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	<title>Contrordine compagni &#187; industrie creative e sviluppo</title>
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	<description>Il blog di Alberto Cottica: creatività e economia nella grande rete</description>
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		<title>Semi che germogliano: la lunga marcia di Visioni Urbane</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 08:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Era il 2007 quando ho iniziato a lavorare a Visioni Urbane, un progetto della Regione Basilicata che si proponeva di realizzare alcuni spazi per la cultura. Nel gruppo di lavoro rappresentavo il Ministero dello sviluppo economico; il mio compito era di spingere il progetto nella direzione di investire molto sulle competenze creative e imprenditoriali invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/46208300@N06/5463207574/" title="08 di Drugo starsailor, su Flickr"><img src="http://farm6.staticflickr.com/5175/5463207574_a4d64df4bf.jpg" width="500" height="333" alt="08"></a></p>
<p>Era il 2007 quando ho iniziato a lavorare a <a href="http://www.visioniurbanebasilicata.net">Visioni Urbane</a>, un progetto della Regione Basilicata che si proponeva di realizzare alcuni spazi per la cultura. Nel gruppo di lavoro rappresentavo il Ministero dello sviluppo economico; il mio compito era di spingere il progetto nella direzione di investire molto sulle competenze creative e imprenditoriali invece che nella costruzione di edifici.</p>
<p>I risultati di Visioni Urbane hanno superato le migliori previsioni. Il progetto – almeno per ora – ha avuto successo: la scena creativa lucana, in precedenza divisa da una cultura di sospetto reciproco, ha collaborato con generosità e competenza con la Regione per progettare una rete di nuovi centri per la cultura. Quattro di questi sono stati anche realizzati, non costruendo nuovi edifici ma recuperando edifici pubblici esistenti ma in decadenza e non utilizzati (in questo modo, circa 3 milioni di euro di nuovi investimenti in mattoni hanno messo a valore 10 milioni di euro di investimenti pubblici già effettuati), mentre un quinto, a causa di problemi strutturali insanabili, ha dovuto essere demolito ed è attualmente in corso di ricostruzione. La gestione di tutti e quattro i centri completati è stata messa a bando; in tre casi è già stata assegnata, mentre il quarto bando scade a gennaio. Due dei tre bandi già assegnati sono stati vinti da consorzi di associazioni e piccole imprese della comunità di creativi raccolta intorno al progetto. </p>
<p>Questi sono già ottimi risultati. Ma ancora più notevole è il fallout di Visioni Urbane: il piccolo gruppo di funzionari che lo ha condotto, e che risponde direttamente al Presidente della Regione, ha esteso l&#8217;approccio del progetto ad altre policies, parzialmente integrate con VU stesso. A quanto ne so io:</p>
<ul>
<li>la rete di coordinamento tra i centri immaginata per Visioni Urbane si è evoluta in una fondazione di comunità, partecipata dalle associazioni e le imprese della comunità creativa, da diversi enti locali e dalla Fondazione per il Sud (che funziona da acceleratore, perché raddoppia la dotazione finanziaria raccolta dagli altri soci). La comunità <a href="http://www.visioniurbanebasilicata.net/2011/11/29/facciamo-fondazione-lappello-dei-creativi-di-vu/">appoggia energicamente</a> questa operazione.</li>
<li>la linea di apertura a collaborazioni nazionali e internazionali di VU ha attecchito; i bandi per lo startup dei centri <a href="http://www.visioniurbanebasilicata.net/international-partners-wanted/">saranno aperti</a> anche a soggetti esterni al territorio. </li>
<li>il gruppo di VU è stato protagonista nel lanciare la candidatura di Matera a <a href="http://www.matera-basilicata2019.it/en/chi-siamo.html">capitale europea della cultura nel 2019</a>. La responsabile del progetto e il direttore vengono entrambi dall&#8217;esperienza di Visioni Urbane.</li>
<li>la Basilicata ha costituito una film commission negli ultimi mesi del 2011. La comunità creativa ha chiesto più volte che il metodo molto partecipato di Visioni Urbane venisse applicato anche in quel caso. Non sono sicuro, però, che questo sia effettivamente accaduto.</li>
</ul>
<p>Visioni Urbane è stato un progetto generativo. Nei primi tempi è stato necessario fare un investimento iniziale di attenzione, tempo e libertà. Attenzione ai dettagli, per imparare a fare fruttare al massimo ogni occasione e ogni euro di denaro pubblico; e tempo e libertà di azione per crescere, esplorare le alternative a disposizione, rimettere in discussione il proprio modo di pensare la policy (ne ho parlato <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">nel mio libro</a>). Questo ha ridotto, inizialmente, l&#8217;efficienza amministrativa misurata in velocità di spesa (ci abbiamo messo diversi anni a spendere quattro milioni di euro), ma ha lasciato all&#8217;amministrazione nuovi strumenti per analizzare e per fare. In tempi di crisi e di risorse calanti, è un pensiero che mi dà speranza.</p>
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		<title>Tre futuri per Kublai</title>
