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Avanti i pensatori radicali!

“Sei un radicale!” Quando ero un adolescente scontroso e polemico, mio padre intendeva questa frase come una critica. Nel mondo in cui siamo cresciuti, essere nella media era una buona cosa: bianco, maschio, un diploma superiore o una laurea presso un’università non troppo prestigiosa, un lavoro fisso, un appartamento ipotecato, 2.3 figli e una tessera del sindacato. L’obiettivo era essere una persona seria, e come tale protetta dall’ombrello della NATO e del welfare state europeo.

Il sogno di stabilità e inclusione sociale di una buona fetta della popolazione (certo non di tutta) è stato bello finché è durato. Ma sembra che l’egemonia della cultura moderata abbia condotto a una conseguenza imprevista: l’incapacità collettiva di riconoscere l’ascesa di problemi globali (disuguaglianze terribili, riscaldamento del pianeta, il rinselvatichimento dei ricchi e la società della sorveglianza) e affrontarli in modo credibile, pensando al di fuori dagli schemi. Non è tanto un problema di conoscenza (anche se certo, ci serve più conoscenza): per almeno alcuni di questi problemi abbiamo risultati scientifici indiscutibili, come ha osservato Stewart Brand (vedi anche il video qui sopra). La capacità cognitiva dell’elettore mediano, quello che fa vincere le elezioni… quella no, non l’abbiamo.

Che fare? In termini di velocità di reazione e rapporto risultati-risorse, credo che l’opzione di gran lunga la migliore sia mettere in campo i pensatori radicali. Esistono, e costituiscono una riserva di pensiero non utilizzata: come ha scritto di recente Vinay Gupta, molti dei problemi veramente importanti per l’umanità (e quasi tutte le soluzioni candidate a risolverli) occupano i pensieri e le giornate di molte persone interessanti. Quasi tutte sono povere, perché i loro progetti sono fuori dalla sfera finanziabile (con questo termine, Vinay intende l’insieme di quelle idee e progetti che i decision makers di buon senso nel mondo accademico, nel settore privato e nel governo ritengono “seri” e quindi meritevoli di attenzione). Questa riserva potrebbe essere messa a valore per mettere in piedi una risposta di policy in qualche modo evolutiva: dare a queste persone lo spazio per collaudare le loro soluzioni, provandone molte, ciascuna in un ambiente ben controllato e con risorse economiche limitate. Provare tutto: geoingegneria, colonizzazione dello spazio, autosufficienza energetica di piccole comunità, reputazione al posto del denaro. Scartare le cose che non funzionano, e investire su quelle che funzionano. Ripetere. Nassim Taleb lo chiamerebbe “posizionarsi per intercettare i Cigni Neri positivi“: ciascuna di queste idee ha una piccola probabilità di produrre benefici enormi, quindi ha senso fare piccoli investimenti in tutte.

Per questa ragione, applaudo la recente mossa di NESTA (l’agenzia britannica per la scienza, la tecnologia e le arti) di cercare e raccogliere intorno a se i pensatori radicali che potrebbero trasformare la società britannica. A quanto ne so, è la prima volta che la parola “radicale” viene usata in un’accezione positiva in un contesto di politiche pubbliche. Non mi sorprende che sia stata NESTA a farlo: il suo direttore, Geoff Mulgan, è uno dei policy makers più interessanti che conosco. La call di NESTA non è molto operativa: non ci sono risorse significative, o piani espliciti di dare leve vere a questi pensatori radicali. Ma è un inizio. Prevedo un’ondata di pensiero più radicale nelle politiche pubbliche: gli scienziati e i policy makers interagiscono in modo più stretto, e un po’ della hybris dei primi rimane attaccata ai secondi. Speriamo che non sia troppo tardi.

dicembre 19, 2011     Alberto     complexity economics, Innovazione sociale, Social innovation, Wikicrazia     comment

Lo zen e l’arte della committenza dei siti web nella pubblica amministrazione: perché i burocrati dovrebbero sporcarsi le mani con la tecnologia

Negli ultimi anni ho lavorato per diverse amministrazioni pubbliche. Gran parte del mio lavoro consiste nel concepire e dirigere progetti che si svolgono prevalentemente attraverso canali Internet. Mi sembra venuto il momento di fare qualche riflessione sulle cose che ho imparato. Come sempre, le lezioni più importanti mi vengono dagli errori commessi – e quando si è trattato di fare errori non mi sono mai tirato indietro.

