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Buon compleanno web, l’Italia ha bisogno di te

Di nuovo in viaggio! E questa volta è per una festa: quella del ventesimo compleanno del World Wide Web. Si tiene lunedì 14 novembre a Roma, al tempio di Adriano, in presenza dell’orgoglioso genitore sir Tim Berners-Lee, che terrà il keynote speech. Su scala molto più modesta, anch’io terrò un piccolo intervento, parlando di Wikicrazia, ovvero di governance collaborativa mediata da Internet.

Sullo sfondo della festa, tempi difficili. Ma la festa serve, e teniamocela ben stretta! come scriveva Sant’Agostino sedici secoli fa, i tempi siamo noi: se non ci piacciono, possiamo sempre inventarne di nuovi, o almeno provarci. Un numero sempre crescente di italiani, connessi proprio dal ventenne World Wide Web, ci sta provando. Nel mio piccolo, ci provo anch’io: Wikitalia, di cui parleremo lunedì, è appunto un regalo di compleanno dell’Italia all’Internet, e dell’Internet all’Italia.

(Il video qui sopra è stato un tentativo di qualche mese fa di spiegare ad alcuni non italiani molto interessati cosa voglio fare nella vita. Però c’entra.)

novembre 13, 2011     Alberto     internet, Wikicrazia     1 comment

La democrazia impotente del professor Keane


Di recente ho avuto la fortuna di assistere a una conferenza del teorico politico John Keane. Il nocciolo di quanto ci ha spiegato è il seguente: dopo il 1945 la democrazia ha cominciato a cambiare pelle, evolvendo verso un modello che Keane chiama democrazia vigilante (monitory democracy). In questo modello, le funzioni di controllo sono affidate non solo al potere legislativo e a organi variamente rappresentativi secondo il classico schema checks and balances, ma vengono esercitate anche direttamente dai cittadini, attraverso i media. L’attuale fase storica di polverizzazione e democratizzazione dei media sta aumentando molto l’efficacia di questo secondo tipo di controllo; in più, la sta globalizzando, grazie al lavoro di organizzazioni native di Internet e prive di lealtà nei confronti di uno stato nazionale, come Wikileaks. La slide chiave della presentazione è stata l’immagine di Gulliver legato dai lillipuziani che vedete qui sopra. Secondo Keane, questa immagine è un’allegoria della democrazia vigilante: con molti lacci, benché ciascuno sia sottile come un capello, si può imbrigliare il Leviatano.

Con il dovuto rispetto, questo modello non mi convince per niente. In primo luogo, è inadeguato in quanto modello positivo: non descrive in modo accurato la realtà. Secondo molti pensatori (tra cui Clay Shirky, molto citato dallo stesso Keane), la principale novità dell’umanità connessa in rete non è un’accresciuta capacità di vigilare e imbrigliare (sebbene vi sia anche questa), ma un’accresciuta capacità di collaborare. Internet ci ha dato, è vero, tantissimi blog che si possono permettere di incalzare le autorità di governo anche su temi molto specializzati e per tempi lunghi, come nessun mezzo di informazione tradizionale potrebbe fare. Ma soprattutto ci ha dato Wikipedia, Ushahidi, Katrinalist/Person Finder e tanti altri strumenti di costruzione collettiva di beni pubblici. Questa non è una modifica marginale: apre orizzonti radicalmente nuovi.

In secondo luogo, la democrazia vigilante è inadeguata in quanto modello normativo: non è solo questa la democrazia che ci serve. Ci aspettano sfide decisive: contenere il riscaldamento globale, ridisegnare un patto sociale accettabile per le giovani generazioni, riportare sotto controllo la finanza. Per fare un tentativo serio di vincerle abbiamo bisogno di istituzioni governative efficaci e capaci di iniziativa. Come il povero Gulliver legato, la democrazia di Keane è impotente: come un’auto con freni potentissimi e molto sensibili, ma un motore inadeguato. Personalmente trovo che il principale dono di Internet sia che, usato bene, ci permette di essere più potenti nell’azione collettiva, non meno. Possiamo controllare le istituzioni collaborando con esse, integrando freni, motore e volante; e sarebbe criminale non usare questo dono per la salvezza e il progresso della nostra specie. Del resto, gli stessi lillipuziani hanno finito per liberare Gulliver, usando la forza del gigante per eliminare la minaccia della flotta nemica di Blefuscu. Spero e credo che noi saremo altrettanto sensati.

luglio 18, 2011     Alberto     e-government 2.0     1 comment

I dubbi del dittatore

Sono appena tornato dalla Tunisia, un paese iscritto alla lista nera della censura di internet. Il paese ha un unico punto di ingresso per i dati, da cui poi i provider comprano e ridistruibuiscono banda, e questo permette al governo di filtrare la rete.

