trasparenza


Il sindaco nel suo labirinto

Molti sono i fallimenti annunciati dell’azione amministrativa, quelli immediatamente evidenti a tutti tranne che ai responsabili: dai rifiuti di Napoli, al ponte di Messina, alla legge Pisanu con i suoi registri cartacei, a tutti noi è capitato di leggere annunci trionfali di nuovi progetti pubblici e pensare “non funzionerà mai”. Le persone che prendono queste decisioni, evidentemente, sono di parere opposto. Come si spiega questa discrepanza? L’unica spiegazione che riesco a darmi è che molti decisori pubblici vivano in una bolla informativa del tutto scollegata dall’ambiente in cui viviamo voi e io: semplicemente, non hanno accesso ad alcune informazioni importanti. Se è così, probabilmente queste persone non sono davvero qualificate a prendere decisioni di interesse pubblico.

Prendiamo, per esempio, il progetto Ambrogio del Comune di Milano. Funziona così: alcuni soggetti (consigli di zona, vigili di quartiere, società partecipate) hanno un palmare (in tutto 200), e lo usano per segnalare i luoghi gli interventi di manutenzione e di decoro urbano. La segnalazione viene scritta nelle basi dati degli uffici competenti, che provvedono a risolvere il problema. Il Comune intende assegnare altri 150 palmari a “cittadini sentinella”.

Questo progetto ha problemi seri.

  1. è tecnologicamente sbagliato. Perché incorporare questa funzionalità in un oggetto fisico? Bastava scrivere un software per gli smartphone. Questo avrebbe messo chiunque abbia uno smartphone in condizioni di partecipare, senza costringere i poveri cittadini sentinella a portarsi in tasca un altro aggeggio oltre al loro telefono, tenerne le batterie cariche e il software aggiornato etc.
  2. è socialmente sbagliato: non abilita l’autoselezione. Solo i soggetti scelti top-down dal Comune possono fare segnalazioni. Avrebbe avuto più senso abilitare tutti, e lasciare che ogni cittadino decidesse da sè se e quando partecipare. Grandi numeri nella partecipazione potenziale portano a un impatto alto anche quando i tassi di partecipazione sono bassi, come avviene quasi sempre. Così molti contributi potenziali andranno perduti, e molti di quei palmari rimarranno a prendere polvere nei cassetti.
  3. ha funzionalità inutili, come la possibilità di inviare foto. Se qualcuno abbandona una bicicletta incatenata a un palo, caricarne la foto sui server del Comune non serve a nulla se non ad appesantire il sistema con algoritmi di riconoscimento immagini. Un modulo in cui caricare informazioni testuali è molto più facile da gestire per l’ente che deve ricevere la segnalazione. Queste informazioni si possono scrivere da casa, quindi a che serve il palmare?
  4. è poco trasparente. Al momento in cui scrivo – e nonostante le richieste di informazioni della società civile –  Ambrogio non ha un sito; non si sa quanto costi; non si sa su quali tecnologie si basi. Visto che il partner tecnologico è Telecom Italia, non esattamente un campione del software libero, non mi aspetto che sia basato su tecnologie aperte. Se è così,
  5. è in contrasto con il buonsenso e con il Codice dell’Amministrazione Digitale, che prevedono il riuso delle tecnologie. Per esempio, il Comune arebbe potuto usare FixMyStreet, progetto open source britannico già adottato anche in Norvegia. I norvegesi l’hanno interfacciato con il database geografico di OpenStreetMap, anch’esso in open source. Il codice c’è già e funziona, sarebbe bastato tradurre i menu in italiano! Oppure chiedere al Comune di Spinea il suo sistema, a cui magari aggiungere, con una spesa da qualche migliaio di euro, una app per gli smartphone.
  6. è costoso – anche se, vista la mancanza di trasparenza, non sappiamo esattamente quanto. Alcuni media hanno parlato di 400 mila euro.

La cosa che fa più impressione di questa sequela di errori è quanto sarebbe stato facile evitarla. Una ricerca su Google avrebbe consentito di trovare FixMyStreet e Spinea. Alzare lo sguardo sulla società civile di Milano avrebbe permesso di incontrare persone competenti, che lavorano sulla tecnologia come agente abilitante di una cittadinanza più attiva, come l’associazione Green Geek e gli animatori di NetLAMPS. Valorizzarne il contributo di questi cittadini appassionati di tecnologia sarebbe stato un ulteriore elemento di promozione della cittadinanza attiva. E invece no: nella nostra Milano iperconnessa, i responsabili di Ambrogio sono riusciti in qualche modo a evitare di entrare in contatto con queste informazioni e con i concittadini che avrebbero potuto aiutarli. Purtroppo, questa è una situazione frequente.

Che un sindaco non sia esperto di tecnologia va benissimo: avrà altre esperienze, altri punti di forza da mettere a disposizione dei cittadini. Ma che nessuno dei suoi collaboratori sia in grado di fare una ricerca su Google o di telefonare a qualcuno che, in città, conosce queste cose prima di spendere 400mila euro dei contribuenti, questo lo trovo inaccettabile. Forse sarebbe il caso di pensarci, in vista delle prossime elezioni.

PS – A me incuriosisce anche il famoso palmare. Voi riuscite a capire che roba è?