  • Usare software-as-service non è una buona idea, anche se ci sono eccezioni. Il mio gruppo e io abbiamo commesso questo errore con Kublai, decidendo di aprire la nostra piattaforma su Ning. Questo ci ha permesso di essere online in mezz’ora, e non è un vantaggio da poco; ma, in compenso, ha sequestrato il nostro database – costruito a spese e per iniziativa di un Ministero italiano – e lo ha messo in mano a un’azienda privata americana, per sempre. Un anno dopo Ning ha cambiato CEO e modello di business: ha sostituito la licenza aperta della sua piattaforma con una full copyright, sganciato le API e ritirato i tools di migrazione. Per potere fare un’analisi di rete Ruggero Rossi ha dovuto scrivere un web crawler – è un po’ come dovere scassinare la porta di casa propria. Ci è andata ancora bene: il servizio era gratuito (a quel tempo non esisteva il servizio a pagamento su Ning). Se l’azienda avesse chiuso i battenti e formattato l’hard disk con il database di Kublai non avremmo potuto dire niente. Non rispondevano nemmeno alle mail. Non intendo mai più prendere in considerazione soluzioni che non contemplino un database su un server a cui la mia amministrazione ha accesso root.

  • Usare software proprietario non è una buona idea, di nuovo con alcune eccezioni. È costoso ed equivale a una delega perpetua al proprio fornitore, o quasi. Se una grande software house ti scrive un software su misura di cui poi ti vende la licenza nessuno, tranne quella stessa software house, potrà mai farti la minima modifica al codice. Rischi di trovarti in una situazione di totale impotenza, in cui cambiare il colore dello sfondo o il font ti costa molto in termini di denaro (le famose “billable hours” americane, in cui tu chiami e quelli attaccano il tassametro) e attrito amministrativo. Inoltre, è politicamente discutibile: il software proprietario non è riutilizzabile da altre amministrazioni se non pagando per altre licenze, e questo non è bene, soprattutto in tempi di tagli e di (sacrosanta) diffidenza dei cittadini verso la saggezza delle amministrazioni nello spendere.
  • Questo lascia solo il software libero o open source. Dal 2007 uso WordPress in progetti pubblici; per la piattaforma di Edgeryders, più o meno terminata in questi giorni, il mio gruppo di lavoro si è avventurato in Drupal. Lavorare sul software libero può essere faticoso e frustrante. Funzionalità che sulla carta dovrebbero essere disponibili semplicemente installando un modulo o un plug-in risultano non esserlo; i tempi si allungano; la gran parte del lavoro viene assorbita dal debugging. Nel frattempo, il resto delle attività rischia di inchiodarsi. Credo che l’esperienza possa mitigare il problema, ma mai veramente risolverlo. Il software libero è per definizione organico, “sporco”, vive di hacks e non solo di soluzioni eleganti e razionali.

Nonostante i problemi, la mia esperienza di committente di Drupal si annuncia positiva, come lo è stata prima quella con WordPress. Il motivo è questo: queste piattaforme consentono, e anzi richiedono, l’emersione di una figura intermedia di “admin avanzato” tra quella dello sviluppatore e quella dell’utente. Ciò accade perché le interfacce di amministrazione di WordPress e Drupal sono intuitive e potentissime; soprattutto Drupal ti consente un controllo molto preciso sul sito. Puoi fare queries dal database, formattare il risultato e visualizzarlo su una pagina, un blocco o una mail; puoi impostare regole del tipo SE [condizione] ALLORA [azione]. Queste attività non sono programmazione, ma sono al confine. Inoltre – e qui faccio riferimento alla mia esperienza con WordPress – quando l’interfaccia di admin non ti basta più, in rete trovi facilmente tutorial e informazioni per mettere le mani in parti del codice non core: io dal punto di vista tecnico sono uno sprovveduto, ma fino a mettere le mani nel CSS del blog (e, per cose moolto semplici, tipo incollare del Javascript, nei files PHP) ci arrivo. Ci è voluto un piccolo investimento, testimoniato dalla presenza nella mia biblioteca di libri della serie “for Dummies”. Questo ti dà una libertà inestimabile: quella di sviluppare in modo anche grezzo, lanciare e poi continuare a fare piccoli cambiamenti al tuo sito man mano che il progetto evolve. Fidati: ne sentirai il bisogno, fin dal primo giorno.

