European Commission


The Internet vs. the democratic deficit: collaborazione online per rompere il ghiaccio tra cittadini e istituzioni internazionali

Global problems demand global governance: ce lo ripetiamo da anni. E in effetti, a partire dal dopoguerra, le istituzioni internazionali si sono moltiplicate e sono giunte a ricoprire ruoli importanti in quasi tutti i campi. Non ci sono solo le Nazioni Unite con la loro galassia di agenzie, ma anche le istituzioni gemelle di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale; l’OCSE; l’OPEC; il World Economic Forum; le alleanze militari strutturate come NATO e SEATO; il Club di Madrid; l’Agenzia Atomica Internazionale; il WTO e tante altre. In Europa questa tendenza è moltiplicata dal progetto di unificazione del continente: il peso specifico di Bruxelles sulle politiche degli stati membri dell’Unione Europea è ormai decisivo. Qualcuno ha calcolato che il 70% degli atti legislativi promulgati dai parlamenti degli stati europei consiste nel recepire direttive europee – il che rende i parlamenti nazionali poco più che elementi decorativi.

Questo sistema è estremamente efficiente. Con un parlamento di 736 membri (quello italiano ne ha 946) e una burocrazia di soli 33.000 dipendenti l’Unione Europea gestisce la prima economia del mondo, con 500 milioni di abitanti (in Italia i dipendenti pubblici sono 3,4 milioni, ma questa cifra comprende anche figure operative come medici, insegnanti e poliziotti e non solo impiegati come nel caso dell’UE). Ma c’è un problema: molti europei sentono le istituzioni dell’unione lontane, inaccessibili, in qualche modo al di fuori del loro controllo. La Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, non viene eletta; presidente e commissari vengono indicati dagli stati membri. Il Parlamento Europeo viene eletto dal popolo, ma i parlamentari faticano a conciliare il lavoro quotidiano a Bruxelles con la necessità di mantenersi in contatto con i loro collegi, che peraltro sono molto grandi. Risultato: queste istituzioni sentono spesso di lavorare in un vuoto, uno spazio artificiale. Studiano documenti che arrivano da luoghi lontani, ma le vite dei cittadini arrivano loro come una trasmissione radio molto disturbata. La combinazione di isolamento dal territorio e bisogno di informazione di alta qualità crea spazio per le lobby, e infatti a Bruxelles ci sono molti lobbisti. Nel gergo politico europeo, questa situazione si chiama deficit democratico.

L’Internet sociale, credo, ha la potenzialità per rompere la barriera di isolamento dai territori che circonda gli uomini e le donne delle istituzioni internazionali. Il filtraggio sociale permette di intrattenere conversazioni su scala molto vasta senza troppi rischi di sovraccarico informativo. Nella mia esperienza passata con Kublai si è visto che un’amministrazione centrale può aprire un dialogo diretto con i singoli individui nei territori, saltando i livelli amministrativi locali, e che questa discussione disintermediata è uno straordinario luogo di apprendimento per l’istituzione. Il mio gruppo ed io stiamo provando ad applicare una tattica simile alla scala continentale con Edgeryders. Singoli politici stanno esplorando questo spazio in modo più agile di quanto possa fare un’istituzione: due esempi sono l’europarlamentare olandese Marietje Schaake e il Commissario europeo all’agenda digitale Neelie Kroes.

Le istituzioni internazionali sono interessate. Domani (29 novembre 2011) il Parlamento Europeo – e in particolare il suo vicepresidente Gianni Pittella organizza una discussione su questo tema, con un programma piuttosto ricco: avrò l’onore di presentare Edgeryders. Il 9 dicembre terrò un webinar con l’United Nations Development Programme/Eastern Europe and Central Asia. Spero che questa strada porti lontano, perché abbiamo assoluto bisogno sia di governance internazionale che di legittimità democratica.

novembre 28, 2011     Alberto     e-government 2.0     comment

Inclusione e distruzione creativa: il futuro dei fondi europei


La Commissione Europea gestisce un mucchio di soldi. Solo per i progetti dedicati allo sviluppo regionale stanzia poco meno di 350 miliardi di euro nel periodo 2007-2013; per la ricerca ci sono altri 50 miliardi, e così via. Secondo molte voci critiche, queste risorse vanno prevalentemente a finanziare progetti dei “soliti sospetti”: università, grandi imprese, enti territoriali, strutture della rappresentanza come sindacati. Questi soggetti sono in grado di gestire le complessità burocratiche di montare un progetto europeo (esempio: costituirsi in consorzi internazionali con almeno X partners in almeno Y paesi, di cui almeno uno deve essere un paese di nuovo ingresso nell’Unione per aumentare le chances di successo); ma non sono necessariamente quelli che usano le risorse nel modo migliore possibile. Al contrario le grandi organizzazioni hanno in genere costi amministrativi alti, molto middle management invece che personale operativo, bassa propensione al rischio.

