vita digitale


Clay Shirky: Mai sottovalutare Hollywood

Lo studioso di media digitali Clay Shirky ha pubblicato un post in cui descrive le conseguenze del SOPA e, in generale, delle strategie sulla legislazione dell’industria dell’intrattenimento (SOPA, PIPA, ACTA etc.). L’ho trovato così chiaro e fulminante che ho deciso di tradurlo in italiano. Per chi preferisce l’inglese, l’originale è qui. – Alberto

Ieri David Pogue, uno degli editorialisti sulla tecnologia del New York Times, ha consigliato di abbassare i toni allarmisti sul SOPA, suggerendo che gli oppositori della legge (e della legge gemella in discussione al Senato, PIPA) mettano giù i forconi. Ce l’ha soprattutto con chi ha criticato il SOPA senza capirne davvero il testo. Dopo questo preambolo, Pogue descrive il SOPA dimostrando che non lo capisce neppure lui.

Ecco la sua descrizione del problema:

Se il braccio legale dell’industria dell’intrattenimento andasse fuori controllo, dicono [gli oppositori], potrebbe accusare quasi qualunque sito di pirateria. YouTube, perché molti video includono pezzetti di show televisivi e musica soggetta a copyright. Facebook, perché la gente spesso linka a video e canzoni proprietarie. Google e Bing dovrebbero rimuovere tutti i link a tutti i siti a rischio. Un gran mal di testa, insomma.

Questa è la prospettiva di Pogue: lasciare che Hollywood decida se un sito a contenuto user generated faciliti la pirateria non significherebbe nulla di più grave di “un gran mal di testa” (io avrei detto “una violazione del Primo Emendamento“). Per arrivare a una conclusione così, dovreste credere che le aziende media tradizionali abbiano una posizione di equilibrio tra il loro desiderio di avere controllo e il rispetto dei diritti del cittadino, e in effetti Pogue ritiene che sia così (ecco perché scrive che cose brutte accaddrebbero solo se il braccio legale dell’industria dell’intrattenimento andasse fuori controllo.

Se andasse fuori controllo? Questa è un’industria che esige di essere pagata dai campi di boy scouts se i bambini cantano Tanti auguri a te o God Bless America, un’industria che fa inviare lettere dagli avvocati per un video di 29 secondi di un bambino di un anno che balla su Prince. Le aziende dei media tradizionali in America sono oppositori implacabili di qualunque aumento della capacità dei cittadini di creare, archiviare, modificare o condividere media. Hanno combattuto le audiocassette e le fotocopiatrici. Hanno giurato che i videoregistratori avrebbero distrutto Hollywood. Hanno cercato di distruggere Tivo. Hanno cercato di distruggere MiniDisc. Hanno cercato di distruggere le pianole. Fanno così ogniqualvolta una tecnologia aumenta la libertà degli utenti sui media. Tutte le volte. Assolutamente tutte le volte.

E non soltanto vogliono il controllo – lo vogliono a basso costo e ad alta velocità. Pogue parla di come questi progetti di legge consentano al governo di fare causa. Quello che non dice è che sono scritti in modo da consentire un sistema “basato sul mercato” che consente alle aziende dei media di di ottenere ingiunzioni contro i siti che non gli piacciono, o che sono scritte in modo che le imprese che ospitano conversazioni tra utenti siano incentivate a censurare preventivamente i loro utenti, anziché attendere l’azione legale di qualcuno che detiene un diritto d’autore violato, come accade ora.

Conosco David Pogue, è una persona intelligente. Non credo che stia tentando di oscurare il modo in cui le proposte di legge consentirebbero alle aziende dei media di evitare i processi e  imporre una censura “basata sul mercato”. Penso che, semplicemente, non riesca a concepire che SOPA e PIPA siano cattive come effettivamente sono.

Questo è un problema generale. C’è una conversazione ragionevole da fare sui grandi siti commerciali progettati per la violazione del diritto d’autore. E siccome c’è una conversazione ragionevole da fare, Pogue (e molti altri) pensa che, di conseguenza, il  cuore del SOPA debba essere ragionevole. Certamente Hollywood non proverebbe a cercare vie legali diverse dal processo, giusto? O a creare un sistema di enforcement parallelo? O a sottrarre risorse legali ai cittadini ingiustamente censurati? Non arriverebbero certo a concepire che diffondere lo streaming di un video di Michael Jackson comporti più carcere di quello comminato al medico che ha ucciso lo stesso Jackson. Giusto?