Il trucco sta in questo: il ruolo di admin avanzato un po’ smanettone è perfetto per un amministratore pubblico che deve commissionare software. Arrivare a conoscere bene l’architettura di queste piattaforme e a personalizzarle in modo avanzato non significa essere sviluppatori, ma significa che puoi dialogare in modo costruttivo con i tuoi sviluppatori, avere un approccio realistico alle cose che si possono e che non si possono fare, quanto tempo ci vuole, quanto costano. Inoltre, l’admin avanzato può provare a concettualizzare i propri obiettivi in termini del software, e quindi esprimere una domanda molto sofisticata nei confronti degli sviluppatori. Per esempio, su Edgeryders è necessario ricoinvolgere continuamente gli utenti nella conversazione; questo si fa attraverso le notifiche email e il feed di attività recenti. In Drupal, queste funzioni vengono svolte da certi moduli non-core. Se l’amministratore pubblico sa questo, può chiedere non “un sito web che dia l’idea di un luogo vivo”, ma “activity stream deve loggare tipi di attività a cui normalmente non è agganciato”, che è tutt’altra cosa.

Quando ho iniziato a andare in moto, mi sono letto Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. La lezione di quel testo è questa: l’attività di guidare la moto non è veramente separabile da quella di farne la manutenzione. I motociclisti “romantici”, che non intendono sporcarsi le mani, non lo accettano, e delegano anche la più semplice delle operazioni di manutenzione a meccanici professionisti. Ma pagano il pegno dell’impotenza di quando le loro moto si fermano, e loro non sanno perché, né come fare a ripartire. Questa impotenza può essere disastrosa nella pubblica amministrazione: nei progetti che dirigo io tipicamente il costo della tecnologia incide per meno del 10% del budget, eppure se la tecnologia non funziona blocca l’intero progetto.

Conclusione. Fare committenza è impossibile se non capisci quello che stai comprando. La comunità del software libero, nella mia esperienza, è disposta a condividere la propria conoscenza, le aziende che fanno software proprietario molto meno. Se ti trovi, come me, a commissionare un semplice progetto tecnologico per il settore pubblico ti consiglio di rivolgersi a questa comunità, armarti di pazienza, e investire un po’ di tempo per sporcarti le mani con la tecnologia che poi gli sviluppatori useranno. Installa e configura siti di prova, aggiungi funzionalità, prova a cambiarne l’estetica. Passa un po’ di tempo con gli hackers. Mostrati desideroso di imparare e fai molte domande. Soprattutto, non cedere alla tentazione del “non è il mio lavoro, fallo funzionare e mandami la fattura”. Non è così che funziona. Ti richiederà molto tempo, ma sempre poco in confronto a quello che poi risparmierai una volta in produzione. Il sistema non è perfetto, ma è di gran lunga meglio delle alternative. In realtà, credo che sarebbe molto utile organizzare un corso per pubblici amministratori volto a formare committenti migliori di software libero. Qualcuno là fuori è interessato? Io parteciperei subito.

Thanks Freddy Mascheretti, Ivan Vaghi, Paolo Mainardi and Claudio Beatrice for their patience and suggestions

dicembre 5, 2011     Alberto     e-government 2.0     16 comments

The Internet vs. the democratic deficit: collaborazione online per rompere il ghiaccio tra cittadini e istituzioni internazionali

Global problems demand global governance: ce lo ripetiamo da anni. E in effetti, a partire dal dopoguerra, le istituzioni internazionali si sono moltiplicate e sono giunte a ricoprire ruoli importanti in quasi tutti i campi. Non ci sono solo le Nazioni Unite con la loro galassia di agenzie, ma anche le istituzioni gemelle di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale; l’OCSE; l’OPEC; il World Economic Forum; le alleanze militari strutturate come NATO e SEATO; il Club di Madrid; l’Agenzia Atomica Internazionale; il WTO e tante altre. In Europa questa tendenza è moltiplicata dal progetto di unificazione del continente: il peso specifico di Bruxelles sulle politiche degli stati membri dell’Unione Europea è ormai decisivo. Qualcuno ha calcolato che il 70% degli atti legislativi promulgati dai parlamenti degli stati europei consiste nel recepire direttive europee – il che rende i parlamenti nazionali poco più che elementi decorativi.

