Clay Shirky


Clay Shirky: Mai sottovalutare Hollywood

Lo studioso di media digitali Clay Shirky ha pubblicato un post in cui descrive le conseguenze del SOPA e, in generale, delle strategie sulla legislazione dell’industria dell’intrattenimento (SOPA, PIPA, ACTA etc.). L’ho trovato così chiaro e fulminante che ho deciso di tradurlo in italiano. Per chi preferisce l’inglese, l’originale è qui. – Alberto

Ieri David Pogue, uno degli editorialisti sulla tecnologia del New York Times, ha consigliato di abbassare i toni allarmisti sul SOPA, suggerendo che gli oppositori della legge (e della legge gemella in discussione al Senato, PIPA) mettano giù i forconi. Ce l’ha soprattutto con chi ha criticato il SOPA senza capirne davvero il testo. Dopo questo preambolo, Pogue descrive il SOPA dimostrando che non lo capisce neppure lui.

Ecco la sua descrizione del problema:

Se il braccio legale dell’industria dell’intrattenimento andasse fuori controllo, dicono [gli oppositori], potrebbe accusare quasi qualunque sito di pirateria. YouTube, perché molti video includono pezzetti di show televisivi e musica soggetta a copyright. Facebook, perché la gente spesso linka a video e canzoni proprietarie. Google e Bing dovrebbero rimuovere tutti i link a tutti i siti a rischio. Un gran mal di testa, insomma.

Questa è la prospettiva di Pogue: lasciare che Hollywood decida se un sito a contenuto user generated faciliti la pirateria non significherebbe nulla di più grave di “un gran mal di testa” (io avrei detto “una violazione del Primo Emendamento“). Per arrivare a una conclusione così, dovreste credere che le aziende media tradizionali abbiano una posizione di equilibrio tra il loro desiderio di avere controllo e il rispetto dei diritti del cittadino, e in effetti Pogue ritiene che sia così (ecco perché scrive che cose brutte accaddrebbero solo se il braccio legale dell’industria dell’intrattenimento andasse fuori controllo.

Se andasse fuori controllo? Questa è un’industria che esige di essere pagata dai campi di boy scouts se i bambini cantano Tanti auguri a te o God Bless America, un’industria che fa inviare lettere dagli avvocati per un video di 29 secondi di un bambino di un anno che balla su Prince. Le aziende dei media tradizionali in America sono oppositori implacabili di qualunque aumento della capacità dei cittadini di creare, archiviare, modificare o condividere media. Hanno combattuto le audiocassette e le fotocopiatrici. Hanno giurato che i videoregistratori avrebbero distrutto Hollywood. Hanno cercato di distruggere Tivo. Hanno cercato di distruggere MiniDisc. Hanno cercato di distruggere le pianole. Fanno così ogniqualvolta una tecnologia aumenta la libertà degli utenti sui media. Tutte le volte. Assolutamente tutte le volte.

E non soltanto vogliono il controllo – lo vogliono a basso costo e ad alta velocità. Pogue parla di come questi progetti di legge consentano al governo di fare causa. Quello che non dice è che sono scritti in modo da consentire un sistema “basato sul mercato” che consente alle aziende dei media di di ottenere ingiunzioni contro i siti che non gli piacciono, o che sono scritte in modo che le imprese che ospitano conversazioni tra utenti siano incentivate a censurare preventivamente i loro utenti, anziché attendere l’azione legale di qualcuno che detiene un diritto d’autore violato, come accade ora.

Conosco David Pogue, è una persona intelligente. Non credo che stia tentando di oscurare il modo in cui le proposte di legge consentirebbero alle aziende dei media di evitare i processi e  imporre una censura “basata sul mercato”. Penso che, semplicemente, non riesca a concepire che SOPA e PIPA siano cattive come effettivamente sono.

Questo è un problema generale. C’è una conversazione ragionevole da fare sui grandi siti commerciali progettati per la violazione del diritto d’autore. E siccome c’è una conversazione ragionevole da fare, Pogue (e molti altri) pensa che, di conseguenza, il  cuore del SOPA debba essere ragionevole. Certamente Hollywood non proverebbe a cercare vie legali diverse dal processo, giusto? O a creare un sistema di enforcement parallelo? O a sottrarre risorse legali ai cittadini ingiustamente censurati? Non arriverebbero certo a concepire che diffondere lo streaming di un video di Michael Jackson comporti più carcere di quello comminato al medico che ha ucciso lo stesso Jackson. Giusto?

