creatività


Semi che germogliano: la lunga marcia di Visioni Urbane

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Era il 2007 quando ho iniziato a lavorare a Visioni Urbane, un progetto della Regione Basilicata che si proponeva di realizzare alcuni spazi per la cultura. Nel gruppo di lavoro rappresentavo il Ministero dello sviluppo economico; il mio compito era di spingere il progetto nella direzione di investire molto sulle competenze creative e imprenditoriali invece che nella costruzione di edifici.

I risultati di Visioni Urbane hanno superato le migliori previsioni. Il progetto – almeno per ora – ha avuto successo: la scena creativa lucana, in precedenza divisa da una cultura di sospetto reciproco, ha collaborato con generosità e competenza con la Regione per progettare una rete di nuovi centri per la cultura. Quattro di questi sono stati anche realizzati, non costruendo nuovi edifici ma recuperando edifici pubblici esistenti ma in decadenza e non utilizzati (in questo modo, circa 3 milioni di euro di nuovi investimenti in mattoni hanno messo a valore 10 milioni di euro di investimenti pubblici già effettuati), mentre un quinto, a causa di problemi strutturali insanabili, ha dovuto essere demolito ed è attualmente in corso di ricostruzione. La gestione di tutti e quattro i centri completati è stata messa a bando; in tre casi è già stata assegnata, mentre il quarto bando scade a gennaio. Due dei tre bandi già assegnati sono stati vinti da consorzi di associazioni e piccole imprese della comunità di creativi raccolta intorno al progetto.

Questi sono già ottimi risultati. Ma ancora più notevole è il fallout di Visioni Urbane: il piccolo gruppo di funzionari che lo ha condotto, e che risponde direttamente al Presidente della Regione, ha esteso l’approccio del progetto ad altre policies, parzialmente integrate con VU stesso. A quanto ne so io:

  • la rete di coordinamento tra i centri immaginata per Visioni Urbane si è evoluta in una fondazione di comunità, partecipata dalle associazioni e le imprese della comunità creativa, da diversi enti locali e dalla Fondazione per il Sud (che funziona da acceleratore, perché raddoppia la dotazione finanziaria raccolta dagli altri soci). La comunità appoggia energicamente questa operazione.
  • la linea di apertura a collaborazioni nazionali e internazionali di VU ha attecchito; i bandi per lo startup dei centri saranno aperti anche a soggetti esterni al territorio.
  • il gruppo di VU è stato protagonista nel lanciare la candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019. La responsabile del progetto e il direttore vengono entrambi dall’esperienza di Visioni Urbane.
  • la Basilicata ha costituito una film commission negli ultimi mesi del 2011. La comunità creativa ha chiesto più volte che il metodo molto partecipato di Visioni Urbane venisse applicato anche in quel caso. Non sono sicuro, però, che questo sia effettivamente accaduto.

Visioni Urbane è stato un progetto generativo. Nei primi tempi è stato necessario fare un investimento iniziale di attenzione, tempo e libertà. Attenzione ai dettagli, per imparare a fare fruttare al massimo ogni occasione e ogni euro di denaro pubblico; e tempo e libertà di azione per crescere, esplorare le alternative a disposizione, rimettere in discussione il proprio modo di pensare la policy (ne ho parlato nel mio libro). Questo ha ridotto, inizialmente, l’efficienza amministrativa misurata in velocità di spesa (ci abbiamo messo diversi anni a spendere quattro milioni di euro), ma ha lasciato all’amministrazione nuovi strumenti per analizzare e per fare. In tempi di crisi e di risorse calanti, è un pensiero che mi dà speranza.

gennaio 2, 2012     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     comment

Tre futuri per Kublai

Oggi si tiene il Kublai Camp 2011, il terzo in tutto e il primo a cui non posso partecipare. L’amico Tito Bianchi del Ministero dello Sviluppo Economico mi ha chiesto un breve video in cui dico come vorrei che fosse Kublai tra tre anni. Ecco fatto: delineo tre futuri possibili, due che mi piacciono e uno che non mi piace. E sono:

  1. un onesto pensionamento alla fine del prossimo ciclo.
  2. la devoluzione di Kublai alla comunità dei kublaiani, mantenendone la missione pubblica.
  3. entrenchment e slittamento verso una specie di sportello di impresa online. Questo esito mi sembra poco interessante e poco adatto allo Stato centrale, e credo che andrebbe evitato con cura.

