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	<title>Contrordine compagni &#187; internet</title>
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	<description>Il blog di Alberto Cottica: creatività e economia nella grande rete</description>
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		<title>Buon compleanno web, l&#8217;Italia ha bisogno di te</title>
		<link>http://www.cottica.net/2011/11/13/buon-compleanno-web-litalia-ha-bisogno-di-te/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 07:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di nuovo in viaggio! E questa volta è per una festa: quella del ventesimo compleanno del World Wide Web. Si tiene lunedì 14 novembre a Roma, al tempio di Adriano, in presenza dell&#8217;orgoglioso genitore sir Tim Berners-Lee, che terrà il keynote speech. Su scala molto più modesta, anch&#8217;io terrò un piccolo intervento, parlando di Wikicrazia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/2JnLn_BlG3c" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Di nuovo in viaggio! E questa volta è per una festa: quella del <a href="http://www.happybirthdayweb.it/site/">ventesimo compleanno del World Wide Web</a>. Si tiene lunedì 14 novembre a Roma, al tempio di Adriano, in presenza dell&#8217;orgoglioso genitore sir Tim Berners-Lee, che terrà il keynote speech. Su scala molto più modesta, anch&#8217;io terrò un piccolo intervento, parlando di <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia/" title="Welcome to Wikicrazia">Wikicrazia</a>, ovvero di governance collaborativa mediata da Internet.</p>
<p>Sullo sfondo della festa, tempi difficili. Ma la festa serve, e teniamocela ben stretta! come scriveva Sant&#8217;Agostino sedici secoli fa, i tempi siamo noi: se non ci piacciono, possiamo sempre inventarne di nuovi, o almeno provarci. Un numero sempre crescente di italiani, connessi proprio dal ventenne World Wide Web, ci sta provando. Nel mio piccolo, ci provo anch&#8217;io: <a href="http://www.wikitalia.it/home/progetto/">Wikitalia</a>, di cui parleremo lunedì, è appunto un regalo di compleanno dell&#8217;Italia all&#8217;Internet, e dell&#8217;Internet all&#8217;Italia. </p>
<p>(Il video qui sopra è stato un tentativo di qualche mese fa di spiegare ad alcuni non italiani molto interessati cosa voglio fare nella vita. Però c&#8217;entra.)</p>
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		<title>Insegnare la collaborazione online per l&#8217;impresa sociale</title>
		<link>http://www.cottica.net/2011/02/28/teaching-online-collaboration-for-social-enterprise-insegnare-la-collaborazione-online-per-impresa-sociale/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 08:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>
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</p>
<p>L&#8217;Istituto Europeo di Design mi ha proposto di insegnare in un nuovo master che si chiama Design for social business (D4SB), organizzato in collaborazione con il premio Nobel Muhammad Yunus e il suo Grameen Creative Lab (<a href="http://www.ied.tv/blog/ied-blog-news/ied--epicentro-della-cultura-del--design-for-social-business-">info</a>). L&#8217;idea è di quelle visionarie: hanno selezionato otto studenti provenienti da tutto il mondo, gli hanno trovato borse di studio e li hanno messi a studiare (in inglese) con un programma molto di frontiera che comprende anche visite sul campo in Bangla Desh e Colombia per vedere l&#8217;impresa sociale in azione. Il mio contributo consiste in: </p>
<ol>
<li>insegnare loro a progettare e usare ambienti di collaborazione online, strumento di lavoro sempre più importante soprattutto per gli innovatori sociali – che lo usano per compensare il deficit di competitività in altre aree, come <a href="http://www.cottica.net/2011/02/09/la-nuova-finanza-per-linnovazione-sociale-opportunita-e-rischia-new-finance-for-social-innovation-why-its-coming-and-whats-at-stake/">quella finanziaria</a>.</li>