Hollywood vuole farsi giustizia da sé – hanno fatto aggiungere ai nostri rappresentanti politici una clausola del vigilante, per proteggere censori troppo zelanti dalle sfide legali degli utenti – e, come in un episodio di Scooby Doo™, ci sarebbero riusciti, se non fosse stato per noi, ragazzi impiccioni.

Chris Dodd, il lobbista in capo della Motion Picture Association of America, mentre guardava un pacchetto legislativo pagato quasi cento milioni di dollari andare in fumo, si è ridotto a una strana difesa indiretta, citando le credenziali di difesa del Primo Emendamento degli sponsor del SOPA, come se queste significassero che quindi anche questa proposta di legge è pulita. Eppure la primissima sezione di sostanza del SOPA, la sezione 2.a.1, si tradisce, dimostrando un certo nervosismo sulla propria costituzionalità: “nulla, in questa legge, implicherà il controllo preventivo sulla libera espressione”. Capito? Questa proposta di legge non vuole il controllo preventivo. Assolutamente  no! Come potete pensare una cosa del genere?

E gli argomenti come quello di Pogue sono pericolosi non perché siano pro SOPA – lo stesso Pogue è contento che SOPA sia a rischio – ma perché oscurano il fatto storico più importante: l’industria americana dei media prova a ridurre la libertà degli utenti. Tutte le volte. Assolutamente tutte le volte.

Dovremmo essere orgogliosi della posizione che abbiamo preso a favore di cose come le notifiche legali, i processi e le prove prima di censurare qualcuno, ma dobbiamo stare pronti a rifarlo l’anno prossimo, e quello dopo. Il rischio non è che SOPA passi. Il rischio è che pensiamo di avere vinto. Non è così: ritorneranno. Preparatevi a combattere di nuovo la stessa battaglia.

gennaio 20, 2012     clay     vita digitale     comment

La democrazia impotente del professor Keane


Di recente ho avuto la fortuna di assistere a una conferenza del teorico politico John Keane. Il nocciolo di quanto ci ha spiegato è il seguente: dopo il 1945 la democrazia ha cominciato a cambiare pelle, evolvendo verso un modello che Keane chiama democrazia vigilante (monitory democracy). In questo modello, le funzioni di controllo sono affidate non solo al potere legislativo e a organi variamente rappresentativi secondo il classico schema checks and balances, ma vengono esercitate anche direttamente dai cittadini, attraverso i media. L’attuale fase storica di polverizzazione e democratizzazione dei media sta aumentando molto l’efficacia di questo secondo tipo di controllo; in più, la sta globalizzando, grazie al lavoro di organizzazioni native di Internet e prive di lealtà nei confronti di uno stato nazionale, come Wikileaks. La slide chiave della presentazione è stata l’immagine di Gulliver legato dai lillipuziani che vedete qui sopra. Secondo Keane, questa immagine è un’allegoria della democrazia vigilante: con molti lacci, benché ciascuno sia sottile come un capello, si può imbrigliare il Leviatano.

Con il dovuto rispetto, questo modello non mi convince per niente. In primo luogo, è inadeguato in quanto modello positivo: non descrive in modo accurato la realtà. Secondo molti pensatori (tra cui Clay Shirky, molto citato dallo stesso Keane), la principale novità dell’umanità connessa in rete non è un’accresciuta capacità di vigilare e imbrigliare (sebbene vi sia anche questa), ma un’accresciuta capacità di collaborare. Internet ci ha dato, è vero, tantissimi blog che si possono permettere di incalzare le autorità di governo anche su temi molto specializzati e per tempi lunghi, come nessun mezzo di informazione tradizionale potrebbe fare. Ma soprattutto ci ha dato Wikipedia, Ushahidi, Katrinalist/Person Finder e tanti altri strumenti di costruzione collettiva di beni pubblici. Questa non è una modifica marginale: apre orizzonti radicalmente nuovi.

