industrie creative e sviluppo


Introduzione all’economia di #makers12

Ero un economista industriale molto tempo fa, quindi trovo rinfrescante immergermi nelle conseguenze economiche della rivoluzione makers. Il video qui sopra (9 minuti) è il mio talk a World Wide Rome, conferenza che ha proiettato il mondo makers dalle cantine al mainstream grazie alla formidabile trazione di Riccardo Luna. Il concetto principale è quello di tecnologia permissiva; solo tecnologie hackerabili sia legalmente che tecnicamente permettono l’innovazione di massa e dal basso che può riorganizzare l’economia manifatturiera su basi di decentralizzazione spinta. Se ti interessa saperne di più puoi leggere:

  • l’economia di Makers di Cory Doctorow (in inglese), un’analisi economica del romanzo eponimo di Doctorow. Doctorow l’ha letta e mi ha ringraziato, quindi immagino che non sia troppo distante dalla sua visione.
  • la maledizione di Schumpeter, un post che non parla del movimento makers ma illustra un punto chiave del mio talk: la distruzione creativa non è un modello di equilibrio, e la rivoluzione makers farà probabilmente parecchie vittime.

Il mio talk è stato molto applaudito dal pubblico in sala, prevalentemente di provenienza corporate o istituzionale. Questo mi ha stupito, visto che ho annunciato instabilità economica, obsolescenza dei modelli di business basati sulla proprietà intellettuale, pianto e stridor di denti. Immagino che voglia dire che siamo così immersi nell’ideologia dell’innovazione che riusciamo a rimuovere gli elementi di conflitto nella rivoluzione makers. In questo io sto con Doctorow: ci sarà conflitto, i diritti di proprietà intellettuale (brevetti) saranno il campo di battaglia principale, e i cattivi potrebbero vincere.

Una nota a margine della conferenza stessa: è stato un magnifico evento, molto bene organizzato e che ha avuto l’enorme merito di celebrare i makers, in primis l’inventore di Arduino Massimo Banzi. Ma ho anche una critica: ha mescolato i progetti dei makers (basati appunto su tecnologie permissive e open source, margini bassi e decentramento produttivo) da quelli delle grandi imprese come Olivetti e i clienti di Ideo e del CIID (basati su tecnologie proprietarie e non permissive, sotto il controllo di grandi imprese che fanno margini alti). Del resto, questo spazio è ancora nuovo. Impareremo.

marzo 19, 2012     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

Semi che germogliano: la lunga marcia di Visioni Urbane

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Era il 2007 quando ho iniziato a lavorare a Visioni Urbane, un progetto della Regione Basilicata che si proponeva di realizzare alcuni spazi per la cultura. Nel gruppo di lavoro rappresentavo il Ministero dello sviluppo economico; il mio compito era di spingere il progetto nella direzione di investire molto sulle competenze creative e imprenditoriali invece che nella costruzione di edifici.

I risultati di Visioni Urbane hanno superato le migliori previsioni. Il progetto – almeno per ora – ha avuto successo: la scena creativa lucana, in precedenza divisa da una cultura di sospetto reciproco, ha collaborato con generosità e competenza con la Regione per progettare una rete di nuovi centri per la cultura. Quattro di questi sono stati anche realizzati, non costruendo nuovi edifici ma recuperando edifici pubblici esistenti ma in decadenza e non utilizzati (in questo modo, circa 3 milioni di euro di nuovi investimenti in mattoni hanno messo a valore 10 milioni di euro di investimenti pubblici già effettuati), mentre un quinto, a causa di problemi strutturali insanabili, ha dovuto essere demolito ed è attualmente in corso di ricostruzione. La gestione di tutti e quattro i centri completati è stata messa a bando; in tre casi è già stata assegnata, mentre il quarto bando scade a gennaio. Due dei tre bandi già assegnati sono stati vinti da consorzi di associazioni e piccole imprese della comunità di creativi raccolta intorno al progetto.