<li>dare loro un quadro su ciò che si muove nel loro ambiente competitivo, proprio nel momento in cui in Europa si stanno prendendo le decisioni strategiche sulle politiche per il welfare dei prossimi anni</li>
<li>condividere metodi di scrittura e valutazione di business planning per l&#8217;impresa sociale</li>
</ol>
<p>Sono grato al responsabile del corso Jürgen Faust, al coordinatore Massimo Randone e allo IED per l&#8217;opportunità di strutturare le mie riflessioni su questi argomenti in forma di lezioni o di seminari e collaudarli su una classe, per giunta di livello così alto.</p>
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		<title>Bugie, maledette bugie e infografiche: implicazioni per gli open data</title>
		<link>http://www.cottica.net/2010/08/23/bugie-maledette-bugie-e-infografiche/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 07:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[complexity economics]]></category>
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		<description><![CDATA[Come molti altri, sto cercando di farmi un&#8217;idea sulla morte del web profetizzata da Wired. Se mi viene in mente qualcosa di sensato da dire in merito lo farò. Per ora la cosa che mi sembra più urgente è lanciare un &#8220;allarme infografiche&#8221;. L&#8217;articolo di cui tutto il morituro web sta discutendo si apre con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come molti altri, sto cercando di farmi un&#8217;idea sulla <a href="http://www.wired.com/magazine/2010/08/ff_webrip">morte del web</a> profetizzata da Wired. Se mi viene in mente qualcosa di sensato da dire in merito lo farò. Per ora la cosa che mi sembra più urgente è lanciare un &#8220;allarme infografiche&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.wired.com/magazine/wp-content/images/18-09/ff_webrip_chart2.jpg"><img class="alignleft" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="The infamous web R.I.P infographics" src="http://www.wired.com/magazine/wp-content/images/18-09/ff_webrip_chart2.jpg" alt="" width="302" height="184" /></a>L&#8217;articolo di cui tutto il morituro web sta discutendo si apre con una bellissima infografica colorata in perfetto stile Wired (questa qui a sinistra), in cui si vede bene che la quota del traffico internet (cioè pacchetti di dati TCP/IP) attribuibile al web è in calo: da questo calo parte la discussione. A questo punto,<a href="http://www.boingboing.net/2010/08/17/is-the-web-really-de.html"> Rob Beschizza su Boing Boing</a> ha provato a ridisegnare il grafico partendo dagli stessi dati (la fonte è Cisco) ma in valore assoluto, tenendo conto che il traffico web si è moltiplicato per un fattore centomila dal 1996 al 2005, e il traffico Internet si è moltiplicato per un fattore sette dal 2006 al 2010. Il risultato è che il web non solo cresce, ma cresce a una velocità crescente. Il grafico è risultato così:</p>
<p><a href="http://www.boingboing.net/images/3.jpg"><img class="alignleft" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Boing Boing Web RIP" src="http://www.boingboing.net/images/3.jpg" alt="" width="302" height="184" /></a></p>
<p>Oltretutto, diversi commentatori hanno osservato che misurare l&#8217;uso di internet in consumo di banda, invece che – diciamo – in tempo di fruizione sopravvaluta l&#8217;importanza degli usi multimedia (video e VOIP) rispetto a quelli basati sul testo (email).  Tutta la discussione di Anderson assume un sapore completamente diverso: è comunque intelligente e argomentata, ma perde l&#8217;aura profetica, e anzi sembra un po&#8217; una roba furbetta e vagamente interessata.</p>