PPS – Il titolo del post è un omaggio a García Márquez.

maggio 9, 2011     Alberto     e-government 2.0     9 comments

Ascesa e declino di Kublai: la difficile interfaccia tra burocrazie e reti

Mi sono dimesso da direttore di Kublai, il primo progetto 2.0 dell’amministrazione centrale italiana. La mia direzione era da un anno un interim; la procedura con cui il Dipartimento per le politiche di sviluppo del Ministero per lo sviluppo economico (che ne è il committente) si propone di lanciare il terzo anno di Kublai – reclutandone anche un nuovo team e un direttore – ha avuto molti problemi, e ha finito per accumulare oltre un anno di ritardo. Su richiesta del responsabile di Kublai all’interno del Ministero, Tito Bianchi,  ho mantenuto una funzione di direzione e rappresentanza (non pagata) in attesa che la situazione si sbloccasse. Nel frattempo il Dipartimento stesso si è trovato a dovere affrontare una crisi non direttamente collegata con le cose che racconto qui: una delle conseguenze è stata che, da febbraio, Tito non è stato confermato nel suo incarico. A questo punto non ci sono le condizioni nemmeno per un interim: sarà Invitalia, che ha un mandato e risorse, a governare Kublai nell’attesa che la procedura di rinnovo del team si concluda. Io continuo a frequentarla come semplice membro della comunità, e continuo a imparare molto dallo scambio di idee con i kublaiani. Mi inorgoglisce moltissimo che, anche in queste condizioni difficili, la comunità mostri una grande vitalità e un profondo apprezzamento per il servizio che Kublai ha fornito in questi anni: in questi giorni si discute su una proposta che la community stessa subentri al Dipartimento nel finanziare e gestire Kublai. Se funziona, sarà un caso praticamente unico di spinoff di una politica pubblica da un’ammistrazione a una comunità online. E anche se non funziona, provarci sarà un’esperienza straordinaria. Per conto mio, sono profondamente grato al Dipartimento per avermi dato l’opportunità di sviluppare un progetto così avanzato.

Al di là del risvolto personale, la storia di Kublai di questi anni mi sembra rappresentativa di una difficoltà strutturale nell’attuazione delle politiche pubbliche: le amministrazioni non riescono a gestire bene lo snodo tra le proprie attività e quelle delle comunità che collaborano in rete. L’azione di governo in rete — e io ne ho progettate e attuate diverse — può essere incredibilmente efficiente, perché abilita i cittadini a contribuire attivamente. A marzo 2009, a dieci mesi dal lancio, uno studio indipendente mostrava che i due terzi dei contributi alla redazione di business plans venivano dalla comunità degli utenti stessa, e solo un terzo dallo staff pagato del progetto. Il segreto di questa efficienza è nell’attivismo della comunità che si raduna intorno al progetto; e i legami di comunità possono spezzarsi in assenza di manutenzione. Un calo del livello di fiducia nei gestori del progetto o un semplice calo di tensione possono fare venire a mancare la motivazione a partecipare in qualsiasi momento.

In questi anni ho dedicato molto tempo a studiare le comunità di policy, soprattutto quelle online, e imparato molto. Ho capito che gestirle bene richiede che alcune condizioni siano presenti:

  • un orizzonte di programmazione adeguato; se per costruire una comunità solida ci vogliono tre anni, ti devi prendere tre anni, e in questo periodo la continuità deve essere garantita. Fermarsi prima di ottenere il risultato pieno vuol dire sprecare tuttele risorse investite.
  • trasparenza assoluta: l’accesso ai retroscena deve essere garantito a quegli utenti che volessero conoscerli (senza ovviamente imporlo a chi non è interessato). La partecipazione attiva richiede senso di ownership da parte degli utenti, e questo viene meno se abbiamo la sensazione che non ci stiano raccontando tutta la verità.
  • costi bassi: un progetto che si regge sul volontariato ha bisogno di mostrare ai volontari che lo staff dà un contributo adeguato ai suoi compensi. Il punto è sensibile, perché la collaborazione tra staff e community è intrinsecamente diseguale — collaboriamo, ma io sono pagato e tu no — ma, se lo staff lavora molto e bene risulta accettabile. Giustificare margini alti, invece, è veramente duro. Ogni euro che viene speso per coprire costi di struttura invece che per le attività indebolisce la credibilità del progetto.
  • tempi di attuazione rapidi e certi, e quindi procedure ridotte al minimo. Le dinamiche sociali in rete sono veloci e soprattutto emergenti, non controllate dall’alto, quindi succedono quando succedono, e quando succedono devi agire di conseguenza. Se una cosa serve adesso, devo avere la possibilità di farla adesso; nei casi in cui questo non sia possibile, devo comunque essere in grado di dire quando verrà fatta. “Non so, stiamo aspettando” distrugge credibilità, quindi partecipazione, quindi efficienza.
  • abbassamento della barriera tra staff di progetto e comunità. I partecipanti volontari a una comunità online sono le persone più qualificate per diventarne lo staff. La conoscono bene e la amano, ne condividono tempi e luoghi di incontro. Viceversa, assegnare a un progetto come Kublai un lavoratore dipendente, imbrigliato da orari e tornelli e segregato dietro un firewall aziendale che gli impedisce di usare i social network (cioè gli strumenti stessi del lavoro di comunità) significa crearsi un problema.
  • tutto questo richiede molta libertà gestionale, e quindi che il progetto sia valutato sui risultati e non sulla conformità alle procedure.

Purtroppo queste condizioni si sposano male con le modalità di lavoro prevalenti nelle burocrazie weberiane – e la maggior parte delle pubbliche amministrazioni sono burocrazie weberiane. Nel caso di Kublai:

  • non è stato possibile garantire l’orizzonte di programmazione. Al tempo del varo del progetto, il Dipartimento decise di spacchettarlo in tre annualità da rifinanziare anno per anno. La ragione: un progetto triennale avrebbe richiesto una gara europea, che richiede tempi lunghissimi (un anno e mezzo) per essere completata. I risultati: al secondo anno il progetto è stato sì rifinanziato, ma con modalità che ne riducevano l’efficacia (vedi oltre) e con un gap di tre mesi per l’avvio formale del progetto e di sette per cominciare davvero a lavorare; per il terzo anno abbiamo progettato un’architettura sulla carta più efficace, che utilizzava due canali di attuazione, ma uno di questi non è mai partito. La mia storia personale è un segno della volatilità dei tempi amministrativi: ho diretto Kublai per tre anni, e ho avuto un contratto regolare per sedici mesi in tutto, il resto è stato interim.
  • la trasparenza assoluta è tecnicamente difficile. Anche se i decisori pubblici hanno le migliori intenzioni, vivono un sistema così complicato da essere incomprensibile per un esterno. Per esempio, la prima annualità di Kublai è stata affidata a una società in-house dello Stato, Studiare Sviluppo. Per la seconda annualità, l’ufficio legale del Dipartimento ha cambiato idea e sostenuto che questo non era possibile: sebbene il Dipartimento stesso e Studiare Sviluppo avessero un’origine comune nel Ministero dell’Economia, la creazione nel 2006 del Ministero dello Sviluppo Economico (che contiene il DPS, ma non Studiare Sviluppo) aveva creato una cesura tra le due strutture. L’affidamento andava fatto, invece, a Invitalia, altra società in-house dello Stato. Questa distinzione è difficile da capire e, pare di capire, controversa anche all’interno dello stesso DPS. Infatti nel 2009 alcuni programmi del Dipartimento hanno continuato a passare attraverso Studiare Sviluppo, ma Kublai no. Come la racconti una storia così nella pagina “About”?
  • i costi tendono a lievitare. Kublai 2009 ha avuto un budget più alto di Kublai 2008, ma allo stesso tempo è sembrata meno efficace. Perché? In parte perché era cresciuto il ricarico. Studiare Sviluppo ci ha trattenuto il 15% a fronte dei suoi costi di struttura; il ricarico di Invitalia è più difficile da stimare e varia a seconda del progetto, ma in genere si attesta tra il 30 e il 40% (fonte: diversi funzionari del Dipartimento. Ho chiesto un dato preciso a Invitalia e sono in attesa di risposta).
  • i tempi sono sempre lunghi, e sempre soggetti a incertezza. Per darvi un’idea, Kublai 3 sarebbe dovuta partire a gennaio 2010. L’idea era di attivare un progetto affidato a Invitalia, e usarlo come cofinanziamento di un secondo progetto, più ampio, finanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Questo, però, avrebbe richiesto una modifica del sistema di contabilità industriale di Invitalia (nei progetti FESR il lavoro deve essere rendicontato al costo diretto, al netto del margine di cui sopra). A maggio si è capito che Invitalia non poteva o non voleva effettuare questa modifica in tempi brevi (mi dicono che il processo sia ancora in corso). Tito ha dovuto attivare una seconda procedura che attingesse a una diversa fonte finanziaria; avviata in giugno, si è mossa con grande lentezza e con la sensazione chiarissima di navigare a vista. Pensavamo che l’avremmo completata a settembre, poi a novembre, poi a febbraio; sono stati fatti diversi annunci in questo senso sul blog di Kublai, poi smentiti dai fatti. A febbraio, d’accordo con Tito, abbiamo fatto outing. La verità è che nessuno è in grado di dire cosa succederà e quando.
  • nel primo anno di Kublai siamo riusciti a usare la flessibilità di Studiare Sviluppo per reclutarne il community staff dalla comunità, con piccoli contratti che riconoscevano e incoraggiavano il lavoro volontario senza costringere i creativi a trasformarsi in consulenti della pubblica amministrazione per lavorare a Kublai. Questo andava nella direzione di abbassare le barriere tra “professionisti” e “cittadini impegnati”, e costruire un clima di equità, in cui non possa succedere che di due persone che fanno più o meno le stesse cose una è pagata e una no. A partire dal 2009 questo processo si è bloccato: le regole interne di Invitalia sono che solo una parte molto limitata del lavoro può essere affidata a personale esterno (il 15% dei costi di personale nel caso di Kublai); inoltre, le procedure di reclutamento sono molto lunghe (mesi) e strutturate, e tutti i contratti devono essere firmati dall’amministratore delegato. Risultato: il carico amministrativo di fare tanti piccoli contratti da mille o duemila euro era semplicemente insostenibile. Abbiamo dovuto polarizzare molto i collaboratori di Kublai: da un lato i lettori di business plan professionisti (dipendenti pubblici o parapubblici, che in genere apprezzano la stabilità offerta da un posto fisso e hanno poca o nessuna esperienza di creazione di impresa, tantomeno di impresa creativa), dall’altro i creativi veri, a cui non potevamo pagare nemmeno le spese di viaggio per rappresentare Kublai a un convegno.
  • quanto alla valutazione, Tito e io avevamo inserito un’attività di valutazione strutturata in Kublai 3, che però, appunto, è bloccata; il progetto rischia quindi di non venire valutato.

Con tutti questi problemi c’è da meravigliarsi che il progetto non sia nato morto! Se qualche risultato abbiamo comunque ottenuto (2500 utenti registrati per 400 progetti in discussione e decine di imprese e progetti lanciati non sono uno scherzo) è perché alcune persone si sono spese ben oltre i limiti del ragionevole. Il mio staff è stato generosissimo, trasformando il lavoro in volontariato quando i contratti scadevano e non venivano rinnovati (vanno assolutamente citati Cristina Di Luca, Walter Giacovelli e Marco Colarossi); i referenti di Kublai al Dipartimento (Paola Casavola, all’epoca il direttore generale responsabile dell’iniziativa, Tito Bianchi, Marco Magrassi e Giampiero Marchesi su tutti) hanno espresso una committenza competente e visionaria (Tito in particolare ha fatto veramente i salti mortali per Kublai); Alfredo Scalzo a Studiare Sviluppo e Nicola Salvi, Federico Venceslai, Angelita Levato e Danila Sansone a Invitalia hanno usato a fondo l’autonomia che le rispettive aziende concedevano loro per cercare di venire incontro alle esigenze del progetto. Siamo stati una banda corsara, un po’ Luke Skywalker e un po’ Fantozzi: mi ricordo, per esempio, Nicola che postava su Kublai dal suo laptop e navigando a prestito dal wi-fi del vicino, perché il firewall aziendale gli inibiva Second Life. Nonostante tutto questo impegna, eravamo un equipaggio competente e motivato alla guida di una barca che faceva acqua da tutte le parti. Quando sono scaduti i contratti dello staff esterno, il più libero dalle regole burocratiche, nonostante abbiamo in parte compensato svolgendo lavoro volontario il calo di tensione è stato evidente.

