creative industries


Tre futuri per Kublai

Oggi si tiene il Kublai Camp 2011, il terzo in tutto e il primo a cui non posso partecipare. L’amico Tito Bianchi del Ministero dello Sviluppo Economico mi ha chiesto un breve video in cui dico come vorrei che fosse Kublai tra tre anni. Ecco fatto: delineo tre futuri possibili, due che mi piacciono e uno che non mi piace. E sono:

  1. un onesto pensionamento alla fine del prossimo ciclo.
  2. la devoluzione di Kublai alla comunità dei kublaiani, mantenendone la missione pubblica.
  3. entrenchment e slittamento verso una specie di sportello di impresa online. Questo esito mi sembra poco interessante e poco adatto allo Stato centrale, e credo che andrebbe evitato con cura.

Sono curioso di vedere come va a finire.

(Info su Kublai qui)

settembre 24, 2011     Alberto     e-government 2.0, industrie creative e sviluppo     comment

Economista, ma concreto: Visioni Urbane consegna il prodotto (con contorno di Wikicrazia)

Gli economisti hanno fama di tendere al ragionamento astratto più che alla concretezza dell’azione. C’è un po’ di verità in questo luogo comune, tanto che nei dipartimenti di economia fiorisce il sottogenere delle barzellette sugli economisti. Questa, per esempio:

Un economista, dopo un naufragio, si ritrova su un’isola deserta. Si guarda intorno e vede una cassa di legno depositata sulla spiaggia dalla marea. La apre: è piena di scatolette di cibo, nutriente e a lunghissima conservazione! Purtroppo non ha nessuno strumento per aprirle: è forse condannato a morire di fame seduto di fronte a tutto quel cibo? L’economista non si perde d’animo e affronta il problema così: “Ipotizziamo di avere un apriscatole…”

Molti di noi soffrono per la mancanza di concretezza associata talvolta alla nostra professione. Per questo sono così contento di andare a Potenza venerdì 4: perché tre anni e mezzo fa il Ministero dello sviluppo economico mi ha chiesto di assistere la Regione Basilicata nell’elaborazione di una politica di spazi laboratorio per la creatività. Io ho insistito per prendere la strada, lunga e accidentata, del coinvolgimento dei creativi lucani; e oggi, finalmente, il primo spazio (si chiama Cecilia) è pronto, e gli altri quattro sono in consegna. Non solo gli spazi sono stati coprogettati insieme ai creativi di quel territorio; non solo sono sorretti da un’analisi dettagliata di quali imprese e associazioni creative, su quei territori, intendono fare con quegli spazi; ma sono integrati con un bando-tipo per l’assegnazione della gestione, concordato con i Comuni competenti, e con un modello di governance regionale delle politiche culturali.

Il progetto si chiama Visioni Urbane. Ne ho parlato spesso in questo blog. Mi dicono che ultimamente è diventato una specie di bandiera dell’amministrazione regionale; tanto che le associazioni chiedono ora lo stesso tipo di coinvolgimento in altre politiche, come l’istituzione della Film Commission, e la stessa amministrazione, forte del buon rapporto di collaborazione con i creativi, si è impegnata per lanciare la candidatura di Matera come capitale europea della cultura 2019. Non è un caso che la coordinatrice del progetto di candidatura sia Rossella Tarantino, il referente di VU, e che anche il direttore scientifico, Paolo Verri, sia stato “pescato” dalle personalità che hanno collaborato con VU.

Di Visioni Urbane parlo molto nel mio libro Wikicrazia, e l’inaugurazione di Cecilia conterrà, tra le altre cose, una presentazione del libro. Ma quello è il meno: pregusto l’emozione di toccare con mano una policy che ho contribuito a progettare, e che è diventata molto concreta, tanto che mi ci posso sedere dentro per ascoltare un concerto. Per un economista è una soddisfazione relativamente rara.

gennaio 31, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     1 comment

Le politiche pubbliche sono conversazioni

Il progetto Visioni Urbane – che apre in questi giorni una nuova fase – mi ha insegnato davvero molto. Il problema che avevamo, in sintesi, era questo: un atto amministrativo obbligava la Regione Basilicata a spendere 4,3 milioni di euro per fare “spazi laboratorio creativi”. Queste risorse erano one-shot e in conto capitale: le spendi all’inizio in struttura (muri, impianti, etc.), poi non ne hai più. Non c’erano risorse di spesa corrente per finanziare le attività. Come evitare che questi spazi laboratorio venissero inaugurati e subito chiusi?

La risposta poteva essere solo “facendo impresa culturale”. Gli spazi dovevano diventare una piattaforma per la produzione, da parte dei creativi lucani, di prodotti e servizi destinati al mercato della cultura, e che fossero in grado di intercettare una domanda pagante. Bene. Ma di cosa si stava parlando? Musica? Cinema? E quale musica, quale cinema? Da vendere a chi? Da produrre come? Da avviare a quali canali di distribuzione? Da comunicare come? E’ stato subito chiaro che il piccolo gruppo di tecnici messi insieme dal DPS e dalla Regione non aveva alcuna speranza di darsi queste risposte da solo. L’unico modo di rispondere a queste domande era fare emergere le soluzioni, mobilitando la conoscenza incorporata nei creativi lucani stessi.

Non si trattava di “fare una ricerca” per estrarre conoscenza dai creativi lucani. La cultura in Basilicata, come spesso in Italia, è in parte preponderante finanziata dal settore pubblico. Il mercato coincide con l’assessore che firma la delibera. I creativi, quindi, non conoscono i mercati, anzi ne hanno paura. Si trattava di avviare un processo che producesse contemporaneamente la consapevolezza del problema (il denaro pubblico per la cultura è poco e inaffidabile) e dell’esistenza delle sue soluzioni (immaginare prodotti che “funzionano”, che “il pubblico vuole”). Percepire solo il problema avrebbe significato produrre nei creativi una reazione di chiusura, mentre noi avevamo bisogno che loro fossero abbastanza ottimisti e avventurosi da fare innovazione.