Questi sono già ottimi risultati. Ma ancora più notevole è il fallout di Visioni Urbane: il piccolo gruppo di funzionari che lo ha condotto, e che risponde direttamente al Presidente della Regione, ha esteso l’approccio del progetto ad altre policies, parzialmente integrate con VU stesso. A quanto ne so io:

  • la rete di coordinamento tra i centri immaginata per Visioni Urbane si è evoluta in una fondazione di comunità, partecipata dalle associazioni e le imprese della comunità creativa, da diversi enti locali e dalla Fondazione per il Sud (che funziona da acceleratore, perché raddoppia la dotazione finanziaria raccolta dagli altri soci). La comunità appoggia energicamente questa operazione.
  • la linea di apertura a collaborazioni nazionali e internazionali di VU ha attecchito; i bandi per lo startup dei centri saranno aperti anche a soggetti esterni al territorio.
  • il gruppo di VU è stato protagonista nel lanciare la candidatura di Matera a capitale europea della cultura nel 2019. La responsabile del progetto e il direttore vengono entrambi dall’esperienza di Visioni Urbane.
  • la Basilicata ha costituito una film commission negli ultimi mesi del 2011. La comunità creativa ha chiesto più volte che il metodo molto partecipato di Visioni Urbane venisse applicato anche in quel caso. Non sono sicuro, però, che questo sia effettivamente accaduto.

Visioni Urbane è stato un progetto generativo. Nei primi tempi è stato necessario fare un investimento iniziale di attenzione, tempo e libertà. Attenzione ai dettagli, per imparare a fare fruttare al massimo ogni occasione e ogni euro di denaro pubblico; e tempo e libertà di azione per crescere, esplorare le alternative a disposizione, rimettere in discussione il proprio modo di pensare la policy (ne ho parlato nel mio libro). Questo ha ridotto, inizialmente, l’efficienza amministrativa misurata in velocità di spesa (ci abbiamo messo diversi anni a spendere quattro milioni di euro), ma ha lasciato all’amministrazione nuovi strumenti per analizzare e per fare. In tempi di crisi e di risorse calanti, è un pensiero che mi dà speranza.

gennaio 2, 2012     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     comment

Tre futuri per Kublai

Oggi si tiene il Kublai Camp 2011, il terzo in tutto e il primo a cui non posso partecipare. L’amico Tito Bianchi del Ministero dello Sviluppo Economico mi ha chiesto un breve video in cui dico come vorrei che fosse Kublai tra tre anni. Ecco fatto: delineo tre futuri possibili, due che mi piacciono e uno che non mi piace. E sono:

  1. un onesto pensionamento alla fine del prossimo ciclo.
  2. la devoluzione di Kublai alla comunità dei kublaiani, mantenendone la missione pubblica.
  3. entrenchment e slittamento verso una specie di sportello di impresa online. Questo esito mi sembra poco interessante e poco adatto allo Stato centrale, e credo che andrebbe evitato con cura.

Sono curioso di vedere come va a finire.

(Info su Kublai qui)

settembre 24, 2011     Alberto     e-government 2.0, industrie creative e sviluppo     comment

VRBAN: un progetto comunale fa nascere un’impresa creativa

Nel 2005 il Comune di Verona stava consultando la cittadinanza sul piano strategico, e i giovani non facevano mistero di considerare gli impegni presi dall’amministrazione poco più che chiacchiere: “siamo sempre alla prima riunione” come ho sentito dire a un ragazzo all’assessore alle politiche giovanili durante un’assemblea pubblica. In questo contesto, mi viene chiesto di aiutare le associazioni culturali della città, tra loro in rapporti piuttosto tesi, a mettersi insieme per organizzare un evento che desse il segno di una nuova collaborazione tra i giovani e il Comune, che ci metteva una piccola somma (30.000 euro).

Le associazioni culturali nelle città medie e piccole si odiano quasi sempre. Per forza: sono impegnate in una concorrenza a somma zero per i fondi stanziati da enti pubblici e fondazioni bancarie (dove ci sono), oltretutto assegnati con criteri non sempre trasparenti. Ogni euro che prendo io è un euro che non prendi tu. La concorrenza si gioca sul tirare dalla propria parte i finanziatori. Questo genera un clima di sfiducia diffusa. Coinvolgere un esterno come me doveva essere una garanzia che questa partita sarebbe andata diversamente: questo piccolo fondo aggiuntivo rispetto alle somme già stanziate è condizionato al fatto che i creativi veronesi esprimano e realizzino un progetto comune.