Hollywood vuole farsi giustizia da sé – hanno fatto aggiungere ai nostri rappresentanti politici una clausola del vigilante, per proteggere censori troppo zelanti dalle sfide legali degli utenti – e, come in un episodio di Scooby Doo™, ci sarebbero riusciti, se non fosse stato per noi, ragazzi impiccioni.

Chris Dodd, il lobbista in capo della Motion Picture Association of America, mentre guardava un pacchetto legislativo pagato quasi cento milioni di dollari andare in fumo, si è ridotto a una strana difesa indiretta, citando le credenziali di difesa del Primo Emendamento degli sponsor del SOPA, come se queste significassero che quindi anche questa proposta di legge è pulita. Eppure la primissima sezione di sostanza del SOPA, la sezione 2.a.1, si tradisce, dimostrando un certo nervosismo sulla propria costituzionalità: “nulla, in questa legge, implicherà il controllo preventivo sulla libera espressione”. Capito? Questa proposta di legge non vuole il controllo preventivo. Assolutamente  no! Come potete pensare una cosa del genere?

E gli argomenti come quello di Pogue sono pericolosi non perché siano pro SOPA – lo stesso Pogue è contento che SOPA sia a rischio – ma perché oscurano il fatto storico più importante: l’industria americana dei media prova a ridurre la libertà degli utenti. Tutte le volte. Assolutamente tutte le volte.

Dovremmo essere orgogliosi della posizione che abbiamo preso a favore di cose come le notifiche legali, i processi e le prove prima di censurare qualcuno, ma dobbiamo stare pronti a rifarlo l’anno prossimo, e quello dopo. Il rischio non è che SOPA passi. Il rischio è che pensiamo di avere vinto. Non è così: ritorneranno. Preparatevi a combattere di nuovo la stessa battaglia.

gennaio 20, 2012     clay     vita digitale     comment

Blog like it’s 2004

Da diversi anni partecipo a vari social networks. Ma non ho mai smesso abbandonato i blog, nè come blogger nè come lettore, e non ho nessuna intenzione di farlo. Dopo settecento post e duemila commenti, sono molto grato al mio blog: mi ha messo in contatto con persone e idee che sono diventate importanti per me (tra l’altro, gli devo il mio lavoro attuale). Scrivere mi aiuta a organizzare i pensieri, e a non perdere il filo di un percorso che non è sempre lineare.

Ma sono anche grato ai blog altrui. Negli anni i blog che leggo sono cambiati quasi tutti (anche perché alcuni che seguivo hanno chiuso i battenti, come quello di Luca e Mafe); ma continua a piacermi il rapporto che ho con i blogger che leggo, certo intellettuale ma stranamente intimo. Nel confronto serrato e prolungato nel tempo con una persona e le sue idee mi sembra di riuscire meglio a fare crescere le mie. Voglio quindi dedicare questo post alla seconda generazione del mio blogroll, i blog che leggo (e commento) adesso, in pieno spirito del 2004 e della breve età dell’oro del blogging.

Sui temi delle politiche pubbliche Internet e del governo aperto continuo a leggere David Osimo. David scrive da Bruxelles, e ha una bella prospettiva europea, anche se nell’ultimo anno, credo preso da altro, ha scritto meno che in passato. Da qualche mese ha ripreso a scrivere anche Beth Noveck, dopo una lunga pausa durante la quale ha diretto il progetto open government alla Casa Bianca di Obama: spero non si stanchi di nuovo, il suo contributo è davvero importante.

Grazie a Dave Kusek e a Francesco D’Amato riesco a tenere nel radar anche l’economia industriale della musica, uno dei miei primi interessi professionali. Il primo, americano, insegna alla Berklee School e ha una prospettiva generale sulle tendenze di mercato; il secondo, italiano della Sapienza, si interessa in particolare di crowdfunding: su questo tema è diventato molto esperto. Leggo anche un paio di blog tecnologici: quello di Alberto D’Ottavi, uno dei primissimi blog che abbia mai letto, e quello di Vincenzo Cosenza, molto forte sul tema Facebook e social media.