Sono curioso di vedere come va a finire.

(Info su Kublai qui)

settembre 24, 2011     Alberto     e-government 2.0, industrie creative e sviluppo     comment

VRBAN: un progetto comunale fa nascere un’impresa creativa

Nel 2005 il Comune di Verona stava consultando la cittadinanza sul piano strategico, e i giovani non facevano mistero di considerare gli impegni presi dall’amministrazione poco più che chiacchiere: “siamo sempre alla prima riunione” come ho sentito dire a un ragazzo all’assessore alle politiche giovanili durante un’assemblea pubblica. In questo contesto, mi viene chiesto di aiutare le associazioni culturali della città, tra loro in rapporti piuttosto tesi, a mettersi insieme per organizzare un evento che desse il segno di una nuova collaborazione tra i giovani e il Comune, che ci metteva una piccola somma (30.000 euro).

Le associazioni culturali nelle città medie e piccole si odiano quasi sempre. Per forza: sono impegnate in una concorrenza a somma zero per i fondi stanziati da enti pubblici e fondazioni bancarie (dove ci sono), oltretutto assegnati con criteri non sempre trasparenti. Ogni euro che prendo io è un euro che non prendi tu. La concorrenza si gioca sul tirare dalla propria parte i finanziatori. Questo genera un clima di sfiducia diffusa. Coinvolgere un esterno come me doveva essere una garanzia che questa partita sarebbe andata diversamente: questo piccolo fondo aggiuntivo rispetto alle somme già stanziate è condizionato al fatto che i creativi veronesi esprimano e realizzino un progetto comune.

È stata la mia prima vera esperienza di creazione di una comunità. Ho creato una mailing list (cosa pretendete, mica c’era Facebook nel 2005) e preteso che tutto il possibile passasse da lì, con le proposte scritte e visibili a tutti; ho costretto il personale del Comune a riunioni che cominciavano alle sette di sera, per dare modo al mondo dell’associazionismo di partecipare senza compromettere il loro lavoro; ho perfino convinto un assessore, Giancarlo Montagnoli, e una dirigente, Maria Gallo, a concludere tutte le riunioni all’osteria di fianco al palazzo del Comune, insieme ai ragazzi delle associazioni. Ho scoperto il potere della trasparenza e dell’informalità: i progressi più importanti si facevano quasi sempre all’osteria, quando la gente abbassava la guardia e andava a ruota libera, non in riunione. Alla fine l’evento si è fatto: si riappropriava di spazi come l’ex zoo ai bastioni della città; incarnava un’idea di Verona più libera e creativa, con le sfilate di moda africana, i contest di writers, e il mitico bus-discoteca che vedete nel video. L’hanno chiamato VRBAN, ed è stato un successo clamoroso. Molte persone che hanno partecipato al processo hanno scoperto le une nelle altre colleghi capaci e degni di rispetto, con cui può anche essere bello collaborare.

Di recente sono tornato a Verona per un concerto e ho rivisto alcune di quelle persone. E – sorpresa! VRBAN esiste ancora, ed è diventato l’evento principale dell’estate veronese, con migliaia di partecipanti. È arrivato alla sesta edizione; è interamente finanziato da ricavi propri e sponsor privati (la nuova amministrazione di centrodestra gli fornisce comunque alcuni servizi); viene progettato e gestito da alcuni dei ragazzi del 2005, nel frattempo diventati professionisti degli eventi culturali (Alessandro, Fabio) e della comunicazione (Ale); ha perfino dato vita alla rete italiana dei festival musicali ecosostenibili. È un pezzo di economia e cultura cittadina. Che soddisfazione! Intendiamoci, il merito è loro. Ma il Comune ha fatto la sua parte, e il mio aiuto a qualcosa penso sia servito.