È stata la mia prima vera esperienza di creazione di una comunità. Ho creato una mailing list (cosa pretendete, mica c’era Facebook nel 2005) e preteso che tutto il possibile passasse da lì, con le proposte scritte e visibili a tutti; ho costretto il personale del Comune a riunioni che cominciavano alle sette di sera, per dare modo al mondo dell’associazionismo di partecipare senza compromettere il loro lavoro; ho perfino convinto un assessore, Giancarlo Montagnoli, e una dirigente, Maria Gallo, a concludere tutte le riunioni all’osteria di fianco al palazzo del Comune, insieme ai ragazzi delle associazioni. Ho scoperto il potere della trasparenza e dell’informalità: i progressi più importanti si facevano quasi sempre all’osteria, quando la gente abbassava la guardia e andava a ruota libera, non in riunione. Alla fine l’evento si è fatto: si riappropriava di spazi come l’ex zoo ai bastioni della città; incarnava un’idea di Verona più libera e creativa, con le sfilate di moda africana, i contest di writers, e il mitico bus-discoteca che vedete nel video. L’hanno chiamato VRBAN, ed è stato un successo clamoroso. Molte persone che hanno partecipato al processo hanno scoperto le une nelle altre colleghi capaci e degni di rispetto, con cui può anche essere bello collaborare.

Di recente sono tornato a Verona per un concerto e ho rivisto alcune di quelle persone. E – sorpresa! VRBAN esiste ancora, ed è diventato l’evento principale dell’estate veronese, con migliaia di partecipanti. È arrivato alla sesta edizione; è interamente finanziato da ricavi propri e sponsor privati (la nuova amministrazione di centrodestra gli fornisce comunque alcuni servizi); viene progettato e gestito da alcuni dei ragazzi del 2005, nel frattempo diventati professionisti degli eventi culturali (Alessandro, Fabio) e della comunicazione (Ale); ha perfino dato vita alla rete italiana dei festival musicali ecosostenibili. È un pezzo di economia e cultura cittadina. Che soddisfazione! Intendiamoci, il merito è loro. Ma il Comune ha fatto la sua parte, e il mio aiuto a qualcosa penso sia servito.

Quindi, se passate da Verona a giugno andate a VRBAN e chiedete di Alessandro Formenti, Fabio Fila o Ale Biti e fatevi raccontare. E fatevi una birra alla mia salute. :-)

febbraio 23, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     1 comment

Economista, ma concreto: Visioni Urbane consegna il prodotto (con contorno di Wikicrazia)

Gli economisti hanno fama di tendere al ragionamento astratto più che alla concretezza dell’azione. C’è un po’ di verità in questo luogo comune, tanto che nei dipartimenti di economia fiorisce il sottogenere delle barzellette sugli economisti. Questa, per esempio:

Un economista, dopo un naufragio, si ritrova su un’isola deserta. Si guarda intorno e vede una cassa di legno depositata sulla spiaggia dalla marea. La apre: è piena di scatolette di cibo, nutriente e a lunghissima conservazione! Purtroppo non ha nessuno strumento per aprirle: è forse condannato a morire di fame seduto di fronte a tutto quel cibo? L’economista non si perde d’animo e affronta il problema così: “Ipotizziamo di avere un apriscatole…”

Molti di noi soffrono per la mancanza di concretezza associata talvolta alla nostra professione. Per questo sono così contento di andare a Potenza venerdì 4: perché tre anni e mezzo fa il Ministero dello sviluppo economico mi ha chiesto di assistere la Regione Basilicata nell’elaborazione di una politica di spazi laboratorio per la creatività. Io ho insistito per prendere la strada, lunga e accidentata, del coinvolgimento dei creativi lucani; e oggi, finalmente, il primo spazio (si chiama Cecilia) è pronto, e gli altri quattro sono in consegna. Non solo gli spazi sono stati coprogettati insieme ai creativi di quel territorio; non solo sono sorretti da un’analisi dettagliata di quali imprese e associazioni creative, su quei territori, intendono fare con quegli spazi; ma sono integrati con un bando-tipo per l’assegnazione della gestione, concordato con i Comuni competenti, e con un modello di governance regionale delle politiche culturali.

Il progetto si chiama Visioni Urbane. Ne ho parlato spesso in questo blog. Mi dicono che ultimamente è diventato una specie di bandiera dell’amministrazione regionale; tanto che le associazioni chiedono ora lo stesso tipo di coinvolgimento in altre politiche, come l’istituzione della Film Commission, e la stessa amministrazione, forte del buon rapporto di collaborazione con i creativi, si è impegnata per lanciare la candidatura di Matera come capitale europea della cultura 2019. Non è un caso che la coordinatrice del progetto di candidatura sia Rossella Tarantino, il referente di VU, e che anche il direttore scientifico, Paolo Verri, sia stato “pescato” dalle personalità che hanno collaborato con VU.