Piccole e piccolissime imprese, giovani imprenditori, innovatori sociali, imprese creative – che sono spesso i soggetti più interessanti, in grado di contribuire in modo sostanziale allo sviluppo dei territori e alla ricerca – rimangono quasi sempre fuori dai giochi. In genere, scoraggiati dalla cultura burocratica e formalista di questi processi, non partecipano nemmeno; e quando partecipano perdono quasi sempre. Tutto questo è noto da tempo; negli ultimi tempi, però, questi soggetti stanno facendo sentire in modo sempre più chiaro la propria voce; e l’Europa comincia a rispondere. Il video qui sopra, prodotto dai miei amici di CriticalCity Upload in risposta a una call della Commissione Europea, ne è una prova: è stato mostrato in sessione plenaria alla Digital Agenda Assembly, davanti a 1200 persone tra cui il Commissario Neelie Kroes. Chi c’era mi assicura che gli applausi sono stati molto convinti.

Con questo problema in mente, il Dipartimento Affari Regionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri sta mettendo in piedi Opera, uno strumento per elaborare progetti europei in modalità peer-to-peer (una community aperta verrà lanciata a settembre). Uno degli aspetti più interessanti è la possibilità di ricercare possibili partners, ma anche di votarne e commentarne l’agire. I partners affidabili, veloci e collaborativi vengono segnalati dalla community — e questo aiuterà l’emersione di partenariati e progetti migliori, accrescendo in media l’impatto della spesa. Il progetto Opera è esplicitamente ispirato a Kublai, un progetto che ho contribuito a fondare nel 2008 e diretto fino a qualche mese fa. In effetti, il gruppo di Opera fa capo a Studiare Sviluppo, società in-house del Ministero dell’Economia che ha lavorato anche su Kublai. Sono contento e orgoglioso che il lavoro del mio team e mio abbia ispirato un’altra amministrazione centrale.

Kublai e Opera usano le logiche del web 2.0 per ottenere un risultato affascinante: rendere le politiche pubbliche su cui lavorano più inclusive e più efficienti al tempo stesso. La maggiore inclusività apre la porta all’ingresso di nuovi soggetti, veloci ed innovativi; e questi, conquistando una fetta delle risorse in palio, accrescono l’efficienza del sistema (non è un vantaggio marginale: CCU, incubata in Kublai, ha un costo per utente coinvolto 30 volte inferiore a quello dei progetti di e-participation europei). Non è sorprendente, perché le politiche pubbliche camminano con le gambe delle persone, e cambiando i giocatori si cambia il gioco. Resta da vedere se gli innovatori delle politiche pubbliche riusciranno a proteggere le iniziative come Opera dalle inevitabili contromosse di chi finora si è avvantaggiato dei criteri di assegnazione dei fondi europei. La distruzione creativa non piace a tutti.

giugno 20, 2011     Alberto     e-government 2.0     4 comments

Policy hackers: tre protagonisti dell’azione di governo


La settimana scorsa ho avuto una fortuna straordinaria: incontrare tre servitori dello Stato (anzi degli Stati, visto che parliamo di tre paesi diversi) dal profilo intellettuale molto alto. Ciascuno di loro è un punto di riferimento nel proprio campo.

Mercoledì ero con Geoff Mulgan, inglese, fondatore di Demos, CEO di Young Foundation, in procinto di andare a dirigere il prestigioso NESTA. Viene da studi di comunicazione. Nel Regno Unito è abbondantemente una star, avendo ricoperto incarichi di rilievo nel governo Blair); e mi pare che lo stia diventando anche nel resto d’Europa, perché la sua è una voce molto ascoltata a Bruxelles in tema di innovazione sociale proprio nel momento in cui l’Europa sta decidendo di investire sul tema. È impegnato nella progettazione della Big Society del primo ministro Cameron, modello controverso ma studiato con attenzione da tutto il continente – anche perché è l’unico che aggredisce esplicitamente il tema della difesa del welfare in un mondo finanziarizzato e globalizzato. .