<p>Non saprei dire se il web è morto o meno, ma sono abbastanza sicuro che è il momento di farsi qualche domanda seria sulla visualizzazione dell&#8217;informazione. Negli ultimi anni si è lavorato molto su questo tema, a partire dal presupposto – corretto – che l&#8217;evoluzione ci ha dotato di un cervello molto veloce nell&#8217;elaborare gli stimoli visivi.  Un grafico a torta comunica in modo molto più immediato di una tabella o, Dio non voglia, di un&#8217;equazione. A partire da questa considerazione uno dei miei eroi, il pioniere dei computers Douglas Englelbart, finì per concepire i computers come macchine con cui comunicare tramite un&#8217;interfaccia grafica. Le infografiche sono una punta avanzata di questo movimento, metà informazione, metà arte.</p>
<p>Ma forse l&#8217;elaborazione più lenta ha anche un vantaggio: ci permette di prendere un po&#8217; di confidenza con il dato, di esaminarlo con un minimo di distanza critica. L&#8217;immagine, ancora di più del dato, ha un potere seduttivo che può essere strumentalizzato, e spesso lo è. Nel campo specifico degli open data, cioè dell&#8217;apertura e diffusione delle basi dati delle autorità pubbliche, Daniel McQuillan (tra gli altri) <a href="http://www.internetartizans.co.uk/open_data_does_not_empower">ha avuto modo di commentare</a> che la visualizzazione, proprio per questo motivo, finisce per non dare trazione alle comunità. </p>
<p> Alle tre categorie di menzogne di Sir Charles Dilke — bugie, maledette bugie e statistiche — se ne potrebbe aggiungere una quarta, quella delle infografiche: che sarebbero poi menzogne al quadrato, perché già si basano su dati &#8220;massaggiati&#8221; (la scelta di Wired di usare quote di banda anziché valori assoluti secondo me è furbetta, scandalistica e in definitiva in contrasto con la deontologia dei giornalisti)  e ad essi aggiungono la seduzione delle immagini e del colore. Vabbeh, direte voi, è Wired, mica l&#8217;American Economic Review, serve a fare un po&#8217; di chiacchiere al prossimo aperitivo. Mica tanto, perché l&#8217;argomento trattato è politicamente molto carico, e vengono dichiarati vincitori Jobs, Zuckerberg e i sostenitori degli ecosistemi chiusi. Se noi ci comportiamo come se la previsione fosse vera, contrinbuiremo a farla avverare, comprando iPad e apps. L&#8217;orientamento &#8220;leggero&#8221; dell&#8217;opinione pubblica non è privo di conseguenze, come si vede bene nella politica italiana.</p>
<p><strong>Conclusione 1</strong>: come al solito, non ci sono pranzi gratis. L&#8217;abilità del cervello  nell&#8217;elaborare stimoli grafici lo rende anche più vulnerabile ai  tentativi di influenzare questa elaborazione. <strong>Conclusione 2</strong>: se qualcuno vuole convincervi di qualcosa, e a sostegno delle sue conclusioni tira fuori una grigia, brutta tabella in bianco e nero è probabile che abbia in mano qualcosa: se tira fuori una bella infografica professionale e colorata, beh, meglio stare in guardia. E tenere d&#8217;occhio il portafoglio.</p>
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		<title>I dubbi del dittatore</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 07:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono appena tornato dalla Tunisia, un paese iscritto alla lista nera della censura di internet. Il paese ha un unico punto di ingresso per i dati, da cui poi i provider comprano e ridistruibuiscono banda, e questo permette al governo di filtrare la rete. Ma filtrare come? Censurare comporta delle scelte. In Tunisia sono oscurati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2010/05/Not-found.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1754" title="Not found" src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2010/05/Not-found.jpg" alt="" width="550" height="154" /></a>Sono appena tornato dalla Tunisia, un paese <a href="”http://en.wikipedia.org/wiki/Internet_censorship_in_Tunisia”">iscritto</a> alla lista nera della censura di internet. Il paese ha un unico punto di ingresso per i dati, da cui poi i provider comprano e ridistruibuiscono banda, e questo permette al governo di filtrare la rete.</p>