Questo sistema è estremamente efficiente. Con un parlamento di 736 membri (quello italiano ne ha 946) e una burocrazia di soli 33.000 dipendenti l’Unione Europea gestisce la prima economia del mondo, con 500 milioni di abitanti (in Italia i dipendenti pubblici sono 3,4 milioni, ma questa cifra comprende anche figure operative come medici, insegnanti e poliziotti e non solo impiegati come nel caso dell’UE). Ma c’è un problema: molti europei sentono le istituzioni dell’unione lontane, inaccessibili, in qualche modo al di fuori del loro controllo. La Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, non viene eletta; presidente e commissari vengono indicati dagli stati membri. Il Parlamento Europeo viene eletto dal popolo, ma i parlamentari faticano a conciliare il lavoro quotidiano a Bruxelles con la necessità di mantenersi in contatto con i loro collegi, che peraltro sono molto grandi. Risultato: queste istituzioni sentono spesso di lavorare in un vuoto, uno spazio artificiale. Studiano documenti che arrivano da luoghi lontani, ma le vite dei cittadini arrivano loro come una trasmissione radio molto disturbata. La combinazione di isolamento dal territorio e bisogno di informazione di alta qualità crea spazio per le lobby, e infatti a Bruxelles ci sono molti lobbisti. Nel gergo politico europeo, questa situazione si chiama deficit democratico.

L’Internet sociale, credo, ha la potenzialità per rompere la barriera di isolamento dai territori che circonda gli uomini e le donne delle istituzioni internazionali. Il filtraggio sociale permette di intrattenere conversazioni su scala molto vasta senza troppi rischi di sovraccarico informativo. Nella mia esperienza passata con Kublai si è visto che un’amministrazione centrale può aprire un dialogo diretto con i singoli individui nei territori, saltando i livelli amministrativi locali, e che questa discussione disintermediata è uno straordinario luogo di apprendimento per l’istituzione. Il mio gruppo ed io stiamo provando ad applicare una tattica simile alla scala continentale con Edgeryders. Singoli politici stanno esplorando questo spazio in modo più agile di quanto possa fare un’istituzione: due esempi sono l’europarlamentare olandese Marietje Schaake e il Commissario europeo all’agenda digitale Neelie Kroes.

Le istituzioni internazionali sono interessate. Domani (29 novembre 2011) il Parlamento Europeo – e in particolare il suo vicepresidente Gianni Pittella organizza una discussione su questo tema, con un programma piuttosto ricco: avrò l’onore di presentare Edgeryders. Il 9 dicembre terrò un webinar con l’United Nations Development Programme/Eastern Europe and Central Asia. Spero che questa strada porti lontano, perché abbiamo assoluto bisogno sia di governance internazionale che di legittimità democratica.

novembre 28, 2011     Alberto     e-government 2.0     comment

Buon compleanno web, l’Italia ha bisogno di te

Di nuovo in viaggio! E questa volta è per una festa: quella del ventesimo compleanno del World Wide Web. Si tiene lunedì 14 novembre a Roma, al tempio di Adriano, in presenza dell’orgoglioso genitore sir Tim Berners-Lee, che terrà il keynote speech. Su scala molto più modesta, anch’io terrò un piccolo intervento, parlando di Wikicrazia, ovvero di governance collaborativa mediata da Internet.

Sullo sfondo della festa, tempi difficili. Ma la festa serve, e teniamocela ben stretta! come scriveva Sant’Agostino sedici secoli fa, i tempi siamo noi: se non ci piacciono, possiamo sempre inventarne di nuovi, o almeno provarci. Un numero sempre crescente di italiani, connessi proprio dal ventenne World Wide Web, ci sta provando. Nel mio piccolo, ci provo anch’io: Wikitalia, di cui parleremo lunedì, è appunto un regalo di compleanno dell’Italia all’Internet, e dell’Internet all’Italia.

(Il video qui sopra è stato un tentativo di qualche mese fa di spiegare ad alcuni non italiani molto interessati cosa voglio fare nella vita. Però c’entra.)

novembre 13, 2011     Alberto     internet, Wikicrazia     1 comment

Buongiorno Wikitalia

Quella che è finita con l’Open Government Data Camp di Varsavia è stata una settimana straordinaria per chi, in Italia, ha a cuore le politiche di governo aperto e di dati aperti. La Regione Emilia Romagna e il Comune di Firenze, hanno inaugurato portali di dati aperti; il Ministero dell’innovazione e della pubblica amministrazione ha aperto il portale nazionale, reclutando l’iniziativa pre-esistente Apps4Italy per aumentarne la potenza di fuoco; ed è stata lanciata Wikitalia, un’iniziativa ambiziosa espressione della società civile.