Quindi, se passate da Verona a giugno andate a VRBAN e chiedete di Alessandro Formenti, Fabio Fila o Ale Biti e fatevi raccontare. E fatevi una birra alla mia salute. :-)

febbraio 23, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     1 comment

Economista, ma concreto: Visioni Urbane consegna il prodotto (con contorno di Wikicrazia)

Gli economisti hanno fama di tendere al ragionamento astratto più che alla concretezza dell’azione. C’è un po’ di verità in questo luogo comune, tanto che nei dipartimenti di economia fiorisce il sottogenere delle barzellette sugli economisti. Questa, per esempio:

Un economista, dopo un naufragio, si ritrova su un’isola deserta. Si guarda intorno e vede una cassa di legno depositata sulla spiaggia dalla marea. La apre: è piena di scatolette di cibo, nutriente e a lunghissima conservazione! Purtroppo non ha nessuno strumento per aprirle: è forse condannato a morire di fame seduto di fronte a tutto quel cibo? L’economista non si perde d’animo e affronta il problema così: “Ipotizziamo di avere un apriscatole…”

Molti di noi soffrono per la mancanza di concretezza associata talvolta alla nostra professione. Per questo sono così contento di andare a Potenza venerdì 4: perché tre anni e mezzo fa il Ministero dello sviluppo economico mi ha chiesto di assistere la Regione Basilicata nell’elaborazione di una politica di spazi laboratorio per la creatività. Io ho insistito per prendere la strada, lunga e accidentata, del coinvolgimento dei creativi lucani; e oggi, finalmente, il primo spazio (si chiama Cecilia) è pronto, e gli altri quattro sono in consegna. Non solo gli spazi sono stati coprogettati insieme ai creativi di quel territorio; non solo sono sorretti da un’analisi dettagliata di quali imprese e associazioni creative, su quei territori, intendono fare con quegli spazi; ma sono integrati con un bando-tipo per l’assegnazione della gestione, concordato con i Comuni competenti, e con un modello di governance regionale delle politiche culturali.

Il progetto si chiama Visioni Urbane. Ne ho parlato spesso in questo blog. Mi dicono che ultimamente è diventato una specie di bandiera dell’amministrazione regionale; tanto che le associazioni chiedono ora lo stesso tipo di coinvolgimento in altre politiche, come l’istituzione della Film Commission, e la stessa amministrazione, forte del buon rapporto di collaborazione con i creativi, si è impegnata per lanciare la candidatura di Matera come capitale europea della cultura 2019. Non è un caso che la coordinatrice del progetto di candidatura sia Rossella Tarantino, il referente di VU, e che anche il direttore scientifico, Paolo Verri, sia stato “pescato” dalle personalità che hanno collaborato con VU.

Di Visioni Urbane parlo molto nel mio libro Wikicrazia, e l’inaugurazione di Cecilia conterrà, tra le altre cose, una presentazione del libro. Ma quello è il meno: pregusto l’emozione di toccare con mano una policy che ho contribuito a progettare, e che è diventata molto concreta, tanto che mi ci posso sedere dentro per ascoltare un concerto. Per un economista è una soddisfazione relativamente rara.

gennaio 31, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     1 comment

The waste land: la maledizione di essere creativi

Quando mi sono messo a fare il musicista professionista – era la metà dei ’90 – i miei genitori non hanno esattamente stappato lo champagne. Rispettavano il mio percorso (non che avessero molta scelta), ma temevano che sarebbe stato faticoso, forse anche doloroso.

In effetti, l’economia creativa rende il mondo un luogo molto più brillante, colorato, piacevole. Ci stimola tutti quanti, e dà a chi riesce ad affermarvisi un ruolo davvero invidiabile, quello di chi riesce ad affermarsi percorrendo strade insolite, scommettendo sulla propria unicità, facendo mosse inaspettate che il normale mercato del lavoro non sa come valutare. Ma tutto questo ha un prezzo: per ogni successo ci devono essere almeno dieci fallimenti. Più persone ci proveranno, più saranno quelli che hanno successo, e meglio andranno le cose per tutti noi: ma il crescente incoraggiamento ai giovani a provarci, il fiorire dei premi per la creatività e degli aggregatori di talenti moltiplica anche il numero dei fallimenti. Alcune persone falliscono il primo e magari anche il secondo progetto, fanno tesoro di queste esperienze e indovinano il terzo: ma, inevitabilmente, sono molti più quelli che, dopo uno o più fallimenti, abbandonano il campo, e devono ripensarsi, reinventare un’identità meno intrigante di quella di creativo. Fatevelo dire da uno che ha passato veramente tanto tempo a chiedersi “ma sarò capace? mi sto illudendo sulle mie capacità? a chi interessa davvero ciò che sto facendo?”: è un processo che ha un costo umano notevolmente alto.