Di Visioni Urbane parlo molto nel mio libro Wikicrazia, e l’inaugurazione di Cecilia conterrà, tra le altre cose, una presentazione del libro. Ma quello è il meno: pregusto l’emozione di toccare con mano una policy che ho contribuito a progettare, e che è diventata molto concreta, tanto che mi ci posso sedere dentro per ascoltare un concerto. Per un economista è una soddisfazione relativamente rara.

gennaio 31, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     1 comment

798 Art District: gli amori difficili tra arte e mercato

Un luogo interessante che ho visitato recentemente è il distretto artistico 798 a Pechino. Si tratta di un grande complesso industriale per la produzione di componenti elettronici (soprattutto transistors) costruito negli anni Cinquanta dal governo cinese in collaborazione con quello della Repubblica Democratica Tedesca. Parzialmente dismesso in quanto fabbrica a partire dagli anni Ottanta, 798 ha conosciuto una seconda vita a partire dal 1995 (o 2000, secondo altre fonti), quando artisti e gallerie d’arte hanno cominciato a stabilirsi nei capannoni abbandonati, attratti dall’ampia disponibilità di spazi a costi molto bassi e dal fascino della costruzione in stile Bauhaus voluta dagli ingegneri tedeschi. Nei primi anni Duemila si è trasformato in una specie di utopia artistica: un luogo assolutamente affascinante, dove artisti e galleristi vivono e lavorano insieme agli operai delle fabbriche ancora in attività del complesso. Grazie al fatto che c’è tantissimo spazio (è grande quanto un piccolo paese), i protagonisti della rinascita di 798 si sono potuti sbizzarrire, disseminandolo di ironiche statue di Mao, dinosauri di ceramica, finte cabine del telefono, robottoni da combattimento in stile manga alti dieci metri realizzati con rottami metallici (i miei preferiti); e anche ospitando concerti, rave e performance (un luogo amato per questo è la suggestiva Originality Square), festival di cinema come il newyorkese Tribeca. Oggi 798 è di gran lunga il luogo più importante – anche economicamente – della nascente arte contemporanea cinese (che è già un bel business: nell’arco del 2007 il solo Zhang Xiaogang ha venduto dipinti per 57 milioni di dollari). Ovviamente sono fioriti caffè, ristoranti, e negozi con un penchant artistoide.

Sarebbe davvero affascinante potere studiare in dettaglio le dinamiche di crescita di 798, soprattutto adesso che l’esperimento di Visioni Urbane si avvia alla conclusione con la consegna degli spazi creativi che abbiamo progettato e commissionato insieme, e la loro assegnazione alle cordate di imprese e associazioni che li gestiranno. Per ora annoto le riflessioni sparse che mi sono venute dalla visita e dalla lettura di libri e documenti sull’esperienza.