Ma filtrare come? Censurare comporta delle scelte. In Tunisia sono oscurati i siti degli oppositori politici dell’attuale governo, come Tunisnews o Tunisia Watch, e i siti delle ONG come Amnesty International, Reporters Sans Frontières, la Commissione Islamica per i diritti umani – il che dispiace ma non sorprende; alcuni social networks, in particolare YouTube e Flickr; gli anonimizzatori di navigazione.

Per contro, Facebook è stato bloccato per un breve periodo nel 2008, ma poi sbloccato su richiesta del Presidente in persona. Twitter si vede. Nessun problema per i siti di informazione giornalistica, come BBC o Repubblica, e nemmeno per Wikipedia (compresa la pagina che tratta della censura su Internet in Tunisia). Il filtraggio avviene attraverso un software commerciale, SmartFilter della società americana Secure Computing, gruppo McAfee (ricordarsene la prossima volta che acquistate un filtro antispam). L’aggeggio ti prende pure in giro, sostituendo l’errore 403 (non sei autorizzato a vedere questa pagina) con un pù rassicurante 404 (non trovato), che però su youtube.com è francamente ridicolo.

Immagino che ci sia un funzionario, al Ministero dell’informazione tunisino, che deve scegliere cosa si può vedere e cosa no. Me lo figuro nell’atto di ricercare incessantemente siti potenzialmente pericolosi e decidere quali sono quelli da nascondere ai suoi connazionali. Repubblica? Calendari sexy, pallone, politica italiana, qui non c’è problema. Twitter? Pericoloso, ma quasi impossibile da bloccare, visto che l’accesso alle API permette a chiunque di ridistribuire i suoi contenuti attraverso altri siti. Facebook? A rischio, ma mica possiamo lasciare i turisti francesi senza Facebook.

Vista in questo modo, la censura di internet in Tunisia sembra un’impresa che non ha molte probabilità di essere efficace. Troppi buchi, troppi compromessi da fare; lo stesso governo è troppo consapevole dei vantaggi economici e sociali dell’accesso alla Grande Rete, e infatti l’infrastruttura per la banda larga in Tunisia è una delle migliori in Africa. Più efficace è probabilmente il senso che “il Grande Fratello ti sta guardando” convogliato da pagine come questa: e infatti è obbligatorio per i service providers collaborare con il governo nel monitorare l’uso della rete. In alcune regioni si arriva perfino a identificare le persone che usano gli internet cafe (ma guarda, come in Italia!). Ma anche così, se rete e governo dovessero arrivare ai ferri corti, io punterei il mio denaro sulla rete.

maggio 17, 2010     Alberto     Hyperlocal, internet     comment

Buoni propositi per il 2010: ridurre i viaggi di lavoro

Anche nel 2009 per lavoro ho viaggiato molto. Troppo. Sto aspettando il secondo rapporto semestrale di Dopplr, ma credo di girare sui 100mila chilometri, con le conseguenze facilmente immaginabili in termini di inquinamento e congestione. La cosa buffa è che questi viaggi, con qualche eccezione, non sono davvero necessari. Le autostrade, le ferrovie e gli aerei trasportano soprattutto informazione (o almeno è così per il traffico passeggeri). Beh, come modo di trasportare informazione l’A3 Salerno-Reggio Calabria, la tangenziale est a Milano e il Freccia Rossa Milano-Roma sono inefficienti in un modo assolutamente spettacolare. E’ un po’ come spingere una barca facendo esplodere dinamite a poppa e lasciandosi trasportare dall’onda d’urto dell’esplosione: funziona (un po’), ma è dannoso, pericoloso e molto, molto rozzo.

Gli esperti di mobilità non hanno ancora capito una cosa assolutamente ovvia: il sostituto dell’auto non è l’auto elettrica o a idrogeno. Non è il trasporto pubblico urbano. E’ internet, che sposta informazione senza spostare atomi (giusto qualche elettrone, che pesa mooolto meno di noi).

