creative commons


Segni vitali: accordo Beatpick-Umedia per le sincronizzazioni in Creative Commons

Una mail di Davide D’Atri mi porta una piccola buona notizia dal music business: l’etichetta l’anglo-romana Beatpick, di cui Davide è fondatore, ha piazzato 130 brani musicali del suo catalogo per la sincronizzazione con la trasmissione televisiva (di La7) Universification. Secondo Davide è la prima volta che musica pubblicata con licenza Creative Commons arriva sui canali televisivi nazionali.

Sono contento di questo successo, che Davide e Beatpick meritano ampiamente. In realtà io penso da tempo che le licenze flessibili e a bassi costi di transazione conferiscano un piccolo vantaggio competitivo a chi le usa. In questo caso, la licenza Creative Commons consente un uso libero non commerciale (il ragazzino può scaricare la musica gratuitamente), mentre concede l’uso commerciale a pagamento (la produzione di Universification paga per usare i brani). Questo evita la “scrematura” della SIAE – percepita come una tassa dagli operatori – e soprattutto le lungaggini nel trattare con le editoriali di proprietà delle majors, che detengono cataloghi sterminati ma non valorizzano che pochissime cose. Di fatto funzionano bene per trattare i diritti dei brani delle stars con Hollywood ma non prestano attenzione alle proposte delle piccole e medie produzioni. Anch’io, quando ho avuto bisogno di musica per i video di Kublai, mi sono rivolto a Beatpick, in modo da non avere restrizioni legali sulla circolazione dei materiali prodotti. Quindi scaricate, forwardate, embeddate pure: è SIAE-free, è legale, è Beatpick.

settembre 28, 2009     Alberto     musiconomics     comment

IFPI dalla discussione alla propaganda

Il presidente FIMI, Enzo Mazza (profilo Linkedin), è un uomo intelligente e aperto. Abbiamo posizioni radicalmente diverse sul tema centrale del copyright, ma ci stimiamo, o perlomeno io stimo lui e lui mi tratta come se mi stimasse. Con la solita gentilezza, mi ha spedito la versione italiana del rapporto IFPI 2009 sulla musica digitale.

Si capiscono tre cose:

1. Le cose vanno male, molto male per l’industria discografica italiana. Il fatturato complessivo 2008 (178 milioni di euro) è calato del 21% rispetto al 2007. Il calo dura da otto anni, e ha riportato il fatturato (nominale, immagino, il che significa che quello aggiustato per l’inflazione sarebbe ancora più basso) al valore del 1989. Anche la crescita del fatturato sul digitale si è quasi fermata, appena il 4% nel 2008. In più ci sono le solite debolezze del sistema paese (ritardi nella diffusione della banda larga, dell’e-commerce etc. etc.)

2. IFPI (e per estensione FIMI, che ne è il pezzo italiano) non fa neppure più finta di partecipare alla discussione sulla società digitale da costruire, e si dà definitivamente a quella che una volta si chiamava propaganda. Il rapporto è sostanzialmente un pamphlet. Non c’è il minimo tentativo di discutere posizioni alternative, neanche per criticarle. Nokia Comes With Music viene citato 10 volte – le ho contate -  come modello di business emergente per la musica digitale, ma non si parla mai dell’esperienza Nine Inch Nails (ne ho parlato qui). Questa è davvero una mancanza macroscopica: ci si potrebbe aspettare che il rapporto sulla musica digitale guardasse con qualche interesse  all’album più venduto nel 2008 in download su Amazon, primo nella classifica di Billboard nella categoria “musica elettronica”. Allo stesso modo, la posizione degli autori letterari viene rappresentata dalla sola Tracy Chevalier (pro copyright) senza citare, chessò, Cory Doctorow (usa Creative Commons e fa un sacco di soldi)

3. In 32 pagine  (comprese copertina, indice, retrocopertina e pagine di foto) usano 38 volte la parola “pirateria”; 36 volte la parola “governo”, “governi” o “governativo”; 27 volte la parola “diritto” o “diritti”; 17 volte la parola “legge”; 16 volte la parola “copyright”, ecc. Techcrunch probabilmente ha ragione: la legge è tutto ciò che rimane alle etichette.

maggio 4, 2009     Alberto     musiconomics     1 comment

Questione di punti di vista

Distratto da tutt’altro, non ho ancora commentato il caso Nine Inch Nails – Ghosts I-IV. Per chi come me si fosse distratto, la storia è più o meno questa: Trent Reznor completa il suo contratto discografico con Interscope Records, decide di non rinnovarlo, e pubblica queste 36 tracce strumentali di “dark ambient” (!) con una propria etichetta. Decide di licenziarle in Creative Commons (attribuzione, non-commerciale, condividi allo stesso modo). Questo significa che:

  1. è legale scaricare “Ghosts” da Bit-Torrent o e-Mule
  2. è legale copiare il cd e distribuirlo in giro

L’album può essere ottenuto anche in molti altri modi, dal download a pagamento all’edizione limitata “Ultra-Deluxe” a 300 dollari al pezzo (2500 copie, esaurite in tre giorni secondo Arstechnica). I risultati sono stati notevolissimi: 1,6 milioni di dollari di ricavi generati nella prima settimana (fonte: Wired); album più scaricato (a pagamento) da Amazon; primo posto nella classifica Billboard nella musica elettronica e piazzamenti molto lusinghieri in altre categorie (compreso un 14° posto assoluto); 4° album più ascoltato nel 2008 su Last.fm, con oltre cinque milioni di ascolti.

