Micah Sifry


Buongiorno Wikitalia

Quella che è finita con l’Open Government Data Camp di Varsavia è stata una settimana straordinaria per chi, in Italia, ha a cuore le politiche di governo aperto e di dati aperti. La Regione Emilia Romagna e il Comune di Firenze, hanno inaugurato portali di dati aperti; il Ministero dell’innovazione e della pubblica amministrazione ha aperto il portale nazionale, reclutando l’iniziativa pre-esistente Apps4Italy per aumentarne la potenza di fuoco; ed è stata lanciata Wikitalia, un’iniziativa ambiziosa espressione della società civile.

Uno scenario del genere era impensabile solo un anno fa. Certo, ci sono distinguo da fare e nuove sfide da affrontare, come ci ammonisce Andrea Di Maio; la guardia va tenuta alta, e il bullshit detector acceso e con le batterie ben cariche. Ma intanto godiamoci questo momento, ce lo siamo meritato.

Il percorso italiano verso un governo aperto è diverso rispetto ai casi più noti degli Stati Uniti e del Regno Unito. Là l’iniziativa è stata presa dal governo centrale, mentre da noi la società civile ha un ruolo molto importante, in alcuni casi un ruolo guida. Luoghi di aggregazione informali – il mio preferito è la mailing list di Spaghetti Open Data – hanno permesso ai funzionari pubblici più motivati e avventurosi di interagire con il movimento in modo semiprivato, in modo da raccogliere e consolidare argomenti per “vendere” le politiche di governo aperto all’interno delle proprie amministrazioni. Per questa ragione, noi di SOD abbiamo visto nascere in diretta molte delle esperienze di questo ultimo anno: quelle citate, ma anche altre (fa eccezione in parte la mossa del Ministero, su cui non circolavano molte informazioni fino a qualche settimana fa).

Questa interazione tra istituzioni e società civile è stata straordinariamente costruttiva. Per fare un esempio: il portale dati.emilia-romagna.it è stato lanciato lunedì mattina, e subito ripreso in mailing list. Nel giro di una decina di ore non solo la Regione ha rimediato moltissimi complimenti (poi rilanciati da molti iscritti sui principali social media), ma un gruppo di entusiasti ha spontaneamente (e gratis) collaudato a fondo il sito e postato una serie di suggerimenti e proposte di correzione. Una cosa simile è avvenuta con il sito di dati aperti di ENEL, andato online con una licenza inadatta. I suggerimenti (e in quel caso le critiche) della comunità, amplificate dai social network, hanno portato il responsabile dell’iniziativa all’interno dell’azienda a iscriversi alla mailing list, dove ha ricevuto un caloroso benvenuto e una minuziosa spiegazione di come modificare le licenze per renderle veramente open. Tre settimane dopo ENEL ha modificato la licenza dei propri dati. Pensiamoci: la governance in Italia potrebbe essere così: rispettosa, plurale, veloce, competente e low-cost. Purtroppo in genere non lo è.

Quindi è il momento di un salto di scala, e il salto di scala è appunto Wikitalia. L’idea è stata di Riccardo Luna, che si è imbattuto nel mio libro Wikicrazia nel momento perfetto in cerca di nuove sfide dopo la straordinaria stagione come direttore di Wired. Riccardo si è convinto che la visione che espongo nel libro, di collaborazione mediata da Internet tra cittadini e istituzioni, sia realizzabile e essenziale per vivere decentemente in Italia. Per tutta l’estate ci siamo confrontati in modo serrato (500 messaggi!) per darle forma organizzativa: il risultato è un’iniziativa nonprofit molto corale (grazie allo stile inclusivo di Riccardo) ma molto concreta e “a fuoco” sulle cose da fare (grazie al lavoro di tutti); indipendente dalle amministrazioni, ma che con esse collabora (i comuni di Firenze, Torino e Matera saranno i primi a chiudere accordi di cooperazione); e nativamente globale (ho personalmente insistito per restare in contatto continuo e informale con gente come Beth Noveck, Andrew Rasiej, Marietje Schaake, Micah Sifry, Tom Steinberg e altri).

Quindi, buongiorno Wikitalia. Il paese che vuole rinnovarsi punta su se stesso per passare al livello successivo. Premere START per cominciare. In bocca al lupo a tutti.

ottobre 24, 2011     Alberto     e-government 2.0     comment

A feature, not a bug: il ruolo di WikiLeaks nell’ecologia della governance

AGGIORNAMENTO 6 dicembre: anche Clay Shirky ha preso posizione. Come molti cittadini americani, la sua preoccupazione principale è quella di cercare di inquadrare il comportamento del governo degli Stati Uniti, senz’altro il più accanito nel tentare di mettere a tacere WikiLeaks. Ne dà un giudizio molto negativo, perché persegue i propri obiettivi con mezzi extralegali (pressioni sui gestori dei server, su Paypal etc.); inoltre distingue con attenzione tra breve e lungo termine. Il post merita di essere letto con attenzione, ma mi pare di potere dire che Shirky ed io concordiamo sul fatto che, nell’attesa che emerga un nuovo equilibrio giuridico e sociale per la società connessa, WikiLeaks è funzionale ad una democrazia in salute.