E quindi, quando leggo una storia come quella di Walter Giacovelli, ci rimango male. Fare impresa creativa già è difficile in condizioni ottimali: con il sistema paese che rema contro diventa quasi impossibile. Walter, comprensibilmente esasperato dalla galleria degli orrori che fa da sfondo al suo percorso (presenta un progetto sui social media e gli dicono che quell’anno si finanziano solo progetti sull’agricoltura; lavora per IG Students, ma il programma chiude senza pagare i collaboratori; è sempre troppo precoce, o troppo anziano, o “non presenta i requisiti di soggetto svantaggiato”) è arrivato a darsi un ultimatum: o si parte entro cento giorni, o si ammaina la bandiera.

Onore alla bandiera, comunque andrà. So bene che non si possono eliminare le sconfitte dal sistema senza fermarlo del tutto, e so anche che alle sconfitte si sopravvive e si va avanti. Lo so sulla mia pelle, perché le ho subite anch’io (questa, per esempio). Però si può e si deve pretendere da noi, che progettiamo e attuiamo le politiche per la creatività, che ci accostiamo con rispetto ed empatia alle persone che, là fuori, lottano e sognano, e spesso pagano salato. Che ci interroghiamo sempre sul senso di quello che stiamo facendo. Che non ci creiamo microfeudi, non chiediamo esclusive, non pensiamo mai di avere capito tutto. Che non ci abbandoniamo alla retorica (io comincio a stancarmi di sentire ripetere a caso “creatività”, “giovani”, “talento”, “innovazione”). E che sfruttiamo al massimo ogni euro, ogni minuto di tempo per cercare di mettere tutti in condizioni di provarci al meglio.

Niente di nuovo, lo so. Ma tenere la guardia alta è utile anche se non è nuovo.

dicembre 16, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     9 comments

Wikicrazia in Puglia con Vendola e un confronto sulle politiche per la creatività

Sono in partenza per la Puglia, per un giro di appuntamenti legati in un modo o nell’altro alle politiche pubbliche in rete. Sono particolarmente contento perché mi darà modo di ritrovare vecchi compagni d’armi e incontrare persone per me nuove e interessanti. Giovedì 2 dicembre mi trovate a Barletta: presento il libro al circolo ARCI Carlo Cafiero insieme a Luigi Pannarale, un sociologo intelligente e curioso.

Venerdì 3 sarò al Festival dell’Innovazione di Bari: al mattino mi aspetta una conversazione sul tema della creatività digitale con Nichi Vendola, presidente della Regione; Vincenzo Vita, presidente della commissione istruzione del Senato; Francesco Morace, sociologo attivo nella consulenza aziendale, presidente di Future Concept Lab; e soprattutto il blogger e scrittore Giuseppe Granieri, con cui lavorammo al primo anno di Kublai.

Al pomeriggio, sempre al Festival dell’Innovazione, faremo una riflessione sulle politiche per la creatività, viste dal laboratorio del Sudest italiano attraverso il filtro di Wikicrazia e del ruolo della collaborazione di massa online: e lo faremo a partire da esperienze concrete e che conosco bene. Annibale D’Elia ci racconterà il progetto Bollenti Spiriti della Regione Puglia; Rossella Tarantino ci racconterà del progetto Visioni Urbane, della Regione Basilicata, simile al cugino pugliese negli obiettivi, ma completamente diverso nell’attuazione; e il vulcanico Walter Giacovelli ci dirà di Kublai, in particolare della sua attivissima colonna sudorientale. Mi aspetto che partecipino molti creativi, mi piacerebbe provare, insieme a chi ci sarà, a immaginare la prossima generazione di politiche per la creatività. Quindi portate post-it e block notes, perché a chi viene sarà chiesto non solo di ascoltare, ma anche di dare una mano a progettare!