<p>Ma filtrare come? Censurare comporta delle scelte. In Tunisia sono oscurati i siti degli oppositori politici dell&#8217;attuale governo, come <a href="”http://www.tunisnews.net”">Tunisnews</a> o <a href="”http://tunisiawatch.rsfblog.org”">Tunisia Watch</a>, e i siti delle ONG come Amnesty International, Reporters Sans Frontières, la Commissione Islamica per i diritti umani &#8211; il che dispiace ma non sorprende; alcuni social networks, in particolare YouTube e Flickr; gli anonimizzatori di navigazione.</p>
<p>Per contro, Facebook è stato bloccato per un  breve periodo nel 2008, ma poi sbloccato su richiesta del Presidente in persona. Twitter si vede. Nessun problema per i siti di informazione giornalistica, come BBC o Repubblica, e nemmeno per Wikipedia (compresa <a href="”http://en.wikipedia.org/wiki/Internet_censorship_in_Tunisia”">la pagina</a> che tratta della censura su Internet in Tunisia). Il filtraggio avviene attraverso un software commerciale, SmartFilter della società americana Secure Computing, gruppo <a href="”http://www.securecomputing.com/index.cfm?skey=181”">McAfee</a> (ricordarsene la prossima volta che acquistate un filtro antispam). L&#8217;aggeggio ti prende pure in giro, sostituendo l&#8217;errore 403 (non sei autorizzato a vedere questa pagina) con un pù rassicurante 404 (non trovato), che però su youtube.com è francamente ridicolo.</p>
<p>Immagino che ci sia un funzionario, al Ministero dell&#8217;informazione tunisino, che deve scegliere cosa si può vedere e cosa no. Me lo figuro nell&#8217;atto di ricercare incessantemente siti potenzialmente pericolosi e decidere quali sono quelli da nascondere ai suoi connazionali. Repubblica? Calendari sexy, pallone, politica italiana, qui non c&#8217;è problema. Twitter? Pericoloso, ma quasi impossibile da bloccare, visto che l&#8217;accesso alle API permette a chiunque di ridistribuire i suoi contenuti attraverso altri siti. Facebook? A rischio, ma mica possiamo lasciare i turisti francesi senza Facebook.</p>
<p>Vista in questo modo, la censura di internet in Tunisia sembra un&#8217;impresa che non ha molte probabilità di essere efficace. Troppi buchi, troppi compromessi da fare; lo stesso governo è troppo consapevole dei vantaggi economici e sociali dell&#8217;accesso alla Grande Rete, e infatti l&#8217;infrastruttura per la banda larga in Tunisia è una delle migliori in Africa. Più efficace è probabilmente il senso che &#8220;il Grande Fratello ti sta guardando&#8221; convogliato da pagine come questa: e infatti è obbligatorio per i service providers collaborare con il governo nel monitorare l’uso della rete. In alcune regioni si arriva perfino a identificare le persone che usano gli internet cafe (ma guarda, <a href="”http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/07/questanno-no-lasciate-scadere-la-legge-pisanu”">come in Italia</a>!). Ma anche così, se rete e governo dovessero arrivare ai ferri corti, io punterei il mio denaro sulla rete.</p>
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		<title>Paura e delirio su la Stampa e Nòva</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 07:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non leggo quasi più i giornali. E&#8217; un gesto di autodifesa: serve a mettere un cordone sanitario tra il mio cervello e quella specie di allucinazione consensuale à la Matrix che mi arriva dalle cosiddette news. Ogni tanto però qualcosa leggo, un po&#8217; perché ne ho letti due-tre al giorno per buona parte della mia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non leggo quasi più i giornali. E&#8217; un gesto di autodifesa: serve a mettere un cordone sanitario tra il mio cervello e quella specie di allucinazione consensuale à la Matrix che mi arriva dalle cosiddette news. Ogni tanto però qualcosa leggo, un po&#8217; perché ne ho letti due-tre al giorno per buona parte della mia vita (&#8220;la preghiera del mattino del laico&#8221;, diceva Hegel) e un po&#8217; perché credo sia utile per capire la forma di pazzia da cui tanti sono afflitti. </p>
