sviluppo locale


798 Art District: gli amori difficili tra arte e mercato

Un luogo interessante che ho visitato recentemente è il distretto artistico 798 a Pechino. Si tratta di un grande complesso industriale per la produzione di componenti elettronici (soprattutto transistors) costruito negli anni Cinquanta dal governo cinese in collaborazione con quello della Repubblica Democratica Tedesca. Parzialmente dismesso in quanto fabbrica a partire dagli anni Ottanta, 798 ha conosciuto una seconda vita a partire dal 1995 (o 2000, secondo altre fonti), quando artisti e gallerie d’arte hanno cominciato a stabilirsi nei capannoni abbandonati, attratti dall’ampia disponibilità di spazi a costi molto bassi e dal fascino della costruzione in stile Bauhaus voluta dagli ingegneri tedeschi. Nei primi anni Duemila si è trasformato in una specie di utopia artistica: un luogo assolutamente affascinante, dove artisti e galleristi vivono e lavorano insieme agli operai delle fabbriche ancora in attività del complesso. Grazie al fatto che c’è tantissimo spazio (è grande quanto un piccolo paese), i protagonisti della rinascita di 798 si sono potuti sbizzarrire, disseminandolo di ironiche statue di Mao, dinosauri di ceramica, finte cabine del telefono, robottoni da combattimento in stile manga alti dieci metri realizzati con rottami metallici (i miei preferiti); e anche ospitando concerti, rave e performance (un luogo amato per questo è la suggestiva Originality Square), festival di cinema come il newyorkese Tribeca. Oggi 798 è di gran lunga il luogo più importante – anche economicamente – della nascente arte contemporanea cinese (che è già un bel business: nell’arco del 2007 il solo Zhang Xiaogang ha venduto dipinti per 57 milioni di dollari). Ovviamente sono fioriti caffè, ristoranti, e negozi con un penchant artistoide.

Sarebbe davvero affascinante potere studiare in dettaglio le dinamiche di crescita di 798, soprattutto adesso che l’esperimento di Visioni Urbane si avvia alla conclusione con la consegna degli spazi creativi che abbiamo progettato e commissionato insieme, e la loro assegnazione alle cordate di imprese e associazioni che li gestiranno. Per ora annoto le riflessioni sparse che mi sono venute dalla visita e dalla lettura di libri e documenti sull’esperienza.