Uno scenario del genere era impensabile solo un anno fa. Certo, ci sono distinguo da fare e nuove sfide da affrontare, come ci ammonisce Andrea Di Maio; la guardia va tenuta alta, e il bullshit detector acceso e con le batterie ben cariche. Ma intanto godiamoci questo momento, ce lo siamo meritato.

Il percorso italiano verso un governo aperto è diverso rispetto ai casi più noti degli Stati Uniti e del Regno Unito. Là l’iniziativa è stata presa dal governo centrale, mentre da noi la società civile ha un ruolo molto importante, in alcuni casi un ruolo guida. Luoghi di aggregazione informali – il mio preferito è la mailing list di Spaghetti Open Data – hanno permesso ai funzionari pubblici più motivati e avventurosi di interagire con il movimento in modo semiprivato, in modo da raccogliere e consolidare argomenti per “vendere” le politiche di governo aperto all’interno delle proprie amministrazioni. Per questa ragione, noi di SOD abbiamo visto nascere in diretta molte delle esperienze di questo ultimo anno: quelle citate, ma anche altre (fa eccezione in parte la mossa del Ministero, su cui non circolavano molte informazioni fino a qualche settimana fa).

Questa interazione tra istituzioni e società civile è stata straordinariamente costruttiva. Per fare un esempio: il portale dati.emilia-romagna.it è stato lanciato lunedì mattina, e subito ripreso in mailing list. Nel giro di una decina di ore non solo la Regione ha rimediato moltissimi complimenti (poi rilanciati da molti iscritti sui principali social media), ma un gruppo di entusiasti ha spontaneamente (e gratis) collaudato a fondo il sito e postato una serie di suggerimenti e proposte di correzione. Una cosa simile è avvenuta con il sito di dati aperti di ENEL, andato online con una licenza inadatta. I suggerimenti (e in quel caso le critiche) della comunità, amplificate dai social network, hanno portato il responsabile dell’iniziativa all’interno dell’azienda a iscriversi alla mailing list, dove ha ricevuto un caloroso benvenuto e una minuziosa spiegazione di come modificare le licenze per renderle veramente open. Tre settimane dopo ENEL ha modificato la licenza dei propri dati. Pensiamoci: la governance in Italia potrebbe essere così: rispettosa, plurale, veloce, competente e low-cost. Purtroppo in genere non lo è.

Quindi è il momento di un salto di scala, e il salto di scala è appunto Wikitalia. L’idea è stata di Riccardo Luna, che si è imbattuto nel mio libro Wikicrazia nel momento perfetto in cerca di nuove sfide dopo la straordinaria stagione come direttore di Wired. Riccardo si è convinto che la visione che espongo nel libro, di collaborazione mediata da Internet tra cittadini e istituzioni, sia realizzabile e essenziale per vivere decentemente in Italia. Per tutta l’estate ci siamo confrontati in modo serrato (500 messaggi!) per darle forma organizzativa: il risultato è un’iniziativa nonprofit molto corale (grazie allo stile inclusivo di Riccardo) ma molto concreta e “a fuoco” sulle cose da fare (grazie al lavoro di tutti); indipendente dalle amministrazioni, ma che con esse collabora (i comuni di Firenze, Torino e Matera saranno i primi a chiudere accordi di cooperazione); e nativamente globale (ho personalmente insistito per restare in contatto continuo e informale con gente come Beth Noveck, Andrew Rasiej, Marietje Schaake, Micah Sifry, Tom Steinberg e altri).

Quindi, buongiorno Wikitalia. Il paese che vuole rinnovarsi punta su se stesso per passare al livello successivo. Premere START per cominciare. In bocca al lupo a tutti.

ottobre 24, 2011     Alberto     e-government 2.0     comment

Crowdsorcery: come sto imparando a costruire comunità online

Sto lavorando alla costruzione di una nuova comunità online, che si chiamerà Edgeryrders. È un’attività ancora relativamente nuova, affidata a un sapere ancora non del tutto codificato. Non c’è un manuale di istruzioni che, eseguite, ti garantiscono i risultati: alcune cose funzionano ma non sempre, altre funzionano più o meno sempre ma non capiamo perché.