Chris Anderson, che sta scrivendo un libro su “The economics of free”, commenta che “Un album gratuito è stato il più venduto come MP3!”. Ha ragione.

Joi Ito, impegnato su Creative Commons, fa notare che “Un album licenziato in CC è stato il più venduto come MP3!”. Anche lui ha ragione.

Ma perché la gente comprerebbe musica che può facilmente ottenere gratis? Il blog di CC: “I fans hanno capito che comprare gli MP3 avrebbe direttamente sostenuto la vita e la carriera di un artista che amano (traduzione mia)”. E, secondo me, lui ha più ragione di tutti. Nel mio piccolissimo, sostengo da un pezzo (per esempio in un articolo del 2001 su “Diario”) che i musicisti “vivono di mance”, cioè di un rapporto forte con la propria fan base, e che è su questo rapporto che occore costruire un modello di business per l’era digitale. Il diritto d’autore inteso nel senso classico è diventato un ostacolo all’innovazione sui modelli di business, e va superato (ne ho parlato nel 2007 a eChallenges e in altre sedi). Su queste cose mi scontro da allora (abbastanza affettuosamente) con ciò che resta della discografia tradizionale.

E anch’io avevo ragione, pare. ;-)

 

gennaio 6, 2009     Alberto     musiconomics     1 comment

Il Ministero dello sviluppo in Creative Commons

Negli ultimi anni mi sono spesso ritrovato a usare la conoscenza accumulata lavorando a un progetto per coinvolgere altri nella discussione su quel progetto e quindi, in definitiva, il mio lavoro di consulente. Quasi sempre questo ha comportato la diffusione sul web di dati e fatti. In realtà è per questo che è nato questo blog! La cosa sembra funzionare: si vede molto bene nel blog del progetto Visioni Urbane in Basilicata: in cinque mesi abbiamo raccolto oltre 500 commenti da parte di esponenti della scena creativa locale, che ci danno il polso di ciò che accade. Senza questo strumento non sarei riuscito a decodificare la situazione. I miei committenti mi hanno sempre più o meno lasciato fare, con più o meno entusiasmo.

Ma c’è un problema, che è quello del diritto d’autore. Quando firmi un contratto in genere c’è scritto qualcosa come “I materiali prodotti nel corso del progetto sono di proprietà di Studiare Sviluppo, che si riserva tutti i diritti” eccetera eccetera. Naturalmente questa dicitura è una specie di fossile giuridico, i committenti non hanno intenzione di pubblicare best sellers con il mio rapporto di ricerca o di vendere a Hollwood i diritti per la realizzazione di un film (chi farebbe la mia parte? Dustin Hoffman? Joe Pesci? Ci vuole uno basso…). Nessuno obietta a che tu vada a un convegno a raccontare cosa fa. Qualche problema può però nascere se il progetto ha problemi (può succedere, eccome) e tu li dichiari onestamente. Questo può toccare varie sensibilità. Questo post, per esempio, mi è costato una diffida da parte di uno dei miei partners nel progetto Booster (per la cronaca: SMILE Abruzzo, l’ente di formazione professionale della CGIL).

[...] vi chiedo di formalizzare all’interno [sic] del verbale della riunione odierna [...] la “diffida” a tutti i partners ad effettuare attività di mainstreaming/diffusion/comunicazione a chiunque indirizzati [sic] che non siano stati preventivamente e collegialmente autorizzati dalla Partnership di Sviluppo [cioè da loro].

Traduzione: non posso scrivere sul mio blog che il progetto va male. A parte che vietarmelo mi pare illegale, mi sarebbe sembrato più costruttivo intervenire nel dibattito e spiegare perché, secondo loro, mi sbaglio. Comunque. Potete trovare qui una scansione integrale della lettera.

Conclusione: sto partendo con un nuovo progetto, ve ne parlerò presto. Il mio committente è il Ministero dello sviluppo economico, e più precisamente l’Unità di valutazione degli investimenti pubblici del Dipartimento politiche per lo sviluppo. Sul contratto ho fatto inserire questo articolo:

Tutti i materiali prodotti nel corso del progetto sono di proprietà di Studiare Sviluppo. Essi verranno rilasciati sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Non Commerciale 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.5/deed.it).

Traduzione. Quindi io o voi, o chiunque, possiamo postare, riprodurre, diffondere o citare quella roba, purché ne indichiamo la fonte e non vendiamo le riproduzioni. Credo sia la prima volta che un progetto del Ministero usa questo tipo di licenza. Grazie a Mirko Ceci, Simona Pastorelli, Francesco D’Amato e Elvira Berlingieri aka Night Thursday per la consulenza.

febbraio 28, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     4 comments

   


© Contrordine compagni - Wordpress-Theme 0816 by Netprofit Webdesign & Robert Hartl and personalized by Freddy