La sera dello stesso giorno ho cenato con Fabrizio Barca, italiano, direttore generale del ministero dell’Economia e consigliere della Commissione Europea per la riforma della politica regionale. Viene da studi di economia. Negli anni Novanta dirige il servizio studi di Bankitalia: quando Carlo Azeglio Ciampi lascia la Banca per diventare ministro del Tesoro lo porta con sè. Insieme danno vita a una straordinaria avventura di institution building, reclutando un nucleo di tecnici di livello internazionale e mettendoli al lavoro sul tema dello sviluppo del Mezzogiorno. Il risultato è il Quadro Strategico Nazionale, il documento di policy più intelligente e nobile che abbia mai letto. Fabrizio ha una visione strategica molto ampia in cui integra di tutto, dalla letteratura scientifica ai rapporti governativi e alle discussioni con i leaders della società civile), ed è molto veloce nell’interazione (risponde alle mail in un minuto o due, e i suoi collaboratori raccontano che quasi nessuno riesce a stargli dietro). È un’autorità internazionale sul tema dello sviluppo.

Giovedì ho passato la giornata con Beth Noveck, americana, fondatrice di Peer to Patent, ex vice CTO alla Casa Bianca, in procinto di assumere un incarico nel governo britannico in tema Open Government. Viene da studi di diritto. Beth è quella che conosco meglio (ci scambiamo pareri da un anno, e ha collaborato al mio libro), ed è anche quella che sento più vicina come interessi: il suo campo è lo stesso in cui mi muovo io, la collaborazione tra governo e cittadini, di cui è un’esperta di classe mondiale. È l’unica dei tre ad essere soprattutto un’accademica.

La conclusione dei tre incontri è scontata, ma fa sempre bene ripeterla: ho ancora tanto, ma tanto, ma tanto da imparare. Imparerò.

maggio 30, 2011     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     comment

Dell’innovazione sociale (e la fine del mondo come lo conosciamo)

Nell’ultimo anno, in cui ho partecipato ad un gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa che riflette su alcune tendenze emergenti dell’economia, mi sono fatto l’idea che l’innovazione sociale sia un fenomeno potenzialmente molto, molto importante. Certamente lo è abbastanza da curvare lo spazio mentale in cui mi muovo: qualunque percorso io segua, mi ci ritrovo sempre più coinvolto. L’ultima notizia – ma ho la sensazione che non sarà affatto l’ultima – è che la Young Foundation (un think tank inglese vicino al presidente della Commissione Europea Barroso, in assoluto l’organizzazione europea più attiva nel promuovere il concetto di social innovation) mi ha chiesto di partecipare all’advisory board della Social Innovation Initiative for Europe. Obiettivo di questo progetto è mettere in piedi l’hub della Commissione Europea per la comunità degli innovatori sociali, che, tra le altre cose, fornirà input per la progettazione del nuovo fondo europeo per l’innovazione sociale.

I fondi europei sono strumenti finanziari di grandi dimensioni per le politiche pubbliche, misurati in centinaia di milioni, se non miliardi, di euro. I criteri di allocazione di questi fondi tra gli stati membri e all’interno di ciascuno stato, sono oggetto di negoziati molto minuziosi e condotti ai massimi livelli delle pubbliche amministrazioni europee. Non accade tutti i giorni che la Commissione si metta a progettare un nuovo fondo: è evidente che qualcuno, al vertice, pensa che questo sia un tema decisivo.

Dal mio punto di osservazione come advisor del Consiglio d’Europa non è difficile capire quello che sta succedendo. I rappresentanti dei governi nel nostro gruppo sono molto preoccupati: il welfare state, cardine del modello europeo e ingrediente fondamentale della del capitalismo umanizzato proposto dal vecchio continente, è in preda ad una crisi fiscale irreversibile. Nessuno crede più che sarà possibile difendere il livello di prestazioni previdenziali e dei pubblici servizi. E non stiamo parlando di Grecia o Italia, per i quali si potrebbe forse parlare di cattiva gestione: i più preoccupati sono i governi dei paesi di welfare avanzato come l’Austria e la Norvegia, in cui l’opinione pubblica non accetterebbe mai una ritirata neppure parziale dall’attuale livello di pubblici servizi — ritirata che, tuttavia, è inevitabile.