<p>Questa settimana ero a Torino, e nel mio albergo si trovava La Stampa &#8211; che io sono abitutato a pensare come un quotidiano magari compassato, magari provinciale, ma serio, anche troppo. E così &#8211; di prima mattina &#8211; mi sono trovato la giornata rovinata da <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201001articoli/51267girata.asp">un santino</a> di Craxi, finanziatore dei movimenti di liberazione del sud del mondo. Interessante. A me risultava che Craxi e i suoi sono stati protagonisti di un megascandalo con cui i soldi della cooperazione italiana finivano a gente come <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Mengistu">Mengistu</a>; e poi &#8211; fatto non irrilevante &#8211; la generosità di Craxi non era finanziata con i suoi soldi, ma con i nostri. Ma con una fonte affidabile come la <a href="http://www.encyclopedia.com/doc/1G1-10518613.html">&#8220;lepre marzolina&#8221;</a>, come lo chiamava l&#8217;Economist &#8211; Francesco Cossiga il giornalista professionale Fabio Martini va tranquillo. </p>
<p>Ho provato a rifugiarmi in Nòva (una delle poche pubblicazioni che compro), che ha pubblicato sul numero di giovedì un&#8217;intervista a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/W._Brian_Arthur">Brian Arthur</a> in occasione dell&#8217;uscita del suo nuovo libro in traduzione italiana. Arthur è un pensatore autorevole e propone un&#8217;idea controversa: che l&#8217;innovazione tecnologica sia un processo analogo all&#8217;evoluzione in biologia. Con un soggetto simile, il tono dell&#8217;articolo (purtroppo non lo trovo online) era stranamente vacuo, come se fosse più  interessato all&#8217;hype scientifico più che a presentare in modo equilibrato l&#8217;idea proposta nel contesto della discussione scientifica a cui contribuisce. In che cosa consiste esattamente una teoria evolutiva in biologia? Quali sono i suoi meccanismi fondamentali? Quali sono i loro analoghi nell&#8217;innovazione tecnologica, e possono funzionare nello stesso modo?  Cosa ne pensano i pari di Arthur, le persone con le quali egli discute? Nemmeno un cenno. Casualmente <a href="http://www.cottica.net/2010/01/11/buoni-propositi-per-il-2010-studiare-di-piu-leconomia-della-complessitato-dos-in-2010-study-more-complexity-economics/">ero con David</a>, che a questo problema ha dato contributi fondamentali; gli mostrato l&#8217;articolo e lui ha ricostruito la discussione per noi.</p>
<p>Tra distorsioni (su Craxi) e svuotamenti di significato (su Arthur) sono state letture davvero poco gratificanti. Dopo alcuni anni di quasi totale astinenza dai media mi sembra di avere preso la pillola rossa &#8211; come Neo in Matrix &#8211; e di essermi svegliato nel mondo reale. Grazie all&#8217;organizzazione di Morpheus e della resistenza posso rientrare in Matrix, ma non mi sembra più reale come prima; posso leggere i giornali, ma metterli in discussione mi è diventato istintivo. Li leggo con una distanza critica incomparabilmente superiore al passato: ed è Internet a renderla possibile. Ragione di più per non darla per scontata. </p>
<p>(Tra l&#8217;altro, Arthur stesso rimarca la differenza tra la teoria di Darwin e la propria <a href="http://www.newscientist.com/article/mg20327225.600-evolution-20-on-the-origin-of-technologies.html?page=2">qui</a>.)</p>
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		<title>Buoni propositi per il 2010: ridurre i viaggi di lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 07:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche nel 2009 per lavoro ho viaggiato molto. Troppo. Sto aspettando il secondo rapporto semestrale di Dopplr, ma credo di girare sui 100mila chilometri, con le conseguenze facilmente immaginabili in termini di inquinamento e congestione. La cosa buffa è che questi viaggi, con qualche eccezione, non sono davvero necessari. Le autostrade, le ferrovie e gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://farm1.static.flickr.com/124/321100379_ecb8707250.jpg"><img alt="" src="http://farm1.static.flickr.com/124/321100379_ecb8707250.jpg" title="Photo: joiseyshowaa @ flickr.com" class="alignnone" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Anche nel 2009 per lavoro ho viaggiato molto. Troppo. Sto aspettando il secondo rapporto semestrale di Dopplr, ma credo di girare sui 100mila chilometri, con <a href="http://www.cottica.net/2009/10/15/mezzo-hummer/">le conseguenze</a> facilmente immaginabili in termini di inquinamento e congestione. La cosa buffa è che questi viaggi, con qualche eccezione, non sono davvero necessari. Le autostrade, le ferrovie e gli aerei trasportano soprattutto informazione (o almeno è così per il traffico passeggeri). Beh, come modo di trasportare informazione l&#8217;A3 Salerno-Reggio Calabria, la tangenziale est a Milano e il Freccia Rossa Milano-Roma sono inefficienti in un modo assolutamente spettacolare. E&#8217; un po&#8217; come spingere una barca facendo esplodere dinamite a poppa e lasciandosi trasportare dall&#8217;onda d&#8217;urto dell&#8217;esplosione: funziona (un po&#8217;), ma è dannoso, pericoloso e molto, molto rozzo. </p>
<p><lang _it>Gli esperti di mobilità non hanno ancora capito una cosa assolutamente ovvia: il sostituto dell&#8217;auto non è l&#8217;auto elettrica o a idrogeno. Non è il trasporto pubblico urbano. E&#8217; internet, che sposta informazione senza spostare atomi (giusto qualche elettrone, che <a href="http://www.wolframalpha.com/input/?i=electron+weight">pesa mooolto meno di noi</a>). </p>
<p>Facciamo un patto, nell&#8217;interesse del pianeta e della nostra stessa serenità: compriamoci tutti quanti una cuffia con microfono da 20 euro, installiamo Skype e Second Life per quando vogliamo parlarci. Soprattutto, impariamo a coordinarci con i nostri colleghi usando di più la parola scritta &#8211; e asincrona &#8211; e di meno le chiacchiere, aiutandoci magari con qualche software di project management, e lavoriamo sereni dai nostri uffici nella nuvola. Viaggiamo, certo, ma facciamolo per vedere luoghi nuovi, o per abbracciare una persona amica. E aboliamo, finalmente, una tecnologia sociale davvero obsoleta, e che infatti odiano tutti: la riunione. </lang></p>
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		<title>Finire la maratona: una ragione per partecipare alla conversazione globale sull&#8217;innovazione</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 11:58:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mio amico Andrew Missingham sta lavorando alla strategia digitale dell&#8217;Arts Council England &#8211; che naturalmente, essendo una venerabile macchina governativa (inventata nientemeno che da John Maynard Keynes durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale), non ne ha mai avuta una e si sta chiedendo esattamente che obiettivi darsi. Secondo Andrew, l&#8217;ACE potrebbe pensarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://farm3.static.flickr.com/2403/2071586124_1a1ace4e6d.jpg"><img alt="" src="http://farm3.static.flickr.com/2403/2071586124_1a1ace4e6d.jpg" title="Photo: Thomas Fan @ Flickr" class="alignnone" width="500" height="334" /></a><br />
Il mio amico <a href="http://http://uk.linkedin.com/in/andrewmissingham">Andrew Missingham</a> sta lavorando alla strategia digitale dell&#8217;Arts Council England &#8211; che naturalmente, essendo una venerabile macchina governativa (inventata nientemeno che da John Maynard Keynes durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale), non ne ha mai avuta una e si sta chiedendo esattamente che obiettivi darsi. Secondo Andrew, l&#8217;ACE potrebbe pensarsi come una persona qualunque che decide di correre per la prima volta una maratona. Non importa quanto duramente si alleni, non ha nessuna possibilità di vincere: a vincere sarà Stefano Baldini o un altro atleta professionista. Ma, con concentrazione e dedizione &#8211; pur continuando ad andare in ufficio tutte le mattine &#8211; sarà in grado di partecipare in pienezza, riportandone l&#8217;esperienza di allenarsi per una maratona e tutta l&#8217;eccitazione del giorno di gara. Se dovesse incontrare Baldini, l&#8217;ACE sarà in grado di intavolare con lui una conversazione che &#8211; nel rispetto della sua superiorità atletica &#8211; ne ricomprenda la passione, le motivazioni, e la pressione a cui un grande maratoneta è soggetto.</p>