Ho conosciuto Julian Assange nel 2009 a Barcellona. Eravamo entrambi ospiti di Personal Democracy Forum Europe (da cui è tratto il video qui sopra), e che raccoglie persone interessate a usare Internet per fare funzionare meglio la democrazia (come lui) o la pubblica amministrazione (come me).

WikiLeaks non è emanazione di un’amministrazione pubblica. Se non fosse per questo, però, starebbe benissimo tra i tanti esempi di politiche pubbliche in rete di Wikicrazia, perché, come gli altri esempi in positivo che cito nel libro, è orientata a una nozione di bene comune (trasparenza e responsabilità dei governi di fronte ai cittadini); e mobilita l’intelligenza collettiva per analizzare grandi masse di dati di fonte pubblica e trarne storie comprensibili su ciò che le amministrazioni davvero stanno facendo, e perché.

Dico che WikiLeaks è orientata al bene comune perché la sua attività non è rivolta contro gli stati i cui documenti riservati va diffondendo. Al contrario, Julian è convinto di essere loro utile: informando i cittadini su ciò che davvero succede si irrobustisce la democrazia. Mettendo più teste a pensare alle scelte fatte in passato, si rende più probabile fare scelte più sagge in futuro. E dico che mobilita l’intelligenza collettiva. perché non pretende di spacciare “la verità”: cerca piuttosto di fornire materiale grezzo ai giornalisti, ai magistrati, ai cittadini interessati, e in prospettiva agli storici. La verità storica non sta nel singolo documento, ma nell’interpretazione condivisa del totale di questi documenti che emergerà dal dibattito. WikiLeaks si limita a trasferire documenti riservati nel pubblico dominio, e lascia poi all’intelligenza collettiva di cui parlo nel mio libro di ricostruire un quadro della situazione. E se giudica che un documento riservato possa mettere in pericolo vite umane si autocensura e non lo diffonde: è successo in passato per documenti sulla dislocazione delle truppe americane in Afghanistan.

Su tutte queste cose, Julian parla assolutamente la stessa lingua delle amministrazioni impegnate sul tema della trasparenza. Se lo metteste in una stanza con il Presidente Obama e il Primo Ministro Cameron, i tre sarebbero d’accordo su quasi tutto. Ma non su un punto fondamentale: WikiLeaks ritiene che i governi facciano un uso di gran lunga eccessivo della riservatezza, e ritiene che sia suo diritto e suo dovere intervenire per rendere pubblici documenti che non hanno ragione di non esserlo. Per il poco che vale la mia opinione, sono d’accordo sul primo dei due punti: le amministrazioni pubbliche, spaventate dai propri cittadini, hanno una tendenza istintiva a lavorare nell’ombra che mi sembra inutile e dannosa. Pensate che, quando due associazioni di consumatori hanno chiesto di vedere le carte relative agli appalti per realizzare il portale turistico Italia.it, costato 45 milioni di euro e naufragato in poche settimane, il governo italiano glie le ha negate. Qui non ci sono sicuramente vite in gioco e questioni di sicurezza nazionale, e quindi credo che quelle carte dovrebbero essere rese pubbliche: in fondo, in una democrazia, il dibattito pubblico è la guida dell’operare delle amministrazioni, e più lo alimentiamo e meglio è.

Sono sicuro che su questa linea si attestino anche molti onesti e devoti servitori dello stato: del resto, immagino che siano proprio loro a passare le informazioni a WikiLeaks! Un po’ provocatoriamente, si potrebbe affermare che Julian e i suoi sono in una relazione di mutuo vantaggio con le amministrazioni che dicono di volerli combattere: i servitori dello stato “pro trasparenza radicale” passano di nascosto dei documenti a WikiLeaks. Essa se ne nutre, e contemporaneamente aiuta la fazione “pro trasparenza” a superare i colli di bottiglia costruiti dai pezzi di amministrazione più favorevoli all’opacità. Un ecologo parlerebbe di simbiosi. WikiLeaks non è come un virus che attacca l’organismo ospitante, ma come un utile batterio che ne aiuta il metabolismo.