Non è la prima volta che faccio cose del genere, e sto scoprendo che anche in un campo così complesso e meravigliosamente imprevedibile si può imparare dall’esperienza, e come. Alcune delle iniziative di Edgeryders sono riadattamenti dell’esperienza Kublai: il crowdsourcing del logo, e il reclutamento del team a partire dalla neonata comunità, ad esempio. Per altre decisioni mi sono ispirato a progetti non miei, come Evoke o CriticalCity Upload; e molto mi hanno insegnato gli errori, sia miei che altrui.

È un’esperienza strana, esaltante e umiliante al tempo stesso. Sei il crowdsorcerer, l’esperto, colui che può evocare ordine e senso dal magma della rete. Tu ci provi: pronunci le formule, agiti la tua bacchetta magica e… qualcosa emerge. Oppure no. A volte tutto funziona benissimo, ed è difficile resistere alla tentazione di attribuirsene il merito; altre non funziona niente, e per quanto ci provi non riesci a trovare l’errore. E l’errore – come il merito, del resto – potrebbe non esserci: le dinamiche sociali non sono deterministiche, e i nostri migliori sforzi non sono sempre sufficienti a garantire il risultato.

Per come la vedo io, la competenza che sto cercando di sviluppare – chiamiamola crowdsorcery – richiede:

  1. pensare in probabilità (con varianza alta) anziché in modo deterministico. Un’azione efficace non è quella che, a colpo sicuro, mobilita dieci contributi di buon livello, ma quella che raggiunge mille sconosciuti, di cui novecento ti ignorano, novanta contribuiscono cose di bassissimo livello, nove ti danno cose di buon livello e uno ti scrive il contributo geniale, che ti rivolta il progetto come un guanto e influenza tutti gli altri novantanove (i novecento sono persi comunque). Il trucco è che nessuno sa chi sia quell’uno, neppure lui o lei, fino a che non cominci a sparare nel mucchio.
  2. monitorare e reagire anziché pianificare e controllare (adaptive stance). Costa meno e funziona meglio: se una comunità ha un tropismo naturale, ha più senso incoraggiarlo e cercare di capire come valorizzarlo che non reprimerlo. Il monitoraggio online è tendenzialmente gratis, anche quello “profondo” alla Dragon Trainer, quindi meglio non risparmiare sulle web analytics.
  3. costruirsi un arsenale teorico ridondante anziché appoggiarsi sulla linea del pragmatismo (“faccio così perché funziona”). La teoria pone domande interessanti, e trovo che cercare di leggere il proprio lavoro alla luce della teoria aiuti il crowdsorcerer a costruirsi attrezzi migliori. Io sto usando molto l’approccio complexity e la matematica delle reti. Per ora.

Questi principi generali, poi, diventano scelte progettuali. Ho deciso di dedicare una serie di post alle scelte che il mio gruppo ed io veniamo facendo su Edgeryders. Li trovate qui (per ora è in linea solo il primo). Se trovate errori o avete suggerimenti, vi ascoltiamo.

ottobre 12, 2011     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     3 comments

Edgeryders: globale dalla nascita

Photo by orange tuesday @ Flickr.com
In queste settimane il mio gruppo ed io siamo molto impegnati con la costruzione di un nuovo progetto, Edgeryders, che intende mobilitare l’intelligenza collettiva di una comunità online (ne ho parlato qui). In sè l’idea non è certo nuova, anzi io stesso ho già diretto progetti simili. La cosa nuova, almeno per me, è invece la dimensione nativamente internazionale di questo progetto. Nelle prime due settimane di vita del blog (che è solo un sito provvisorio) abbiamo ricevuto visite da 59 paesi; e in una settimana abbiamo raccolto 60 beta tester volontari da 19 paesi – il tutto a budget zero: come dicevo, è solo un sito provvisorio. Oltre che globali, i beta testers sono anche intergenerazionali: ci sono persone di tutte le età.

I beta tester sono i “pionieri”, gli early adopters della futura comunità di Edgeryders, e probabilmente avranno un ruolo importante nel determinarne l’atmosfera. Trovo che sia un segno molto incoraggiante che siano così diversi tra loro: dove c’è molta diversità in genere si respira aria libera, e lo status sociale è determinato da competenza e generosità invece che dalla classe sociale, dal colore della pelle o dalle preferenze sessuali. E questo è decisivo per sentirsi bene in una comunità.