<p>Questo concetto di partecipazione a pieno titolo (&#8220;full participation&#8221;) mi sembra importante per capire le motivazioni di chi &#8211; senza essere MIT o Google o uno dei suoi grandi protagonisti &#8211; partecipa alla conversazione globale sull&#8217;innovazione. Io, per esempio, mi interesso di politiche pubbliche collaborative e user generated. Ho fatto diversi progetti piccoli e medi &#8211; come <a href="http://www.progettokublai.net">Kublai</a> &#8211; alcuni più di successo, altri meno. Il mio contributo alla crescita della disciplina è modesto ma non inutile, o così mi piace pensare. Non sono uno dei grandi guru alla Shirky o alla John Holland, il cui lavoro tutti, io per primo, seguiamo appassionatamente. Ma partecipo allo sforzo collettivo per una più compiuta conoscenza: mi sono allenato duramente, mi impegno, e <em>finirò la maratona</em> con dignità. Come per tanti atleti, sento che questo sforzo mi completa e rende la mia vita più interessante e, in qualche modo, più morale. De Coubertin sarebbe da rivalutare.</p>
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		<title>Imparare le scienze &#8211; e la spazzatura di Napoli in Second Life!</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 07:08:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Global Kids]]></category>
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		<description><![CDATA[Siccome sono di passaggio a New York ho pensato di passare a trovare Rik Panganiban a Global Kids. Raccomando il suo blog a chi si interessa a Second Life come ambiente di apprendimento e di coordinamento per azioni RL, è veramente una miniera. Global Kids si interessa di come costruire un futuro per i ragazzi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siccome sono di passaggio a New York ho pensato di passare a trovare Rik Panganiban a <a href="http://www.globalkids.org/">Global Kids</a>. Raccomando il suo <a href="http://www.betterverse.org">blog</a> a chi si interessa a Second Life come ambiente di apprendimento e di coordinamento per azioni RL, è veramente una miniera.</p>
<p>Global Kids si interessa di come costruire un futuro per i ragazzi delle periferie urbane più desolate, a forte rischio di esclusione. Uno degli obiettivi è insegnare loro matematica e scienze. Lo fanno in vari modi: uno di questi è usare Second Life. Nel video qui sotto, gli studenti <a href="http://www.holymeatballs.org/2008/06/science_in_second_life_student.html">esplorano una Napoli virtuale</a>, perseguitata dal problema della spazzatura come quella reale. Guardare il video è un&#8217;esperienza esaltante per le possibilità del mezzo (<a href="http://www.holymeatballs.org/2008/06/science_in_second_life_student.html">qui</a> alcuni commenti), e, per un italiano, stranamente umiliante. I ragazzi dei peggio quartieri di New York, quelli con il metal detector all&#8217;ingresso della scuola, che si impietosiscono per le condizioni allarmanti in Italia e dicono &#8220;bisogna fare qualcosa! Non avevo idea che la situazione fosse così brutta&#8221;. </p>
<p>Il <a href="http://www.holymeatballs.org/">blog dell&#8217;iniziativa sui media digitali</a> di Global Kids è una risorsa utile per chi si interessa di queste cose. </p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/hPrj5ojin_0&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/hPrj5ojin_0&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