  • L’estetica conta. Da economista, ho sempre pensato che gli spazi industriali abbandonati sono interessanti per l’impresa creativa perché costano poco, e perché – essendo esteticamente neutri – puoi trasformarli in quello che vuoi, da laboratorio asettico a caverna steampunk. Invece i pareri che ho raccolto sono concordi sul fatto che 798 ha attirato gli artisti perché ha un’estetica unica, e la cura messa nella sua progettazione (per esempio: i tetti “a dente di sega” e finestre rivolte a nord per massimizzare la luce naturale senza che questa producesse ombre) è incomparabile con quella di altre fabbriche costruite in Cina nello stesso periodo.
  • La crescita organica ha una marcia in più. 798 accoglie una grande varietà di opere e di organizzazioni, ma al tempo stesso è chiarissima una coesione estetica e socioeconomica di fondo: sembra una formazione di corallo, in cui le varie specie competono, cooperano e si scambiano informazione in una continua danza di coevoluzione. Una pianificazione dall’alto non ha nessuna possibilità di produrre una cosa del genere. Questo non esclude un ruolo del policy maker nella creazione di un distretto artistico, ma consiglia per esso il ruolo di mettere in modo l’evoluzione, non quello di prendere decisioni sugi esiti. Un esempio si ritrova nella storia stessa di 798: l’evento da cui nasce la nuova fase della vita del distretto è l’occupazione temporanea di una delle ex fabbriche da parte dell’Accademia Centrale d’Arte di Pechino, avvenuta nel 1995. L’Accademia era solo in cerca di spazi laboratoriali a buon mercato mentre traslocava da una vecchia sede a una più nuova, ma questo evento ha portato molti artisti e studenti d’arte a esplorare l’area. Il preside della facoltà di scultura Sui Jianguo rimase così affascinato dal luogo da trasferirvi il proprio studio, uno dei primi artisti noti a traslocare.
  • Il successo di un distretto artistico ne mette in pericolo la credibilità e la sostenibilità. Mentre grandi aziende cominciano ad organizzare propri eventi a 798 in cerca del cool effect, molti artisti lamentano il rapido aumento dei costi degli affitti e temono la mercificazione eccessiva. E in effetti, molte opere esposte nelle tantissime gallerie del distretto mostrano una tendenza inquietante a riprendere in chiavi diverse l’iconografia del comunismo cinese: statue di Mao, libretti rossi e stelle rosse. Perché? Perché i riferimenti al comunismo cinese costellano il lavoro degli artisti che vendono molto e hanno molto successo, come Zeng Fanzhi o il citato Zhang Xiaogang. La pressione sugli affitti, naturalmente, aumenta l’incentivo all’imitazione, e priva gli artisti e le gallerie dello spazio mentale per sviluppare nuovi prodotti. Molti osservatori temono il collasso dell’attuale ecosistema e la trasformazione di 798 in una specie di ipermercato dell’arte contemporanea cinese.
  • Se il successo economico ottenuto dal distretto è eccessivo rispetto alle esigenze della creazione artistica, è però insufficiente a proteggere 798 dalla speculazione immobiliare. Quell’area, un tempo periferica, si trova oggi sul corridoio strategico che collega il centro della città al nuovo aeroporto, ed è naturalmente oggetto di pressioni a demolire il complesso industriale per saziare la fame di residenzialità dei 13 milioni di abitanti, in crescita, della capitale cinese. Il proprietario di 798 è Sevenstar, una società a capitale pubblico creata dalle fabbriche superstiti dell’area a cui il governo ha assegnato la responsabilità di gestire le vecchie fabbriche. Qui c’è un chiaro problema di governance: il mandato della società è in termini puramente finanziari, e i suoi vertici hanno l’obbligo di massimizzare la redditività dei terreni a loro affidati. L’alleanza tra proprietà e artisti ha retto fintanto che questi erano gli unici disposti a pagare un prezzo – anche se basso – per affittare le fabbriche abbandonate: appena queste sono diventate appetibili per soggetti eocnomicamente solidi le tensioni tra proprietà e artisti sono diventate molto forti. Nel 2005, le istituzioni artistiche di Pechino sono riuscite a convincere il governo che, nell’imminenza delle Olimpiadi del 2008, la città aveva bisogno di una vetrina artistica più che di qualche altro migliaio di appartamenti. L’anno successivo le autorità cittadine hanno istituito nell’area il primo “distretto centralizzato per la creatività culturale”. Niente bulldozers: al contrario, le strade sono state ripavimentate, l’illuminazione urbana rinnovata, e la gentrification (da noi si direbbe “infighettamento”), accelerato, insieme alla crescita degli affitti.

Questa è la Cina: a decidere, alla fine, è il governo – e in questo caso è difficile non applaudire la sua decisione. L’economista resta con il dubbio che l’economia di mercato sia destinata a stringere l’arte tra l’incudine della eccessiva commercializzazione e il martello dell’insufficiente redditività. Il che equivarrebbe a dire, temo, che l’economia dell’arte – una volta depurata dei sussidi pubblici palesi e nascosti e del wishful thinking – non esiste, e che arte e mercato possono vivere in simbiosi nel breve periodo, ma alla resa dei conti sono incompatibili.

gennaio 18, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo     1 comment

Le politiche pubbliche sono conversazioni

Il progetto Visioni Urbane – che apre in questi giorni una nuova fase – mi ha insegnato davvero molto. Il problema che avevamo, in sintesi, era questo: un atto amministrativo obbligava la Regione Basilicata a spendere 4,3 milioni di euro per fare “spazi laboratorio creativi”. Queste risorse erano one-shot e in conto capitale: le spendi all’inizio in struttura (muri, impianti, etc.), poi non ne hai più. Non c’erano risorse di spesa corrente per finanziare le attività. Come evitare che questi spazi laboratorio venissero inaugurati e subito chiusi?

La risposta poteva essere solo “facendo impresa culturale”. Gli spazi dovevano diventare una piattaforma per la produzione, da parte dei creativi lucani, di prodotti e servizi destinati al mercato della cultura, e che fossero in grado di intercettare una domanda pagante. Bene. Ma di cosa si stava parlando? Musica? Cinema? E quale musica, quale cinema? Da vendere a chi? Da produrre come? Da avviare a quali canali di distribuzione? Da comunicare come? E’ stato subito chiaro che il piccolo gruppo di tecnici messi insieme dal DPS e dalla Regione non aveva alcuna speranza di darsi queste risposte da solo. L’unico modo di rispondere a queste domande era fare emergere le soluzioni, mobilitando la conoscenza incorporata nei creativi lucani stessi.