La fase pioneristica (solo su invito) dovrebbe cominciare la prossima settimana. Se ti interessa richiedi un invito, abbiamo ancora qualche posto.

ottobre 6, 2011     Alberto     e-government 2.0, Europeana     2 comments

Wikicrazia a Blogfest

Sorry, this post in Italian only. It reports from Blogest, an Italian gathering of bloggers and social media people. Please use automated translation to get a feeling for it.

NOTA DI ALBERTO – Questo post inaugura una serie di guest post a cura del Nocciolo duro, gruppo di lettori del mio “Wikicrazia” così avanzati da essere in grado di presentarlo al mio posto. Sono davvero onorato di avere lettori così intelligenti e intraprendenti, e spero che a questo primo post seguano molti altri.

Il mondo wiki è in movimento continuo, anche in Italia. Sabato 1 ottobre 2001 a Blogfest, il Nocciolo duro di wikicratici che si ispirano al lavoro di Alberto Cottica, ha partecipato a Blogfest, la manifestazione organizzata a Riva del Garda (TN) che riunisce ogni anno tutto ciò che in Italia gravita attorno alle community della rete.

In rappresentanza del Nocciolo, Simone De Battisti e Renato Turbati hanno preso parte a Wikicamp, dove si è discusso di esperienze operative che utilizzano la tecnologia wiki per sviluppare progetti e creare conoscenza.

Peppe Liberti
, scienziato e blogger, ha parlato di Open Access. A partire dall’utilizzo che fino ad oggi si è fatto degli articoli inviati alle riviste specializzate, da parte dei professori e/o ricercatori universitari, che diventano sostanzialmente di proprietà delle riviste stesse e che per metterli a disposizione della comunità scientifica richiedono il pagamento (anche agli stessi autori), il relatore ha spostato l’attenzione su alcune esperienze differenti che si stanno affermando in Europa. In particolare, secondo Liberti,

Princeton ha deciso di esercitare il diritto non esclusivo di rendere disponibili a chiunque le copie degli articoli scritti dai membri delle sue Facoltà (a meno che non venga espressamente richiesta una deroga per qualche particolare articolo). Questo significa che Princeton da ora in poi autorizza i docenti a postare le copie dei loro articoli sui loro siti personali o in quello istituzionale o dove gli pare purché siano disponibili gratuitamente. Si tratta, in buona sostanza, di un disincentivo a pubblicare su quelle riviste che chiedono il trasferimento del copyright.

Come ha ricordato Frieda Brioschi, presidente della Fondazione Wikimedia Italia, in questo caso il link con il mondo wiki sta nel rapporto che sussiste fra chi crea conoscenza e chi ne usufruisce.

Elisa Mazzini, redattrice web 2.0 presso Turismo Emilia Romagna (APT Servizi Emilia Romagna), ha parlato del progetto Adotta una parola, iniziativa di APT Servizi Emilia Romagna che prevede che cittadini e istituzioni possano raccontare gli elementi caratteristici del loro territorio adottando una voce su Wikipedia.

Simone De Battisti e Renato Turbati, hanno parlato (molto bene) di Wikicrazia.

Giulia (non ho capito il cognome) ha parlato della ricerca Lundquist, che analizza quante fra le 100 aziende italiane con maggior capitalizzazione, hanno una pagina su Wikipedia in inglese.

ottobre 3, 2011     renato     Wikicrazia     2 comments

Tagli a data.gov: impariamo a gestire le aspettative

Tim Berners-Lee at TED giving the famous "Raw data now" talk

Brutte notizie per il movimento per il governo aperto e i dati aperti. data.gov, il portale di dati aperti dell’amministrazione Obama, chiude subisce fortissime riduzioni di budget, vittima dei recenti tagli al bilancio federale. Lo stesso accade all’IT dashboard dell’ex CTO della Casa Bianca Vivek Kundra. Soprattutto data.gov è un brutto colpo: quello è il modello, imitato dai governi più aggressivi e invidiato dai cittadini di quelli più pigri.