Facciamo un patto, nell’interesse del pianeta e della nostra stessa serenità: compriamoci tutti quanti una cuffia con microfono da 20 euro, installiamo Skype e Second Life per quando vogliamo parlarci. Soprattutto, impariamo a coordinarci con i nostri colleghi usando di più la parola scritta – e asincrona – e di meno le chiacchiere, aiutandoci magari con qualche software di project management, e lavoriamo sereni dai nostri uffici nella nuvola. Viaggiamo, certo, ma facciamolo per vedere luoghi nuovi, o per abbracciare una persona amica. E aboliamo, finalmente, una tecnologia sociale davvero obsoleta, e che infatti odiano tutti: la riunione.

gennaio 4, 2010     Alberto     internet, La vita, l'universo e tutto quanto     2 comments

RFC: Virtual Community vs. Social Network

Virtual community vs Social network.001
Sto rileggendo il bellissimo The virtual community, e non posso fare a meno di paragonare il senso di comunione che Rheingold avvertiva sul WELL nel 1993 (lo chiama proprio “communion”), con quello di estraneità che mi accade talvolta di provare sui social network del 2009, e che ha espresso molto bene Enrico nella sua nota di addio a Facebook. Cosa ci facciamo qui? Come ci siamo finiti, se la rete del 1993 era quella descritta da Rheingold?

Mi chiedo se questo abbia a che vedere con il crescente protagonismo in rete di persone e imprese che cercano di rileggere Internet come uno strumento per la comunicazione aziendale e il marketing. Non ho niente contro il marketing e la comunicazione: persone a me molto care, sia in rete che fuori, si guadagnano da vivere proprio in questo campo. Ma non mi piace che nei social network moderni non sia sempre facile capire se i tuoi “amici” sono persone, aziende, a volte persone che in certi casi parlano a nome di aziende. La pubblicità è pervasiva e lo è a volte in modo subdolo, per cui ci si ritrova esposti a messaggi promozionali in un contesto relazionale senza preavviso. E’ come se invitassi degli amici a cena, e uno di loro usasse l’occasione per tentare di vendermi una polizza assicurativa. L’effetto netto di queste cose, com’era prevedibile, è la diffidenza: ogni contatto umano in rete comincia ad apparirti sospetto, banalizzato.

Nel 1600 inglese persone intraprendenti cominciarono a recintare le tradizionali terre comuni (commons) per coltivarle e appropriarsi del relativo profitto, distruggendo una risorsa economica molto importante per le famiglie povere, ma non era proibito. Sarebbe stato stupido non approfittarne. Se non l’avessero fatto loro l’avrebbero fatto altri. Ne seguì l’azzeramento completo delle terre comuni. Mi sembra che il passaggio da comunità virtuale a social network comporti un’azzeramento dei commons digitali, creati dalla ricerca governativa dell’era Sputnik e oggi appropriati dalle aziende a fini di promozione e intrattenimento; con l’aggravante che, venendo a mancare lo spirito di condivisione dell’etica hacker, potrebbe rallentare anche il formidabile generatore di innovazione che la rete è stata fino a oggi. Mi chiedo, e chiedo a voi: è inevitabile tutto questo?

UPDATE: qui la discussione su Friendfeed.

settembre 10, 2009     Alberto     internet     6 comments

Dieci anni di tempesta perfetta: i bloggers italiani fanno il punto sulla musica

Foto: Shivayanamahohm - CCNell’estate 1999 due studenti di diciotto anni lanciano Napster, il padre almeno spirituale di tutti siti di file sharing. Il suo successo senza precedenti (26 milioni di utenti nel mese di picco, febbraio 2001) e l’attacco a colpi di avvocati e di acquisizioni più o meno ostili che ha subito da parte del music business ufficiale sono lo specchio del rapporto mai risolto tra l’industria musicale e Internet.

Dopo dieci anni non possiamo più nasconderci dietro la scusa del “fenomeno nuovo”. E’ tempo di tentare di fare il punto della situazione. Lo faremo lunedì 14 alle 21, con l’aiuto di alcuni tra i più preparati bloggers italiani che si occupano di musica.