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		<title>Libero wireless in libero Stato</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 07:16:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A ottobre Sergio Maistrello, con il solito stile sobrio, ha argomentato in modo convincente contro la proroga (la terza) del decreto Pisanu. Il succo è questo: chiunque offra connettività deve ottenere una licenza dalla Questura, identificare chi vi accede e custodire i dati sul traffico generato, a disposizione delle autorità di sicurezza. Questo non riguarda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/_fvMrX_7mzs&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/_fvMrX_7mzs&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>A ottobre Sergio Maistrello, con il solito stile sobrio, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/07/questanno-no-lasciate-scadere-la-legge-pisanu">ha argomentato</a> in modo convincente contro la proroga (la terza) del decreto Pisanu. Il succo è questo: chiunque offra connettività deve ottenere una licenza dalla Questura, identificare chi vi accede e custodire i dati sul traffico generato, a disposizione delle autorità di sicurezza. Questo non riguarda solo gli operatori commerciali, ma tutti noi: rende illegale, per esempio, tenere aperto il wi-fi di casa. </p>
<p>Il decreto Pisanu viene introdotto nel cosiddetto pacchetto sicurezza del 2005, in un clima influenzato dagli attentati di Londra e Madrid, per una durata di due anni. I governi in carica nel 2007 e nel 2008 l&#8217;hanno rinnovato. Investitori, aziende hi-tech e commentatori esperti di tecnologia sono assolutamente concordi nel dire che questa ha costi che non ci possiamo più permettere: inibisce modelli di business basati sulla connettività libera (dal semplice bar in zona universitaria che offre il wi-fi gratis ai propri clienti, ma non ha modo di identificarli e sorvegliarli, ad applicazioni di avanguardia: anche alcuni progettisti di Kublai desidererebbero percorrere questa strada) e approfondisce il digital divide che già ci divide dall&#8217;Europa. </p>
<p>MI unisco quindi ai tanti che chiedono che quest&#8217;anno il decreto Pisanu venga lasciato scadere. Tra le altre cose, impedisce ai ragazzi come quelli di <a href="http://ninux.org/">Ninux</a> di costruire un futuro accettabile per questo paese. (hat tip: Roldano De Persio). Se condividete questa posizione, potete coordinarvi con chi la pensa come noi via il <a href="http://www.facebook.com/home.php?#/group.php?gid=178038922819&#038;ref=ts">gruppo Facebook</a> e il <a href="http://wifight.wordpress.com/">blog</a>.</p>
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		<title>Epimenide rulez</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 07:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Clay Shirky]]></category>
		<category><![CDATA[Gionnipeppe]]></category>
		<category><![CDATA[paradosso di Epimenide]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;autorevolezza è diventata algoritmica: ci fidiamo di macchine come Pagerank, o processi sociali senza centro come Wikipedia, che filtrano l&#8217;informazione per noi senza fare riferimento alla superiore autorevolezza di un individuo. Io lo so, perché l&#8217;ha detto Clay Shirky. Ecco, l&#8217;ho linkato. E adesso scusate, devo andare a editare la voce &#8220;autorevolezza&#8221; di Wikipedia. [Omaggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;autorevolezza è diventata algoritmica: ci fidiamo di macchine come Pagerank, o processi sociali senza centro come Wikipedia, che filtrano l&#8217;informazione per noi senza fare riferimento alla superiore autorevolezza di un individuo. Io lo so, perché <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/11/a-speculative-post-on-the-idea-of-algorithmic-authority/">l&#8217;ha detto Clay Shirky</a>.  Ecco, l&#8217;ho linkato. E adesso scusate, devo andare a editare la voce &#8220;autorevolezza&#8221; di Wikipedia.</p>
<p>[Omaggio a <a href="http://www.gionnipeppe.it/">Gionnipeppe rules</a>] <img src='http://www.cottica.net/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </p>
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