Una conclusione che ho tratto da questa esperienza straordinaria è che l’interfaccia tra burocrazia e rete è difficile, molto. Kublai si può vedere come un tentativo per fornire in coproduzione e attraverso Internet un servizio pubblico, quello di assistenza alla redazione di business plans per la nuova impresa, che tradizionalmente viene fatto (non troppo bene) a sportello. È un tema caldissimo: è, per esempio, uno degli obiettivi decisivi del Public Services Lab di NESTA, con cui mi sono confrontato negli ultimi tempi. Dal mio punto di osservazione al Consiglio d’Europa, tutti i governi europei si stanno muovendo in questa direzione, per cercare di tenere in piedi un minimo di welfare a fronte di una forte crisi fiscale. Presto la moda arriverà in Italia, ma sarà difficile ottenere risultati duraturi se le condizioni che ho elencato non saranno garantite.

E per garantirle, temo, vedo solo una possibilità: un new deal tra la pubblica amministrazione e le donne e gli uomini che lavorano per essa. Il new deal funziona così: la PA deve dare fiducia e spazio per lavorare ai suoi servitori, siano essi dipendenti o consulenti esterni; e poi valutarne i risultati, premiare chi fa bene e punire chi fa male. Se ci sono abusi, si affronteranno caso per caso: progettare un intero sistema con l’obiettivo di prevenirne i possibili abusi rischia di renderlo rigido e disfunzionale. Chi progetta social media sa bene che, se progetti un sistema per gestire i troll, i tuoi utenti saranno troll. Allo stesso modo, se progetti procedure amministrative a misura di persone pigre e disoneste, gli elementi migliori, frustrati e umiliati, ti abbandoneranno, e resterai con i pigri e disonesti. È il momento di scegliere: per quale utenza saranno progettate le politiche pubbliche del futuro?

aprile 12, 2011     Alberto     e-government 2.0     2 comments

Accountability da accesso: i funzionari pubblici vanno su Facebook

Racconta il notevole PSD Blog della Banca Mondiale che un anonimo alto funzionario del governo del distretto di Kanpur, nell’India settentrionale, ha ordinato ai suoi collaboratori più alti in grado di creare “quanto prima” i loro profili personali su Facebook, e di associarlo alla pagina creata per l’amministrazione distrettuale stessa.

L’idea è che i funzionari, risultando più accessibili ai cittadini, ne sentano il fiato sul collo, e quindi siano spinti a uno sforzo per rispondere rapidamente a eventuali sollecitazioni, critiche o lodi. Rispondere, naturalmente, usando la pagina Facebook dell’amministrazione distrettuale. “Ai cittadini questo piacerà, perché saranno in grado di tracciare i loro suggerimenti e i loro reclami.”

L’intuizione mi piace molto: è in linea con quello che scrivo in Wikicrazia, in particolare nei capitoli sulla “trasparenza” e sul “parlare con voce umana”. Nella decisione in quanto tale rimangono alcuni problemi, e uno è che il mio profilo Facebook è mio, non del mio datore di lavoro, anche se questo è una pubblica amministrazione. Forse si potrebbe risolvere questo problema creando accounts multipli, o usando piattaforme in cui gli utenti hanno pieno controllo su cosa condividono con chi, come Diaspora.

La cosa che mi incuriosisce di più, però, è che l’iniziativa del distretto di Kanpur ribadisce che più trasparenza c’è e meglio è per tutti. Che poi è la cosa che pensavo fosse condivisa da tutti fino a che non è scoppiato l’affaire Wikileaks, e molti commentatori (anche autorevoli, come Shirky) hanno dichiarato – ma, a mio avviso, non dimostrato – che i governi hanno bisogno di segretezza per default per funzionare. Chi ha ragione? A occhio il distretto di Kanpur mi sembra più sintonizzato con i tempi: noi umani abbiamo dovuto ripensare la privacy al tempo della rete, sembra logico che anche i governi si trovino a ripensare la loro riservatezza – anche perché francamente non vedo molte alternative. I fenomeni alla Wikileaks non spariranno tanto presto.

Nota: non ho trovato la pagina Facebook in questione – ma sono in Cina, e l’accesso a Internet è un po’ problematico, per cui cerco di risparmiarmi ricerche dettagliate in rete. Se qualche lettore la trovasse e me la segnalasse mi farebbe una cortesia.

gennaio 10, 2011     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     comment

A feature, not a bug: il ruolo di WikiLeaks nell’ecologia della governance

AGGIORNAMENTO 6 dicembre: anche Clay Shirky ha preso posizione. Come molti cittadini americani, la sua preoccupazione principale è quella di cercare di inquadrare il comportamento del governo degli Stati Uniti, senz’altro il più accanito nel tentare di mettere a tacere WikiLeaks. Ne dà un giudizio molto negativo, perché persegue i propri obiettivi con mezzi extralegali (pressioni sui gestori dei server, su Paypal etc.); inoltre distingue con attenzione tra breve e lungo termine. Il post merita di essere letto con attenzione, ma mi pare di potere dire che Shirky ed io concordiamo sul fatto che, nell’attesa che emerga un nuovo equilibrio giuridico e sociale per la società connessa, WikiLeaks è funzionale ad una democrazia in salute.

Ho conosciuto Julian Assange nel 2009 a Barcellona. Eravamo entrambi ospiti di Personal Democracy Forum Europe (da cui è tratto il video qui sopra), e che raccoglie persone interessate a usare Internet per fare funzionare meglio la democrazia (come lui) o la pubblica amministrazione (come me).

