaggio; proveremo a montare una presentazione del libro centrata sulla dimensione comunale (evento Facebook). Lunedì 6 sarò invece alla Sala Hernandez di Catania, in un evento organizzato dagli amici di The Hub Sicilia (evento Facebook). Mi sposterò da una presentazione all’altra in moto, tanto per aggiungere un po’ di turismo (spero) intelligente allle occasioni di lavoro.

Ringrazio molto il mio editore Ottavio Navarra (siciliano, of course) per avere organizzato questo minitour siciliano, e festeggio riproponendo qui sopra il video che racconta i suoi primi passi come editore, in una terra bella ma non sempre facile per gli imprenditori puliti. Il calendario delle presentazioni è qui.

giugno 3, 2011     Alberto     Wikicrazia     comment

Wikicrazia a The Hub Milano e al Trendwatching Festival di Capri

Anche questa settimana sarò in giro per l’Italia a presentare Wikicrazia. Domani, cioè mercoledì 27 aprile, gioco in casa: non solo a Milano, ma allo straordinario Hub di via Paolo Sarpi 8, lo spazio di coworking per l’innovazione sociale di cui anch’io sono membro. Alle 18, così poi c’è tempo per l’aperitivo. La pagina Facebook è qui.

Sabato 30 invece sarò a Capri al Trendwatching Festival. Non so bene cosa aspettarmi, mi pare un evento dal carattere più mondano di quelli a cui sono abituato. La notizia, mi pare, è che la collaborazione in modalità wiki è stata promossa al rango di “trend”. Mi sembra un bel segnale. La pagina Facebook è qui.

Sempre a proposito di Wikicrazia, mi è capitato di recente che un editore americano abbia espresso interesse per il libro. Ovviamente io sarei molto contento di farglielo leggere, ma c’è il piccolissimo problema che l’ho scritto in italiano, e lui non sa leggere la nostra lingua. Ho tentato un approccio laterale, mandandogli links a vari materiali in inglese; alla fine però mi pareva mancasse l’idea centrale sottesa al libro e a un po’ tutto quello che faccio, cioè che Internet ci abilita a incidere sulla società personalmente, in quanto singoli cittadini, non solo in quanto rappresentanti di categorie o poteri più o meno forti. E allora ho fatto questo video (marcato “Shameless Self-Promotion Productions”!): facciamo che quest’anno il 25 aprile lo festeggio così. Se siete curiosi delle fonti, le trovate qui.

aprile 26, 2011     Alberto     Wikicrazia     1 comment

Wikicrazia e la strada nelle gambe

Sono di nuovo in giro a presentare Wikicrazia (alla fine l’avrò presentato a tutti i lettori, uno per uno!). Domani (25 marzo) vado a Cagliari: sarò ospite di Eutropia e della Facoltà di Scienze Politiche, e avrò due discussant d’eccezione, l’imprenditore e ex presidente della Regione Renato Soru e la sociologa Aide Esu. In cabina di regia ci sarà Mauro Tuzzolino (qui su Facebook).

Mercoledì 30 invece gioco in casa; presento il libro non solo a Milano, ma a The Hub, che è un po’ il mio secondo ufficio in città. Come discussant avrò i ragazzi de Lo Spazio della Politica, e anche qui la discussione si annuncia vivace (qui su Facebook).

Visto che sono in vena di stare in strada per incontrare persone, domenica vado a correre la Stramilano (la mezza maratona, non la 10 km!) con gli X.Runners. Punto a essere l’economista più veloce di Milano — sulle lunghe distanze, ovviamente, tanto si è capito che sono un fondista.

marzo 24, 2011     Alberto     Wikicrazia     comment

Wikicrazia: nuova distribuzione e nuovo tour

Molte persone mi hanno scritto lamentandosi perché il mio libro Wikicrazia era praticamente introvabile in libreria – e ci sono stati problemi anche con IBS e Amazon Italia, dimostrando che fare un sito di e-commerce e gestire la logistica sono due cose molto diverse. Adesso, però, il problema è risolto: da fine febbraio il mio editore, Navarra, verrà distribuito da NDA, uno dei più importanti distributori italiani. Questo significa, finalmente, essere presenti nelle maggiori catene di librerie del paese, incluso Feltrinelli, Mondadori Franchising, Librerie.Coop e Ubik, quelle del Circuito Interno 4, nelle librerie indipendenti e in molti circoli culturali. Tra i primi titoli in distribuzione ci sarà appunto Wikicrazia. Se usate PayPal, avete sempre la possibilità di usare un circuito più personale, cliccando su “Buy” qui sotto (powered by Blomming).