Non si trattava di “fare una ricerca” per estrarre conoscenza dai creativi lucani. La cultura in Basilicata, come spesso in Italia, è in parte preponderante finanziata dal settore pubblico. Il mercato coincide con l’assessore che firma la delibera. I creativi, quindi, non conoscono i mercati, anzi ne hanno paura. Si trattava di avviare un processo che producesse contemporaneamente la consapevolezza del problema (il denaro pubblico per la cultura è poco e inaffidabile) e dell’esistenza delle sue soluzioni (immaginare prodotti che “funzionano”, che “il pubblico vuole”). Percepire solo il problema avrebbe significato produrre nei creativi una reazione di chiusura, mentre noi avevamo bisogno che loro fossero abbastanza ottimisti e avventurosi da fare innovazione.

Per coinvolgere i creativi al massimo abbiamo bisogno di trattarli alla pari, come un soggetto della politica economica, e non come un suo oggetto. Visioni Urbane in quanto policy si è strutturata come una conversazione, proprio alla Cluetrain Manifesto. E una soluzione – articolata, nel merito, assolutamente impensabile all’inizio del processo – è emersa. Da questa esperienza ho scritto un breve saggio in inglese, Policy as conversation, che presenterò a eChallenges 2008, a Stoccolma, il 24 ottobre. Lo trovate qui.

settembre 6, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

Facce nuove per lo sviluppo

In questo periodo passo molto tempo su Kublai. E’ davvero un esperimento affascinante: un ambiente multicanale di creativi, che usa un blog, un social network, un isola su Second Life e perfino incontri fisici per produrre progetti di sviluppo del territorio. E’ presto per le conclusioni, ma il mio gruppo ed io stiamo cominciando a costruire qualche ipotesi. Per ora sono sbalordito dalla qualità delle persone che scelgono di iscriversi al nostro social network ai suoi primi vagiti (150 membri, due mesi di vita): solo nell’ultima settimana si sono iscritti una giornalista, esponente di 40xVenezia, che vuole fondare un quotidiano online; la mediateca di Matera; il portavoce di Recidivi, la rete dei festival di cinema della Puglia e della Basilicata; il direttore del Festival del copyleft di Arezzo; il fondatore di booKerang, startup che si occupa di libri e di lettori; una donna che ha appena brevettato un nuovo design per tegole fotovoltaiche; uno dei progettisti di Blogitalia.

I kublaiani sono la ragione principale per cui partecipo così volentieri a questo progetto. Hanno idee, energia per portarle avanti, integrità per non arrendersi alle difficoltà. Con frequentatori di questo tipo non mi stupisce affatto che Kublai stia diventando un terreno su cui i creativi fanno alleanze, coinvolgono altri, esplorano gli spazi di azione comune. E’ un processo che si vede benissimo (ne ha scritto Marco) e che trovo… emozionante.

Non credo di sbagliare di molto se dico che queste sono tutte facce nuove sulla scena dello sviluppo locale: persone che i policy makers del nostro paese non conoscono, non capiscono, non riescono a motivare. Mi viene in mente una riflessione che facevamo con Alberto al Pangea Day: noi creativi siamo pochi e dispersi, ma adesso siamo collegati e possiamo fare la differenza.

Kublaiani

luglio 11, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

Social news per raccontare il territorio?

Giovanni Calia mi ha invitato alla sede di Milano di CurrentTV per una chiacchierata informale con Amanda Zweerink (VP, online community development) e Rod Naber (direttore, online design) sul tema social news e sulla possibile convergenza tra televisione e web sul tema. Quelli di Current hanno un po’ di idee carine e stanno molto attenti a siti come Digg e Reddit.