Sono un lettore fedele anche di due blog non specialistici ma ben scritti e che mi fanno pensare pensieri per me insoliti. Uno è quello dello scrittore di fantascienza britannico Charles Stross: intelligente, immaginoso e speculativo come solo la migliore fantascienza sta essere. L’altro è stato aperto recentemente dall’economista italiano Tito Bianchi, una specie di Tristram Shandy dell’economia che salta con leggerezza da un argomento all’altro riuscendo sempre interessante. Infine, se usate Google Reader, vi consiglio di seguire Costantino Bongiorno (si autodefinisce “engineer and troublemaker”). È troppo timido per tenere un proprio blog, ma fa un ottimo lavoro di filtraggio e condivisione dei blog che si occupano di hardware hacking, Arduino e affini. Grazie, amici bloggers, continuate così.

E voi? Volete suggerirmi qualche bel blog?

luglio 25, 2011     Alberto     vita digitale     1 comment

L’uomo quantificato 2: il lato oscuro dei dati sulla corsa

Due settimane fa, mentre mi allenavo per la Milano Relay Marathon, ho ricevuto un’e-mail a sorpresa. A scrivermi era l’assicurazione Europ Assistance, che offriva a tutti gli atleti sconti sulle polizze salute. Mi sono stupito, perché nego sempre il consenso a ricevere comunicazioni promozionali. Ho chiamato l’allenatore del gruppo di runners di cui faccio parte, che si era incaricato delle iscrizioni di tutti noi, e lui mi ha assicurato di essere molto attento a fare lo stesso. Forse, mi ha detto, Europ Assistance era riuscita a passare attraverso il filtro della legge sulla privacy perché erogava un servizio agli atleti: l’assicurazione sanitaria durante la gara. All’arrivo, letteralmente dieci metri dopo il traguardo, il personale Europ Assistance misurava “parametri sanitari” e, immagino, diffondeva informazioni sui propri prodotti.

Le ragioni di un marketing tanto aggressivo nei confronti dei partecipanti a una corsa di fondo sono chiare. Assicurare noi maratoneti è molto redditizio, perché curiamo la nostra salute e in media pagheremo premi per molti anni prima di richiedere alle compagnie di pagare cure mediche. Mi chiedo però se le compagnie assicurative non siano tentate di fare anche il contrario, cioè NON assicurare chi non compare nei database associati a uno stile di vita sano (società sportive, iscritti a palestre etc.). Questo comportamento è vantaggioso per chi lo mette in atto (in questo caso le compagnie assicurative) ma dannoso per la società (non si condivide il rischio, e proprio chi ha più probabilità di avere bisogno di cure non le può ottenere). Se si verificasse, ne conseguirebbe che le assicurazioni private non sono uno strumento adatto a fornire assistenza sanitaria ai cittadini, e i decisori pubblici dovrebbero orientarsi decisamente verso la costruzione e la difesa di servizi sanitari nazionali.

Tra l’altro, l’elenco degli iscritti alla Milano Relay Marathon non è certamente il database più potenzialmente esplosivo dal punto di vista delle compagnie: la startup genomica 23andme sequenzia il vostro DNA a partire da un batuffolo di cotone inviato per posta, a partire da 99 dollari, e calcola i “fattori di rischio” di cento malattie. Nel dibattito sulle conseguenze sociali della diffusione generalizzata di Internet vedo agitare molte paure che la maggior parte degli esperti considera infondate: disimpareremo a leggere ogni testo più lungo di un tweet, ci rinchiuderemo in casa a chattare invece di uscire e incontrare persone interessanti come facevano i nostri socievoli genitori, ci intratterremo con pedofili e terroristi. Gli Internet-scettici, che hanno dato prova di una notevole vis polemica, potrebbero essere molto utili alla società impegnandosi su rischi concreti come quello della privacy sanitaria. E noi che abbiamo a cuore l’apertura dei dati (e siamo affamati di dati sul nostro correre) faremmo bene a chiederci seriamente se in questo caso la trasparenza non possa rivolgersi contro di noi.

(Qui un post più positivo sulla corsa come generazione e consumo di massa di dati di performance atletica)

aprile 28, 2011     Alberto     vita digitale     4 comments

Io non sono un idiota: tecnologia, permessi e la mia lavastoviglie

È venuto il tecnico della Whirlpool. La lavastoviglie mi dava problemi. Cercando in rete ho scoperto che questi problemi sono in genere associati a uno scarico otturato. Ho controllato: lo scarico era a posto. Non mi rimaneva che chiamare l’assistenza: per fortuna la lavastoviglie è in garanzia.