Siccome questa è quasi una seconda uscita, la festeggiamo con una raffica di presentazioni. Tra fine febbraio e fine marzo parlerò del mio libro a: Rovereto – TN (26 febbraio), Reggio Emilia (7 marzo), Venezia (10 marzo), Bologna (13 marzo), Roma (21 marzo) e Cagliari (25 marzo). Ci vediamo in giro?

febbraio 21, 2011     Alberto     Wikicrazia     comment

Economista, ma concreto: Visioni Urbane consegna il prodotto (con contorno di Wikicrazia)

Gli economisti hanno fama di tendere al ragionamento astratto più che alla concretezza dell’azione. C’è un po’ di verità in questo luogo comune, tanto che nei dipartimenti di economia fiorisce il sottogenere delle barzellette sugli economisti. Questa, per esempio:

Un economista, dopo un naufragio, si ritrova su un’isola deserta. Si guarda intorno e vede una cassa di legno depositata sulla spiaggia dalla marea. La apre: è piena di scatolette di cibo, nutriente e a lunghissima conservazione! Purtroppo non ha nessuno strumento per aprirle: è forse condannato a morire di fame seduto di fronte a tutto quel cibo? L’economista non si perde d’animo e affronta il problema così: “Ipotizziamo di avere un apriscatole…”

Molti di noi soffrono per la mancanza di concretezza associata talvolta alla nostra professione. Per questo sono così contento di andare a Potenza venerdì 4: perché tre anni e mezzo fa il Ministero dello sviluppo economico mi ha chiesto di assistere la Regione Basilicata nell’elaborazione di una politica di spazi laboratorio per la creatività. Io ho insistito per prendere la strada, lunga e accidentata, del coinvolgimento dei creativi lucani; e oggi, finalmente, il primo spazio (si chiama Cecilia) è pronto, e gli altri quattro sono in consegna. Non solo gli spazi sono stati coprogettati insieme ai creativi di quel territorio; non solo sono sorretti da un’analisi dettagliata di quali imprese e associazioni creative, su quei territori, intendono fare con quegli spazi; ma sono integrati con un bando-tipo per l’assegnazione della gestione, concordato con i Comuni competenti, e con un modello di governance regionale delle politiche culturali.

Il progetto si chiama Visioni Urbane. Ne ho parlato spesso in questo blog. Mi dicono che ultimamente è diventato una specie di bandiera dell’amministrazione regionale; tanto che le associazioni chiedono ora lo stesso tipo di coinvolgimento in altre politiche, come l’istituzione della Film Commission, e la stessa amministrazione, forte del buon rapporto di collaborazione con i creativi, si è impegnata per lanciare la candidatura di Matera come capitale europea della cultura 2019. Non è un caso che la coordinatrice del progetto di candidatura sia Rossella Tarantino, il referente di VU, e che anche il direttore scientifico, Paolo Verri, sia stato “pescato” dalle personalità che hanno collaborato con VU.

Di Visioni Urbane parlo molto nel mio libro Wikicrazia, e l’inaugurazione di Cecilia conterrà, tra le altre cose, una presentazione del libro. Ma quello è il meno: pregusto l’emozione di toccare con mano una policy che ho contribuito a progettare, e che è diventata molto concreta, tanto che mi ci posso sedere dentro per ascoltare un concerto. Per un economista è una soddisfazione relativamente rara.

gennaio 31, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     1 comment

Wikicrazia in Puglia con Vendola e un confronto sulle politiche per la creatività

Sono in partenza per la Puglia, per un giro di appuntamenti legati in un modo o nell’altro alle politiche pubbliche in rete. Sono particolarmente contento perché mi darà modo di ritrovare vecchi compagni d’armi e incontrare persone per me nuove e interessanti. Giovedì 2 dicembre mi trovate a Barletta: presento il libro al circolo ARCI Carlo Cafiero insieme a Luigi Pannarale, un sociologo intelligente e curioso.