WikiLeaks non è emanazione di un’amministrazione pubblica. Se non fosse per questo, però, starebbe benissimo tra i tanti esempi di politiche pubbliche in rete di Wikicrazia, perché, come gli altri esempi in positivo che cito nel libro, è orientata a una nozione di bene comune (trasparenza e responsabilità dei governi di fronte ai cittadini); e mobilita l’intelligenza collettiva per analizzare grandi masse di dati di fonte pubblica e trarne storie comprensibili su ciò che le amministrazioni davvero stanno facendo, e perché.

Dico che WikiLeaks è orientata al bene comune perché la sua attività non è rivolta contro gli stati i cui documenti riservati va diffondendo. Al contrario, Julian è convinto di essere loro utile: informando i cittadini su ciò che davvero succede si irrobustisce la democrazia. Mettendo più teste a pensare alle scelte fatte in passato, si rende più probabile fare scelte più sagge in futuro. E dico che mobilita l’intelligenza collettiva. perché non pretende di spacciare “la verità”: cerca piuttosto di fornire materiale grezzo ai giornalisti, ai magistrati, ai cittadini interessati, e in prospettiva agli storici. La verità storica non sta nel singolo documento, ma nell’interpretazione condivisa del totale di questi documenti che emergerà dal dibattito. WikiLeaks si limita a trasferire documenti riservati nel pubblico dominio, e lascia poi all’intelligenza collettiva di cui parlo nel mio libro di ricostruire un quadro della situazione. E se giudica che un documento riservato possa mettere in pericolo vite umane si autocensura e non lo diffonde: è successo in passato per documenti sulla dislocazione delle truppe americane in Afghanistan.

Su tutte queste cose, Julian parla assolutamente la stessa lingua delle amministrazioni impegnate sul tema della trasparenza. Se lo metteste in una stanza con il Presidente Obama e il Primo Ministro Cameron, i tre sarebbero d’accordo su quasi tutto. Ma non su un punto fondamentale: WikiLeaks ritiene che i governi facciano un uso di gran lunga eccessivo della riservatezza, e ritiene che sia suo diritto e suo dovere intervenire per rendere pubblici documenti che non hanno ragione di non esserlo. Per il poco che vale la mia opinione, sono d’accordo sul primo dei due punti: le amministrazioni pubbliche, spaventate dai propri cittadini, hanno una tendenza istintiva a lavorare nell’ombra che mi sembra inutile e dannosa. Pensate che, quando due associazioni di consumatori hanno chiesto di vedere le carte relative agli appalti per realizzare il portale turistico Italia.it, costato 45 milioni di euro e naufragato in poche settimane, il governo italiano glie le ha negate. Qui non ci sono sicuramente vite in gioco e questioni di sicurezza nazionale, e quindi credo che quelle carte dovrebbero essere rese pubbliche: in fondo, in una democrazia, il dibattito pubblico è la guida dell’operare delle amministrazioni, e più lo alimentiamo e meglio è.

Sono sicuro che su questa linea si attestino anche molti onesti e devoti servitori dello stato: del resto, immagino che siano proprio loro a passare le informazioni a WikiLeaks! Un po’ provocatoriamente, si potrebbe affermare che Julian e i suoi sono in una relazione di mutuo vantaggio con le amministrazioni che dicono di volerli combattere: i servitori dello stato “pro trasparenza radicale” passano di nascosto dei documenti a WikiLeaks. Essa se ne nutre, e contemporaneamente aiuta la fazione “pro trasparenza” a superare i colli di bottiglia costruiti dai pezzi di amministrazione più favorevoli all’opacità. Un ecologo parlerebbe di simbiosi. WikiLeaks non è come un virus che attacca l’organismo ospitante, ma come un utile batterio che ne aiuta il metabolismo.

Faccio una predizione: il Cablegate non avrà conseguenze diplomatiche rilevanti, proprio come finora non ci sono stati contraccolpi importanti dal rilascio di dati pubblici in formato aperto, anche su roba piuttosto sensibile come i conti pubblici. È l’equivalente diplomatico di postare una propria foto da ubriachi su Facebook, senza pensare che il tuo capo possa vederla: imbarazzante, ma senza conseguenze gravi e durature. Secondo l’Huffington Post, del resto, dai due ai tre milioni di impiegati federali erano autorizzati a vedere questi documenti: non esattamente top secret. E finora non ci sono certo state grandi rivelazioni. In questo caso – non accade spesso – mi ritrovo allineato con il presidente del consiglio che, a quanto pare, alla notizia si è fatto una risata: la diplomazia è per definizione una relazione fredda e machiavellica, la stima personale che uno o più diplomatici possono avere per il capo di uno stato conta davvero poco nei rapporti tra gli stati.

Con il tempo, i diplomatici e gli stessi governi si abitueranno a gestire la propria privacy in un mondo connesso, così come, del resto, facciamo tutti noi. La maggior parte della loro attività, come della nostra, a quel punto sarà felicemente alla luce del sole (concordo con Micah Sifry che un ritorno alla riservatezza generalizzata è impossibile). A quel punto, di Wikileaks non ci sarà più bisogno, e Julian sarà libero di dedicarsi ad altro.

Ah, e accusarlo di stupro è una cattiva idea anche dal punto di vista dei suoi detrattori. Mi aspetto che sarà un autogoal, togliendo ulteriore spazio al dialogo tra amministrazioni e la parte più intelligente e idealista della società civile.

dicembre 5, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     8 comments

Spaghetti Open Data: una piccola cosa che mi fa stare bene

Qualche settimana fa, dopo un aperitivo romano, alcune persone hanno cominciato spontaneamente a condividere links a dati aperti italiani e a strumenti per manipolarli. Con alcuni altri, ho pensato che sarebbe stato bello mettere tutti questi links in uno stesso luogo, una specie di one stop shop per chi si interessa di trasparenza non solo in teoria, ma nella pratica della manipolazione dei dati. Poi una cosa tira l’altra, e da oggi è online Spaghetti Open Data. Abbiamo 34 basi dati, neanche male visto che data.gov, con tutta la potenza di fuoco del governo Obama, ne aveva 47 al lancio.