- Francesco D’Amato ha inventato e coordina il Master in Musica, Comunicazione e Marketing all’Università di Roma – La Sapienza. Ci parlerà di modelli di business, con un approfondimento sul cosiddetto crowdfunding, cioè comunità di fans che si uniscono per finanziare la musica dei loro artisti preferiti.

- Gabriele Lunati è consulente new media per Rockol e Elio e le Storie Tese. Ci parlerà di come è cambiata la scena dei media che raccontano la musica.

- Antonio Incorvaia è web project manager a Blogosfere. Sosterrà che la musica stessa, almeno quella ufficiale, stia diventando meno creativa.

- Io farò soprattutto da padrone di casa, visto che siamo a Kublai. Ma mi piacerebbe parlare brevemente di come la musica stia diventando un posto poco ospitale per i giovani creativi.
- I progettisti di Kublai – ce ne sono molti che si occupano di musica – parteciperanno alla discussione finale.

Alla fine faremo una piccola festa, in cui dovrei fare da dj, sfoggiando la mia invidiata playlist etnoelettronica. Il tutto si svolgerà in meshup tra Second Life e RealLife: si svolge in al Porto dei creativi in Second Life (chiedete a Criscia se vi serve aiuto) e al Creaticity Gate di Via Pasubio 14 a Milano, in zona Garibaldi. Lunedì 14 alle 21.30. Siete tutti invitatissimi: vi chiedo il favore di iscrivervi su Kublai o su Facebook, così compro abbastanza patatine per tutti. :-)

settembre 6, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo, musiconomics     1 comment

Top 3 (divertenti) errori matematici dei guru della rete

<disclaimer>NON intendo esprimere altro che i più profondo rispetto per gli intellettuali che nomino in questo post. Essi sono infinitamente più saggi e acuti di quanto io sarò mai, e io non sono che polvere sotto i loro piedi. Ma questa è internet, quindi bisogna pure editare e commentare, anche e soprattutto i Grandi. Ecco quindi la mia classifica degli errori matematici commessi dai guru della rete!</disclaimer>

1. Primo premio al grande Howard Rheingold, in Smart Mobs, dove ci descrive la legge di Reed e la paragona a quella di Metcalfe. Così:

[...] il valore di [una rete di] dieci nodi è cento (dieci alla seconda potenza) secondo la legge di Metcalfe e 1024 (due alla decima potenza) secondo la legge di Reed [...]. [p. 60]

In realtà queste formule non rappresentano il valore di una rete. Una rete di dieci nodi varrebbe quindi 1024… cosa? Dollari? Pistacchi? Biglietti della lotteria? Ovviamente no. La risposta è che il numero 1024 non è affatto un valore, ma il numero di sottogruppi possibili in un grafo con dieci nodi tutti connessi tra loro. La formulazione corretta – usata infatti da David Reed stesso – è che il valore di una rete in cui si possono formare gruppi (group-forming network) di N nodi cresce proporzionalmente al numero dei sottogruppi in essa possibile, e quindi esponenzialmente a N. In più le formule usate da Rheingold – e quindi i risultati – sono proprio sbagliate: dieci nodi hanno 10x(10-1)/2 = 45 connessioni e non cento, e i sottogruppi possibili sono 2 elevato alla decima potenza meno 11, quindi 1013 e non 1024.

2. Secondo premio a uno dei miei autori preferiti, Clay Shirky. In Here comes everybody – libro splendido – Clay descrive in modo corretto la soluzione di equilibrio all’ultimatum game (buffo, ne avevo parlato qui). Poi racconta ciò che avviene giocandolo nei laboratori di economia sperimentale:

[...] in pratica, tuttavia, il secondo giocatore si rifiuta di accettare una divisione percepita come troppo diseguale (meno di $3 sui $10 totali) anche se questo significa che nessuno dei giocatori riceverà alcunché. Contraddicendo la classica teoria economica, in altre parole, abbiamo una volontà di punire coloro che ci trattano ingiustamente anche sopportando costi [..] [p. 134]

Questo non è proprio un errore matematico, ma omette una cosa talmente importante da mettere a rischio la conclusione, e cioè che questi risultati sperimentali sono viziati da un sacco di problemi, di cui il principale è che dipendono dai valori assoluti dei premi, e non solo dalla divisione proposta. Se giocate l’ultimatum game con 1 miliardo di dollari, e il primo giocatore vi offre un centesimo di quella somma, cioè dieci milioni di dollari, voi intascate i dieci milioni, non vi rinunciate per il gusto di togliere a lui 990 milioni! La questione è aperta, e sarebbe opportuno descriverla come tale.