		<link>http://www.cottica.net/2011/09/24/three-futures-for-kublai/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 10:49:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi si tiene il Kublai Camp 2011, il terzo in tutto e il primo a cui non posso partecipare. L’amico Tito Bianchi del Ministero dello Sviluppo Economico mi ha chiesto un breve video in cui dico come vorrei che fosse Kublai tra tre anni. Ecco fatto: delineo tre futuri possibili, due che mi piacciono e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/9w7-3GebKdg?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Oggi si tiene il <a href="http://www.progettokublai.net/kublai-camp-2011-2/">Kublai Camp 2011</a>, il terzo in tutto e il primo a cui non posso partecipare. L’amico Tito Bianchi del Ministero dello Sviluppo Economico mi ha chiesto un breve video in cui dico come vorrei che fosse Kublai tra tre anni. Ecco fatto: delineo tre futuri possibili, due che mi piacciono e uno che non mi piace. E sono: </p>
<ol>
<li>un onesto pensionamento alla fine del prossimo ciclo. </li>
<li>la devoluzione di Kublai alla comunità dei kublaiani, mantenendone la missione pubblica.</li>
<li><em>entrenchment</em> e slittamento verso una specie di sportello di impresa online. Questo esito mi sembra poco interessante e poco adatto allo Stato centrale, e credo che andrebbe evitato con cura.</li>
</ol>
<p>Sono curioso di vedere come va a finire.</p>
<p>(Info su Kublai <a href="http://goo.gl/vp25D">qui</a>)</p>
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		<title>VRBAN: un progetto comunale fa nascere un&#8217;impresa creativa</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 08:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/iXJ_5tjXp0A?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Nel 2005 il Comune di Verona stava consultando la cittadinanza sul piano strategico, e i giovani non facevano mistero di considerare gli impegni presi dall&#8217;amministrazione poco più che chiacchiere: &#8220;siamo sempre alla prima riunione&#8221; come ho sentito dire a un ragazzo all&#8217;assessore alle politiche giovanili durante un&#8217;assemblea pubblica. In questo contesto, mi viene chiesto di aiutare le associazioni culturali della città, tra loro in rapporti piuttosto tesi, a mettersi insieme per organizzare un evento che desse il segno di una nuova collaborazione tra i giovani e il Comune, che ci metteva una piccola somma (30.000 euro). </p>
<p>Le associazioni culturali nelle città medie e piccole si odiano quasi sempre. Per forza: sono impegnate in una concorrenza a somma zero per i fondi stanziati da enti pubblici e fondazioni bancarie (dove ci sono), oltretutto assegnati con criteri non sempre trasparenti. Ogni euro che prendo io è un euro che non prendi tu. La concorrenza si gioca sul tirare dalla propria parte i finanziatori. Questo genera un clima di sfiducia diffusa. Coinvolgere un esterno come me doveva essere una garanzia che questa partita sarebbe andata diversamente: questo piccolo fondo aggiuntivo rispetto alle somme già stanziate è condizionato al fatto che i creativi veronesi esprimano e realizzino un progetto comune. </p>
<p>È stata la mia prima vera esperienza di creazione di una comunità. Ho creato una mailing list (cosa pretendete, mica c&#8217;era Facebook nel 2005) e preteso che tutto il possibile passasse da lì, con le proposte scritte e visibili a tutti; ho costretto il personale del Comune a riunioni che cominciavano alle sette di sera, per dare modo al mondo dell&#8217;associazionismo di partecipare senza compromettere il loro lavoro; ho perfino convinto un assessore, Giancarlo Montagnoli, e una dirigente, Maria Gallo, a concludere tutte le riunioni all&#8217;osteria di fianco al palazzo del Comune, insieme ai ragazzi delle associazioni. Ho scoperto il potere della trasparenza e dell&#8217;informalità: i progressi più importanti si facevano quasi sempre all&#8217;osteria, quando la gente abbassava la guardia e andava a ruota libera, non in riunione. Alla fine l&#8217;evento si è fatto: si riappropriava di spazi come l&#8217;ex zoo ai bastioni della città; incarnava un&#8217;idea di Verona più libera e creativa, con le sfilate di moda africana, i contest di writers, e il mitico bus-discoteca che vedete nel video. L&#8217;hanno chiamato VRBAN, ed è stato un successo clamoroso. Molte persone che hanno partecipato al processo hanno scoperto le une nelle altre colleghi capaci e degni di rispetto, con cui può anche essere bello collaborare. </p>
<p>Di recente sono tornato a Verona per un concerto e ho rivisto alcune di quelle persone. E – sorpresa! VRBAN <a href="http://vrbanfestival.com/">esiste ancora</a>, ed è diventato l&#8217;evento principale dell&#8217;estate veronese, con migliaia di partecipanti. È arrivato alla sesta edizione; è interamente finanziato da ricavi propri e sponsor privati (la nuova amministrazione di centrodestra gli fornisce comunque alcuni servizi); viene progettato e gestito da alcuni dei ragazzi del 2005, nel frattempo diventati professionisti degli eventi culturali (Alessandro, Fabio) e della comunicazione (Ale); ha perfino dato vita alla <a href="http://vrbanfestival.com/?p=227">rete italiana dei festival musicali ecosostenibili</a>. È un pezzo di economia e cultura cittadina. Che soddisfazione! Intendiamoci, il merito è loro. Ma il Comune ha fatto la sua parte, e il mio aiuto a qualcosa penso sia servito.</p>