È una piccolissima cosa, ma mi fa stare bene per vari motivi.

  • Anzitutto è una cosa concreta. Mi sono stufato di lamentarmi del governo che non fa, della cultura italiana che non capisce, della crisi economica, della sfortuna. Ho poco tempo, e quel poco lo vorrei dedicare a cose che mi danno la soddisfazione di ripagare con risultati concreti i miei modesti sforzi. Il gruppo di Spaghetti Open Data si è impegnato, e in qualche settimana ha prodotto una cosa che è lì e funziona. Se vuoi cominciare a pasticciare con dati aperti della pubblica amministrazione italiana, lo puoi fare subito, senza aspettare cambiamenti di sistema o ricambi generazionali. Questo ha richiesto solo un po’ di lavoro volontario, e 41 euro per l’hosting.
  • In secondo luogo, è intellettualmente rigorosa. Abbiamo dovuto farci le stesse domande che immagino si siano posti i responsabili di data.gov e data.gov.uk. I dati statistici sono open data? (Pare di no) Ha senso che dati statistici e open data stiano insieme? (Pare di sì, così i civic hackers possono correlare gli uni con gli altri) Come organizzare i metadati? (Abbiamo deciso di privilegiare la compatibilità con CKAN, la strada seguita da data.gov.uk) Insomma, SOD traccia una via possibile agli open data italiani, nel senso che costituisce un precedente che i futuri siti di dati aperti delle pubbliche amministrazioni possono prendere in considerazione e magari copiare.
  • Infine, è espressione di una piccola comunità di circa cinquanta tra bloggers e lavoratori della pubblica amministrazione che hanno collaborato a un obiettivo comune al di sopra delle (notevoli) differenze di cultura, nel massimo rispetto reciproco. Sono stufo anche di maledire i burocrati in quanto stupidi o malvagi: alcuni lo sono, altri sono persone straordinarie con cui si lavora benissimo. I più sono intelligenti, benintenzionati, e molto diversi da me; collaborare richiede l’investimento di un po’ di tempo e qualche sforzo per arrivare a comprendersi. Ne vale quasi sempre la pena.

In futuro vorrei fare solo cose così. Basta proclami, petizioni e chiacchiere. Il semplice fare è troppo divertente, anche per un acchiappanuvole come me. :-)

novembre 3, 2010     Alberto     e-government 2.0     4 comments

Spaghetti open data

Tanto per cambiare, una buona notizia dall’Italia: la scena degli open data – database pubblici resi accessibili ai cittadini, che possono utilizzarne i contenuti come desiderano – comincia a muoversi anche da noi. Si muove come un po’ tutto in Italia, cioè alla spicciolata: non esiste una iniziativa trasversale come data.gov o data.gov.uk, non so se sia in programma ma francamente mi stupirei. Esistono, invece, le avanguardie. In questi mesi ho notizia di due operazioni: uno è il sito della Regione Piemonte, dati.piemonte.it. I database sono ancora pochi e soprattutto poco rilevanti: le codifiche degli stati esteri le trovo su Google in qualunque momento, quello che mi piacerebbe vedere sono statistiche sulla spesa dell’ente Regione, sulla sanità, sulla dispersione scolastica, sulla raccolta differenziata etc., in modo da potere confrontare territori. Ad ogni modo è un inizio, e c’è anche una rassegna degli usi che i cittadini fanno di questi dati.

La seconda operazione è stata fatta dalla Ragioneria Generale dello Stato. Qui i dati sono davvero sugosi: i bilanci preventivi e consuntivi e i trasferimenti alle ammministrazioni regionali e locali 2007-2010. Per capire davvero la discussione sui famosi tagli di bilancio, non c’è niente di meglio di scaricarsi i dati e giocarci un po’, magari producendo qualche bel grafico colorato. La RGS fornisce anche una guida alla costruzione di tavole di sintesi usando Excel.

Questa è una bella opportunità per i civic hackers di cui parla sempre David Osimo. Non c’è più bisogno di fidarsi (o di non fidarsi, che è lo stesso perché comunque la nostra opinione finisce per dipendere da una fonte giornalistica che non possiamo verificare): quando sentiamo dire “lo Stato non investe in cultura”, “la spesa sanitaria è fuori controllo” o “stiamo mandando la scuola pubblica in malora” possiamo controllare di persona, accedendo ai dati, filtrandoli e mettendoli in fila per vedere se è vero, e condividere con gli altri le nostre conclusioni. Anche così crescono le democrazie (e le Wikicrazie).

agosto 25, 2010     Alberto     e-government 2.0     5 comments

La wikicrazia può funzionare?

In questi giorni, come vi preannunciavo, mi sono dedicato a riscrivere Wikicrazia (è la quarta volta!). Ho riletto attentamente tutti i commenti che mi sono arrivati (quasi 200, contando le mie risposte): complimenti a parte, la maggior parte contengono correzioni o proposte di integrazione su punti specifici. Ci sono però anche — e per fortuna — alcune critiche “di sistema”, cioè critiche che, se accettate, renderebbero inutile tutto il ragionamento. Le posso dividere in due filoni; per chiarezza espositiva mi permetto di esagerare un po’ e chiamarli, rispettivamente, “antidemocratico” e “benaltrista” (seguite i links ai commenti, in cui gli autori esprimono le loro critiche in modo più assennato).