  • L’estetica conta. Da economista, ho sempre pensato che gli spazi industriali abbandonati sono interessanti per l’impresa creativa perché costano poco, e perché – essendo esteticamente neutri – puoi trasformarli in quello che vuoi, da laboratorio asettico a caverna steampunk. Invece i pareri che ho raccolto sono concordi sul fatto che 798 ha attirato gli artisti perché ha un’estetica unica, e la cura messa nella sua progettazione (per esempio: i tetti “a dente di sega” e finestre rivolte a nord per massimizzare la luce naturale senza che questa producesse ombre) è incomparabile con quella di altre fabbriche costruite in Cina nello stesso periodo.
  • La crescita organica ha una marcia in più. 798 accoglie una grande varietà di opere e di organizzazioni, ma al tempo stesso è chiarissima una coesione estetica e socioeconomica di fondo: sembra una formazione di corallo, in cui le varie specie competono, cooperano e si scambiano informazione in una continua danza di coevoluzione. Una pianificazione dall’alto non ha nessuna possibilità di produrre una cosa del genere. Questo non esclude un ruolo del policy maker nella creazione di un distretto artistico, ma consiglia per esso il ruolo di mettere in modo l’evoluzione, non quello di prendere decisioni sugi esiti. Un esempio si ritrova nella storia stessa di 798: l’evento da cui nasce la nuova fase della vita del distretto è l’occupazione temporanea di una delle ex fabbriche da parte dell’Accademia Centrale d’Arte di Pechino, avvenuta nel 1995. L’Accademia era solo in cerca di spazi laboratoriali a buon mercato mentre traslocava da una vecchia sede a una più nuova, ma questo evento ha portato molti artisti e studenti d’arte a esplorare l’area. Il preside della facoltà di scultura Sui Jianguo rimase così affascinato dal luogo da trasferirvi il proprio studio, uno dei primi artisti noti a traslocare.
  • Il successo di un distretto artistico ne mette in pericolo la credibilità e la sostenibilità. Mentre grandi aziende cominciano ad organizzare propri eventi a 798 in cerca del cool effect, molti artisti lamentano il rapido aumento dei costi degli affitti e temono la mercificazione eccessiva. E in effetti, molte opere esposte nelle tantissime gallerie del distretto mostrano una tendenza inquietante a riprendere in chiavi diverse l’iconografia del comunismo cinese: statue di Mao, libretti rossi e stelle rosse. Perché? Perché i riferimenti al comunismo cinese costellano il lavoro degli artisti che vendono molto e hanno molto successo, come Zeng Fanzhi o il citato Zhang Xiaogang. La pressione sugli affitti, naturalmente, aumenta l’incentivo all’imitazione, e priva gli artisti e le gallerie dello spazio mentale per sviluppare nuovi prodotti. Molti osservatori temono il collasso dell’attuale ecosistema e la trasformazione di 798 in una specie di ipermercato dell’arte contemporanea cinese.
  • Se il successo economico ottenuto dal distretto è eccessivo rispetto alle esigenze della creazione artistica, è però insufficiente a proteggere 798 dalla speculazione immobiliare. Quell’area, un tempo periferica, si trova oggi sul corridoio strategico che collega il centro della città al nuovo aeroporto, ed è naturalmente oggetto di pressioni a demolire il complesso industriale per saziare la fame di residenzialità dei 13 milioni di abitanti, in crescita, della capitale cinese. Il proprietario di 798 è Sevenstar, una società a capitale pubblico creata dalle fabbriche superstiti dell’area a cui il governo ha assegnato la responsabilità di gestire le vecchie fabbriche. Qui c’è un chiaro problema di governance: il mandato della società è in termini puramente finanziari, e i suoi vertici hanno l’obbligo di massimizzare la redditività dei terreni a loro affidati. L’alleanza tra proprietà e artisti ha retto fintanto che questi erano gli unici disposti a pagare un prezzo – anche se basso – per affittare le fabbriche abbandonate: appena queste sono diventate appetibili per soggetti eocnomicamente solidi le tensioni tra proprietà e artisti sono diventate molto forti. Nel 2005, le istituzioni artistiche di Pechino sono riuscite a convincere il governo che, nell’imminenza delle Olimpiadi del 2008, la città aveva bisogno di una vetrina artistica più che di qualche altro migliaio di appartamenti. L’anno successivo le autorità cittadine hanno istituito nell’area il primo “distretto centralizzato per la creatività culturale”. Niente bulldozers: al contrario, le strade sono state ripavimentate, l’illuminazione urbana rinnovata, e la gentrification (da noi si direbbe “infighettamento”), accelerato, insieme alla crescita degli affitti.

Questa è la Cina: a decidere, alla fine, è il governo – e in questo caso è difficile non applaudire la sua decisione. L’economista resta con il dubbio che l’economia di mercato sia destinata a stringere l’arte tra l’incudine della eccessiva commercializzazione e il martello dell’insufficiente redditività. Il che equivarrebbe a dire, temo, che l’economia dell’arte – una volta depurata dei sussidi pubblici palesi e nascosti e del wishful thinking – non esiste, e che arte e mercato possono vivere in simbiosi nel breve periodo, ma alla resa dei conti sono incompatibili.

gennaio 18, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo     1 comment

The waste land: la maledizione di essere creativi

Quando mi sono messo a fare il musicista professionista – era la metà dei ’90 – i miei genitori non hanno esattamente stappato lo champagne. Rispettavano il mio percorso (non che avessero molta scelta), ma temevano che sarebbe stato faticoso, forse anche doloroso.