Informazioni qui.

dicembre 1, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     2 comments

Bandi per la creatività e culture amministrative: due esperienze a confronto

Collaboro ad un progetto, Visioni Urbane, nel quale ci stiamo ponendo il problema di lanciare alcuni bandi per attività creative. Mi è venuta la curiosità di leggere alcuni bandi che, in questo campo, hanno una buona reputazione. Ne ho scelti due: uno è Principi Attivi, il bando di un’esperienza pugliese che mi interessa molto, Bollenti Spiriti. E’ stato aperto da maggio a luglio 2008, e ha messo a bando 7.6 milioni di euro. Ha ricevuto oltre 1.500 progetti da quasi tutti i comuni pugliesi. L’altro è Grants for the Arts, lo strumento principale di finanziamento di progetti artistici dell’Arts Council England. Questo è un bando sempre aperto, rifinanziato di anno in anno con i denari della National Lottery.

Gli obiettivi dei due bandi sono gli stessi: spingere giovani artisti e creativi in genere a concorrere all’assegnazione di risorse pubbliche, nella speranza che alcuni di loro facciano il salto e diventino imprese creative e culturali vere e proprie. Per fare questo è necessario creare bandi semplici da usare (per abbassare le barriere alla partecipazione di soggetti che hanno competenze creative e non burocratiche) e trasparenti (per creare fiducia). Ho provato a riassumere le mie letture in una tabella, questa:

Principi Attivi Grants for the arts
Periodo di apertura 5 maggio – 31 luglio 2008 sempre aperto, non c’è scadenza
Chi può partecipare Gruppi informali (minimo due persone) di giovani sopra i 18 anni e nati non prima del 1/1/1977, residenti in Puglia Individui o organizzazioni. La definizione di “organizzazione” è : un gruppo di persone con un obiettivo comune e un conto corrente con almeno due firme.
Forma giuridica I gruppi finanziati devono costituirsi in associazioni o altra forma giuridica Non richiesta
Criteri di valutazione Griglia pubblicata sul bando Pubblicati sul bando, senza griglia
Taglio Al massimo 25.000 € Da 1.000 a 100.000 £ per le attività locali: da 1.000 a 200.000 £ per quelle nazionali. In circostanze eccezionali è possibile chiedere finanziamenti anche superiori
Cofinanziamento Non richiesto Il proponente deve fare ogni ragionevole sforzo per assicurare il massimo cofinanziamento; in casi speciali, è possibile chiedere un finanziamento per il 100% dell’attività proposta.
Erogazione Anticipo del 70%, saldo del 30% In unica soluzione anticipata o in tranches, come specificato dalla lettera di approvazione della domanda. Vi è sempre un anticipo.
Garanzia finanziaria Fideiussione sull’anticipo (il 70% del finanziamento erogato) Non richiesta
Assistenza Telefonica, forum online, appuntamenti Documentazione online molto dettagliata, ben scritta e friendly. Enquiries office risponde a telefonate, email, sms.
Formulario 10 pagine, con budget preformattato (solo macrovoci: spese di costituzione e fideiussione, risorse umane, risorse strumentali, spese di gestione) No. Domanda “alla Kublai”, senza formattazione ma insistendo sull’evidenziare ciò che serve per capire la qualità della proposta.

La differenza si vede a occhio. Grants for the Arts è congegnato in modo da lasciare ai partecipanti la massima libertà di produrre ciò che essi considerano buone proposte. Le regole e i limiti sono ridotti al massimo, e comunque non tassativi; le definizioni molto elastiche (guardate quella di organizzazione!); non ci sono scadenze; non sono richieste fideiussioni o altre garanzie; la proposta ha formato completamente libero, con una forte enfasi sull’assistenza, come avviene in Kublai. Sei cieco? La documentazione è disponibile in Braille. Sei dislessico? Vieni nei nostri uffici, facciamo una riunione e ti mettiamo a disposizione una persona che prende appunti. Le idee guida sono quelle di incoraggiare più persone possibile a partecipare, per essere sicuri di non perdersi neppure una buona idea per ragioni di procedura, e poi fare una selezione spietata in termini di qualità (e questo significa che l’Arts Council England ha piena fiducia nelle proprie capacità di selezionare). Grants for the arts è orientato alla performance brillante, non al processo.