<p>Quindi, se passate da Verona a giugno andate a VRBAN e chiedete di Alessandro Formenti, Fabio Fila o Ale Biti e fatevi raccontare. E fatevi una birra alla mia salute.  <img src='http://www.cottica.net/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
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		<title>Economista, ma concreto: Visioni Urbane consegna il prodotto (con contorno di Wikicrazia)</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 08:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli economisti hanno fama di tendere al ragionamento astratto più che alla concretezza dell&#8217;azione. C&#8217;è un po&#8217; di verità in questo luogo comune, tanto che nei dipartimenti di economia fiorisce il sottogenere delle barzellette sugli economisti. Questa, per esempio: Un economista, dopo un naufragio, si ritrova su un&#8217;isola deserta. Si guarda intorno e vede una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" class="youtube-player" type="text/html" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/WMds8GxTVkA" frameborder="0" allowFullScreen></iframe></p>
<p>Gli economisti hanno fama di tendere al ragionamento astratto più che alla concretezza dell&#8217;azione. C&#8217;è un po&#8217; di verità in questo luogo comune, tanto che nei dipartimenti di economia fiorisce il sottogenere delle barzellette sugli economisti. Questa, per esempio: </p>
<blockquote><p>Un economista, dopo un naufragio, si ritrova su un&#8217;isola deserta. Si guarda intorno e vede una cassa di legno depositata sulla spiaggia dalla marea. La apre: è piena di scatolette di cibo, nutriente e a lunghissima conservazione! Purtroppo non ha nessuno strumento per aprirle: è forse condannato a morire di fame seduto di fronte a tutto quel cibo? L&#8217;economista non si perde d&#8217;animo e affronta il problema così: &#8220;Ipotizziamo di avere un apriscatole&#8230;&#8221;</p></blockquote>
<p>Molti di noi soffrono per la mancanza di concretezza associata talvolta alla nostra professione. Per questo sono così contento di andare a Potenza venerdì 4: perché tre anni e mezzo fa il Ministero dello sviluppo economico mi ha chiesto di assistere la Regione Basilicata nell&#8217;elaborazione di una politica di spazi laboratorio per la creatività. Io ho insistito per prendere la strada, lunga e accidentata, del coinvolgimento dei creativi lucani; e oggi, finalmente, il primo spazio (si chiama Cecilia) è pronto, e gli altri quattro sono in consegna. Non solo gli spazi sono stati coprogettati insieme ai creativi di quel territorio; non solo sono sorretti da un&#8217;analisi dettagliata di quali imprese e associazioni creative, su quei territori, intendono fare con quegli spazi; ma sono integrati con un bando-tipo per l&#8217;assegnazione della gestione, concordato con i Comuni competenti, e con un modello di governance regionale delle politiche culturali. </p>
<p>Il progetto si chiama <a href="http://www.visioniurbanebasilicata.net">Visioni Urbane</a>. Ne ho parlato spesso in questo blog. Mi dicono che ultimamente è diventato una specie di bandiera dell&#8217;amministrazione regionale; tanto che le associazioni chiedono ora lo stesso tipo di coinvolgimento in altre politiche, come l&#8217;istituzione della Film Commission, e la stessa amministrazione, forte del buon rapporto di collaborazione con i creativi, si è impegnata per lanciare la candidatura di Matera come capitale europea della cultura 2019. Non è un caso che la coordinatrice del progetto di candidatura sia Rossella Tarantino, il referente di VU, e che anche il direttore scientifico, Paolo Verri, sia stato &#8220;pescato&#8221; dalle personalità che hanno collaborato con VU.</p>
<p>Di Visioni Urbane parlo molto nel mio libro <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">Wikicrazia</a>, e l&#8217;inaugurazione di Cecilia conterrà, tra le altre cose, una presentazione del libro. Ma quello è il meno: pregusto l&#8217;emozione di toccare con mano una policy che ho contribuito a progettare, e che è diventata molto concreta, tanto che mi ci posso sedere dentro per ascoltare un concerto. Per un economista è una soddisfazione relativamente rara.</p>
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		<title>798 Art District: gli amori difficili tra arte e mercato</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 08:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un luogo interessante che ho visitato recentemente è il distretto artistico 798 a Pechino. Si tratta di un grande complesso industriale per la produzione di componenti elettronici (soprattutto transistors) costruito negli anni Cinquanta dal governo cinese in collaborazione con quello della Repubblica Democratica Tedesca. Parzialmente dismesso in quanto fabbrica a partire dagli anni Ottanta, 798 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/01/798-Art-District-1024x768.jpg" alt="" title="Installation at 798 Art District. Photo Alberto Cottica" width="512" height="369" class="alignnone size-large wp-image-3210" /></a> </p>
