
Riccardo Apreda, Gualtiero Fantoni, Paolo Valleri e i ragazzi del Leaning Lab di Pisa (anche spiritosi, come si capisce dal nome che gioca con il concetto di Living Lab) hanno sviluppato IPR Tracker: un software che, in un processo collaborativo di ricerca della soluzione ad un problema, ripartisce la paternità della soluzione stessa tra i partecipanti.
Immaginate che un committente – diciamo un’azienda – ponga un problema – diciamo “come fare a pulire una superficie”. I partecipanti provano a dare risposte interagendo attraverso un forum, e propongono varie possibilità, collaborando a svilupparle. Alla fine il committente sceglie una soluzione che trova convincente, e la retribuisce. Come dividere il compenso tra i partecipanti? Qui interviene IPR Tracker. Un parser analizza il testo e lo disambigua; un motore semantico accorpa sinonimi, antonimi etc. e identifica i lemmi di cui sono composti i post; infine, i lemmi presenti nella soluzione vengono “tracciati” nei post precedenti fino alla prima volta in cui sono comparsi. Alla fine, il programma propone una suddivisione della paternità della soluzione sulla base di chi ha fornito gli elementi che compaiono nella soluzione, e quando.
Lo trovo molto ingegnoso, e mi piacerebbe organizzare un test drive con la community di Kublai (gennaio?). Non posso postarvi il paper qui (non è Creative Commons), ma potete chiederlo agli autori.
Il presidente FIMI, Enzo Mazza (profilo Linkedin), è un uomo intelligente e aperto. Abbiamo posizioni radicalmente diverse sul tema centrale del copyright, ma ci stimiamo, o perlomeno io stimo lui e lui mi tratta come se mi stimasse. Con la solita gentilezza, mi ha spedito la versione italiana del rapporto IFPI 2009 sulla musica digitale.
Si capiscono tre cose:
1. Le cose vanno male, molto male per l’industria discografica italiana. Il fatturato complessivo 2008 (178 milioni di euro) è calato del 21% rispetto al 2007. Il calo dura da otto anni, e ha riportato il fatturato (nominale, immagino, il che significa che quello aggiustato per l’inflazione sarebbe ancora più basso) al valore del 1989. Anche la crescita del fatturato sul digitale si è quasi fermata, appena il 4% nel 2008. In più ci sono le solite debolezze del sistema paese (ritardi nella diffusione della banda larga, dell’e-commerce etc. etc.)
2. IFPI (e per estensione FIMI, che ne è il pezzo italiano) non fa neppure più finta di partecipare alla discussione sulla società digitale da costruire, e si dà definitivamente a quella che una volta si chiamava propaganda. Il rapporto è sostanzialmente un pamphlet. Non c’è il minimo tentativo di discutere posizioni alternative, neanche per criticarle. Nokia Comes With Music viene citato 10 volte – le ho contate - come modello di business emergente per la musica digitale, ma non si parla mai dell’esperienza Nine Inch Nails (ne ho parlato qui). Questa è davvero una mancanza macroscopica: ci si potrebbe aspettare che il rapporto sulla musica digitale guardasse con qualche interesse all’album più venduto nel 2008 in download su Amazon, primo nella classifica di Billboard nella categoria “musica elettronica”. Allo stesso modo, la posizione degli autori letterari viene rappresentata dalla sola Tracy Chevalier (pro copyright) senza citare, chessò, Cory Doctorow (usa Creative Commons e fa un sacco di soldi)
3. In 32 pagine (comprese copertina, indice, retrocopertina e pagine di foto) usano 38 volte la parola “pirateria”; 36 volte la parola “governo”, “governi” o “governativo”; 27 volte la parola “diritto” o “diritti”; 17 volte la parola “legge”; 16 volte la parola “copyright”, ecc. Techcrunch probabilmente ha ragione: la legge è tutto ciò che rimane alle etichette.
Fa abbastanza impressione leggere su Techcrunch che
nessuno che sia minimamente lucido potrebbe sostenere che scaricare musica su internet sia “sbagliato” a questo punto
Fa impressione sia per il tono perentorio che perché a sostenerlo è, appunto, Techcrunch, cioè il blog che si occupa di internet con un taglio business. Una citazione di Michael Arrington è in genere un fortissimo segnale di qualità per le startup, e i venture capitalists si muovono molto volentieri – a suon di milioni di dollari – sulle aziende che incontrano la sua approvazione. Naturalmente Arrington sa che, invece, ci sono diverse persone molto lucide che sostengono proprio questo. Queste persone, a suo dire, mentono, e lo fanno perché
la legge, e in particolare la disponibilità del governo americano a perpetuare l’assurdità della legislazione sul copyright applicata alla musica registrata, è tutto ciò che rimane alle etichette
E’ chiaro che la legislazione attuale sul copyright inibisce diversi modelli di business potenzialmente interessanti per le imprese hi-tech della Silicon Valley, di cui Techcrunch è una voce importante. Hmm. Sbaglio o queste imprese hanno generosamente finanziato la campagna vittoriosa del presidente Obama, il primo presidente 2.0? Non sarà che adesso queste imprese stanno presentando il conto al loro uomo a Washington?
(traduzioni mie)