Cosa non ha funzionato? Secondo Steve Keefe, bassa qualità dei dati e troppe promesse. Non sono in grado di pronunciarmi sulla qualità, ma temo anch’io che il movimento open data stia facendo troppe promesse. La premessa che quasi tutti accettano è lo slogan “Raw Data Now” di Tim Berner-Lee: rilasciate i dataset, gli hacker civici e le forze di mercato faranno il resto. I decisori (almeno in alcuni paesi) sono stati ben felici di adeguarsi: il numero di dataset rilasciati è facile da monitorare. Si può interpretare come una misura di efficacia, e fa bella figura sui comunicati stampa.

La domanda di dati non ha retto il passo a cui i dati venivano rilasciati. Non è sorprendente: interpretare i dati per ricavarne storie convincenti è difficile. Gli hackers civici devono sapere di teoria della misurazione, teoria della probabilità, statistica, econometria; essere bravi con i computers non ti serve a niente dopo il download. Ci sono stati alcuni buoni esempi di giornalismo basato sui dati, ma in maggioranza i media hanno ignorato i dati e continuato a intervistare pezzi grossi dei governi e dell’accademia per coprire temi economici, sociali e ambientali. E li posso capire: non ci sono ancora abbastanza lettori per giustificare questo tipo di giornalismo.

Peggio ancora, ci hanno detto che nuovi ecosistemi di servizi innovativi sarebbero sorti intorno alla disponibilità di dati aperti, e che essi avrebbero portato crescita economica e posti di lavoro. Difficile resistere: mettere le parole innovazione, crescita e lavoro nella stessa frase è una delle poche tecniche di accedere a finanziamenti seri in questi tempi di crisi, e proponenti e finanziatori non hanno resistito. Dopo un paio d’anni abbiamo qualche app interessante e qualche impresa che usa i dati. È perfino spuntato qualche posto di lavoro, ma i numeri sono modesti (la cifra più alta che ho visto è di 60 persone in una stessa azienda). Mi stupirei del contrario: la teoria economica ci dice che se il tuo prodotto si basa su una risorsa aperta e inesauribile è molto difficile costruirci intorno dei margini veri. In generale, verrai aggredito da entità non profit e studenti che lavorano sul laptop a zero costi indiretti, e non riuscirai a reggere. Il profitto richiede scarsità, non abbondanza: basta chiedere a qualunque studio di registrazione discografica. Il post di Keefe contiene una notizia interessante, e cioè che le imprese private hanno investito su dati, sì, ma dati privati e ben chiusi.

Sulla base di queste considerazioni e del ridimensionamento di data.gov, consiglierei al movimento open gov-open data di resistere alla tentazione di promettere cose che non si è assolutamente sicuri di potere mantenere. Montare operazioni low cost (e low hype); sottolineare che va benissimo se qualcuno costruisce servizi a valore aggiunto a partire dai dati pubblici, ma che non è questo l’obiettivo del loro rilascio. L’obiettivo è aumentare la trasparenza, efficienza e accountability delle politiche pubbliche. Sarà meno cool; spegnerà i riflettori oggi puntati su di noi e ci chiuderà le porte dei finanziamenti più ricchi, ma terrà il movimento in piedi, proteggendolo dalla delusione, dai tagli ai bilanci pubblici e dalle lobby avverse. Se mi sbaglio, tanto meglio: vorrà dire che tra un anno avremo fatto meglio del previsto, e allora alzeremo il volume della comunicazione.

settembre 27, 2011     Alberto     e-government 2.0     2 comments

Tre futuri per Kublai

Oggi si tiene il Kublai Camp 2011, il terzo in tutto e il primo a cui non posso partecipare. L’amico Tito Bianchi del Ministero dello Sviluppo Economico mi ha chiesto un breve video in cui dico come vorrei che fosse Kublai tra tre anni. Ecco fatto: delineo tre futuri possibili, due che mi piacciono e uno che non mi piace. E sono:

  1. un onesto pensionamento alla fine del prossimo ciclo.
  2. la devoluzione di Kublai alla comunità dei kublaiani, mantenendone la missione pubblica.
  3. entrenchment e slittamento verso una specie di sportello di impresa online. Questo esito mi sembra poco interessante e poco adatto allo Stato centrale, e credo che andrebbe evitato con cura.

Sono curioso di vedere come va a finire.

(Info su Kublai qui)

settembre 24, 2011     Alberto     e-government 2.0, industrie creative e sviluppo     comment

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