<p>Un luogo interessante che ho visitato recentemente è il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/798_Art_Zone">distretto artistico 798</a> a Pechino. Si tratta di un grande complesso industriale per la produzione di componenti elettronici (soprattutto transistors) costruito negli anni Cinquanta dal governo cinese in collaborazione con quello della Repubblica Democratica Tedesca. Parzialmente dismesso in quanto fabbrica a partire dagli anni Ottanta, 798 ha conosciuto una seconda vita a partire dal 1995 (o 2000, secondo altre fonti), quando artisti e gallerie d&#8217;arte hanno cominciato a stabilirsi nei capannoni abbandonati, attratti dall&#8217;ampia disponibilità di spazi a costi molto bassi e dal fascino della costruzione in stile Bauhaus voluta dagli ingegneri tedeschi. Nei primi anni Duemila si è trasformato in una specie di utopia artistica: un luogo assolutamente affascinante, dove artisti e galleristi vivono e lavorano insieme agli operai delle fabbriche ancora in attività del complesso. Grazie al fatto che c&#8217;è tantissimo spazio (è grande quanto un piccolo paese), i protagonisti della rinascita di 798 si sono potuti sbizzarrire, disseminandolo di ironiche statue di Mao, dinosauri di ceramica, finte cabine del telefono, <a href="http://www.flickr.com/photos/alberto_cottica/5361263330#/photos/alberto_cottica/5361263330/lightbox/">robottoni da combattimento in stile manga alti dieci metri realizzati con rottami metallici</a> (i miei preferiti); e anche ospitando concerti, rave e performance (un luogo amato per questo è la suggestiva Originality Square), festival di cinema come il newyorkese Tribeca. Oggi 798 è di gran lunga il luogo più importante – anche economicamente – della nascente arte contemporanea cinese (che è già un bel business: nell&#8217;arco del 2007 il solo Zhang Xiaogang ha venduto dipinti per 57 milioni di dollari). Ovviamente sono fioriti caffè, ristoranti, e negozi con un penchant artistoide. </p>
<p>Sarebbe davvero affascinante potere studiare in dettaglio le dinamiche di crescita di 798, soprattutto adesso che l&#8217;esperimento di Visioni Urbane si avvia alla conclusione <a href="http://www.visioniurbanebasilicata.net/2011/01/11/preview-del-cecilia-di-tito-4-febbraio-2011-ore-1800/">con la consegna degli spazi creativi</a> che abbiamo progettato e commissionato insieme, e la loro assegnazione alle cordate di imprese e associazioni che li gestiranno. Per ora annoto le riflessioni sparse che mi sono venute dalla visita e dalla lettura di libri e documenti sull&#8217;esperienza.</p>
<ul>
<li><em>L&#8217;estetica conta</em>. Da economista, ho sempre pensato che gli spazi industriali abbandonati sono interessanti per l&#8217;impresa creativa perché costano poco, e perché – essendo esteticamente neutri – puoi trasformarli in quello che vuoi, da laboratorio asettico a caverna steampunk. Invece i pareri che ho raccolto sono concordi sul fatto che 798 ha attirato gli artisti perché ha un&#8217;estetica unica, e la cura messa nella sua progettazione (per esempio: i tetti &#8220;a dente di sega&#8221; e finestre rivolte a nord per massimizzare la luce naturale senza che questa producesse ombre) è incomparabile con quella di altre fabbriche costruite in Cina nello stesso periodo.</li>
<li><em>La crescita organica ha una marcia in più</em>. 798 accoglie una grande varietà di opere e di organizzazioni, ma al tempo stesso è chiarissima una coesione estetica e socioeconomica di fondo: sembra una formazione di corallo, in cui le varie specie competono, cooperano e si scambiano informazione in una continua danza di coevoluzione. Una pianificazione dall&#8217;alto non ha nessuna possibilità di produrre una cosa del genere. Questo non esclude un ruolo del policy maker nella creazione di un distretto artistico, ma consiglia per esso il ruolo di mettere in modo l&#8217;evoluzione, non quello di prendere decisioni sugi esiti. Un esempio si ritrova nella storia stessa di 798: l&#8217;evento da cui nasce la nuova fase della vita del distretto è l&#8217;occupazione temporanea di una delle ex fabbriche da parte dell&#8217;Accademia Centrale d&#8217;Arte di Pechino, avvenuta nel 1995. L&#8217;Accademia era solo in cerca di spazi laboratoriali a buon mercato mentre traslocava da una vecchia sede a una più nuova, ma questo evento ha portato molti artisti e studenti d&#8217;arte a esplorare l&#8217;area. Il preside della facoltà di scultura Sui Jianguo rimase così affascinato dal luogo da trasferirvi il proprio studio, uno dei primi artisti noti a traslocare. </li>
<li><em>Il successo di un distretto artistico ne mette in pericolo la credibilità e la sostenibilità</em>. Mentre grandi aziende cominciano ad organizzare propri eventi a 798 in cerca del <em>cool effect</em>, molti artisti lamentano il rapido aumento dei costi degli affitti e temono la mercificazione eccessiva. E in effetti, molte opere esposte nelle tantissime gallerie del distretto mostrano una tendenza inquietante a riprendere in chiavi diverse l&#8217;iconografia del comunismo cinese: statue di Mao, libretti rossi e stelle rosse. Perché? Perché i riferimenti al comunismo cinese costellano il lavoro degli artisti che vendono molto e hanno molto successo, come Zeng Fanzhi o il citato Zhang Xiaogang. La pressione sugli affitti, naturalmente, aumenta l&#8217;incentivo all&#8217;imitazione, e priva gli artisti e le gallerie dello spazio mentale per sviluppare nuovi prodotti. Molti osservatori temono il collasso dell&#8217;attuale ecosistema e la trasformazione di 798 in una specie di ipermercato dell&#8217;arte contemporanea cinese.</li>