Venerdì 3 sarò al Festival dell’Innovazione di Bari: al mattino mi aspetta una conversazione sul tema della creatività digitale con Nichi Vendola, presidente della Regione; Vincenzo Vita, presidente della commissione istruzione del Senato; Francesco Morace, sociologo attivo nella consulenza aziendale, presidente di Future Concept Lab; e soprattutto il blogger e scrittore Giuseppe Granieri, con cui lavorammo al primo anno di Kublai.

Al pomeriggio, sempre al Festival dell’Innovazione, faremo una riflessione sulle politiche per la creatività, viste dal laboratorio del Sudest italiano attraverso il filtro di Wikicrazia e del ruolo della collaborazione di massa online: e lo faremo a partire da esperienze concrete e che conosco bene. Annibale D’Elia ci racconterà il progetto Bollenti Spiriti della Regione Puglia; Rossella Tarantino ci racconterà del progetto Visioni Urbane, della Regione Basilicata, simile al cugino pugliese negli obiettivi, ma completamente diverso nell’attuazione; e il vulcanico Walter Giacovelli ci dirà di Kublai, in particolare della sua attivissima colonna sudorientale. Mi aspetto che partecipino molti creativi, mi piacerebbe provare, insieme a chi ci sarà, a immaginare la prossima generazione di politiche per la creatività. Quindi portate post-it e block notes, perché a chi viene sarà chiesto non solo di ascoltare, ma anche di dare una mano a progettare!

Informazioni qui.

dicembre 1, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     2 comments

La governance salvata da Davide (e da tutti noi)

Qualche giorno fa ho ricevuto da un messaggio che mi ha colpito. Me lo manda Davide, un artigiano edile che si è inventato fisarmonicista errante per cercare nuovi modi di interagire con gli sconosciuti (il suo profilo su Kublai).

Ciao, come stai? Ho finito di leggere Wikicrazia (e l’ho consigliato ad un amico che lavora in rete) e nonostante sia di cultura media (forse bassa) mi ha arricchito di tante nozioni che ora devo lasciare girare nella mia mente. Per me è stato una nuova carica all’entusiasmo che spesso metto nelle cose che faccio e vorrei farne buon uso. Forse ho quel digital divide cognitivo che ora mi rendo conto è importante affrontare e dopo questo libro ho un sacco di domande, ma una in particolare: nel mio piccolo comune in cui abito si può ed è importante cercare questo cambiamento, questo mettere insieme “intelligenza collettiva” a servizio dei singoli cittadini e della pubblica amministrazione? Ci sto pensando a questa cosa, anche nel mio mondo di scarsa conoscenza. Sai, in questa piccola realtà è brutto non vedere miglioramenti ed io stesso per anni non ho dato la giusta attenzione,però vedo che uno spiraglio c’è anche in questo momento di crisi e mi piacerebbe ci fosse anche nella mia piccola realtà lavorativa (non voglio diventare milionario,non mi interessa, desidero costruire un buon futuro anche per me personalmente), ma bisogna cambiare qualcosa che non ho ancora capito cos’è.

Ho letto che hai fatto il musicista perché volevi cambiare il mondo e non ci sei riuscito, ma il mondo si può cambiare?

Scusa se ti ho disturbato, e se ti rompono le scatole i miei messaggi dimmelo tranquillamente.

Disturbarmi? È per le persone come te che ho scritto quel libro, e sono onorato che il mio libro vi stimoli. Voglio conservare la tua mail per mostrarla agli amministratori pubblici con cui, nel mio lavoro, mi capita di parlare, e che sono invariabilmente preoccupate che l’eccessiva apertura dei processi amministrativi ai cittadini apra la porta a persone rancorose e distruttive. Queste persone ci sono, ma nella mia esperienza in genere non hanno nessun interesse ad avere a che fare con le politiche pubbliche, e si limitano a mugugnare. E intanto, la gente come te sta fuori dalle porte chiuse del Palazzo, chiedendosi come può dare una mano!