Il tecnico è arrivato cinque giorni dopo la mia chiamata. Svitando quattro viti ha aperto uno sportello che accede alla parte inferiore della lavastoviglie (sotto il vano principale dove si mettono le stoviglie sporche) e mi ha chiesto una spugna. Una spugna? Sì. Mi ha spiegato che uno scarico un po’ pigro, dalla portata insufficiente, ha fatto sì che un po’ di acqua sporca fosse “risputata” nella lavastoviglie; la presenza di quest’acqua mandava in blocco la lavastoviglie. Ha asciugato l’acqua con la spugna e richiuso lo sportello: un quarto d’ora di lavoro: totale 62 euro, di cui 50 per l’uscita del tecnico. E la garanzia? Non copre: la lavastoviglie non era guasta, il difetto stava (anzi, era stato) nello scarico.

A questo punto mi sono ribellato. Questo dev’essere un difetto comune, ho detto al tecnico; e non richiede particolari capacità tecniche per essere ripararato: a svitare quattro viti e usare una spugna sono capace anch’io. Perché non lo scrivete nel manuale di istruzioni, o meglio ancora vi aprite un forum di assistenza online? Risposta: “Ma lei non può aprire la macchina. Se lo fa perde la garanzia.”Questo atteggiamento di Whirlpool (e di quasi tutti i produttori di beni di consumo durevoli), secondo me, è disonesto e insultante. È disonesto, perché mi vende una garanzia che non mi copre un inconveniente comune e semplicissimo da rimediare che, però, non mi autorizza a riparare da solo; ed è insultante, perché l’ipotesi che ci sta dietro è che gli acquirenti di lavastoviglie sono dei pericolosi idioti, che nessuna persona responsabile lascerebbe trafficare con una macchina. C’è anche un’ironia particolare nel fatto che ho comprato la lavastoviglie all’IKEA, i cui mobili sono venduti in scatola di montaggio e assemblati in casa da chi li userà.

Cari signori della Whirlpool, io non sono un idiota. Non sarò un tecnico esperto, ma, guarda un po’, ho una minima competenza sull’uso del mio cervello e delle mie mani. So leggere un manuale (se è scritto ragionevolmente bene); so usare attrezzi comuni come cacciaviti, chiavi inglesi e pinze; certamente so usare una spugna. Non ho voglia di avere a che fare con aziende che mi trattano come un minus habens. Leggetevi il Cluetrain Manifesto e il Self-Repair Manifesto, e tornate quando avete capito di cosa si sta parlando. Nel frattempo, se c’è un’azienda di elettrodomestici un minimo più rispettosa dei suoi clienti, con un approccio più permissivo alla tecnologia, che si faccia avanti: sarò lieto di citarla sul blog e di comprarle la mia prossima lavastoviglie.

gennaio 24, 2011     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto, vita digitale     10 comments

L’ultimo barcamp

Venerdì ero al VeneziaCamp, e mi sono divertito. Paradossalmente favoriti da un forte ritardo iniziale e da qualche assenza che ha fatto saltare il formato delle sei presentazioni da 10 minuti + domande e risposte, abbiamo avuto una vera discussione, non sempre coerente ma ricca di spunti, come la discussione deve essere. Cosa succede, mi sono chiesto? Perché il risultato della rottura del formato è che l’interazione si fa interessante?

Ecco cos’è successo: ho capito di non essere fatto per questi formati di sintesi estrema. Non ne ricavo niente. Spostarsi per un incontro costa tempo e denaro, e in cambio del mio investimento voglio avere il tempo di ascoltare le storie che mi interessano, e di parlare con le persone che le hanno vissute. I barcamp, nati per favorire un’interazione informale e non ingessata, mi sembrano essersi evoluti in formati iperstrutturati, in cui ciò che conta è la brevità della comunicazione. Dieci minuti, cinque nel formato Ignite, venti slides, avanti il prossimo. Ultimamente mi è stato perfino proposto di andare a Roma per partecipare a una “conferenza cabaret” (sic: è questa) con, cito, “due presentazioni di 5-10 minuti max e poi spazio alle domande”. Bene, ma di che parliamo?