In secondo luogo, la democrazia vigilante è inadeguata in quanto modello normativo: non è solo questa la democrazia che ci serve. Ci aspettano sfide decisive: contenere il riscaldamento globale, ridisegnare un patto sociale accettabile per le giovani generazioni, riportare sotto controllo la finanza. Per fare un tentativo serio di vincerle abbiamo bisogno di istituzioni governative efficaci e capaci di iniziativa. Come il povero Gulliver legato, la democrazia di Keane è impotente: come un’auto con freni potentissimi e molto sensibili, ma un motore inadeguato. Personalmente trovo che il principale dono di Internet sia che, usato bene, ci permette di essere più potenti nell’azione collettiva, non meno. Possiamo controllare le istituzioni collaborando con esse, integrando freni, motore e volante; e sarebbe criminale non usare questo dono per la salvezza e il progresso della nostra specie. Del resto, gli stessi lillipuziani hanno finito per liberare Gulliver, usando la forza del gigante per eliminare la minaccia della flotta nemica di Blefuscu. Spero e credo che noi saremo altrettanto sensati.

luglio 18, 2011     Alberto     e-government 2.0     1 comment

La mossa di Talete: perché le previsioni non sono (sempre) scienza e viceversa

Nel corso del lavoro su Wikicrazia, il mio libro, alcune persone mi hanno fatto notare che non mi avrebbe fatto male leggermi gli scritti di Pierre Levy. Nel libro parlo molto di intelligenza collettiva, e Levy è uno dei punti di riferimento su questo argomento. In più, Levy è un filosofo, e accademicamente più rispettabile degli autori più business che avevo citato, cioè Howard Rheingold Clay Shirky e Don Tapscott. Ho iniziato da un saggio del 2001, che si chiama proprio Collective intelligence: a civilisation. Mi ha fatto una grande impressione. Levy sembra avere capito profondamente la natura emergente di molti aspetti chiave della società in cui viviamo, e spinge lo sguardo nel suo futuro con una preveggenza vertiginosa. Non è difficile ritrovare nel nostro presente una coerenza tra le sue teorie e il web 2.0,gli open data, l’innovazione delle forme di collaborazione economica di rete.

Quando uno scienziato fa una previsione, in genere parte da un modello di come funziona un pezzo di realtà. Questo modello viene testato su dati: se passa il test viene poi usato per fare previsioni, in genere al prezzo di doverlo semplificare anche di molto (diceva giustamente Niels Bohr che “Fare previsioni è molto difficile, soprattutto quando riguardano il futuro”). Il saggio di Levy lavora invece in tutt’altro modo. Accanto a ragionamenti ben argomentati, solidi e brillanti, si trova roba inutilizzabile. Ecco un breve catalogo.

MOSSA DI TALETE – Al centro del pensiero di Levy c’è il linguaggio. Il linguaggio è vivo di una vita relativamente indipendente dai suoi vettori organici (noi), e si evolve. Il ciberspazio rappresenta la sua ultima evoluzione. Da questo assunto derivano le previsioni: descrivono gli eventi che servono per realizzare compiutamente questo stadio evolutivo del linguaggio, che comunque ci sarà perché così dice la teoria. Mi ricorda la mossa del vecchio Talete, che aveva costruito una folgorante carriera filosofica sostenendo che tutto fosse composto di acqua. Teoria elegante, ma indimostrabile: rendendosene conto, Anassimene contropropose che tutto fosse invece composto d’aria, segnando così il goal dell’1-1. In mancanza di prove scientifiche, la controversia non si poteva comporre, per cui immagino che a Mileto nel sesto secolo a.C. ci si dividesse tra seguaci dell’aria e dell’acqua come adesso tra Windows e Mac. Ventisei secoli più tardi i fisici stanno ancora lavorando sul problema, ma lo fanno con un metodo molto diverso!

INDUZIONE
– “La scrittura ha portato il politeismo; l’alfabeto il monoteismo; la stampa a caratteri mobili la Riforma protestante. Questo mi suggerisce che il ciberspazio, che è un passo ulteriore nell’evoluzione del linguaggio, sia anche una rivoluzione religiosa.” A parte che i legami di causalità tra scrittura e politeismo, alfabeto e monoteismo etc. mi sembrano degni di essere un po’ più problematizzati, questo equivale a dire che finora abbiamo visto solo cigni bianchi, quindi tutti i cigni devono essere bianchi. Questo modo di procedere è sbagliato e pericoloso, come altri hanno spiegato meglio di quanto potrei fare io.