Mi chiedi se le cose possono cambiare. Me lo chiedono in tanti. Una risposta facile è che alcune cose si possono modificare senza dovere superare ostacoli eccessivi, altre no. Ma la risposta vera è che è irrilevante: perché tu comunque ci proverai, qualunque cosa io ti possa dire. E la sai una cosa? Anch’io, ci ho già provato e continuerò a farlo. Wikicrazia non serve ad aiutarci a decidere se le cose possono cambiare, ma a darci qualche strumento nel provarci.

novembre 29, 2010     Alberto     Wikicrazia     comment

Wikicrazia nella coda lunga: l’e-commerce diventa personale

Gli editori hanno, da sempre, il problema della distribuzione. I distributori che veramente raggiungono in modo capillare le librerie, in Italia, sono sostanzialmente tre. Per questo servizio si prendono una fetta molto sostanziosa dei ricavi: un piccolo editore mio amico paga il 70%.

Wikicrazia – come un po’ tutto quello che ho fatto, anche da musicista – si colloca nella coda lunga (il besteseller, come l’hit da Top of the Pops, non è nelle mie corde), e infatti è pubblicata da un piccolo editore. Per me è stata una scelta di testa e di cuore: Ottavio Navarra è mio amico da sempre, e il rapporto di fiducia che ci unisce ci permette di osare molto di più di quello che mi sarebbe concesso con un editore più strutturato (per esempio, pubblicare le bozze del libro in rete, con licenza Creative Commons). Naturalmente, però questa scelta la sto pagando, e molto cara. Continuo a ricevere segnalazioni da lettori che hanno provato a ordinarlo in libreria, e i cui librai si sono rifiutati di fare l’ordine: troppo complicato, troppa fatica per 15 euro. Un lettore di Modena ha ordinato dieci copie; il libraio l’ha tenuto in ballo due settimane, poi gli ha risposto che non riusciva a procurarselo.

Conseguenza 1. Non mi sento proprio di consigliare a chi fosse interessato a leggere il mio libro di perdere tempo con le librerie (che invece funzionano benissimo per Harry Potter e Bruno Vespa). Usate Internet: siamo presenti su tutti i principali circuiti di distribuzione, compreso il neonato Amazon.it. Qui trovi un elenco completo delle possibilità a disposizione.

Conseguenza 2. Come ai primi tempi dei Modena City Ramblers, l’avventura culturale nella coda lunga diventa un fatto personale. Il business ti snobba? E tu renditi indipendente, fai da solo. Per questo ho accettato di diventare un alpha tester di Blomming: mi piace l’idea che, come dice il suo fondatore e mio amico Alberto D’Ottavi, l’e-commerce sia tanto personale quanto tenere un blog. Se volete Wikicrazia, e allo stesso tempo vi fa piacere incoraggiare i primi passi di una startup italiana, potete comprarlo direttamente da questo blog, cioè da me. È esattamente come un gruppo rock che si porta dietro i suoi CD e li vende ai proprio concerti, e quindi mi ritrovo. E già che ci siamo, li vendo anche (offline) ai concerti di 40 anni (calendario), insieme ai dischi dei MCR e di Cisco. Golia, attento a te: qui stiamo imparando a usare le fionde! :-)



novembre 25, 2010     Alberto     Wikicrazia     1 comment

Dai Modena City Ramblers a Wikicrazia: la lunga marcia di un economista-musicista nella grande rete

Ho passato il fine settimana a casa a ripassare i pezzi per il tour di 40 anni, che comincia tra qualche giorno. Fa un effetto strano voltarsi indietro a guardare in prospettiva questo percorso di andata e ritorno dall’economia alla musica; impossibile non chiedersi di nuovo che senso ha, e quale contributo – per quanto piccolo – può dare uno come me all’avventura umana. In questo stato d’animo mi è venuto voglia di rileggere e pubblicare anche sul blog l’introduzione che ho scritto per Wikicrazia, che ho intitolato “Come sono arrivato qui”.

Lascio la band il primo maggio del 2000, a Bologna, subito dopo un concerto in Piazza Maggiore.