<li>Se il successo economico ottenuto dal distretto è eccessivo rispetto alle esigenze della creazione artistica, <em>è però insufficiente a proteggere 798 dalla speculazione immobiliare</em>. Quell&#8217;area, un tempo periferica, si trova oggi sul corridoio strategico che collega il centro della città al nuovo aeroporto, ed è naturalmente oggetto di pressioni a demolire il complesso industriale per saziare la fame di residenzialità dei 13 milioni di abitanti, in crescita, della capitale cinese. Il proprietario di 798 è <a href="http://www.sevenstar.com.cn/english/jianjie.asp?biggid=33">Sevenstar</a>, una società a capitale pubblico creata dalle fabbriche superstiti dell&#8217;area a cui il governo ha assegnato la responsabilità di gestire le vecchie fabbriche. Qui c&#8217;è un chiaro problema di governance: il mandato della società è in termini puramente finanziari, e i suoi vertici hanno l&#8217;obbligo di massimizzare la redditività dei terreni a loro affidati. L&#8217;alleanza tra proprietà e artisti ha retto fintanto che questi erano gli unici disposti a pagare un prezzo – anche se basso – per affittare le fabbriche abbandonate: appena queste sono diventate appetibili per soggetti eocnomicamente solidi le tensioni tra proprietà e artisti sono diventate molto forti. Nel 2005, le istituzioni artistiche di Pechino sono riuscite a convincere il governo che, nell&#8217;imminenza delle Olimpiadi del 2008, la città aveva bisogno di una vetrina artistica più che di qualche altro migliaio di appartamenti. L&#8217;anno successivo le autorità cittadine hanno istituito nell&#8217;area il primo &#8220;distretto centralizzato per la creatività culturale&#8221;. Niente bulldozers: al contrario, le strade sono state ripavimentate, l&#8217;illuminazione urbana rinnovata, e la <em>gentrification</em> (da noi si direbbe &#8220;infighettamento&#8221;), accelerato, insieme alla crescita degli affitti. </li>
</ul>
<p>Questa è la Cina: a decidere, alla fine, è il governo – e in questo caso è difficile non applaudire la sua decisione. L&#8217;economista resta con il dubbio che l&#8217;economia di mercato sia destinata a stringere l&#8217;arte tra l&#8217;incudine della eccessiva commercializzazione e il martello dell&#8217;insufficiente redditività. Il che equivarrebbe a dire, temo, che l&#8217;economia dell&#8217;arte – una volta depurata dei sussidi pubblici palesi e nascosti e del <em>wishful thinking</em> – non esiste, e che arte e mercato possono vivere in simbiosi nel breve periodo, ma alla resa dei conti sono incompatibili.</p>
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		<title>The waste land: la maledizione di essere creativi</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 07:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando mi sono messo a fare il musicista professionista – era la metà dei &#8217;90 – i miei genitori non hanno esattamente stappato lo champagne. Rispettavano il mio percorso (non che avessero molta scelta), ma temevano che sarebbe stato faticoso, forse anche doloroso. In effetti, l&#8217;economia creativa rende il mondo un luogo molto più brillante, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2010/12/Climber-by-Rich-Jacques.jpg"><img class="size-full wp-image-3143 alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="Photo: Rich Jacques@flickr.com" src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2010/12/Climber-by-Rich-Jacques.jpg" alt="" width="256" height="341" /></a> Quando mi sono messo a fare il musicista professionista – era la metà dei &#8217;90 – i miei genitori non hanno esattamente stappato lo champagne. Rispettavano il mio percorso (non che avessero molta scelta), ma temevano che sarebbe stato faticoso, forse anche doloroso.</p>
<p>In effetti, l&#8217;economia creativa rende il mondo un luogo molto più brillante, colorato, piacevole. Ci stimola tutti quanti, e dà a chi riesce ad affermarvisi un ruolo davvero invidiabile, quello di chi riesce ad affermarsi percorrendo strade insolite, scommettendo sulla propria unicità, facendo mosse inaspettate che il normale mercato del lavoro non sa come valutare. Ma tutto questo ha un prezzo: per ogni successo ci devono essere almeno dieci fallimenti. Più persone ci proveranno, più saranno quelli che hanno successo, e meglio andranno le cose per tutti noi: ma il crescente incoraggiamento ai giovani a provarci, il fiorire dei premi per la creatività e degli aggregatori di talenti moltiplica anche il numero dei fallimenti. Alcune persone falliscono il primo e magari anche il secondo progetto, fanno tesoro di queste esperienze e indovinano il terzo: ma, inevitabilmente, sono molti più quelli che, dopo uno o più fallimenti, abbandonano il campo, e devono ripensarsi, reinventare un&#8217;identità meno intrigante di quella di creativo. Fatevelo dire da uno che ha passato veramente tanto tempo a chiedersi &#8220;ma sarò capace? mi sto illudendo sulle mie capacità? a chi interessa davvero ciò che sto facendo?&#8221;: è un processo che ha un costo umano notevolmente alto.</p>