Bello, ma io cosa c’entro? Mi rispondono che loro stanno cercando di ampliare la loro rete di contatti con università, ricercatori e pubbliche amministrazioni, cercando spazi per eventuali collaborazioni. Beh, io uno spazio lo vedrei anche: perché non usate i video per raccontare le comunità locali, le persone che si adoperano per farle crescere e trovare loro un sentiero di sviluppo? Si può sostenere che raccontare queste storie sia uno strumento di sviluppo locale oltre che di coesione (lo diceva anche Bruce Sterling a un incontro di Visioni Urbane); quindi non è affatto impossibile che voi possiate fare un progetto e cercare per esso finanziamenti. Anzi, io come Kublai sarei molto lieto che voi lo faceste, e vi darei anche una mano se posso.

Ma naturalmente questo è un altro mestiere rispetto alla conquista del mondo dei media che Al Gore ha in mente per Current. Amanda e Rod mi sono sembrati assai poco convinti, mentre Giovanni – che è meridionale – era ovviamente più coinvolto. Vedremo, ma ho qualche dubbio sul fatto che aziende così scendano direttamente nell’arena della trasformazione locale. E’ possibile, però, che accettino di fiancheggiare qualcun altro che lo fa, a patto che sia questo qualcun altro a tirare. Emanuele Dal Carlo, per esempio, mi diceva che la CEO di Ning verrà presto in Italia per discutere di un possibile progetto comune di 40xVenezia. Spero che ci racconterà presto gli sviluppi di questo incontro. Certo, sarebbe bello se pezzi del miglior hi-tech della Silicon Valley si lasciassero coinvolgere nella costruzione dello sviluppo locale in Italia!

giugno 14, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

Viva Villa! La rivoluzione messicana di Kublai

MCR + Scrittori
Mi sto godendo gli incontri su creatività e sviluppo locale al porto dei creativi, l’isola SL di Kublai. Pur con tutti i limiti di un’esperienza così nuova per tutti, vanno sorprendentemente bene: si capisce tutto, arrivano la passione, la fatica e la gioia di fare cose sul territorio, almeno a me. Domani sera (ore 21) abbiamo Lucio (Scarpa) e Emanuele (Del Carlo) di 40xVenezia, un’esperienza interessantissima iin cui i quarantenni di Venezia hanno dato vita a un social network da cui distillare visione comune e progettualità per la città lagunare. Mercoledì 18 parliamo di letteratura, e lo facciamo con Paco Ignacio Taibo II. Oltre che un ottimo e prolifico romanziere e storico (biografo, tra l’altro, del Che Guevara e di Pancho Villa), Paco è anche il direttore della Semana Negra, un importante evento culturale spagnolo nato come festival di letteratura gialla che si è poi ampliato a comprendere altre forme di cultura. Prevediamo il tutto esaurito (i posti sono solo 40); se volete essere sicuri di trovare posto meglio arrivare prima delle 21.

Con Paco siamo amici da anni: dodici, per la precisione. Questa foto “storica” immortala l’incontro tra i Modena City Ramblers e la “banda”, la pattuglia degli scrittori latinoamericani che sono stati così importanti per noi, auspice l’editore Marco Tropea. A sinistra della band, dall’alto: i cubani Leonardo Padura Fuentes e Daniél Chavarrìa. Al centro: in piedi il cileno Luis Sepulveda, accosciato Paco. A destra gli argentini Miguel Bonasso (dietro) e Rolo Diez.

giugno 10, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

Il gioco si fa complesso: celebrities, infrastrutture sociali e innovazione

Le mie riflessioni sull’economia dell’innovazione mi portano in questi giorni a pensare spesso a due persone che frequento in Second Life. Non siamo amici nel senso tradizionale del termine, anche se [disclaimer] io le sento entrambe amiche. Spesso chiacchieriamo, occasionalmente balliamo. Le ho incontrate in real life una volta ciascuna [fine disclaimer]. Entrambe hanno investito molte centinaia di ore nel costruire familiarità con il mezzo.

Roberta Greenfield è una celebrity di Second Life, una specie di dea iper-glamorous dal guardaroba sterminato. Oltre al look hollywoodiano (tra l’altro è Miss Italia SL 2007), ha l’agenda affollata di contatti e la fluidità relazionale della esperta pubblicitaria/PR che in effetti è. In quanto celebrity, la sua foto in home page fa impennare i contatti dei siti sulla SL italiana, e – data la sua fama di cacciatrice di tendenze – la sua presenza a un evento SL è una garanzia di prestigio, di qualità, attira i giornalisti.

