Tim Berners-Lee


Buon compleanno web, l’Italia ha bisogno di te

Di nuovo in viaggio! E questa volta è per una festa: quella del ventesimo compleanno del World Wide Web. Si tiene lunedì 14 novembre a Roma, al tempio di Adriano, in presenza dell’orgoglioso genitore sir Tim Berners-Lee, che terrà il keynote speech. Su scala molto più modesta, anch’io terrò un piccolo intervento, parlando di Wikicrazia, ovvero di governance collaborativa mediata da Internet.

Sullo sfondo della festa, tempi difficili. Ma la festa serve, e teniamocela ben stretta! come scriveva Sant’Agostino sedici secoli fa, i tempi siamo noi: se non ci piacciono, possiamo sempre inventarne di nuovi, o almeno provarci. Un numero sempre crescente di italiani, connessi proprio dal ventenne World Wide Web, ci sta provando. Nel mio piccolo, ci provo anch’io: Wikitalia, di cui parleremo lunedì, è appunto un regalo di compleanno dell’Italia all’Internet, e dell’Internet all’Italia.

(Il video qui sopra è stato un tentativo di qualche mese fa di spiegare ad alcuni non italiani molto interessati cosa voglio fare nella vita. Però c’entra.)

novembre 13, 2011     Alberto     internet, Wikicrazia     1 comment

Tagli a data.gov: impariamo a gestire le aspettative

Tim Berners-Lee at TED giving the famous "Raw data now" talk

Brutte notizie per il movimento per il governo aperto e i dati aperti. data.gov, il portale di dati aperti dell’amministrazione Obama, chiude subisce fortissime riduzioni di budget, vittima dei recenti tagli al bilancio federale. Lo stesso accade all’IT dashboard dell’ex CTO della Casa Bianca Vivek Kundra. Soprattutto data.gov è un brutto colpo: quello è il modello, imitato dai governi più aggressivi e invidiato dai cittadini di quelli più pigri.

Cosa non ha funzionato? Secondo Steve Keefe, bassa qualità dei dati e troppe promesse. Non sono in grado di pronunciarmi sulla qualità, ma temo anch’io che il movimento open data stia facendo troppe promesse. La premessa che quasi tutti accettano è lo slogan “Raw Data Now” di Tim Berner-Lee: rilasciate i dataset, gli hacker civici e le forze di mercato faranno il resto. I decisori (almeno in alcuni paesi) sono stati ben felici di adeguarsi: il numero di dataset rilasciati è facile da monitorare. Si può interpretare come una misura di efficacia, e fa bella figura sui comunicati stampa.

La domanda di dati non ha retto il passo a cui i dati venivano rilasciati. Non è sorprendente: interpretare i dati per ricavarne storie convincenti è difficile. Gli hackers civici devono sapere di teoria della misurazione, teoria della probabilità, statistica, econometria; essere bravi con i computers non ti serve a niente dopo il download. Ci sono stati alcuni buoni esempi di giornalismo basato sui dati, ma in maggioranza i media hanno ignorato i dati e continuato a intervistare pezzi grossi dei governi e dell’accademia per coprire temi economici, sociali e ambientali. E li posso capire: non ci sono ancora abbastanza lettori per giustificare questo tipo di giornalismo.

Peggio ancora, ci hanno detto che nuovi ecosistemi di servizi innovativi sarebbero sorti intorno alla disponibilità di dati aperti, e che essi avrebbero portato crescita economica e posti di lavoro. Difficile resistere: mettere le parole innovazione, crescita e lavoro nella stessa frase è una delle poche tecniche di accedere a finanziamenti seri in questi tempi di crisi, e proponenti e finanziatori non hanno resistito. Dopo un paio d’anni abbiamo qualche app interessante e qualche impresa che usa i dati. È perfino spuntato qualche posto di lavoro, ma i numeri sono modesti (la cifra più alta che ho visto è di 60 persone in una stessa azienda). Mi stupirei del contrario: la teoria economica ci dice che se il tuo prodotto si basa su una risorsa aperta e inesauribile è molto difficile costruirci intorno dei margini veri. In generale, verrai aggredito da entità non profit e studenti che lavorano sul laptop a zero costi indiretti, e non riuscirai a reggere. Il profitto richiede scarsità, non abbondanza: basta chiedere a qualunque studio di registrazione discografica. Il post di Keefe contiene una notizia interessante, e cioè che le imprese private hanno investito su dati, sì, ma dati privati e ben chiusi.

Sulla base di queste considerazioni e del ridimensionamento di data.gov, consiglierei al movimento open gov-open data di resistere alla tentazione di promettere cose che non si è assolutamente sicuri di potere mantenere. Montare operazioni low cost (e low hype); sottolineare che va benissimo se qualcuno costruisce servizi a valore aggiunto a partire dai dati pubblici, ma che non è questo l’obiettivo del loro rilascio. L’obiettivo è aumentare la trasparenza, efficienza e accountability delle politiche pubbliche. Sarà meno cool; spegnerà i riflettori oggi puntati su di noi e ci chiuderà le porte dei finanziamenti più ricchi, ma terrà il movimento in piedi, proteggendolo dalla delusione, dai tagli ai bilanci pubblici e dalle lobby avverse. Se mi sbaglio, tanto meglio: vorrà dire che tra un anno avremo fatto meglio del previsto, e allora alzeremo il volume della comunicazione.

settembre 27, 2011     Alberto     e-government 2.0     2 comments

Sapere al popolo: il governo britannico libera i dati

Una buona notizia: sir Tim Berners-Lee ha convinto il governo britannico a mettere i propri dati a disposizione del pubblico (fonte: BBC). E’ online un sito che si chiama data.gov.uk (riferimento ovvio al famoso sito di Obama). Mentre scrivo sono online 2.879 basi dati, ma altri verranno (in effetti, come tutti i governi, anche quello di Sua Maestà sta seduto su una tale massa di dati che neppure i suoi dirigenti sanno esattamente cosa hanno per le mani). Gli sviluppatori sembrano interessati: il sito riporta già 29 applicazioni create a partire da quei dati, inclusa la straordinaria Cyclestreets per chi si sposta in bicicletta. Il sindaco di Londra, Boris Johnson, si accoda. Ha annunciato l’apertura di un “magazzino digitale” che conterrà inizialmente 200 basi dati centrate sulla capitale.

L’impatto di questa mossa è difficile da sopravvalutare. Non solo per la miriade di servizi che diventano possibili, ma anche perché costruisce un luogo dove hackers e funzionari pubblici possono – devono – interagire; e così facendo favorisce il “coming together” di due culture la cui alleanza può essere davvero un potente fattore di modernizzazione e civiltà, come dicevo dopo Wikicrats.

E noi? Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Tito, ministeriale digitale e – da qualche tempo – anche blogger…

(Hat tip: Alberto D’Ottavi)

gennaio 22, 2010     Alberto     e-government 2.0     comment

   


© Contrordine compagni - Wordpress-Theme 0816 by Netprofit Webdesign & Robert Hartl and personalized by Freddy