<p>E quindi, quando leggo una storia come <a href="http://lo-ad.blogspot.com/2010/12/ultimatum-pronti-chiudere-tutti-i.html#comment-form">quella di Walter Giacovelli</a>, ci rimango male. Fare impresa creativa già è difficile in condizioni ottimali: con il sistema paese che rema contro diventa quasi impossibile. Walter, comprensibilmente esasperato dalla galleria degli orrori che fa da sfondo al suo percorso (presenta un progetto sui social media e gli dicono che quell&#8217;anno si finanziano solo progetti sull&#8217;agricoltura; lavora per IG Students, ma il programma chiude senza pagare i collaboratori; è sempre troppo precoce, o troppo anziano, o &#8220;non presenta i requisiti di soggetto svantaggiato&#8221;) è arrivato a darsi un ultimatum: o si parte entro cento giorni, o si ammaina la bandiera.</p>
<p>Onore alla bandiera, comunque andrà. So bene che non si possono eliminare le sconfitte dal sistema senza fermarlo del tutto, e so anche che alle sconfitte si sopravvive e si va avanti. Lo so sulla mia pelle, perché le ho subite anch&#8217;io (<a href="http://www.cottica.net/2009/08/20/addio-e-grazie-per-tutto-il-pesce-i-fiamma-fumana-si-fermanoso-long-and-thanks-for-all-the-fish-fiamma-fumana-stand-by/">questa</a>, per esempio). Però si può e si deve pretendere da noi, che progettiamo e attuiamo le politiche per la creatività, che ci accostiamo con rispetto ed empatia alle persone che, là fuori, lottano e sognano, e spesso pagano salato. Che ci interroghiamo sempre sul senso di quello che stiamo facendo. Che non ci creiamo microfeudi, non chiediamo esclusive, non pensiamo mai di avere capito tutto. Che non ci abbandoniamo alla retorica (io comincio a stancarmi di sentire ripetere a caso &#8220;creatività&#8221;, &#8220;giovani&#8221;, &#8220;talento&#8221;, &#8220;innovazione&#8221;). E che <em>sfruttiamo al massimo ogni euro, ogni minuto di tempo</em> per cercare di mettere tutti in condizioni di provarci al meglio.</p>
<p>Niente di nuovo, lo so. Ma tenere la guardia alta è utile anche se non è nuovo.</p>
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		<title>Un mese da diavolo straniero</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 07:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La vita, l'universo e tutto quanto]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 24 dicembre derogherò ai rituali natalizi per partire per la Cina. Conto di rimanerci quasi un mese, fino a metà gennaio. Sono curioso di questo paese sterminato sia nello spazio (è molto grande e popoloso) sia nel tempo (è molto antico, e sembra deciso a giganteggiare nel futuro), e vorrei saperne di più. Farò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2010/12/chinesevisa_1.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2010/12/chinesevisa_1.jpg" alt="" title="chinesevisa_1" width="600" height="414" class="alignleft size-full wp-image-3111" /></a></p>
<p>Il 24 dicembre derogherò ai rituali natalizi per partire per la Cina. Conto di rimanerci quasi un mese, fino a metà gennaio. Sono curioso di questo paese sterminato sia nello spazio (è molto grande e popoloso) sia nel tempo (è molto antico, e sembra deciso a giganteggiare nel futuro), e vorrei saperne di più. Farò base a Shanghai, ma spero di visitare anche Pechino, Shenzhen, e Hong Kong.</p>
<p>Mi piacerebbe approfittare dell&#8217;occasione per incontrare persone interessanti che vivono in Cina, che siano cinesi o &#8220;diavoli stranieri&#8221; (ci chiamano così, pare) espatriati, e condividere con loro qualche idea. In particolare, mi piacerebbe conoscere esperti/e di sviluppo regionale e di industrie creative, soprattutto dal lato delle politiche pubbliche (funzionari governativi o simili). Se hai dei contatti in quelle città da suggerirmi, ti sono grato se ti metti in contatto con me. Mi trovi su tutti i social network principali (tranne Baidu, dovrò rimediare), o puoi scrivermi a alberto[chiocciola]cottica[punto]net.</p>
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		<title>Wikicrazia in Puglia con Vendola e un confronto sulle politiche per la creatività</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 10:37:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono in partenza per la Puglia, per un giro di appuntamenti legati in un modo o nell&#8217;altro alle politiche pubbliche in rete. Sono particolarmente contento perché mi darà modo di ritrovare vecchi compagni d&#8217;armi e incontrare persone per me nuove e interessanti. Giovedì 2 dicembre mi trovate a Barletta: presento il libro al circolo ARCI Carlo Cafiero insieme a Luigi Pannarale, un sociologo intelligente e curioso. </p>
<p>Venerdì 3 sarò al <a href="http://www.festivalinnovazione.puglia.it">Festival dell&#8217;Innovazione di Bari</a>: al mattino mi aspetta una conversazione sul tema della creatività digitale con Nichi Vendola, presidente della Regione;  Vincenzo Vita, presidente della commissione istruzione del Senato; Francesco Morace, sociologo attivo nella consulenza aziendale, presidente di Future Concept Lab; e soprattutto il blogger e scrittore Giuseppe Granieri, con cui lavorammo al primo anno di Kublai. </p>