Per coinvolgere i creativi al massimo abbiamo bisogno di trattarli alla pari, come un soggetto della politica economica, e non come un suo oggetto. Visioni Urbane in quanto policy si è strutturata come una conversazione, proprio alla Cluetrain Manifesto. E una soluzione – articolata, nel merito, assolutamente impensabile all’inizio del processo – è emersa. Da questa esperienza ho scritto un breve saggio in inglese, Policy as conversation, che presenterò a eChallenges 2008, a Stoccolma, il 24 ottobre. Lo trovate qui.

settembre 6, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

I creativi, il Ministero per lo sviluppo e i progetti di sviluppo locale

Sustainable innovation

Questa settimana sarò a Roma per l’avvio ufficiale di un progetto al quale sto lavorando da tempo, e che finalmente è diventato realtà (contratto firmato, decorrenza 1 marzo). Il committente è il Laboratorio per le Politiche di sviluppo, uno spazio di ricerca e dibattito creato dal Ministero dello sviluppo economico – DPS. Mi sembra un sogno: sono passati poco più di due anni da quando, al WOMEX 2005, sostenevo che il settore della musica è una grande opportunità per le politiche di sviluppo locale e viceversa (il paper scritto per quell’occasione – in inglese – è qui).

A differenza di quanto molti credono, i ritardi nello sviluppo locale non sono addebitabili alla mancanza di risorse finanziarie. Anzi: almeno nel Mezzogiorno, quelli che conoscono bene questo campo concordano sul fatto che le risorse sono abbondanti. Ripetete con me: LE RISORSE NON SONO UN PROBLEMA. Ciò che manca sono da un lato le idee, dall’altro la capacità di realizzarle. Cioè: la gente, le persone di valore. Come spesso accade quando si appostano soldi pubblici, il tema dello sviluppo locale in Italia ha generato una dinamica che gli economisti chiamano di adverse selection: i denari pubblici richiamano soggetti privi di competenze e rapporti con il mercato che investono molto per sviluppare canali con cui accedere a questi denari. Chi investe sulle competenze per ideare e svolgere progetti efficaci è – paradossalmente, ma non tanto – meno efficace nell’accedere a risorse pubbliche, e finisce per cercare una via di crescita tutta interna al settore privato.

Io, però, vengo dal mondo della musica e delle creative industries in generale. Molti di noi appartengono al “secondo settore e mezzo”, parte impresa, parte volontariato culturale. Le dimensioni sono piccole, e un incentivo importante è avere impatto, essere riconosciuti, fare qualcosa per la propria città e il proprio territorio. Credo che nel mio ambiente – o in quello del digitale, la gente con più idee che tempo per realizzarle che affolla i barcamp e che frequento da molto meno tempo – ci siano persone e organizzazioni che hanno sia la capacità che la voglia di dare una mano a migliorare un poco il luogo in cui vivono. Credo che a queste persone e queste organizzazioni manchi un’interfaccia con il mondo delle politiche di sviluppo, percepite come lontanissime e tendenzialmente anche un po’ sospette. Lo credo, anzi LO SO. Dopotutto le conosco bene, ci vivo insieme da quando ero ragazzo.

Il senso del progetto è: andare in giro per l’Italia a reclutare queste persone, e costruire loro intorno un’interfaccia che ne preservi l’energia e la costruttività, senza disperderle in compromessi, burocrazia e rapporti mediocri come è successo a me in Abruzzo. Questa cosa si fa con la credibilità di un’amministrazione centrale – il DPS – come sponsor; una grande autonomia di azione, che mi sono garantito; e un gruppo di lavoro che ho avuto il privilegio di potere costruire da zero e in assoluta libertà (per ora comprende Luca Murrau, economista in forza all’UVAL-DPS; Alfredo Scalzo, anche lui economista, lavora a Studiare Sviluppo e si occuperà tra l’altro di eventi; Marco Colarossi, mio compagno di avventura già da… fa un anno e mezzo, no, Marco?; e l’unGuru Giuseppe Granieri come esperto di reti online). Meglio di così… mi sembra incredibile che un ministero italiano mi paghi per fare questa roba.

Aggiornamenti presto.

marzo 10, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     5 comments

Industrie creative a Modena

Oggi sono all’Università di Modena, per tenere un seminario su “Strumenti innovativi per lo sviluppo delle creative industries: esperienze e lezioni dal Regno Unito” (aula 2, ore 17.30). Ovviamente parlerò della ricerca fatta nel 2006 nell’ambito del progetto Booster, cioè questa:

novembre 5, 2007     Alberto     industrie creative e sviluppo     4 comments

"Very interesting paper"

Mi ha scritto Roger Wallis! “Il” Roger Wallis, l’autore di Media Policy and Music Activity. La ragione è che lui presiederà la sessione di eChallenges 2007 dove presenterò un piccolo saggio. La mia tesi è che l’innovazione su prodotti e servizi hi tech nelle industrie creative (MMS, webTV, musica online per abbonamento…) fallisce troppo spesso perché è difficile costruire squadre di innovatori che capitalizzino la conoscenza di quei mercati (della musica, o del libro) per costruire communities. E Roger Wallis dice che il mio paper è very interesting… che soddisfazione!
Ah: il paper è qui:

ottobre 22, 2007     Alberto     industrie creative e sviluppo     4 comments

   


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