LETTURA ARBITRARIA DI TENDENZE SEPARATE COME PARTI DI UN QUADRO DI INSIEME – “Cresce il numero dei soggetti che possiedono azioni + cresce il numero delle transazioni di azioni + crescono le fusioni tra le multinazionali => nel mondo vi saranno tre o quattro grandi compagnie per ciascun settore, e saranno soggette al controllo diffuso di cittadini e produttori, anche via boicottaggi.” Beh, questa è anche una previsione sbagliata. Ma è soprattutto la logica ad essere sbagliata: non tiene conto della nascita di nuove imprese, non modellizza i possessori di azioni (per cui i fondi pensione britannici che possiedono azioni BP stanno facendo pressione su Obama perché non cali troppo la scure, alla faccia della responsabilità sociale di impresa) etc. etc.

WISHFUL THINKING - “La convergenza della vita – che sta diventando sempre più geneticamente modificata e artificiale – e tecnologia – che è sempre più viva e intelligente – ci renderà liberi di perseguire obiettivi più creativi.” E perché mai? Questo sarà vero solo se (1) abbiamo capito i processi di convergenza tra vita e tecnologia e (2) abbiamo dimostrato che essi non genereranno eccessivi problemi. Nessuna di queste due condizioni mi pare essere verificata, quindi…

E’ sicuramente ingeneroso criticare Levy su basi di scientificità. L’articolo inizia proprio con una premessa in cui l’autore scrive più o meno: non voglio fare previsione scientifica, ma immaginazione. Non mi interessa dare interpretazioni corrette, ma dare interpretazioni che aprano la strada agli esiti che io ritengo auspicabili. Bene, ma se è così non mi sento di usarle per Wikicrazia. Il mio libro propone alcune estensioni ai processi con cui produciamo decisioni pubbliche. Le decisioni pubbliche sono cose serie, che costano denaro ai contribuenti e che – se sbagliate – possono provocare disagi e sofferenze. Quindi non mi sento di basare la discussione su altro che su una conoscenza in qualche modo scientifica, in cui la mossa di Talete, e le altre descritte qui non sono ammesse. Se si dice una cosa la si deve argomentare; ed essa diventerà vera solo alla conferma sperimentale. Sbaglio? Troppo rigido?

[dedicato a Luca Galli]

luglio 8, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto, Wikicrazia     6 comments

Finire la maratona: una ragione per partecipare alla conversazione globale sull’innovazione


Il mio amico Andrew Missingham sta lavorando alla strategia digitale dell’Arts Council England – che naturalmente, essendo una venerabile macchina governativa (inventata nientemeno che da John Maynard Keynes durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale), non ne ha mai avuta una e si sta chiedendo esattamente che obiettivi darsi. Secondo Andrew, l’ACE potrebbe pensarsi come una persona qualunque che decide di correre per la prima volta una maratona. Non importa quanto duramente si alleni, non ha nessuna possibilità di vincere: a vincere sarà Stefano Baldini o un altro atleta professionista. Ma, con concentrazione e dedizione – pur continuando ad andare in ufficio tutte le mattine – sarà in grado di partecipare in pienezza, riportandone l’esperienza di allenarsi per una maratona e tutta l’eccitazione del giorno di gara. Se dovesse incontrare Baldini, l’ACE sarà in grado di intavolare con lui una conversazione che – nel rispetto della sua superiorità atletica – ne ricomprenda la passione, le motivazioni, e la pressione a cui un grande maratoneta è soggetto.

Questo concetto di partecipazione a pieno titolo (“full participation”) mi sembra importante per capire le motivazioni di chi – senza essere MIT o Google o uno dei suoi grandi protagonisti – partecipa alla conversazione globale sull’innovazione. Io, per esempio, mi interesso di politiche pubbliche collaborative e user generated. Ho fatto diversi progetti piccoli e medi – come Kublai – alcuni più di successo, altri meno. Il mio contributo alla crescita della disciplina è modesto ma non inutile, o così mi piace pensare. Non sono uno dei grandi guru alla Shirky o alla John Holland, il cui lavoro tutti, io per primo, seguiamo appassionatamente. Ma partecipo allo sforzo collettivo per una più compiuta conoscenza: mi sono allenato duramente, mi impegno, e finirò la maratona con dignità. Come per tanti atleti, sento che questo sforzo mi completa e rende la mia vita più interessante e, in qualche modo, più morale. De Coubertin sarebbe da rivalutare.