Velas Lunasea è un’infrastruttura sociale in un solo avatar. Ha addestrato ad un uso consapevole di SL qualcosa come settanta persone, tra cui praticamente tutti i conferenzieri dell’unAcademy, quindi il gotha del digitale italiano. Sembra conoscere tutti, e tutte le land. Anima delle feste, alle abilità relazionali unisce slanci tipo questo, che ha portato l’onda dell’iniziativa “bloggers per il 25 aprile” ad aprire un fronte su SL; e si è costruita una solida rete di rapporti di stima con alcuni dei creativi più interessanti della SL italiani. Questa rete è di qualità così alta che è stata in grado di costruire un gruppo di lavoro (non pagato) per mettere in piedi una cosa sofisticata come il Museo delle mondine in SL – in dieci giorni dalla prima idea al lavoro finito. In RL fa la commercialista.

Io penso che Roberta e Velas siano fattori di innovazione e di sviluppo. Per riconoscerle come tali ho dovuto immergermi profondamente nel brave new world dell’internet sociale: nell’economia che ho studiato non c’è nulla di nemmeno vagamente simile a loro. E invece, mi sa, dovrebbe esserci. Il loro contributo a Kublai, per esempio, è già evidente. I loro avatar sono araldi di una nuova fase nel pensiero economico, in cui i vecchi modelli (poche variabili e una matematica semplice e elegante per derivare stati del mondo) non avranno nessuna utilità per chi, come me, lavora sul campo. Già da qualche anno i modelli che uso sono multistrato e multisoggetto, pieni di riferimenti al tempo (una stessa mossa può essere utile in un dato momento e dannosa se un po’ prima o un po’ dopo), al sequencing (cosa deve venire prima, cosa dopo), agli aspetti cognitivi. Strani e complessi sono diventati anche i miei strumenti di lavoro, che includono happy hours, feste, blog, video.

Naturalmente va evitata la sovraesposizione della pratica e del cool effect. Un solido retroterra teorico e una tensione implacabile al rigore continuano a essere indispensabili. Mi preparo a fare la mia piccola parte nella madre di tutte le sfide, quella per rinnovare lo sguardo sul mondo della scienza economica. Che forse, a forza di frequentare gente come Roberta e Velas, diventerà un po’ meno “scienza triste”.

maggio 23, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

Call for projects: iniziamo a lavorare sui primi progetti

Per come vanno le cose in Second Life, la presentazione di Kublai di ieri (qui le slides) è stata un successo pieno. Per non sovraccaricare il server e mantenere un minimo di funzionalità alla SIM avevamo settato il numero massimo di partecipanti a 40 avatar: abbiamo rapidamente esaurito i posti (poi Giuseppe ha usato qualche trucco per fare entrare ancora un paio di persone). Sold out! In più stanno arrivando i media: solo ieri ho fatto due interviste, di cui una è qui.

A questo punto del percorso, Kublai mi sembra molto chiaro e lineare. Mi sembra anche “molto internet”, nel senso che il suo successo o fallimento dipende non solo da noi del gruppo di lavoro, ma – in modo determinante – dalle persone creative che stiamo incontrando. A noi tocca dare l’esempio, incoraggiare ed energizzare questa comunità nascente. Insomma, il successo di ieri sera pone un problema molto serio, che è quello di fare fruttare il piccolo capitale di fiducia che la community creativa di Kublai ci ha accordato.

Abbiamo avuto un’idea secondo me carina in questo senso, per cui cerchiamo volontari. Più precisamente, cerchiamo (1) gente creativa (2) con un’idea progettuale (3) disponibile già da subito a farla crescere attraverso un confronto molto ravvicinato con un gruppo di alto livello che si occupa di politiche di sviluppo nell’ambiente del Ministero. Chi fosse interessato, passi dal blog di Kublai.

Un momento dell'incontro in SL

(grazie a williamnessuno per la foto)

maggio 19, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     1 comment

Raccontare storie nuove per fare cose nuove

Con il gruppo di lavoro di Kublai abbiamo deciso di uscire allo scoperto, organizzando la prima conferenza/evento/festa al porto dei creativi, la nostra isola in Second Life. Raccontare Kublai tocca a me, la voce narrante di questa avventura.