<p>Al pomeriggio, sempre al Festival dell&#8217;Innovazione, faremo una riflessione sulle politiche per la creatività, viste dal laboratorio del Sudest italiano attraverso il filtro di <a href="http://www.wikicrazia.it">Wikicrazia</a> e del ruolo della collaborazione di massa online: e lo faremo a partire da esperienze concrete e che conosco bene.  Annibale D&#8217;Elia ci racconterà il progetto Bollenti Spiriti della Regione Puglia; Rossella Tarantino ci racconterà del progetto Visioni Urbane, della Regione Basilicata, simile al cugino pugliese negli obiettivi, ma completamente diverso nell&#8217;attuazione; e il vulcanico Walter Giacovelli ci dirà di Kublai, in particolare della sua attivissima colonna sudorientale. Mi aspetto che partecipino molti creativi, mi piacerebbe provare, insieme a chi ci sarà, a immaginare la prossima generazione di politiche per la creatività. Quindi portate post-it e block notes, perché a chi viene sarà chiesto non solo di ascoltare, ma anche di dare una mano a progettare! </p>
<p>Informazioni <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia/presentazioni/">qui</a>.</p>
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		<title>Una nuova sfida: con il Consiglio d&#8217;Europa per l&#8217;innovazione sociale</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 07:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche settimana ho l&#8217;onore di fare parte di un advisory group del <a href="http://www.coe.int/">Consiglio d&#8217;Europa</a>. Si chiama &#8220;Creazione di posti di lavoro di qualità attraverso le reti&#8221; (dove le reti in questione sono sociali, non telematiche), e fa riferimento alla Divisione Ricerca e Sviluppo sulla Coesione Sociale. È un gruppo davvero interessante: alcuni dei componenti rappresentano governi nazionali (per esempio quelli tedesco, austriaco e norvegese) o enti locali (come il County Council Northumberland in UK, o il Comune di Getafe in Spagna); altri, completamente diversi, rappresentano reti quasi pirata che si adoperano per cambiare il mondo. C&#8217;è la <a href="http://www.transitionnetwork.org/">Transition Network </a>(nata in UK, ma ormai globale) , che tenta di aumentare l&#8217;autosufficienza alimentare, energetica e culturale delle comunità locali; c&#8217;è l&#8217;italiana <a href="http://www.solidarete.net/">Solidarete</a>, che lavora per internazionalizzare le imprese sociali; ci sono i laconici e immaginosi ingegneri dell&#8217;<a href="http://www.aeroe-emk.dk/eng/index.htm">Aeroe Energy and Environment Office</a>, che riescono a generare localmente il 40% del fabbisogno energetico di una piccola isola danese. Le esperienze italiane sono le più numerose! Per una volta siamo all&#8217;avanguardia di qualcosa di importante. Io lavorerò soprattutto con <a href="http://www.alternatives-economiques.fr/blogs/laville/">Jean-Louis Laville</a>, studioso dell&#8217;economia sociale tradotto in molte lingue, tra cui l&#8217;italiano.</p>
<p>Lavoreremo soprattutto sull&#8217;innovazione sociale, e di quali politiche possono aiutarla a svilupparsi. Sento che questo è un tema centrale: stanno emergendo nuovi soggetti che sanno muoversi sul mercato, ma usano il loro agire economico per obiettivi collettivi o addirittura <em>sistemici</em>. Questa è una novità che potrebbe avere conseguenze di portata vastissima in un&#8217;economia che, grazie alla collaborazione di massa abilitata da Internet, <a href="http://www.cottica.net/?p=847">sta diventando sempre più efficace</a> nella produzione di beni pubblici. Jean-Louis e io abbiamo l&#8217;incarico di cercare di capire come integrare questo tema nelle politiche mainstream; e questo pone il problema di come fanno i governi a imparare cose nuove, a integrare temi nuovi, e in definitiva a cambiare strada. Magari lo sapessi! Per ora ho la testa piena di domande, e forse una proposta per dove andare a cercare qualche brandello di risposte. Qui sopra ci sono le slides della mia presentazione del 4 ottobre.</p>
<div style="width:425px" id="__ss_5352953"><strong style="display:block;margin:12px 0 4px"></strong><object id="__sse5352953" width="425" height="355"><param name="movie" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=2ndmeetingpresentation-101004085651-phpapp02&#038;rel=0&#038;stripped_title=integrating-the-socially-responsible-economy-into-mainstream-policy-an-adaptive-approach&#038;userName=haiku66" /><param name="allowFullScreen" value="true"/><param name="allowScriptAccess" value="always"/><embed name="__sse5352953" src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=2ndmeetingpresentation-101004085651-phpapp02&#038;rel=0&#038;stripped_title=integrating-the-socially-responsible-economy-into-mainstream-policy-an-adaptive-approach&#038;userName=haiku66" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="355"></embed></object></div>
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		<title>La maledizione di Schumpeter</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 07:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per un certo periodo, negli anni 90, ho fatto il musicista rock professionista. Ho lasciato nel 2000, appena in tempo. Questa figura sta svanendo: chi ha una fan base già consolidata si attrezza per sfruttarla (e man mano si ritira dalle scene per sopraggiunti limiti di età), mentre chi comincia adesso può raggiungere rapidamente e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="Joseph Schumpeter" src="http://www.american.com/archive/2010/june-2010/schumpeter-2.0/FeaturedImage" alt="" width="434" height="274" /><br />