Nessuno, però, parla più di privatizzazione. L’esperienza degli anni 80 parla chiaro: i servizi privatizzati non costano meno di quelli forniti dal settore pubblico, anzi. Ci sono molte ragioni per questa conclusione, ma una importante è questa: il settore privato entra solo dove può fare margini alti, altrimenti non è interessato. Qui entra in gioco l’innovazione sociale: la miscela di economia sociale (con un basso orientamento al profitto) e attitudine all’innovazione disruptive mutuata dalla Silicon Valley è, in questa fase, l’unico candidato a darci soluzioni che possano consentire di difendere il livello di servizi pubblici. “Difendere il livello di servizio” nel quadro finanziario attuale significa ridurne il costo unitario. E non del 3-5%: del 50%.

Non serve un genio per capire dove conduce questa cosa. Conduce a servizi pubblici smontati e rimontati in modo completamente diverso. La scuola? Video su Youtube stile Khan Academy invece di maestri in aula. La sanità? Forum online invece di file dal medico di base. L’università? Badges (alla Foursquare) concesse in modalità peer-to-peer che attestano competenze apprese informalmente sul web invece di lauree (ci sta lavorando la Mozilla Foundation). La progettazione delle policies? Wikicrazie invece di burocrazie weberiane professionali. Inutile dire che la transizione sarà molto complicata, e comporterà che moltissime persone che oggi lavorano nel settore pubblico risulteranno, per usare un termine non molto diplomatico, completamente inutili, perché sanno fare cose che non serviranno più e avranno ben poche possibilità di imparare a fare quelle che, invece, serviranno.

Il fondo che la Commissione Europea sta disegnando può risolvere al massimo metà del problema, quella di abilitare gli innovatori sociali a ripensare in modo radicale i servizi pubblici. L’altra metà è fare in modo che il patto sociale tenga, e che gli europei impauriti e arrabbiati non escano di casa a dare fuoco alle auto e ai bancomat (o ai loro vicini diversi da loro in qualunque modo). Per questo abbiamo bisogno di leadership politica di alto livello: il sistema attuale è stato messo in piedi da giganti del calibro di Bismarck (previdenza) e Lord Beveridge (welfare moderno). Speriamo di trovare una dirigenza alla loro altezza per questa fase.

febbraio 7, 2011     Alberto     complexity economics, Innovazione sociale     7 comments

Internazionale: la conversazione globale delle amministrazioni 2.0

Kublai, il primo (o uno dei primi) progetto di governo 2.0 dell’amministrazione centrale italiana, si è conquistato velocemente una piccola visibilità internazionale. Dopo i due showcase con la Commissione Europea (EUPS20 e Wikicrats) e lo scambio francese, la settimana scorsa è stata la volta della Banca Mondiale, che riprende un’intervista che avevo rilasciato al blog americano Betterverse.

Man mano che si capisce che internet funziona bene per produrre beni pubblici, la conversazione sull’e-government 2.0 si globalizza. Le idee circolano rapidamente tra noi europei (il gruppo di EUPS20, o Headshift – peraltro recentemente acquisita da una società americana), americani (Sunlight Foundation) e asiatici (Futuregov), e mi sembra che ci sia un buon livello di fiducia reciproca. Forse c’è speranza.

settembre 14, 2009     Alberto     e-government 2.0     2 comments

Civic hacker manifesto: puoi dare una mano?

Il 19 e 20 novembre 2009 si terrà a Malmö un incontro tra i ministri europei competenti per definire la strategia dell’UE sull’e-government per i prossimi 3 anni.

David Osimo, che stimo molto, coordina uno sforzo per portare a Malmö la voce dei cittadini 2.0. Secondo me è abbastanza autorevole per farlo, soprattutto dopo che la sua Public Services 2.0, con un seminario di grande successo tenuto a Bruxelles in marzo, ha mostrato alla Commissione che in Europa c’è una nuova generazione di progetti di e-government molto avanzati e in contatto tra loro. In queste ore (e ancora per pochi giorni) un gruppo molto internazionale di persone che hanno a cuore il problema sta lavorando alla scrittura collettiva di un manifesto europeo dei “civic hackers”. Se lo avete cuore anche voi, unitevi al gruppo: basta andare qui e mettersi al lavoro.

settembre 4, 2009     Alberto     e-government 2.0     2 comments

La Commissione Europea a Reboot?!?