Faccio una predizione: il Cablegate non avrà conseguenze diplomatiche rilevanti, proprio come finora non ci sono stati contraccolpi importanti dal rilascio di dati pubblici in formato aperto, anche su roba piuttosto sensibile come i conti pubblici. È l’equivalente diplomatico di postare una propria foto da ubriachi su Facebook, senza pensare che il tuo capo possa vederla: imbarazzante, ma senza conseguenze gravi e durature. Secondo l’Huffington Post, del resto, dai due ai tre milioni di impiegati federali erano autorizzati a vedere questi documenti: non esattamente top secret. E finora non ci sono certo state grandi rivelazioni. In questo caso – non accade spesso – mi ritrovo allineato con il presidente del consiglio che, a quanto pare, alla notizia si è fatto una risata: la diplomazia è per definizione una relazione fredda e machiavellica, la stima personale che uno o più diplomatici possono avere per il capo di uno stato conta davvero poco nei rapporti tra gli stati.

Con il tempo, i diplomatici e gli stessi governi si abitueranno a gestire la propria privacy in un mondo connesso, così come, del resto, facciamo tutti noi. La maggior parte della loro attività, come della nostra, a quel punto sarà felicemente alla luce del sole (concordo con Micah Sifry che un ritorno alla riservatezza generalizzata è impossibile). A quel punto, di Wikileaks non ci sarà più bisogno, e Julian sarà libero di dedicarsi ad altro.

Ah, e accusarlo di stupro è una cattiva idea anche dal punto di vista dei suoi detrattori. Mi aspetto che sarà un autogoal, togliendo ulteriore spazio al dialogo tra amministrazioni e la parte più intelligente e idealista della società civile.

dicembre 5, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     8 comments

PDF Europe, prime impressioni


Di ritorno da Barcellona, ho tempo per un riassunto del Personal Democracy Forum Europe – e del resto l’avevo promesso ai suoi fondatori Andrew Rasiej e Micah Sifry. La conferenza era alla sua prima edizione europea, quindi è ancora in beta (e ne ha tutto il diritto). Ecco cosa ho visto:

Approccio personale degli organizzatori. Anche se sono un po’ un outsider mi hanno sempre fatto sentire benvenuto, grazie a un bel gruppo organizzatore (un grazie particolare a Antonella).

Forte e utile presenza degli americani. Visto dall’Europa, PDF ha il vantaggio di metterci in contatto con molti americani interessanti, proprio qui in casa nostra! Il dualismo America/Europa continuava a saltare fuori, dando stimoli alla discussione.

Interventi di alto livello. PDF EU ha mobilitato diverse persone brillanti, con risultati veri da mostrare. Vale sicuramente la pena conoscerli.

Pubblico di alto livello. Girava gente molto interessante, e abbiamo potuto avere conversazioni istruttive anche (o soprattutto) fuori dalle sessioni vere e proprie.

Problemi di formato. Nonostante questo, non sono sempre riuscito a sfruttare al meglio queste persone così interessanti. Il formato prevalente era di panel di quattro persone con presentazioni di 6-8 minuti ciascuna, più un giro di domande del pubblico. Le presentazioni erano spesso troppo brevi per andare veramente a fondo delle esperienze raccontate, e il tempo riservato alle domande era troppo poco per diventare una vera conversazione. E’ finita, a volte, con sessioni un po’ superficiali. Per esempio, quando mi sono fatto spiegare dal blogger irlandese Mick Fealty la sua storia, la sua community e la sua visione, ci è voluta quasi un’ora perché la comprendessi abbastanza bene da dargli suggerimenti, o paragonare il suo progetto con altre cose che ho fatto o visto. Mick e io abbiamo fatto questa cosa domenica mattina a colazione, perché nei panel non ce ne è stato il tempo.

Due conferenze o una? PDF EU aveva sessioni di e-attivismo e sessioni di e-government, e non sono sicuro che le due cose dovrebbero stare insieme. Gli spin doctors e i consiglieri politici possono essere molto interessanti (basta pensare alla campagna Obama, ben rappresentata a Barcellona), ma non sono sicuro che la gente come me faccia bene a frequentarli professionalmente. Mi vedo in un ruolo tecnico. Ho progettato Kublai per aumentare l’efficacia delle politiche di sviluppo regionale: se poi io pensi che fare politiche di sviluppo regionale sia o meno una buona idea è completamente irrilevante. Il processo democratico ha prodotto leggi che dicono che lo sviluppo regionale va fatto: il mio lavoro è farle funzionare, non metterle in discussione. La credibilità dei tecnici – e, alla fine, la nostra utilità alla società – dipende dalla nostra abilità di argomentare in modo non fazioso. Naturalmente, le competenze richieste sono in parte le stesse per noi e per i cyberattivisti – stiamo pur sempre parlando di internet e sfera pubblica: immagino che dovremo elaborare le condizioni per stare comodamente nella stessa conferenza.
Infine, la mia presentazione è stata un successo :-) – visto che avevo fatto i compiti. La cosa più buffa che mi è stata detta (da due persone diverse), è che Kublai è il primo progetto che avessero mai visto a usare Second Life “per farci delle cose”! Da quando Linden Lab è caduta così in disgrazia nel sentire comune?

novembre 23, 2009     Alberto     e-government 2.0     5 comments

   


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