Non è una decisione facile, ci ho passato diverse notti insonni. I Modena City Ramblers sono stati un gruppo culturalmente importante e di discreto successo commerciale negli anni Novanta. Io sono uno dei membri fondatori. Ho dato un contributo importante e riconosciuto a costruire il successo del gruppo. Sono uno dei principali autori delle canzoni che abbiamo scritto e suonato negli anni. Sono benvoluto dai fans. Perché lasciare?

Si potrebbe vedere la cosa in diversi modi, ma alla fine io me la rappresento così: perché con questo progetto non sento più di potere cambiare il mondo. Eppure ci avevo creduto: i Modena City Ramblers non sono una band come tante altre. Hanno l’ambizione di dare voce all’Italia giovane e pulita che esce dalle macerie della Prima Repubblica. Vogliono essere la colonna sonora del cambiamento, raccontarlo e al tempo stesso dargli forza e identità.

Il primo maggio del 2000 capisco definitivamente che il meccanismo si è inceppato, o forse non ha mai funzionato. I concerti sono gremiti, dischi e t-shirt si vendono. Però sento che non stiamo più producendo cambiamento, ma consolazione: i fans vengono al concerto, si sfogano e vanno a casa contenti ad aspettare il concerto successivo. Funziona tutto benissimo, tranne che il mondo non sta affatto cambiando. Mi sento inutile e vuoto. Ma in cosa abbiamo sbagliato?

Dieci anni dopo, provo ad abbozzare una risposta. Li ho trascorsi ad esplorare le strade dell’economia creativa e dell’Internet sociale, abitata da tante persone come me e te che mi stai leggendo, invece che solo dalle celebrities e dai marchi delle grandi aziende. Ho parlato con artisti, hackers, funzionari pubblici. Ho collaborato con loro per il bene comune, qualunque cosa questo significhi.

Ecco quello che ho capito. Ho capito che Internet cambia tutto, perché permette alle persone di ritrovarsi e collaborare in numeri abbastanza grandi non facendosi dirigere da un’organizzazione gerarchica, ma coordinandosi in modo leggero attraverso strumenti come quelli chiamati wiki: Wikipedia è uno dei risultati più conosciuti e più riusciti di questa forma di collaborazione. Ho capito che viviamo una stagione di grandi cambiamenti sociali, e che questa stagione non finirà tanto presto. Ho capito che lo Stato e le altre autorità pubbliche stanno giocando una partita strategica nel gestire la transizione da un passato relativamente stabile a un futuro completamente imprevedibile. Ho capito che esse non sono monoliti: sono composte di persone, e che le singole persone possono fare la differenza. Ho capito che la maggior parte delle persone, se glie ne si dà la possibilità, è contenta di dare una mano alla costruzione di un futuro comune — ma questo lo sapevo anche al tempo dei Modena City Ramblers.

Soprattutto, ho capito che aiutare lo Stato e le altre autorità pubbliche a prendere buone decisioni e attuarle bene è possibile e molto, molto utile. È possibile – anche se difficile – perché noi, tutti insieme, abbiamo un patrimonio incredibile di sapere e di saper fare, e Internet ci permette di mobilitarlo e trasformarlo in azione. È utile perché i problemi sul tappeto diventano sempre più difficili, e la capacità di analisi degli uomini e delle donne delle istituzioni è sempre più inadeguata alle sfide.

Se vuoi cambiare il mondo, devi attivare le persone. Soltanto il concorso di moltissime persone molto diverse tra loro, quando si incanala in una direzione comune, riesce a produrre cambiamento. E il cambiamento sarà tanto più profondo quanto più queste persone saranno attive, motivate, creative, non semplici pedine manovrate da leader carismatici. Forse l’errore dei miei anni di musicista è proprio qui: essere riuscito a parlare a centinaia di migliaia di persone, toccare loro il cuore, motivarle… e poi averle relegate nel ruolo di ascoltatori passivi, non avere costruito per loro spazi in cui esprimersi e agire. Sicuramente è un errore che non intendo commettere mai più. Per questo ho passato l’ultimo anno a scrivere e riscrivere Wikicrazia: perché sono convinto che, migliorando le capacità delle autorità pubbliche di prendere e attuare buone decisioni, si cambia il mondo in meglio. E sono convinto che tutti, oggi, possiamo contribuire almeno in piccola parte a questo cambiamento: bastano un po’ di tempo, un po’ di pazienza e un computer. Il tempo della passività impotente è finito.