Spesso, quando lo o la speaker racconta una storia intrigante, alla fine mi capita di pensare “Ma no, continua! Chi se ne frega se perdiamo un po’ di tempo? Non è tempo perso, siamo qui per imparare!” Anche l’interattività mi sembra spesso un po’ superficiale: in genere ci vogliono quattro-cinque domande perché la discussione inizi a farsi interessante, perché le prime servono a mettersi in mostra. Questo, secondo me, accade perché alcune persone tendono a fare domande che incorporano il messaggio “io su questa roba ne so più della persona che ha tenuto la relazione”. Uno sport molto diffuso è quello di citare una cosa appena successa che il relatore non ha citato, in modo da mettere in risalto che si è più aggiornati di lui. E’ anche umano, ci sono un po’ di vanità da soddisfare prima di passare alle cose serie. Se il tempo è limitato, rischi che la platea senta solo queste domande.

Intendiamoci: riuscire a dire una cosa in pochi minuti è un bell’esercizio di sintesi (al KublaiCamp abbiamo dato spazio allo stralunato e divertentissimo PitchClub di Giacomo Neri) e la fuffa non va mai, mai bene. Però se voglio imparare da un incontro posso farlo in due modi: o da presentazioni di qualità o da una discussione altrettanto di qualità. E, se il problema che si vuole discutere è relativamente nuovo o comunque irrisolto, è improbabile che lo si possa sintetizzare in dieci minuti di presentazione. Naturalmente un bravo speaker riesce a sintetizzare, ma il prezzo che si paga è che la presentazione è sempre “for Dummies”, sempre al livello principianti. Io posso spiegare l’architettura di Kublai in dieci minuti e anche in cinque, l’ho fatto tante volte in due anni. Una volta l’ho fatto in 120 secondi! Ma se volete accedere al livello veramente interessante di Kublai (come ci rapportiamo con la community, come ci raccontiamo all’interno delle istituzioni, perché non veniamo attaccati dai troll etc.), beh, allora dobbiamo sederci e parlare, e mi serve un’ora per darvi i dati di base. Poi possiamo metterci a discutere.

Non credo che il formato lungo sia necessariamente sinonimo di ingessamento. Tanto per dare un’idea, il famoso seminario a Santa Fe, quello del settembre 1987 tra fisici ed economisti che diede il via all’Istituto per i sistemi adattivi complessi, non aveva certo problemi di eccesso di formalità, nè di fuffa: si tentava un esperimento veramente senza rete di sintesi intellettuale. Giovani scienziati eterodossi tenevano le relazioni: tre premi Nobel (Anderson, Arrow, Gell-Mann) sedevano in platea e chiedevano la parola alzando la mano. Eppure la durata delle relazioni si misurava in ore (quella introduttiva, tenuta da Brian Arthur, occupava tutta la mattina del primo giorno) e il seminario stesso è durato dieci giorni, con solo un sabato pomeriggio libero. So di non essere all’altezza di gente come Arthur e gli altri, ma proprio per questo ho bisogno di crescere, e voglio farlo. E questo vuol dire soprattutto andare in profondità sugli argomenti, dedicandovi il tempo giusto.

Può essere che quello di Venezia sia stato il mio ultimo barcamp. I barcamp italiani sono stati per me uno strumento di apprendimento molto utile: ho completato con successo il livello principianti. Adesso, però, mi piacerebbe passare a quello avanzato, e può essere che gli strumenti debbano cambiare.

luglio 5, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto, vita digitale     10 comments

Ho cambiato idea su Wired Italia

Sono abbonato a Wired e vivo in Italia. A inizio 2009, quando la rivista ha lanciato l’edizione italiana mi è venuto naturale comprare i primi numeri con curiosità e simpatia.