dicembre 23, 2009     Alberto     e-government 2.0, internet     comment

Epimenide rulez

L’autorevolezza è diventata algoritmica: ci fidiamo di macchine come Pagerank, o processi sociali senza centro come Wikipedia, che filtrano l’informazione per noi senza fare riferimento alla superiore autorevolezza di un individuo. Io lo so, perché l’ha detto Clay Shirky. Ecco, l’ho linkato. E adesso scusate, devo andare a editare la voce “autorevolezza” di Wikipedia.

[Omaggio a Gionnipeppe rules] ;-)

novembre 24, 2009     Alberto     internet     1 comment

Noi, adesso

Finalmente su Vimeo la versione completa di Us Now, il film di Ivo Gormley sulla collaborazione di massa mediata da internet. L’avevo visto in anteprima in marzo a Public Services 2.0, e ve lo stra- straconsiglio. Tra l’altro, vi compare (più volte) Clay Shirky in tutto il suo splendore. :-)

(hat tip: Liz Azyan)

Us Now from Banyak Films on Vimeo.

giugno 19, 2009     Alberto     e-government 2.0, internet     1 comment

Joi Ito a Dubai: l’impegno civile al tempo della globalizzazione

Il New York Times ha pubblicato un articolo sulle dure conseguenze della crisi economica a Dubai, che comporterebbe tra l’altro la fuga improvvisa di molti lavoratori stranieri oppressi dai debiti, e quindi a rischio di essere puniti duramente – vista la severa legislazione degli Emirati in questa e altre materie. Questo argomento si salda, nell’articolo, al problema dei diritti umani dei lavoratori stranieri negli Emirati. Molte persone che hanno letto l’articolo si sono ricordate dell’imprenditore e attivista Joi Ito, una delle persone più connesse del nostro pianeta, che si è recentemente trasferito a Dubai e hanno cominciato a mandargli messaggi preoccupati via Twitter. Joi ha risposto pubblicando un post in cui offre il suo punto di vista di residente sulla situazione. Che è il seguente: l’articolo non descrive in modo accurato la situazione e usa il tema dei diritti umani in modo sensazionalistico e, alla fine, improduttivo, in quanto indebolisce la credibilità dei media nel denunciare situazioni di disagio o illegalità.

Il post ha raccolto consensi, ma anche molte critiche di gente che si è arrabbiata sul serio. Joi, come puoi difendere una corrotta teocrazia medievale? Joi, il tuo stile di vita è costruito sul lavoro servile degli stranieri a Dubai? Joi, sei una persona importante e vivi lì. Perché non fai qualcosa per i diritti umani negli Emirati? E così via. La parola “tradimento” non viene usata nei commenti, ma la senti aleggiare nell’aria.

A questo punto Joi ha scritto un post di follow-up per chiarificare la propria posizione. Il passaggio chiave merita una traduzione:

Sono stato un attivista per una gran parte della mia vita – dando del bugiardo ai ministri in TV, marciando per strada con un megafono, e protestando contro tutte le politiche governative giapponesi su cui avevo opinioni forti. Non ho paura di prendere posizione su qualcosa che sento come un’ingiustizia. Ma con gli anni ho capito che strategia, contesto e comprensione della situazione dal punto di vista delle persone a cui ti stai rivolgendo sono essenziali per costruire un cambiamento.

Non potrei essere più d’accordo. Nel mio piccolo, anch’io, come Joi, ho una storia di militanza alle spalle. Non posso e non voglio tradirla. E proprio per questo non posso  fare finta che l’indignazione, la protesta fine a se stessa, il qualunquismo e il vaffa siano delle soluzioni vere. Lo sarebbero se il ruolo del militante fosse quello di sollevare i problemi, lasciando alla politica come professione il compito di cercare soluzioni attraverso la mediazione. Forse nell’Italia degli anni Cinquanta era proprio così, e una manifestazione di piazza serviva a migliorare il potere contrattuale di un partito amico al tavolo di mediazione: ma da molto tempo, e tanto più su temi che non conoscono frontiere, questo meccanismo non funziona più.  Nel caso di Dubai, la virtuosa indignazione dell’occidentale contro le “teocrazie medievali” del Medio Oriente è soddisfacente per chi la pratica, ma inutile o controproducente per le persone che più soffrono per quel problema. Se si vuole avere impatto occorrono intelligenza, pazienza, empatia, umiltà. Si potrebbe cominciare sostenendo chi sta cercando di risolvere i problemi, per esempio.