Per un certo periodo, negli anni 90, ho fatto il musicista rock professionista. Ho lasciato nel 2000, appena in tempo. Questa figura sta svanendo: chi ha una fan base già consolidata si attrezza per sfruttarla (e man mano si ritira dalle scene per sopraggiunti limiti di età), mentre chi comincia adesso può raggiungere rapidamente e con pochi investimenti un discreto successo su Last.fm o Spotify ma non riesce praticamente mai a costruire un&#8217;economia solida. Suoni nel tempo libero, l&#8217;abilità è trovare un lavoro che ti consenta di andare in tour. La stessa cosa, mi dicono, sta succedendo ad artisti dediti ad altre forme, come videomakers e cineasti. Un cocktail micidiale di tecnologie di produzione low cost e condivisione in rete ha scongelato enormi riserve di creatività artistica, rendendola, da scarsa che era, abbondante. E mentre lo faceva, ha piantato un paletto nel cuore dell&#8217;industria musicale, che si è polverizzata come un vampiro a mezzogiorno (<a href="http://www.futureofmusicbook.com/2010/02/oh-my/">necrologio</a> di Dave Kusek). Un caso da manuale della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Creative_destruction">distruzione creativa</a> profetizzata da Joseph Schumpeter. </p>
<p>Ok, ma tanto &#8220;startups are the new rock&#8217;n'roll&#8221;, no? È lo stesso schema: giovani visionari e ossessionati dalle loro idee, partecipi dello spirito dei tempi, che diventano milionari a 23 anni, e ispirano i loro coetanei a rompere con la grigia routine delle ultime generazioni. E i giovani ci provano: i concorsi per business plans stile Working Capital  hanno preso il posto dei concorsi per rock band emergenti (quelli a loro volta si sono trasferiti in televisione, che un modello di business invece ce l&#8217;ha eccome).</p>
<p>Però. Nell&#8217;ultimo mese ho trovato <a href="http://laurentk.posterous.com/working-at-a-startups-sucks">un post</a> di Laurent Kretz, fondatore di <a href="http://blog.submate.com/">Submate</a>, che descrive in modo  piuttosto crudo la vita dell&#8217;imprenditore di startup. Non è certo un mondo dorato: comprende vivere di sussidi di disoccupazione (per gli italiani immagino che l&#8217;equivalente sia abitare con la mamma), farsi piantare dalla fidanzata stufa di essere trascurata, rinunciare alle vacanze, essere inseguiti dalla banca assetata di vendetta. Ne sanno qualcosa i miei amici di CriticalCity, che <a href="http://www.cottica.net/2010/06/21/criticalcity-e-il-venture-capital-la-versione-dellazienda/">stanno vincendo</a> ma hanno pagato un prezzo umano molto alto. </p>
<p>Attenzione: questo <em>non</em> è il ritratto di uno che cerca un investitore. Kretz un investitore ce l&#8217;ha, solo che gli dà pochissimo denaro, lo stretto necessario per non fare morire di fame un team di quattro persone che lavorano ottanta ore alla settimana per quattro mesi. E così fa la maggior parte degli investitori early stage: ricordo Joi Ito, un paio d&#8217;anni fa, che diceva testualmente &#8220;io non investo se non ho una demo funzionante programmata in un weekend lungo da tre persone, e anche così investo al massimo cinquantamila dollari.&#8221;</p>
<p>Da allora Ito è andato avanti: <a href="http://joi.ito.com/weblog/2010/08/31/super-agile-dev.html">la sua ultima esperienza</a> è che un servizio web completamente funzionante richiede tre settimane di lavoro da parte di due persone: un designer e un programmatore che sviluppa il software. Questo perché il codice software è modulare: non si scrive da zero, ma si copiano-e-incollano routines già scritte. Questo processo è stato reso più fluido e scientifico dall&#8217;esistenza di tools di &#8220;metaprogrammazione&#8221;, che assemblano pezzi di codice di provenienze diverse in un programma integrato.</p>
<p>Non ci vuole un genio per capire che il mondo delle startup è entrato in una fase &#8220;ehi, tutti possono farlo!&#8221;. Siccome c&#8217;è un limite alla capacità di assorbimento di nuovi servizi e nuovi contenuti da parte del mercato, anche le capacità di progettazione e sviluppo software potrebbero rapidamente diventare abbondanti. Prima che il mercato del lavoro si adegui, potremmo perfino avere un periodo in cui un ingegnere informatico costa come un chitarrista rock, cioè meno di una baby sitter. È la maledizione di Schumpeter: quando il mercato funziona bene, rende tutto low cost o obsoleto.</p>
<p>Molti economisti interpretano la cauta formulazione di Schumpeter come un processo che produce un bene sul lungo periodo, perché rende accessibili cose utili che prima costavano molto, ma può essere molto destabilizzante nel breve. Secondo me si sbagliano, perché quello di Schumpeter <em>non è un modello di equilibrio:</em> se le velocità di distruzione e creazione non sono sincronizzate il lungo periodo potrebbe anche non arrivare mai. Cosa questo significhi sto cercando di scoprirlo.</p>
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