3. Infine, premio simpatia al guru dei guru Chris Anderson che ha recentemente dedicato un post molto acuto al rischio di generalizzazioni. E scrive:

Ma ora stiamo entrando in un mondo di insiemi infiniti, e questo sconvolge le nostre abitudini linguistiche. Qual’è il numero di “scrittori” in un’era di blog, il numero di “fotografi” in un’era di Flick e di macchine fotografiche incorporate nei cellulari, o “videomakers” nell’era di YouTube?

Pura saggezza di guru. Il problema è nel titolo del post: “Tredici parole che perdono significato quando il denominatore tende all’infinito”. Le parole sono locuzioni che servono alla generalizzazione, come “la maggior parte” (“la maggior parte dei blog”, per esempio), o “la media” (“il video su YouTube medio”, per esempio) . Come i lettori di Chris hanno fatto notare (leggete i commenti, sono divertentissimi), è certamente vero che dire “i blog sono personali” è una generalizzazione insensata, ma questo non ci accucchia proprio niente con denominatori e infiniti. Una frase come “per la maggior parte del tempo passato e futuro, gli umani non sono esistiti e non esisteranno” è vera anche se il denominatore (l’età dell’universo al momento del Big Crunch) è quanto di più vicino all’infinito possiamo concepire. Dopo una raffica di commenti di questo tipo, Chris commenta a sua volta:

Sì, potete contarmi tra quelli che a volte usano il linguaggio matematico in modo approssimativo per esprimere un’opinione. Ma almeno io lo ammetto!

Come si fa a non volergli bene, a uno così? :mrgreen:

settembre 1, 2008     Alberto     internet     comment

I media (non) siamo (ancora) noi

[Dopo un anno che non ci vedevamo, mi trovo a pranzo con il mio vecchio amico Michele Monina, scrittore e giornalista (qui una sua homepage di quasi dieci anni fa)]

IO – Allora, stai scrivendo?

MICHELE – No, mi sono preso una pausa. Faccio il capoprogetto per il programma di Ambra su MTV.

IO – Che bello! E che programma è?

MICHELE – Un varietà. Senza formato, con balletti e sketches, come quelli di Corrado negli anni 60. Secondo noi questo programma vuol dire che Telecom ha deciso di fare fare un salto di qualità a MTV, da rete di nicchia a rete generalista.

IO – Ma senti, non ti sembra un po’ in controtendenza? Voglio dire, i personal media, la coda lunga, tutta questa roba, e questi decidono di prendere una rete con un brand di nicchia forte e ci mettono il varietà? Ma che senso ha?

MICHELE – Ha il senso che la televisione generalista la guarda ancora un sacco di gente, ci sono molti soldi e io mi diverto. Se guardi gli spot che vanno sul nostro programmi non ci trovi i giocattoli hi-tech che compriamo io e te, ma i gelati e le automobili.

Due considerazioni. La prima è un fortissimo deja vu: ho già vissuto questa storia, nell’industria musicale. Dopo il 2001, man mano che i giovani sparivano nella nuvola di Napster/eMule prima e MySpace e YouTube poi, gli executives del disco si concentravano sul pubblico relativamente stabile, fatto prevalentemente di persone a bassa scolarizzazione, anziani, donne, meridionali: il pubblico di Sanremo, insomma. Questa scelta aveva una propria razionalità: totalmente spiazzate da un fenomeno che non capivano, competevano sulla quota della parte bassa del mercato, teledipendente e con una spesa pro capite bassa. Il risultato sono stati anni di decrescita, ultimamente a due cifre. Lo stesso Michele, ex giornalista musicale, è un profugo di quella fase.