In effetti, l’economia creativa rende il mondo un luogo molto più brillante, colorato, piacevole. Ci stimola tutti quanti, e dà a chi riesce ad affermarvisi un ruolo davvero invidiabile, quello di chi riesce ad affermarsi percorrendo strade insolite, scommettendo sulla propria unicità, facendo mosse inaspettate che il normale mercato del lavoro non sa come valutare. Ma tutto questo ha un prezzo: per ogni successo ci devono essere almeno dieci fallimenti. Più persone ci proveranno, più saranno quelli che hanno successo, e meglio andranno le cose per tutti noi: ma il crescente incoraggiamento ai giovani a provarci, il fiorire dei premi per la creatività e degli aggregatori di talenti moltiplica anche il numero dei fallimenti. Alcune persone falliscono il primo e magari anche il secondo progetto, fanno tesoro di queste esperienze e indovinano il terzo: ma, inevitabilmente, sono molti più quelli che, dopo uno o più fallimenti, abbandonano il campo, e devono ripensarsi, reinventare un’identità meno intrigante di quella di creativo. Fatevelo dire da uno che ha passato veramente tanto tempo a chiedersi “ma sarò capace? mi sto illudendo sulle mie capacità? a chi interessa davvero ciò che sto facendo?”: è un processo che ha un costo umano notevolmente alto.

E quindi, quando leggo una storia come quella di Walter Giacovelli, ci rimango male. Fare impresa creativa già è difficile in condizioni ottimali: con il sistema paese che rema contro diventa quasi impossibile. Walter, comprensibilmente esasperato dalla galleria degli orrori che fa da sfondo al suo percorso (presenta un progetto sui social media e gli dicono che quell’anno si finanziano solo progetti sull’agricoltura; lavora per IG Students, ma il programma chiude senza pagare i collaboratori; è sempre troppo precoce, o troppo anziano, o “non presenta i requisiti di soggetto svantaggiato”) è arrivato a darsi un ultimatum: o si parte entro cento giorni, o si ammaina la bandiera.

Onore alla bandiera, comunque andrà. So bene che non si possono eliminare le sconfitte dal sistema senza fermarlo del tutto, e so anche che alle sconfitte si sopravvive e si va avanti. Lo so sulla mia pelle, perché le ho subite anch’io (questa, per esempio). Però si può e si deve pretendere da noi, che progettiamo e attuiamo le politiche per la creatività, che ci accostiamo con rispetto ed empatia alle persone che, là fuori, lottano e sognano, e spesso pagano salato. Che ci interroghiamo sempre sul senso di quello che stiamo facendo. Che non ci creiamo microfeudi, non chiediamo esclusive, non pensiamo mai di avere capito tutto. Che non ci abbandoniamo alla retorica (io comincio a stancarmi di sentire ripetere a caso “creatività”, “giovani”, “talento”, “innovazione”). E che sfruttiamo al massimo ogni euro, ogni minuto di tempo per cercare di mettere tutti in condizioni di provarci al meglio.

Niente di nuovo, lo so. Ma tenere la guardia alta è utile anche se non è nuovo.

dicembre 16, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     9 comments

Un mese da diavolo straniero

Il 24 dicembre derogherò ai rituali natalizi per partire per la Cina. Conto di rimanerci quasi un mese, fino a metà gennaio. Sono curioso di questo paese sterminato sia nello spazio (è molto grande e popoloso) sia nel tempo (è molto antico, e sembra deciso a giganteggiare nel futuro), e vorrei saperne di più. Farò base a Shanghai, ma spero di visitare anche Pechino, Shenzhen, e Hong Kong.

Mi piacerebbe approfittare dell’occasione per incontrare persone interessanti che vivono in Cina, che siano cinesi o “diavoli stranieri” (ci chiamano così, pare) espatriati, e condividere con loro qualche idea. In particolare, mi piacerebbe conoscere esperti/e di sviluppo regionale e di industrie creative, soprattutto dal lato delle politiche pubbliche (funzionari governativi o simili). Se hai dei contatti in quelle città da suggerirmi, ti sono grato se ti metti in contatto con me. Mi trovi su tutti i social network principali (tranne Baidu, dovrò rimediare), o puoi scrivermi a alberto[chiocciola]cottica[punto]net.

dicembre 9, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo, La vita, l'universo e tutto quanto     6 comments

Wikicrazia in Puglia con Vendola e un confronto sulle politiche per la creatività

Sono in partenza per la Puglia, per un giro di appuntamenti legati in un modo o nell’altro alle politiche pubbliche in rete. Sono particolarmente contento perché mi darà modo di ritrovare vecchi compagni d’armi e incontrare persone per me nuove e interessanti. Giovedì 2 dicembre mi trovate a Barletta: presento il libro al circolo ARCI Carlo Cafiero insieme a Luigi Pannarale, un sociologo intelligente e curioso.