L’obiettivo del libro è aiutare chiunque lo voglia a diventare protagonista delle politiche pubbliche. Mi rivolgo in primo luogo ai cittadini, ai membri delle associazioni, agli insegnanti, le poliziotte, gli infermieri, a tutti insomma: ci sono spazi di partecipazione in continua espansione a cui potete contribuire — e in cui potete brillare — come individui, anche se non conoscete nessuno e non rappresentate nessuno. Potreste avere un impatto diretto e personale sulla manutenzione della strada in cui abitate, sul rilascio di brevetti relativi a un campo di cui avete esperienza, sulla progettazione del centro culturale in cui andrete a vedere la prossima mostra. In secondo luogo mi rivolgo ai funzionari pubblici, alti dirigenti ma soprattutto semplici impiegati: potete reclutare cervelli di prim’ordine per dare precisione e autorevolezza alle vostre azioni. In terzo luogo mi rivolgo ai ricercatori e agli esperti che si interessano di queste cose. Ho cercato di scrivere con uno stile più chiaro e semplice possibile, ma ho messo in queste pagine il meglio di quello che so.

Il libro è composto da tre parti. Nella prima mi chiedo cosa c’è che non va nelle politiche pubbliche, e rispondo che esse vivono una crisi di attenzione: troppe decisioni da prendere e da attuare, non abbastanza ore nella giornata. Suggerisco anche una soluzione: mobilitare e valorizzare i cittadini comuni per progettare (e se possibile attuare) insieme le politiche pubbliche, aiutandoli a coordinarsi su Internet. La seconda parte è dedicata al come progettare queste “politiche pubbliche wiki”. Ho scelto sei principi da tenere presente quando le si mette in pista — io l’ho fatto, e ho dovuto impararli sulla mia pelle. Nella terza parte provo a immaginare un ipotetico futuro in cui le politiche wiki diventino una modalità normale di azione per lo Stato. Cerco di capire se e come le burocrazie vengono messe in crisi da un approccio wiki, e mi chiedo se poi queste nuove politiche siano compatibili con la democrazia come la conosciamo.

Due cose che nel libro non troverete sono la lamentazione e il cinismo, che invece ricorrono spesso nel discorso sulle politiche pubbliche in Italia. L’una e l’altro sono posizioni rispettabili e perfino condivisibili: è vero che le nostre politiche pubbliche hanno molti problemi, alcuni che hanno tutti e altri peculiari al nostro paese; è anche vero che vi si ritrovano clientelismo, nepotismo e corruzione, in dosi forse maggiori che altrove. Pur con il massimo rispetto per chi le sostiene, scelgo di non fare mie queste posizioni. Preferisco pensare alle cose che ho visto funzionare bene e alle persone oneste, competenti e motivate che ho incontrato tra i funzionari pubblici, la società civile e quel poco di mondo politico che ho intravisto. Altri hanno messo alla berlina politici e amministratori di casta; io vorrei concentrarmi sulle cose che possiamo fare insieme, qui e subito, senza aspettare un cambiamento di sistema o un’evoluzione culturale. Sono anche convinto che alcuni aspetti delle politiche wiki possano contribuire a risolvere quei problemi: più gente pulita e capace circola, più le cose si fanno difficili per la gente che pulita e capace non è.

E soprattutto credo in te, lettrice o lettore di Wikicrazia. Nel tuo gesto di prendere in mano un libro come questo c’è già un seme di curiosità, di speranza, di scommessa sul futuro; questo seme è prezioso, e vorrei che il libro servisse ad aiutarlo a germogliare e mettere radici. Vorrei, insomma, darti uno strumento per essere tu stessa strumento di cambiamento. Non è sempre una strada facile, me ne rendo conto: richiede lavoro, tempo, cuore. Ma d’altra parte, ehi: se avessi voluto fare audience avrei continuato con il rock’n’roll.

novembre 15, 2010     Alberto     40 anni, Wikicrazia     5 comments

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