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Quella tra Nadia El-Imam e Bror Salmelin è un’alleanza davvero improbabile. Lei è un’interaction designer, afro-svedese, ventottenne, radicata nella cultura hacker e diffidente verso le grandi burocrazie pubbliche; lui è un funzionario senior della Commissione Europea, finlandese, esperto di tecnologia (ha avuto un ruolo importante nella nascita del movimento Living Lab) e incardinato nell’istituzione. Nonostante parecchie difficoltà di linguaggio iniziali i due sono arrivati a capirsi (un po’) e a rispettarsi a vicenda, e insieme hanno messo in pista Future building for wikicrats, un’iniziativa davvero innovativa: invece di organizzare un proprio seminario a Bruxelles, la Commissione promuove un workshop all’interno di Reboot – che, per chi non lo conoscesse, è un evento della comunità hacker internazionale nato nel 1998, dove puoi incontrare gente come Howard Rheingold, Tim O’Reilly e Dave Winer. L’obiettivo del workshop è condividere un modo nuovo di pensare alla politica della tecnologia, che prenda il meglio della cultura della governance (accountability, imparzialità, inclusività, orientamento all’interesse pubblico) e di quella hacker (condivisione, trasparenza radicale, meritocrazia, autonomia).

Le persone invitate con qualche eccezione, non sono esperti di politiche per la tecnologia. Sono gente proprio come voi e me, che crea o usa la tecnologia; sono molto diversi tra loro per cultura, vissuto, mestiere e interessi. Sono anche persone interessanti. Gianluca Dettori fa il venture capitalist; Robin Chase fa impresa nel campo dei trasporti; Amelia Andersdotter è una figura di spicco del Partito Pirata svedese; Elvira Berlingieri è un’esperta di diritto digitale; io dovrei rappresentare il mondo della creatività (hai detto niente); Freek van Krevel lavora alla Commissione, e insieme a David Osimo è l’unico che fa l’esperto di politiche della tecnologia di mestiere.

La cosa che mi aspetto che succeda è che, interagendo in un contesto informato a valori condivisi, queste persone acquisiscano nuove metafore (Dante parlerebbe di “figure”) per pensare alle politiche della tecnologia attraverso le donne e gli uomini che la fanno e che la subiscono. I funzionari pubblici dicono “l’impresa innovativa”, e pensano a modelli economici impastati di retorica neoliberale. Questi modelli sono molto diversi dalle persone che fanno impresa, e conoscere Robin e Gianluca può aiutare a temperarli, approfondiri o scartarli completamente. Allo stesso modo, molti hackers pensano agli “eurocrati”, come a una specie di orchi grigi ossessionati dalla curvatura delle banane; e non hanno idea dei veri interessi e delle spinte ideali di Bror o di Freek. I partecipanti a FBFW possono servire da figura (dantesca) dei diversi stakeholders gli uni per gli altri: l’approccio “personale” del seminario aiuta a fare questo, e spero davvero che promuova la comprensione reciproca tra gli stakeholders della politica per la tecnologia.

Conoscendo un po’ lo stile compassato della Commissione Europea è veramente un bel salto culturale. Vedremo come andrà. Per ora: brava Nadia, bravo Bror. Di questa roba IMHO si sente molto il bisogno.

Tag: wikicrats
Twitter hashtag: #wikicrats
Livestream URL: www.ustream.tv/channel/wikicrats-at-reboot11

giugno 24, 2009     Alberto     e-government 2.0     1 comment

Policy as conversation?

Sarò troppo ottimista, ma vedo segnali che si stia aprendo una conversazione di tipo nuovo tra (alcune) pubbliche amministrazioni e (alcuni) cittadini. Eccoli:

1. Il seminario dell’OCSE a cui ho partecipato la settimana scorsa a Londra. Si è parlato di co-progettazione e co-implementazione di servizi pubblici, amministrazioni e cittadini insieme; e se ne è parlato con uno stile disingessato, in gruppi di lavoro internazionali che discutevano di casi molto concreti. E la cosa più interessante è che fa parte di una serie di seminari (Innovative Delivery Workshop Series), quindi sembra che l’OCSE sia intenzionato ad andare in questa direzione.

2. Il gruppo di Public Services 2.0 che lancia oggi un brainstorming collettivo per costruire una dichiarazione da presentare alla conferenza dei ministri UE sulla strategia europea per l’IT (Målmo, novembre 2009).

3. La Commissione Europea che partecipa a una conferenza abbastanza hacker come Reboot, e vi organizza un seminario su come aiutare il nuovo parlamento europeo a prendere decisioni sensate in materia di politica della tecnologia.