Però non mi convinceva. Gli articoli tradotti dall’edizione americana erano in genere belli, ma li avevo già letti mesi prima. E la parte della rivista fatta in Italia mi sembrava un po’ troppo leggera, troppo concentrata sul lifestyle. Della Wired originale mi piaceva l’orgoglio geek, la noncuranza anche un po’ arrogante con cui si attaccavano argomenti anche complicati (dalla teoria dei grafi alla genomica o lala crittografia), l’insistenza sul do-it-yourself. L’edizione italiana mi sembrava interpretare quella cultura in un modo un po’ fatuo, un po’ modaiolo, stando accuratamente lontani dalle cose che molti trovano difficili e noiose, ma su cui i geeks invece riversano un’attenzione spasmodica. Della Wired originale mi rimanevano i riferimenti a Star Trek e i gadget per feticisti, ma non il nucleo di scienza dura, che invece, per me, distingue quella rivista dal mare delle altre. Si vedeva bene dalla pubblicità: la rivista americana è piena di trapani e attrezzature per il bricolage, quella italiana di auto e moda. Ne uscivano stereotipi sgradevoli ma, ahimé, plausibili: gente del fare gli americani, consumatori narcisisti e inetti gli italiani. C’è da stupirsi se ho continuato a comprare la Wired americana?

Dopo un anno, però, mi devo ricredere. Wired Italia ha trovato una chiave, che mi sembra essere quella della militanza. Più o meno dall’autunno 2009 in poi la rivista ha promosso in modo sempre più aggressivo l’Italia della conoscenza: ricercatori, tecnologi, imprenditori visionari. Nel fare questo tocca corde profonde nella storia economica del nostro paese: la saga dell’italiano dall’inventiva genialoide e le mani d’oro ci è familiare fin dal Rinascimento, e storie come quella del piccolo imprenditore che inventa una tecnologia per portare la banda larga low cost con ponti radio ricordano gli articoli che il mio indimenticato maestro, Sebastiano Brusco, scriveva negli anni 90 per Il Sole 24 ore. Le storie italiane sono sempre di più (tre articoli importanti e diversi più brevi nel numero di marzo), e aumentano le infografiche dense di dati e contenuto. E soprattutto, la rivista ha dato il via ad una discussione globale candidando internet al premio Nobel per la pace (più militante di così…). La pubblicità continua a essere prevalentemente lifestyle, ma non si può avere tutto.

Quella di Wired Italia è un’operazione  ideologica, ovviamente. Ma va bene così, perché la rivista promuove la nostra ideologia, quella che dice: l’innovazione, la conoscenza, la condivisione, l’esplorazione delle infinite possibilità che ci stanno di fronte sono un bene in sè. Come tutte le ideologie, questa non è negoziabile, non importa cosa ne pensi la maggioranza silenziosa. Sento Wired molto vicina a questo atteggiamento, e quindi mi ci ritrovo. E la compro, e la leggo volentieri.

Quindi faccio ammenda. Give credit where credit is due: Wired Italia è una rivista interessante, e nel mercato italiano ha un senso profondo, anche identitario se volete: fatti i dovuti distinguo, svolge il ruolo del Manifesto degli anni 80, o di Vie Nuove degli anni 50. Quando la vedi sbucare da una messenger bag, sai che hai davanti una persona che, almeno, ti risparmierà i soliti luoghi comuni su Internet piena di pedofili. Di questi tempi e in questo paese non è poco.

marzo 25, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo, vita digitale     1 comment

Un funzionario pubblico sotto gli occhi di tutti

Il 2009 ci saluta con un ultimo regalo: il blog del mio amico e collega (di Kublai) Tito Bianchi, che finisce dritto nel mio blogroll. Aprendo il blog, Tito entra nella ristrettissima schiera dei funzionari pubblici italiani che affidano alla rete le loro riflessioni: e si tratta di un ingresso importante, perché il suo profilo è molto alto (lavora all’Unità di Valutazione degli Investimenti Pubblici del Dipartimento per lo sviluppo e la Coesione del Ministero per lo Sviluppo Economico), il che gli dà una prospettiva straordinaria sul sistema Italia. Il neonato blog si chiama, appropriatamente, “Sotto gli occhi di tutti”.

Come bonus aggiuntivo, Tito scrive in uno stile pulito ed efficace molto lontano dal burocratese – anche perché si è formato al MIT. Ha perfino una lista di parole vietate, gustosissima anche se non la condivido completamente. I primi post sono godibilissimi (il mio preferito è quello sul rugby come metafora di ciò che ci piacerebbe che l’Italia fosse). Ne propongo la lettura e il commento a chi segue Contrordine Compagni: i blog di questo tipo ci arricchiscono di informazioni e punti di vista a cui normalmente non abbiamo accesso, e potrebbero perfino aumentare il grado di trasparenza della pubblica amministrazione italiana.