Anche Principi attivi è orientato alla performance (e all’assistenza: il suo team ha condotto quasi cento incontri di promozione), e in effetti i suoi numeri sono rilevanti. Ma questo orientamento deve fare i conti con la cultura amministrativa italiana, quindi la procedura è molto più strutturata. Puoi partecipare come gruppo informale, ma se vinci devi costituire una società o un’associazione; la modalità di erogazione è fissa; è richiesta una fideiussione; e soprattutto, il taglio dei progetti è limitato a 25mila euro (quindi a progetti piccoli) e la proposta si scrive riempiendo un formulario. Sia il taglio che formulario, ovviamente, riflettono le priorità e i valori dell’amministrazione che lo propone, e non quelli dei proponenti: per esempio, tiene abbastanza sottotraccia la parte di business planning.

Ho mandato la tabella ad Annibale D’Elia, il responsabile di Bollenti Spiriti, per un commento. Lui mi ha spiegato che

  1. Principi attivi è un bando molto agile e de-burocratizzato nel panorama italiano (ed è vero)
  2. La forma finale del bando “è il risultato di faticose mediazioni” con la macchina amministrativa della Regione, la cui cultura è totalmente orientata alla procedura.
  3. Il bando costringe i creativi a strutturarsi, costituendo associazioni e andando in banca a cercare fideiussioni, perché vuole promuoverne la partecipazione alla vita attiva del territorio. E il territorio (l’Italia, non la Puglia) funziona così: bandi pubblici, gare d’appalto etc. richiedono forme giuridiche e garanzie finanziarie. I creativi pugliesi questo l’hanno capito, e l’hanno apprezzato.

Annibale e il suo gruppo sono bravi e motivati, e la spiegazione mi convince. Però mi colpisce quanto noi italiani siamo talmente immersi nella proceduralizzazione che non la vediamo nemmeno più. Così, per esempio, se Principi attivi l’avesse progettato un inglese dell’Arts Council non avrebbe obbligato i vincitori a costituirsi in associazione, ma li avrebbe incoraggiati a farlo, fornendo loro l’assistenza. Il ragionamento è: certo, strutturarsi è un vantaggio ed è sensato, e io abilito chi desidera farlo. Ma perché devo rischiare di dovere bocciare un progetto fortissimo di uno che l’associazione, per motivi suoi, non vuole farla? Magari è un creativo geniale ma individualista, se da solo riesce a competere con gruppi strutturati meglio per lui.

Questa impostazione percorre tutto il bando: il formulario per la proposta? Standardizzato. Il taglio dei progetti? 25mila euro, comunque. Le voci del budget? Le stesse per tutti. Il gruppo di Bollenti spiriti (come tutti gli estensori di bandi italiani) non se la sente di dire “i progetti sono tutti diversi, quindi non ha senso standardizzare troppo. Scrivi come ti pare, l’importante è che tu mi faccia capire”. Non parliamo neanche della faccenda della fideiussione. Annibale mi ha raccontato che questo ha creato anche qualche problema, perché le banche pugliesi inizialmente si sono rifiutate di stipulare fideiussioni ai creativi (poi c’è stata un po’ di polemica sul forum e alla fine qualcuno ha rotto il fronte). Quanto agli inglesi, ho chiesto a Andrew Missingham perché non chiedono garanzie, e lui mi ha detto: perché nessun artista o creativo è così stupido da provare a truffare il principale canale di finanziamento per le arti. E questo crea problemi di controllo del denaro pubblico? No: il tasso di insoluti è praticamente zero, e inoltre si risparmiano costi amministrativi su tutti i fronti (una delle conseguenze di Principi attivi, come di quasi tutti i bandi di questo tipo, è che si trasferiscono risorse dal settore pubblico alle banche: le fideiussioni costano). L’impressione è che le garanzie finanziarie servano molto là dove la capacità di valutare nel merito non è molto sviluppata.