Filone antidemocratico: le persone sono facili da influenzare, e anche la democrazia in fondo è una cosa troppo seria per lasciarla fare al popolo. La wikicrazia non è un correttivo perché non porta alla convergenza alla soluzione “più saggia”. Questa preoccupazione è esposta da Francesco Silvestri, Paolo (che scrive in prima persona plurale, perché affiancato dal suo e mio amico Stefano) e Tito. Mi scrive Paolo in una mail (niente paura, mi ha autorizzato a pubblicarla):

Tu sostieni che se c’è abbastanza gente che guarda si correggono gli errori, e citi il caso di Linux e di Wikipedia. Bene, hai ragione. Nel caso di Linux, c’è un gruppo, una rete di tecnici con uno scopo preciso e condiviso, gli errori, se così posso dire, sono dello stesso ordine dell’obiettivo, se non si eliminano l’obiettivo non può essere raggiunto. [...] Nel caso delle politiche gli errori e i dati, sono di ordine diverso dalle conclusioni, l’importante è che tutto suoni bene [...] Dunque, non si guardano e non si trovano errori, se si trovano la cosa non è troppo importante per il dibattito.

Filone benaltrista: la wikicrazia è un gingillo carino, ma se i governanti sono ottusi e corrotti nulla può. Questo è un tema saltato fuori più volte; due commenti in cui si vede bene sono il precedente commento di Paolo (si legga la parte dove si parla dei rifiuti in Campania) e uno di Giuseppe Paruolo (che è anche l’unico contributo alla discussione lasciato da un politico: Giuseppe, un informatico, è stato assessore comunale a Bologna). Scrive Giuseppe:

Credo sia illusorio pensare che un approccio wiki possa di per sè impedire malgoverno o malafede [...] La buonafede di chi governa è un prerequisito indispensabile.

Prendo molto sul serio tanto le critiche quanto le persone che le esprimono, che stimo. Ma non sono d’accordo.

Agli “antidemocratici” c’è un’obiezione facile: nemmeno la democrazia rappresentativa garantisce che si faccia sempre la scelta più saggia: anzi, sappiamo da Churchill che essa è “il peggior sistema di governo mai inventato… salvo tutti gli altri”. Tuttavia rimango abbastanza sereno, la storia ci ha mostrato che i despoti illuminati possono vincere qualche partita, ma il torneo lo vincono sempre le democrazie, con tutti i loro difetti: allargare il novero di coloro che esercitano potere e influenza sembra garantire risultati migliori. Ma c’è anche un’obiezione specifica, ed è che, invece, nella mia esperienza il consenso emerge quasi sempre. Non sono le persone a convergere, ma le conversazioni: cioè, nessuno che sia veramente convinto di una cosa cambia idea, ma chi si avvicina al processo in modo abbastanza laico vede emergere una posizione nettamente più convincente delle altre. In genere succede che a un certo punto qualcuno propone una cosa e tutti si mettono a discutere della proposta, ignorando completamente le posizioni precedenti (e magari contrapposte). Il messaggio è chiaro: quelle posizioni, semplicemente, non hanno trazione, e quindi non hanno legittimità. Certo, chi le sostiene può continuare a spingerle, ma otterrà solo di irritare gli altri: ha già detto la sua, la discussione è andata avanti, cosa vuole ancora? Se le decisioni sono tanto più legittimate quanto più sono partecipate, il dissidente si trova perdente in una discussione fortemente legittimata.

Ai “benaltristi” rispondo che, in un ambiente informativamente trasparente e in cui l’attenzione è una risorsa abbondante le rogne saltano fuori prima o poi e il malgoverno diventa più difficile. La versione finale di Wikicrazia riporta questo esempio canadese, in cui una politica di open data ha permesso di scoprire 3 miliardi di dollari di evasione fiscale (la scoperta l’ha fatta un cittadino, non l’agenzia delle entrate). Mi viene in mente il passo famosissimo in cui Adam Smith scrive che noi non ci affidiamo alla benevolenza del macellaio per mangiare, ma alla sua capacità di fare il proprio interesse; non vedo perché la cosa non dovrebbe valere anche per i politici e i governanti. Non chiediamo loro di essere santi o eroi, ma persone ragionevolmente intelligenti che agiscono in un ambiente che fornisce loro gli incentivi giusti.

Troppo ottimista? Forse. Ma in Wikicrazia ho deciso di non lasciare nessuno spazio alla lamentazione e al cinismo, al “governo ladro” e al vaffa. Sono posizioni che comprendo e rispetto, ma in questa fase scelgo di non farle mie e di concentrare i miei modesti sforzi su ciò che possiamo migliorare qui e adesso, senza aspettare cambiamenti sistemici o rinnovamenti culturali. E senza scuse.

agosto 4, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     5 comments

Da Port-au-Prince a L’Aquila: buone idee per ricostruire

Searching in the rubble

Daniel Kaufmann fa il punto della situazione dopo-terremoto di Haiti. Nei tre mesi dopo il sisma, la comunità internazionale ha erogato aiuti per oltre due miliardi di dollari (di cui uno da donatori privati); il fabbisogno a tre anni è stimato a 11,5 miliardi. Se nell’emergenza molti aiuti sono stati portati ad Haiti direttamente da associazioni solidaristiche internazionali – bypassando sia le istituzioni che la società civile di Haiti – nei prossimi tempi ci si aspetta che il governo haitiano giochi un ruolo centrale nell’erogazione degli interventi. Ciò richiederebbe uno stato forte ed efficace; lo stato haitiano, invece, non solo è debole, ma è soggetto a cattura da parte di pochissime famiglie dominanti, che lo gestiscono come se fosse una loro proprietà. In questa situazione, il rischio di vedere i denari degli aiuti internazionali sprecati o intascati dai ricchi è, purtroppo, molto concreto. E ancora più concreto è il rischio che la gestione di questi flussi venga affidata ai soliti sospetti, che finirebbero per vederne ulteriormente rafforzata la loro posizione. Questo è stato riconosciuto da tutte le parti in causa.