Non è realistico aspettarsi soluzioni miracolose da questa roba, in fondo si tratta di cose molto piccole. Ma sono piccole cose sagge, e sono meglio, molto meglio dell’attuale balcanizzazione del dibattito, con l’onorevole Carlucci che augura al figlio del blogger e giornalista Alessandro Gilioli di essere adescato da un pedofilo (in questo video).

giugno 15, 2009     Alberto     e-government 2.0     1 comment

Genio pontieri

In un post molto efficace – e che vince il premio per il miglior titolo: Hacking the European Commission – David tira le somme di Public Services 2.0, e si dichiara soddisfatto. Il workshop era proprio giusto: autogestito, ma non caotico; franco e diretto, ma non gratuitamente polemico; ad alta intensità di tecnologia, ma non esoterico. Di conseguenza, molti funzionari di rango elevato della Commissione ne hanno percepito la novità, ma senza per questo considerarlo strampalato o minaccioso.

David, Lee, Dominic e Justin hanno costruito un ponte tra la Commissione e il mondo del web 2.0. A questo risultato abbiamo contribuito tutti noi, ma un merito particolare va attribuito a David, che ha passato anni a Bruxelles, ha lavorato per la Commissione stessa e ne conosce bene linguaggi e logiche. Proprio questa conoscenza gli ha permesso di mettere in piedi un formato così efficace. Nessuno di noi ne sarebbe stato capace.

Ci vogliono gli innovatori, quelli che gli americani chiamano trailblazers. Ma in fondo non ce ne vogliono poi così tanti: la nostra capacità di migliorarci in quanto società non sembra limitata tanto dalla capacità di produrre innovazione, quanto da quella di assorbirla e metterla a sistema. Le persone come David, che si impegnano per tradurre le cose, portandone il significato profondo ad attraversare i linguaggi, le pratiche, i sistemi di pensiero: queste persone sono importanti perché costruiscono ponti, allargano strettoie, sbloccano ingorghi e permettono alle idee di diffondersi sempre più lontano.

E a proposito di costruire ponti, è stata molto bella l’esperienza dell’endorsement istituzionale di Kublai. Ne racconterò presto.

marzo 26, 2009     Alberto     e-government 2.0     comment

User generated government su Nòva e a Bruxelles

L’ultimo numero di Nòva dedica la copertina all’innovazione digitale nella gestione pubblica. Il titolo è accompagnato da un articolo di David Weinberger nel quale si sostiene che il web 2.0 può avere un importante impatto nel progettare (non solo nel fare funzionare) le politiche pubbliche. Nel paginone centrale Di Corinto ribadisce che il web 2.0 “funziona bene” e che il settore pubblico deve applicarlo all’e-government. Il tutto è accompagnato da una lunga spiegazione del piano e-gov 2012 del ministro Brunetta (che però si dota di obiettivi che, pur condivisibili, sono in genere assolutamente 1.0, tipo i certificati giudiziari online) e da alcuni esempi di e-government molto noti.

Apprezzo molto l’interesse di Nòva per questo tema, al quale ho intenzione di provare a dare un piccolo contributo. Inseguendo il tema assai diverso della creatività, mi sono trovato anch’io a fare parte della (ancora ristretta) schiera dei project managers di iniziative di e-gov 2.0 (la mia, naturalmente, è Kublai, preceduta dall’esperienza ibrida di Visioni Urbane). Per ora preparo le valigie per Bruxelles, dove si terrà il primo incontro delle esperienze europee web 2.0 nei servizi pubblici, organizzato da Tech4i2, Headshift, FutureGov e il portale e-practice della Commissione Europea. L’anima dell’iniziativa è David Osimo, il cui approccio è davvero vivificante:

This gap cannot be filled by repeating the same PRESENTATIONS ON WHAT CAN BE DONE with web 2.0. It is high time to DEMONSTRATE WHAT IS DONE ALREADY and to learn from experience.

Mi aspetto molto da questa conferenza, per quanto ne so la prima del suo genere: non solo per la qualità delle iniziative rappresentate (tra cui mypatientopinion, farmsubsidy.org etc, cioè le cose che sono partite per prime e di cui tutti parlano) ma anche perché so che David presidierà il formato, privilegiando la discussione e evitando le solite passerelle. Gli organizzatori considerano Kublai una policy, per cui il mio intervento avrà luogo nel pomeriggio. Si sta formando un “torpedone Kublai”, per cui se vi interessa venire datemi un cenno.

febbraio 8, 2009     Alberto     internet     4 comments

   


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