AGGIORNAMENTO: Partendo da un fatto completamente diverso, Clay Shirky riflette sul piacere che traiamo dall’indignarci, che rischia di annebbiare il nostro giudizio.

aprile 19, 2009     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     2 comments

Spillette “virali”?

Spillette

Sono le spillette di Kublai, variante ispirata a Clay Shirky. Me le chiedono tutti! Sono state distribuite tra i membri del gruppo di lavoro di Kublai, tra cui Marco, Giuseppe, Antonella e Marta, quindi se li incontrate in giro chiedetegliele! Io sarò abbastanza irreperibile per un po’, vado in tour negli USA con i Fiamma Fumana.

settembre 22, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     2 comments

Top 3 (divertenti) errori matematici dei guru della rete

<disclaimer>NON intendo esprimere altro che i più profondo rispetto per gli intellettuali che nomino in questo post. Essi sono infinitamente più saggi e acuti di quanto io sarò mai, e io non sono che polvere sotto i loro piedi. Ma questa è internet, quindi bisogna pure editare e commentare, anche e soprattutto i Grandi. Ecco quindi la mia classifica degli errori matematici commessi dai guru della rete!</disclaimer>

1. Primo premio al grande Howard Rheingold, in Smart Mobs, dove ci descrive la legge di Reed e la paragona a quella di Metcalfe. Così:

[...] il valore di [una rete di] dieci nodi è cento (dieci alla seconda potenza) secondo la legge di Metcalfe e 1024 (due alla decima potenza) secondo la legge di Reed [...]. [p. 60]

In realtà queste formule non rappresentano il valore di una rete. Una rete di dieci nodi varrebbe quindi 1024… cosa? Dollari? Pistacchi? Biglietti della lotteria? Ovviamente no. La risposta è che il numero 1024 non è affatto un valore, ma il numero di sottogruppi possibili in un grafo con dieci nodi tutti connessi tra loro. La formulazione corretta – usata infatti da David Reed stesso – è che il valore di una rete in cui si possono formare gruppi (group-forming network) di N nodi cresce proporzionalmente al numero dei sottogruppi in essa possibile, e quindi esponenzialmente a N. In più le formule usate da Rheingold – e quindi i risultati – sono proprio sbagliate: dieci nodi hanno 10x(10-1)/2 = 45 connessioni e non cento, e i sottogruppi possibili sono 2 elevato alla decima potenza meno 11, quindi 1013 e non 1024.

2. Secondo premio a uno dei miei autori preferiti, Clay Shirky. In Here comes everybody – libro splendido – Clay descrive in modo corretto la soluzione di equilibrio all’ultimatum game (buffo, ne avevo parlato qui). Poi racconta ciò che avviene giocandolo nei laboratori di economia sperimentale:

[...] in pratica, tuttavia, il secondo giocatore si rifiuta di accettare una divisione percepita come troppo diseguale (meno di $3 sui $10 totali) anche se questo significa che nessuno dei giocatori riceverà alcunché. Contraddicendo la classica teoria economica, in altre parole, abbiamo una volontà di punire coloro che ci trattano ingiustamente anche sopportando costi [..] [p. 134]

Questo non è proprio un errore matematico, ma omette una cosa talmente importante da mettere a rischio la conclusione, e cioè che questi risultati sperimentali sono viziati da un sacco di problemi, di cui il principale è che dipendono dai valori assoluti dei premi, e non solo dalla divisione proposta. Se giocate l’ultimatum game con 1 miliardo di dollari, e il primo giocatore vi offre un centesimo di quella somma, cioè dieci milioni di dollari, voi intascate i dieci milioni, non vi rinunciate per il gusto di togliere a lui 990 milioni! La questione è aperta, e sarebbe opportuno descriverla come tale.