dicembre 30, 2009     Alberto     vita digitale     2 comments

Beam me up, Scotty! Milano apre un varco Second Life/Real Life

Giovedì 18 giugno proviamo a fare una roba carina, ancorché un po’ geek. Ci troviamo alle 19.30 per un aperitivo più o meno legato alla colonna milanese di Kublai, e fin qua siamo nella normalità meneghina. Ma alle 21.30 comincia la conferenza di Ruggero Rossi sulla network analysis come strumento per studiare i social network, e parte un film completamente diverso. Ruggero parlerà dal Porto dei creativi in Second Life, e il suggestivo spazio di Creaticity Gate (via Pasubio 14, zona Garibaldi) si trasformerà in un gateway tra la Seconda Vita e la prima. Per carità, niente in tutto: un buon collegamento in fibra, un wi-fi, un proiettore, un impianto di amplificazione. Però potremo vedere e sentire Ruggero e gli altri amici che intervengono dalla seconda vita a grandezza naturale o quasi: l’ubergeek Stex Auer sostiene che il lumen del proiettore è abbastanza alto per consentirci di vedere sullo schermo avatar grandi come le persone vere mantenendo la qualità del colore. Il teletrasporto di Star Trek ci fa una pippa.

Io tenterò di sdoppiarmi: sarò al Porto come Mr Volare, e a Creaticity Gate con la mia carcassa analogica. Se volete fare lo stesso venite con portatile e cuffia, ma controllate con Stex prima di iniziare, perché possiamo loggare un numero limitato di avatar prima di saturare la banda.

La conferenza, tra l’altro, sarà super interessante. Ruggero ha usato un crawler per ricostruire il grafo delle interazioni progettuali su Kublai, e su quel grafo ha fatto una serie di analisi matematiche. Io ho poi provato a prendere decisioni di gestione di Kublai sulla base di quella analisi.

Se vi interessa venire – in qualunque delle due vite – fatecelo sapere su Facebook o Kublai. Chi preferisce il buon vecchio web può seguire lo streaming.

giugno 16, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo, vita digitale     1 comment

Il Web 2.0 vs. Don Abbondio

David ha notato una cosa interessante: cercava su Wikipedia alcune parole chiave che hanno a che fare con le politiche europee (progetti o “buzzwords” come NESSI, Living Labs o digital business ecosystem). Le ha trovate, ma sono voci che “hanno problemi”, “potrebbero contenere affermazioni non verificate”, “sembrano pubblicità”). Conclusione (di David):

wikipedia and social software are very good in “cutting the crap”

Viene in mente Renzo che, nei Promessi Sposi, protesta per il tergiversare fumoso di Don Abbondio:

- Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?

Ci ho riflettuto, e secondo me c’è una ragione precisa per cui questo accade. Nel web 2.0 tutti hanno diritto di parola; è, per definizione, un mondo “publish, then filter”. Per dare la possibilità a chi ci ascolta di farsi un’idea di quello che stiamo dicendo (e quindi filtrarlo) senza dovere investire troppo tempo e fatica, sta emergendo una netiquette che indica la forma breve come quella più appropriata: l’abstract e non il saggio, le slides e non il testo della presentazione, il video di tre minuti di highlights e non la versione integrale. La popolarità di formati come Pecha Kucha va, credo in questa direzione. Meglio abituarsi: i convegni in cui ti chiedono un intervento di un’ora ci sono ancora… ma è improbabile incontrarci gente interessante.

Questo, però, non è necessariamente una cosa facile. La mia esperienza è che quasi nessuno sa usare efficacemente la forma breve. Una presentazione di cinque minuti non è una versione concentrata di una di trenta, è proprio un’altra cosa. Mi sto esercitando. Per ora sono arrivato a dieci, anzi a 9’22″.

febbraio 28, 2009     Alberto     vita digitale     3 comments

Ricreazione: quale preferisci?

Choco e Fredrik hanno fatto un widget per fare una specie di scherzoso sondaggio tra immagini alternative. Funziona cliccando sulla foto che preferite; il widget sostituisce la foto scartata con un’altra, e vi propone una nuova scelta. Qui sotto ho fatto una prova… purtroppo il soggetto sono io… portate pazienza… il prossimo lo faccio su Jenna Jameson ;-)

febbraio 26, 2009     Alberto     vita digitale     2 comments

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