Molti suggeriscono di copiare la strategia delle autorità indonesiane per la ricostruzione post-tsunami (qui il rapporto della Banca Mondiale), che ha in realtà lasciato la zona di Aceh in condizioni economiche migliori che prima della catastrofe. Kaufmann crede che questo non sia realistico, e suggerisce una strategia “indonesiana” corretta per la presenza di uno stato debole. E cioè:

  1. Mitigare gli effetti dei conflitti di interesse delle figure senior nella pubblica amministrazione e nei tribunali. I loro redditi e le loro proprietà dovrebbero essere pubblicati online in modo che accedervi sia facile. Occorre anche vietare che queste persone gestiscano imprese private, obbligandole a conferire i loro averi a blind trusts.
  2. Ridurre il rischio di cattura. Per esempio, è stato proposto che la Commissione per la Ricostruzione di Haiti sia co-presieduta dal Presidente di Haiti e da uno straniero eminente, come Clinton o Lula. Queste persone non sono ricattabili e tengono al loro buon nome, per cui possono richiamare l’attenzione della comunità internazionale su eventuali irregolarità. In aggiunta, occorre fare in modo che il governo non abbia potere di veto su ciò che la Commissione fa, e renderla molto trasparente incardinando questa trasparenza già nella legge istitutiva
  3. Costruire un sistema di appalti competitivo e trasparente. C’è una cosa che si chiama Internet, che può fare molto in questo senso.
  4. Rendere trasparente il lato dei donatori. Chi mette soldi nella ricostruzione deve rendere pubblico (con il solito criterio della facile accessibilità online e dei dati machine-readable) a chi li sta dando, quanti e per fare cosa.
  5. Dare un ruolo forte alle comunità locali e alla società civile, il “popolo delle carriole” della situazione. I cittadini non sono clienti, e non gli consegni un paese ricostruito “chiavi in mano”. Sono loro i protagonisti della ricostruzione.
  6. Promuovere la trasparenza nelle politiche in senso ampio: istruzione, sanità, fisco, ambiente etc.

Non sono mica dei brutti consigli. Alcuni di questi potrebbero forse essere utili anche nell’Italia del dopo terremoto all’Aquila. Nel mondo globalizzato può capitare anche di dovere “copiare il compito” da Haiti, mentre la performance stellare (dice Kaufmann) dell’Indonesia resta completamente fuori portata.

aprile 14, 2010     Alberto     e-government 2.0     comment

La trasparenza è contagiosa

Sono tornato in Basilicata – dopo quasi un anno – per essere presente a una tappa importante di Visioni Urbane. Il riassunto delle puntate precedenti è questo: la Regione Basilicata aveva programmato 4,3 milioni di euro sulla costruzione di spazi laboratorio per la creatività. Invece di partire dai contenitori, cioè dagli edifici, ha deciso di partire dai contenuti, cioè dalle attività creative che quegli edifici avrebbero ospitato. Questo ha comportato mobilitare una community creativa lucana, lanciare un blog, organizzare seminari (memorabile quello con Bruce Sterling a Matera) ecc. Io ho partecipato al progetto come advisor, in rappresentanza del Ministero dello sviluppo economico.

Visioni Urbane è un progetto che crede nella trasparenza come valore. Ci crede con una convinzione francamente spaventosa per la maggioranza delle amministrazioni italiane, e infatti su alcune scelte (tipo quella di non moderare i commenti del blog, o quella di dire con chiarezza ai creativi “noi possiamo fare proposte, ma a decidere è – giustamente – il presidente”) ci sono state discussioni anche piuttosto accese. La Regione era, legittimamente, intimidita dall’idea di mettere in piazza tutto.

Pare che quelle discussioni siano servite. Un anno e mezzo dopo ritorno a Potenza e trovo che (1)  l’intera community creativa è stata invitata a presenziare alla firma delle convenzioni tra Regione e i vari comuni, e si è presentata in massa: i sindaci sono naturalmente invitati a dire la loro, ma lo devono fare davanti a tutti e non nelle segrete stanze; (2) il testo della convenzione e la lettera con cui il presidente della Regione li ha convocati sono scaricabili dal blog in questo post. Mi hanno scavalcato a sinistra! La lezione che ne traggo è che la trasparenza genera trasparenza; un piccolo cambio di mentalità su un singolo tema può diventare una prassi generalizzata. E’ solo un piccolo segno di cambiamento e di speranza, ma mi fa piacere.

UPD 18/3/2009: E’ online il video dell’incontro:

marzo 14, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

Visioni Urbane: tempo di bilanci

Con l’incontro del 5 maggio si conclude il progetto Visioni Urbane, e si conclude – credo – con un successo. Sono reduce dalla scrittura di un paper (che presenterò a eChallenges 2008, in un workshop sui “Living Labs e sviluppo locale” proposto da Jesse Marsh); per scriverlo ho dovuto pensare molto a VU. La mia conclusione – provvisoria, ci mancherebbe – è che l’ethos orientato alla meritocrazia e allo spirito di servizio (“qui non si distribuiscono soldi, si progetta il bene comune”), combinato con un ambiente informativo molto trasparente, in cui la comunicazione era sempre molti-a-molti, è riuscito a modificare in modo sostanziale la percezione reciproca di ente Regione e scena creativa. Purtroppo, però, la magia di VU funziona solo su chi ha condiviso quell’esperienza: il più grande limite del progetto – scrivo in quel paper – sta nel fatto che non è riuscito a convincere gli altri settori della Regione che i creativi lucani sono una risorsa vera. Però non è detta l’ultima: il gruppo ha elaborato un documento che traccia la rotta per usare nel miglior modo possibile le risorse per gli spazi laboratorio (che non sono neanche pochissime, 4.3 milioni di euro), e in quel documento prevediamo una conferenza strategica annuale sulla cultura in Basilicata. Grazie all’adozione di un modello di governance abbastanza sofisticato, dovremmo riuscire a dare una voce autorevole alla community creativa nel dibattito sulle politiche in Regione (tenete presente che il presidente della Regione l’ha condiviso e fatto proprio). Speriamo! Sono proprio curioso di vedere come va a finire.

Nel frattempo i ragazzi e le ragazze di Agoraut hanno raccontato l’incontro conclusivo di Visioni Urbane in un bellissimo video. questo qui:

 

maggio 14, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     1 comment

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