3. Infine, premio simpatia al guru dei guru Chris Anderson che ha recentemente dedicato un post molto acuto al rischio di generalizzazioni. E scrive:

Ma ora stiamo entrando in un mondo di insiemi infiniti, e questo sconvolge le nostre abitudini linguistiche. Qual’è il numero di “scrittori” in un’era di blog, il numero di “fotografi” in un’era di Flick e di macchine fotografiche incorporate nei cellulari, o “videomakers” nell’era di YouTube?

Pura saggezza di guru. Il problema è nel titolo del post: “Tredici parole che perdono significato quando il denominatore tende all’infinito”. Le parole sono locuzioni che servono alla generalizzazione, come “la maggior parte” (“la maggior parte dei blog”, per esempio), o “la media” (“il video su YouTube medio”, per esempio) . Come i lettori di Chris hanno fatto notare (leggete i commenti, sono divertentissimi), è certamente vero che dire “i blog sono personali” è una generalizzazione insensata, ma questo non ci accucchia proprio niente con denominatori e infiniti. Una frase come “per la maggior parte del tempo passato e futuro, gli umani non sono esistiti e non esisteranno” è vera anche se il denominatore (l’età dell’universo al momento del Big Crunch) è quanto di più vicino all’infinito possiamo concepire. Dopo una raffica di commenti di questo tipo, Chris commenta a sua volta:

Sì, potete contarmi tra quelli che a volte usano il linguaggio matematico in modo approssimativo per esprimere un’opinione. Ma almeno io lo ammetto!

Come si fa a non volergli bene, a uno così? :mrgreen:

settembre 1, 2008     Alberto     internet     comment

Un social network è un atto d’amore

Il tempio di Ise è un atto d'amoreIn Here comes everybody (consigliatissimo, ma del resto Clay Shirky è una garanzia assoluta) c’è una frase che secondo me vale il libro. In un capitolo che parla di Wikipedia, viene introdotto il tempio Shinto di Ise, in Giappone, che in oltre un millennio è stato ricostruito sessantuno volte usando legno dallo stesso bosco. Tradizionalmente il legno è il principale materiale di costruzione in Giappone: poiché la durata del legno in edilizia è limitata a un paio di secoli nel migliore dei casi, la soluzione della ricostruzione periodica è l’unica possibile su quel tipo di scala temporale. A questo punto Shirky raggiunge (e fa raggiungere al lettore) un momento di puro satori:

Wikipedia è un tempio Shinto. Esiste non in quanto edificio, ma in quanto atto d’amore. Come il tempio di Ise, Wikipedia esiste perché c’è un numero sufficiente di persone che la amano, e, cosa più importante, si amano nel contesto che essa fornisce. Questo non significa che le persone che la costruiscono siano sempre d’accordo, ma amare qualcuno non preclude l’essere in disaccordo con lui (come la vostra stessa esperienza senza dubbio vi confermerà). [traduzione mia]

Mi ritrovo completamente. La mia piccola esperienza di utente di social network è tutta declinabile in termini di atti d’amore per le diverse comunità che ho frequentato, e per le singole persone nel contesto di quelle comunità. Kublai, il social network che alcuni amici ed io stesso stiamo provando a lanciare, è assolutamente un atto d’amore per i creativi italiani, dalle cui fila (sezione rock’n'roll) io stesso provengo, e che credo portino in sé un seme di futuro. Per questo ci sono sopra in continuazione, leggo tutti i profili e seguo tutti i link, e continuo a stupirmi dell’energia creativa (in genere inutilizzata o sottoutilizzata) che arriva da una società ferma come quella italiana. Dalla “Second Life al contrario” dei giochi online che spingono a uscire di casa e riappropriarsi degli spazi pubblici ai trailers per i libri, la creatività umana riesce a reinventare il mondo e a indicare nuovi percorsi di sviluppo. Questo è un bene preziosissimo, che vale tutti i miei sforzi e anche di più.

(Corollario: il sentiero per lo sviluppo economico implicito in Kublai si basa sulla creazione di infrastrutture cognitive, di cui la community dei creativi è un esempio. Possiamo dire che facciamo sviluppo puntando sull’amore, come forza che ricrea continuamente le infrastrutture cognitive su cui “girano” le iniziative di sviluppo? Troppo mistico?)

agosto 3, 2008     Alberto     industrie creative e sviluppo     3 comments

   


© Contrordine compagni - Wordpress-Theme 0816 by Netprofit Webdesign & Robert Hartl and personalized by Freddy