Vivek Kundra


Tagli a data.gov: impariamo a gestire le aspettative

Tim Berners-Lee at TED giving the famous "Raw data now" talk

Brutte notizie per il movimento per il governo aperto e i dati aperti. data.gov, il portale di dati aperti dell’amministrazione Obama, chiude subisce fortissime riduzioni di budget, vittima dei recenti tagli al bilancio federale. Lo stesso accade all’IT dashboard dell’ex CTO della Casa Bianca Vivek Kundra. Soprattutto data.gov è un brutto colpo: quello è il modello, imitato dai governi più aggressivi e invidiato dai cittadini di quelli più pigri.

Cosa non ha funzionato? Secondo Steve Keefe, bassa qualità dei dati e troppe promesse. Non sono in grado di pronunciarmi sulla qualità, ma temo anch’io che il movimento open data stia facendo troppe promesse. La premessa che quasi tutti accettano è lo slogan “Raw Data Now” di Tim Berner-Lee: rilasciate i dataset, gli hacker civici e le forze di mercato faranno il resto. I decisori (almeno in alcuni paesi) sono stati ben felici di adeguarsi: il numero di dataset rilasciati è facile da monitorare. Si può interpretare come una misura di efficacia, e fa bella figura sui comunicati stampa.

La domanda di dati non ha retto il passo a cui i dati venivano rilasciati. Non è sorprendente: interpretare i dati per ricavarne storie convincenti è difficile. Gli hackers civici devono sapere di teoria della misurazione, teoria della probabilità, statistica, econometria; essere bravi con i computers non ti serve a niente dopo il download. Ci sono stati alcuni buoni esempi di giornalismo basato sui dati, ma in maggioranza i media hanno ignorato i dati e continuato a intervistare pezzi grossi dei governi e dell’accademia per coprire temi economici, sociali e ambientali. E li posso capire: non ci sono ancora abbastanza lettori per giustificare questo tipo di giornalismo.

Peggio ancora, ci hanno detto che nuovi ecosistemi di servizi innovativi sarebbero sorti intorno alla disponibilità di dati aperti, e che essi avrebbero portato crescita economica e posti di lavoro. Difficile resistere: mettere le parole innovazione, crescita e lavoro nella stessa frase è una delle poche tecniche di accedere a finanziamenti seri in questi tempi di crisi, e proponenti e finanziatori non hanno resistito. Dopo un paio d’anni abbiamo qualche app interessante e qualche impresa che usa i dati. È perfino spuntato qualche posto di lavoro, ma i numeri sono modesti (la cifra più alta che ho visto è di 60 persone in una stessa azienda). Mi stupirei del contrario: la teoria economica ci dice che se il tuo prodotto si basa su una risorsa aperta e inesauribile è molto difficile costruirci intorno dei margini veri. In generale, verrai aggredito da entità non profit e studenti che lavorano sul laptop a zero costi indiretti, e non riuscirai a reggere. Il profitto richiede scarsità, non abbondanza: basta chiedere a qualunque studio di registrazione discografica. Il post di Keefe contiene una notizia interessante, e cioè che le imprese private hanno investito su dati, sì, ma dati privati e ben chiusi.

Sulla base di queste considerazioni e del ridimensionamento di data.gov, consiglierei al movimento open gov-open data di resistere alla tentazione di promettere cose che non si è assolutamente sicuri di potere mantenere. Montare operazioni low cost (e low hype); sottolineare che va benissimo se qualcuno costruisce servizi a valore aggiunto a partire dai dati pubblici, ma che non è questo l’obiettivo del loro rilascio. L’obiettivo è aumentare la trasparenza, efficienza e accountability delle politiche pubbliche. Sarà meno cool; spegnerà i riflettori oggi puntati su di noi e ci chiuderà le porte dei finanziamenti più ricchi, ma terrà il movimento in piedi, proteggendolo dalla delusione, dai tagli ai bilanci pubblici e dalle lobby avverse. Se mi sbaglio, tanto meglio: vorrà dire che tra un anno avremo fatto meglio del previsto, e allora alzeremo il volume della comunicazione.

settembre 27, 2011     Alberto     e-government 2.0     2 comments

I dati di Obama e la prima legge di Clarke

Com’era prevedibile, Wired di giugno intervista Vivek Kundra, il primo Chief Information Officer nella storia della Casa Bianca. La visione dell’amministrazione Obama sulla distribuzione dei dati in forma machine-readable, taggabile e valutabile dagli utenti è effettivamente un argomento superinteressante, che tutti quanto faremo bene a tenere d’occhio. Verso la fine dell’intervista, a margine del piatto principale, l’intervistatore fa questa domanda:

Come CTO a Washington hai spostato decine di migliaia di dipendenti da Microsoft Office a Google Apps per risparmiare. Una parte della tua nuova agenda è di spostare il governo verso soluzioni di cloud computing e di software libero. Come farete?

Mi era sfuggito: a ottobre 2008, mentre Obama era occupato con la sua campagna, Kundra lavorava come capo della tecnologia del District of Columbia. Da quel ruolo, ha spostato i 38mila impiegati dell’amministrazione distrettuale da Microsoft Office alle applicazioni cloud di Google, ovviamente risparmiando un bel po’ di denaro del contribuente.

Il problema di questa storia è che, dal punto di vista teorico, la mossa di Kundra non è possibile. Nel pensiero americano sulla Political Science è molto influente il pensiero incrementalista, di cui Charles Lindblom è probabilmente l’esponente più noto e prestigioso. Gli incrementalisti hanno studiato riforme profonde e importanti, come l’introduzione del bilancio federale di previsione da parte dell’amministrazione Roosevelt, e hanno concluso che le riforme si fanno a piccoli passi, mirando a ciò che è possibile: “la situazione iniziale, più o meno un cinque per cento”. Migrare 38mila impiegati da un sistema all’altro, mister Kundra? E i sindacati? E i fornitori? Come risolvere il problema della formazione? Come ottenere il consenso del middle management? Dia retta, non si può. Facciamo un progetto pilota, uno studio di fattibilità, una cosa più… come dire? Realistica. Moderata. Incrementale.

Le argomentazioni degli incrementalisti – che rispetto molto – mi ricordano la prima legge di Clarke: se un anziano e famoso scienziato dice che una certa cosa è impossibile, probabilmente ha torto. Kundra ha mai letto Lindblom? Sapeva che la sua riforma era impossibile? Comunque l’ha fatta. Mi chiedo se un po’ meno di scientifico realismo e un po’ più di sana incoscienza possano aiutare anche i riformatori, in Italia come in tutto il mondo.

luglio 19, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

   


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