La seconda va in direzione opposta: attenti all’autoreferenzialità. Tra uno State of the Net e una Girl Geek Dinner è facile dimenticare che noi (qualunque definizione di “noi” vogliate usare va bene, visto che state leggendo un blog, oltretutto di nicchia) siamo una sparuta minoranza. Forse un’avanguardia, forse il futuro, ma di sicuro non rappresentativi del presente (tra l’altro, come ci ricorda Chris Anderson, ci sono grandi soddisfazioni manageriali e di profitto nel gestire un prodotto matura a crescita zero o anche negativa, purché abbastanza grande). Conclusione: forse Telecom si sta suicidando, forse sta gestendo con oculatezza una vecchiaia dorata. Molto dipenderà da quanto ci metteremo noi – i “pionieri” – a colonizzare la frontiera digitale e costruire sistemi di mercato altrettanto redditizi.

maggio 28, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     11 comments

Radici resistenti dalla rete alla carta

Le mondine in Second Life!

Doriano Rabotti del Resto del Carlino segue da anni i Fiamma Fumana con attenzione, e anche stavolta dedica molto risalto all’iniziativa del concerto di Radici Resistenti, il 25 aprile a Casa Cervi. In effetti la cosa sta andando benissimo: eravamo partiti per cercare 100 bloggers, e mentre scrivo le adesioni sono 186; nel frattempo i miei amici Velas (nell’immagine), Asian e Joannes hanno cominciato a portare l’idea dentro Second Life. Anche fuori dalla rete abbiamo la sensazione di una grande mobilitazione: in tutta Italia si cercano e offrono passaggi e si organizzano pullman, mentre il Comune di Gattatico e il Fuori Orario stanno organizzando un punto ristoro serale e la possibilità di dormire in palestra. Sono e siamo sorpresi e commossi da tanta partecipazione.

Una cosa che fa un po’ impressione, come sempre, è la differenza con cui l’argomento viene rappresentato in rete e nei media tradizionali. Se fate una ricerca in Google per “radiciresistenti”, o se guardate il blog Di madre in figlia, promotore dell’iniziativa, trovate un accento molto forte sulla community: la maggior parte dei post li scrive Valeria, ma i protagonisti sono tantissimi: i 186 bloggers, appunto, ma anche gli autori dei 300 e passa commenti (100 alla settimana!) quelli che mandano le foto e i video… Sul Carlino, invece, l’accento è posto molto su di me. Ok, conosco i meccanismi dei media e capisco la scelta di Doriano, che è un ottimo professionista: ma insomma, personalmente mi ritrovo di più nella narrazione collettiva del blog e della rete in generale.

 

 

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aprile 14, 2008     Alberto     Fiamma Fumana     3 comments

Mondine 2.0: Di madre in figlia al Barcamp Torino

Mentre noi FF eravamo in Olanda per suonare al Fidder Folk Festival Freddy e Valeria avevano il loro battesimo del fuoco nella blogosfera al Torino BarCamp 2008. Il progetto Di madre in figlia, come i miei lettori sanno bene, ha un proprio blog, Mondine 2.0. Vorremmo che questo blog fosse un specchio in cui una community che ancora non sa di esistere, ma che noi sentiamo raccogliersi intorno alle mondine e ai valori che le mondine incarnano, potesse percepire se stessa. In rete si parla molto di communities (io, per esempio, ne ho parlato qui): la caratteristica particolare della nostra è che solo una parte di essa, quella “nuova” usa la rete, mentre quella tradizionale, che esce dai paesini come appunto Novi di Modena, in rete non c’è. Lo stesso Coro delle mondine di Novi comunica in rete principalmente attraverso di noi Fiamma Fumana e la nostra rete di collaboratori: da lì vengono appunto Valeria e Freddy.

V&F sono tornati dal BarCamp molto soddisfatti e stimolati (leggetevi il loro bellissimo post). Nella migliore tradizione di internet – orientata alla condivisione e all’aiuto reciproco – il popolo della rete è stato prodigo di incoraggiamenti e consigli utili: l’intervento è stato seguito da un pubblico numeroso e attento. I barcampers più citati sono stati Elena “Brezzadilago”, Roberta Milano, Marco e Susan, ma già da prima del Barcamp alcuni amici e bloggers di alto bordo come Alberto D’Ottavi e il “padre spirituale” di Mondine 2.0, Vanz, ci avevano molto aiutato. Sono contento, portare la tradizione in rete e la rete a occuparsi di tradizione mi sembra un obiettivo alto, per cui vale la pena di sbattersi un po’. Vediamo come va a finire. Qui sotto, le slides dell’intervento di Freddy e Valeria.

 

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febbraio 25, 2008     Alberto     Fiamma Fumana     9 comments

   


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