Insomma, noi italiani siamo un po’ come i pesci della barzelletta, a cui chiedono “com’è vivere sempre nell’acqua?”. E loro, stupiti: “Che cosa sarebbe quest’acqua di cui parlate?”. Siamo così immersi nella nostra particolare cultura amministrativa che la viviamo come “la” cultura amministrativa tout court. E invece l’azione amministrativa non deve necessariamente essere fatta di diritto romano, burocrazia weberiana (e furbizia levantina per ricuperare un minimo di spazio di azione quando le regole “stringono” troppo). Il nostro modo di amministrare è frutto di una cultura specifica e storicamente determinata. Altri amministrano in altro modo. Temo che la nostra cultura amministrativa sia troppo rigida per un mondo che si fa sempre più complesso, e sarà sempre di più un fattore di riduzione della competitività delle imprese del settore creativo – e anche delle altre, mi sa.

Però si potrebbe sempre cambiarla, no? Io, per dirne una, non ci sono particolarmente affezionato :mrgreen:

settembre 1, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     1 comment

La fine della musica

Photo: thornj

Photo: thornj

Una mia amica italiana, cantautrice, è andata a Vinilmania a presentare il suo disco, che è bello e sentitissimo (due anni di lavoro, in quasi totale autofinanziamento). Era una domenica mattina. A Milano c’era il giro d’Italia, per cui i mezzi pubblici erano bloccati e ha dovuto spendere 30 euro di taxi per arrivare sul posto. Naturalmente non c’era quasi nessuno ad ascoltare lo showcase, giusto le persone che gestivano gli stand lì intorno. A condurre l’incontro c’era un giornalista, che peraltro è un suo amico e avrebbe potuto chiederle le stesse cose anche al telefono, o davanti a una birra. Ha venduto un CD, e ne ha dovuti regalare tre.

Un’altra mia amica cantautrice è danese, e vive quindi in un paese per certi versi musicalmente più avanzato del nostro, ma la sua situazione non è molto diversa. Anche lei è molto talentuosa, anche lei ha pubblicato un disco bello e sofferto, anche lei stenta moltissimo a trovare spazi, e si sente molto giù. Sembra che tutta questa passione, tutto questo talento, non interessino più a nessuno.

Ormai di questi aneddoti ne ho tanti, troppi. Faccio sempre più fatica a ritrovarmi nell’ambiente musicale, nel quale mi sono mosso per tanti anni. Sono sempre meno le cose che mi piacciono. Non sopporto più i discorsi sulla saturazione delle chitarre, i richiami agli anni sessanta-settanta-ottanta-novanta, le “e” aperte alla romana di chi canta “tèmpo” e “vènto” anche se è di Brescia, il piagnisteo. La stessa gente che fa dischi si rifiuta di comprarli, e scarica tutto da BitTorrent. Tutti suonano, ma nessuno ascolta. E dunque nessuno cresce, e continuiamo allegramente a imitare gruppi sciolti – i Beatles, i Pixies, i Nirvana, in un’orgia commemorativa e necrofila.

Forse sono io che sto diventando vecchio, ci sta. O forse la creatività si è spostata. Quando ero ragazzo, un giovane vispo con ambizioni creative faceva una band: era una risposta naturale, un linguaggio comune, un modo per avere attenzione “nel mondo dei grandi”. I musicisti erano cool, creavano tendenze. I ragazzi e le ragazze più interessanti, oggi, fanno aziende internet, o tecnologie per il risparmio energetico. Marco, che a 14 anni ha creato la più grande scuola online d’Italia, o il gruppo di CriticalCity sono più creativi di qualunque musicista con il jeans a vita bassa e la Rickenbacker. E ti credo: che spazio può trovare uno così in un’arena gerontofila come quella musicale, in cui pochissime grandi star hanno meno di 55-60 anni?

Ogni tanto mi riguardo la lista dei progetti creativi di Kublai. La nozione di creatività usata è volutamente aperta: in questo modo lasciamo alla community creativa stessa la definizione dei propri confini. Quello che emerge è che la creatività non coincide affatto con le arti. Molto più calde sono la tecnologia, il sociale, l’e-government, l’ambiente… quanto alla musica vi gioca un ruolo abbastanza marginale.