Venerdì 3 sarò al Festival dell’Innovazione di Bari: al mattino mi aspetta una conversazione sul tema della creatività digitale con Nichi Vendola, presidente della Regione; Vincenzo Vita, presidente della commissione istruzione del Senato; Francesco Morace, sociologo attivo nella consulenza aziendale, presidente di Future Concept Lab; e soprattutto il blogger e scrittore Giuseppe Granieri, con cui lavorammo al primo anno di Kublai.

Al pomeriggio, sempre al Festival dell’Innovazione, faremo una riflessione sulle politiche per la creatività, viste dal laboratorio del Sudest italiano attraverso il filtro di Wikicrazia e del ruolo della collaborazione di massa online: e lo faremo a partire da esperienze concrete e che conosco bene. Annibale D’Elia ci racconterà il progetto Bollenti Spiriti della Regione Puglia; Rossella Tarantino ci racconterà del progetto Visioni Urbane, della Regione Basilicata, simile al cugino pugliese negli obiettivi, ma completamente diverso nell’attuazione; e il vulcanico Walter Giacovelli ci dirà di Kublai, in particolare della sua attivissima colonna sudorientale. Mi aspetto che partecipino molti creativi, mi piacerebbe provare, insieme a chi ci sarà, a immaginare la prossima generazione di politiche per la creatività. Quindi portate post-it e block notes, perché a chi viene sarà chiesto non solo di ascoltare, ma anche di dare una mano a progettare!

Informazioni qui.

dicembre 1, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     2 comments

Una nuova sfida: con il Consiglio d’Europa per l’innovazione sociale

Da qualche settimana ho l’onore di fare parte di un advisory group del Consiglio d’Europa. Si chiama “Creazione di posti di lavoro di qualità attraverso le reti” (dove le reti in questione sono sociali, non telematiche), e fa riferimento alla Divisione Ricerca e Sviluppo sulla Coesione Sociale. È un gruppo davvero interessante: alcuni dei componenti rappresentano governi nazionali (per esempio quelli tedesco, austriaco e norvegese) o enti locali (come il County Council Northumberland in UK, o il Comune di Getafe in Spagna); altri, completamente diversi, rappresentano reti quasi pirata che si adoperano per cambiare il mondo. C’è la Transition Network (nata in UK, ma ormai globale) , che tenta di aumentare l’autosufficienza alimentare, energetica e culturale delle comunità locali; c’è l’italiana Solidarete, che lavora per internazionalizzare le imprese sociali; ci sono i laconici e immaginosi ingegneri dell’Aeroe Energy and Environment Office, che riescono a generare localmente il 40% del fabbisogno energetico di una piccola isola danese. Le esperienze italiane sono le più numerose! Per una volta siamo all’avanguardia di qualcosa di importante. Io lavorerò soprattutto con Jean-Louis Laville, studioso dell’economia sociale tradotto in molte lingue, tra cui l’italiano.

Lavoreremo soprattutto sull’innovazione sociale, e di quali politiche possono aiutarla a svilupparsi. Sento che questo è un tema centrale: stanno emergendo nuovi soggetti che sanno muoversi sul mercato, ma usano il loro agire economico per obiettivi collettivi o addirittura sistemici. Questa è una novità che potrebbe avere conseguenze di portata vastissima in un’economia che, grazie alla collaborazione di massa abilitata da Internet, sta diventando sempre più efficace nella produzione di beni pubblici. Jean-Louis e io abbiamo l’incarico di cercare di capire come integrare questo tema nelle politiche mainstream; e questo pone il problema di come fanno i governi a imparare cose nuove, a integrare temi nuovi, e in definitiva a cambiare strada. Magari lo sapessi! Per ora ho la testa piena di domande, e forse una proposta per dove andare a cercare qualche brandello di risposte. Qui sopra ci sono le slides della mia presentazione del 4 ottobre.

ottobre 14, 2010     Alberto     complexity economics, industrie creative e sviluppo     5 comments

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