Sono un po’ emozionato. Raccontare non è una cosa banale. Raccontare è importante. Non si tratta solo di comunicazione in senso “marketing-PR”: secondo l’economista David Lane rappresentarsi come personaggi di una storia è il modo in cui le persone superano la paralisi derivante dal trovarsi in condizioni di incertezza assoluta. Superata l’incertezza, le persone agiscono, e la loro azione riplasma il mondo in cui si muovono, superandone – a volte – l’incertezza. Per estensione, le storie creano, letteralmente, il mondo, come per gli aborigeni australiani nelle Vie dei canti di Chatwin. Il senso è chiaro: se non rappresenti il mondo in modo nuovo, non puoi che continuare a ripetere le vecchie scelte. Fare una cosa nuova richiede una nuova storia da raccontare.

Con Kublai mi succede una cosa strana e bella, e cioè che mi pare che una storia nuova abbia scelto me per farsi raccontare. Gilberto Seravalli probabilmente direbbe che mi faccio carico di guidare un processo di innovazione. Guidare? Non so, non credo di essere molto adatto a fare il leader, non mi piace nemmeno la parola. “Los liìderes son unos hijos de puta”, diceva qualche anno fa Manu Chao a Celentano. La parola che mi piace è “narratore”. E quindi domenica sera indosserò l’avatar di Mr Volare, mi recherò al porto a incontrare la mia e nostra comunità nascente di creativi e comincerò: c’era una volta…

Ci vediamo lì.

 

maggio 15, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

Dalla creatività allo sviluppo in dieci mosse (col resto di una)

Ho già avuto modo di parlare del progetto Kublai; si tratta di un ambiente sociale multicanale (i cui vari pezzi stanno prendendo forma) per portare i creativi italiani a fare progetti di sviluppo locale. Ma cosa vuol dire “progettare per lo sviluppo locale” dal punto di vista di una persona creativa, che non si è mai occupata di politiche per il territorio? Come si racconta questa storia? Su consiglio di Giuseppe ho fatto uno sforzo per raccontarla in dieci slides molto (ma molto) semplici; le ho poi collaudate in una riunione interna e in un seminario al campus universitario di Savona. Il collaudo è andato bene (pubblico attento e reattivo, stampa anche troppo entusiasta), e questo mi ha incoraggiato a pubblicare le slides, dopo un ulteriore giro di commenti e una ripulita. Eccole. Una cortesia che chiedo a chi si può permettere di regalarmi dieci minuti del suo tempo: mi potete dire se si capiscono? Grazie, davvero…

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maggio 2, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     6 comments

I cinghiali sono tosti

Mi sono piaciuti molto, davvero molto, i ragazzi di Balla coi cinghiali, conosciuti lunedì al seminario organizzato da Roberta all’Università di Savona. Idee chiarissime, una proposta ben caratterizzata (“a BCC portiamo solo birra artigianale di un produttore locale, e prepariamo da mangiare cose buone. Niente birre e panini industriali”), un’idealità forte e non trattabile (“stiamo lavorando per alimentare i palchi a energia da fonti rinnovabili, purtroppo la musica dal vivo ha impatto ambientale, e come”), molti amici (“Find the cure, Legambiente, Rockerilla, fanno parte dei buoni, come noi. Ci siamo detti: mettendo insieme due cose buone non può che venire fuori una cosa ottima. Alla peggio viene almeno buona!”), un bell’orientamento alla condivisione (“vorremmo spiegare come gestiamo le cose. L’abbiamo fatto noi, potete farlo anche voi”).

E’ evidente che BCC indica una traiettoria di sviluppo possibile, l’unica cosa concreta che Bardineto (SV) abbia da opporre all’invecchiamento della popolazione, allo spopolamento e infine all’abbandono. Ma evidente a chi? A un certo punto ho chiesto alla platea: “C’è qualcuno della Provincia, qui? Della Regione?” Silenzio. “Del Comune?” Nessuno. La cosa più vicina a un’istituzione che ci fosse nella stanza, paradossalmente, ero io, un semplice consulente su un progetto sperimentale. Mi sono sentito più che mai come il Marco Polo delle Città invisibili in uno dei suoi viaggi, in attesa di raccontare a Kublai Kan di un’altra delle città del suo impero, che l’imperatore stesso non conosce. E’ veramente urgente mettere in piedi una struttura di ascolto per valorizzare le esperienze come questa, che ci sono.

(Fatemi capire: un evento nato e cresciuto a Bardineto (ab. 660) viene presentato come un caso di successo all’università e il sindaco non ci va? Ma perché?)

 

aprile 23, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

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