Conclusione con consiglio non richiesto: non suonate, non fate band, girate al largo dalla musica e dal suo ambiente. E’ un mondo da Notte dei morti viventi, con il morto che afferra il vivo e ne divora la linfa. Se avete altri talenti cercate campi in cui ci sia più spazio. E se, come me, avete la sfortuna che vi piace la musica, e non riuscite a sostituirla con nient’altro, scomparite nelle cantine a suonare, ad ascoltare, a cercare un po’ di verità. Forse, se avrete abbastanza pazienza e amore, un giorno i tempi cambieranno di nuovo.

[Grazie a Francesco]

giugno 3, 2009     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto, musiconomics     13 comments

Le opportunità che non si vedono (ma stanno su YouTube)

La settimana scorsa sono intervenuto a un seminario dell’università Federico II di Napoli. Avrei dovuto parlare di Kublai, ma mi sono trovato di fronte a una specie di emergenza: gli studenti sono “depressi” (questa parola è stata usata da Stefano Consiglio, docente di organizzazione aziendale e progettista kublaiano, che faceva da padrone di casa). Si sentono inutili, vissuti con fastidio da un contesto adulto che non ha alcuna intenzione di lasciare loro spazi: non riescono a vedere un futuro per se stessi.

Questo loro punto di vista è, secondo me, completamente sbagliato. Viviamo in un’epoca storica in cui la sete di nuove idee, di proposte fresche è più viva e direi prepotente che mai; è molto forte la credibilità dei giovani e giovanissimi nel presentare proposte; non mancano modelli da imitare, imprenditori ventenni di enorme successo come Kevin Rose, Zuckerberg e naturalmente i Google boys. C’è molta concorrenza, ma c’è anche moltissimo spazio: gli studenti di oggi possono vincere un premio di design a 22 anni o partecipare a 13 a un reality show sull’ingegneria o sul venture capital (e non solo nella Silicon Valley, ma anche in posti come il Libano e la Nigeria).

Ma allora perché gli studenti di Napoli sono depressi? Semplice: perché non percepiscono queste opportunità. Ovviamente li capisco, hanno pochi strumenti critici propri e sono assediati da media che mentono e spargono pessimismo e desolazione a piene mani, visto che fa audience. Però è chiaro che questa depressione è un lusso che non ci possiamo permettere, né come economia né come società. Questi sono il motore della creatività e dell’innovazione, e devono avere chiaro che riconoscimento e denaro sono il premio per il duro lavoro e l’audacia di pensiero. Sul famoso giornalismo professionale, con le solite e benermerite eccezioni (Nòva di 24Ore) non si può evidentemente contare. E quindi cosa facciamo? Facciamo dei video e li mettiamo in rete. Come questo di Gianluca, che secondo me è un antidepressivo fantastico: ci mette la faccia, parla guardando in camera e in pochi minuti ti fa capire che se tu hai un’idea, una vera idea, lui vuole ascoltarla, non per buonismo ma per interesse. Se hai un’idea, puoi davvero svoltare. La presenza sulla scena italiana di attori di questo tipo è una svolta storica. Sarà interessante, tra qualche anno, valutarne l’impatto sociale. Il gioco delle previsioni è sempre molto rischioso, ma credo che potrebbe essere molto più forte di quanto oggi ci si aspetti.

dicembre 9, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     2 comments

Un concorso di idee creative per lo sviluppo

In questo post osservavo che l’idea di innovazione che permea di sé le politiche pubbliche europee tende a coincidere con l’innovazione tecnologica fatta dalle imprese, e viceversa a trascurare quella proposta da gente al di fuori del mondo corporate. Società civile, mondo delle arti e della creatività (come i miei “ingegneri sovversivi”) sono sostanzialmente ignorati nel dibattito sulla policy.

Da Kublai lanciamo un piccolissimo contributo ad una maggiore diversità dell’ecosistema di innovazione, indicendo un premio per la migliore idea creativa di sviluppo. Tutti, ma proprio tutti i creativi che hanno un’idea passibile di contribuire allo sviluppo del proprio territorio (o del proprio pianeta per quelli che pensano in grande)sono invitati a partecipare. Si vince un po’ di denaro da spendere sul progetto, ma soprattutto un convinto endorsement istituzionale del Dipartimento per le politiche di sviluppo del Ministero dello sviluppo economico. Fatevi sotto. Yes we can.:) Informazioni qui.

novembre 10, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     2 comments

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