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	<title>Contrordine compagni &#187; complexity economics</title>
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	<description>Il blog di Alberto Cottica: creatività e economia nella grande rete</description>
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		<title>Wikicrazia a Venezia: le frontiere delle politiche pubbliche al tempo della crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 10:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La prossima settimana sarò a Venezia. Lunedì 23, insieme a Luigi Di Prinzio, Silvia Rebeschini e gli amici della Scuola di dottorato Nuove tecnologie dell&#8217;informazione territorio-ambiente, faremo il punto sulle frontiere delle politiche pubbliche collaborative al tempo della crisi. A quasi un anno mezzo dalla pubblicazione di <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">Wikicrazia</a>, queste frontiere sono in rapido movimento, e ha molto senso fermarsi un momento per aggiornarne le mappe. <a href="http://www.ricercasit.it/dottorato/Content.aspx?page=273">Info pratiche qui</a>. </p>
<p>Il seminario è ovviamente collaborativo. Se avete delle esperienze di politiche pubbliche collaborative e volete condividerle (in un formato sintetico, per stimolare la discussione) scrivete a Silvia: srebeschini[chiocciola]gmail[punto]com. </p>
<p>Martedì e mercoledì mi fermo in laguna. Sarò ospite dell&#8217;European Center for Living Technology per l&#8217;incontro di inizio del progetto MD &#8211; Emergence by Design, nell&#8217;ambito del quale dirigerò lo sviluppo di un software per assistere i managers di comunità online (nome in codice: <a href="http://www.cottica.net/2011/09/15/dragon-trainer-begins/">Dragon Trainer</a>). L&#8217;incontro dell&#8217;ECLT non è aperto al pubblico, ma se ti interessa questa roba prova a scrivermi e vedo se riesco a farti entrare.</p>
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		<title>Avanti i pensatori radicali!</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 08:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="526" height="374"><param name="movie" value="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf"></param><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always"/><param name="wmode" value="transparent"></param><param name="bgColor" value="#ffffff"></param><param name="flashvars" value="vu=http://video.ted.com/talk/stream/2010/Blank/NuclearDebate_2010-320k.mp4&#038;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/DebateNuclear-2010.embed_thumbnail.jpg&#038;vw=512&#038;vh=288&#038;ap=0&#038;ti=881&#038;lang=&#038;introDuration=15330&#038;adDuration=4000&#038;postAdDuration=830&#038;adKeys=talk=debate_does_the_world_need_nuclear_energy;year=2010;theme=technology_history_and_destiny;theme=tales_of_invention;theme=bold_predictions_stern_warnings;theme=design_like_you_give_a_damn;theme=what_s_next_in_tech;theme=a_greener_future;event=TED2010;tag=climate+change;tag=economics;tag=energy;tag=environment;tag=green;tag=law;tag=nuclear+weapons;tag=politics;&#038;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;" /><embed src="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf" pluginspace="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" bgColor="#ffffff" width="526" height="374" allowFullScreen="true" allowScriptAccess="always" flashvars="vu=http://video.ted.com/talk/stream/2010/Blank/NuclearDebate_2010-320k.mp4&#038;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/DebateNuclear-2010.embed_thumbnail.jpg&#038;vw=512&#038;vh=288&#038;ap=0&#038;ti=881&#038;lang=&#038;introDuration=15330&#038;adDuration=4000&#038;postAdDuration=830&#038;adKeys=talk=debate_does_the_world_need_nuclear_energy;year=2010;theme=technology_history_and_destiny;theme=tales_of_invention;theme=bold_predictions_stern_warnings;theme=design_like_you_give_a_damn;theme=what_s_next_in_tech;theme=a_greener_future;event=TED2010;tag=climate+change;tag=economics;tag=energy;tag=environment;tag=green;tag=law;tag=nuclear+weapons;tag=politics;&#038;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;"></embed></object></p>
<p>&#8220;Sei un radicale!&#8221; Quando ero un adolescente scontroso e polemico, mio padre intendeva questa frase come una critica. Nel mondo in cui siamo cresciuti, essere nella media era una buona cosa: bianco, maschio, un diploma superiore o una laurea presso un&#8217;università non troppo prestigiosa, un lavoro fisso, un appartamento ipotecato, 2.3 figli e una tessera del sindacato. L&#8217;obiettivo era essere una persona seria, e come tale protetta dall&#8217;ombrello della NATO e del welfare state europeo.</p>
<p>Il sogno di stabilità e inclusione sociale di una buona fetta della popolazione (certo non di tutta) è stato bello finché è durato. Ma sembra che l&#8217;egemonia della cultura moderata abbia condotto a una conseguenza imprevista: l&#8217;incapacità collettiva di riconoscere l&#8217;ascesa di problemi globali (disuguaglianze terribili, riscaldamento del pianeta, il rinselvatichimento dei ricchi e la società della sorveglianza) e affrontarli in modo credibile, pensando al di fuori dagli  schemi. Non è tanto un problema di conoscenza (anche se certo, ci serve più conoscenza): per almeno alcuni di questi problemi abbiamo risultati scientifici indiscutibili, <a href="http://www.newstatesman.com/books/2010/01/earth-brand-climate-nuclear">come ha osservato Stewart Brand</a> (vedi anche il video qui sopra). La capacità cognitiva dell&#8217;elettore mediano, quello che fa vincere le elezioni&#8230; quella no, non l&#8217;abbiamo. </p>
<p>Che fare? In termini di velocità di reazione e rapporto risultati-risorse, credo che l&#8217;opzione di gran lunga la migliore sia mettere in campo i pensatori radicali. Esistono, e costituiscono una riserva di pensiero non utilizzata: <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int/share-your-ryde/mission_case/subtle-art-precarity">come ha scritto di recente Vinay Gupta</a>, molti dei problemi veramente importanti per l&#8217;umanità (e quasi tutte le soluzioni candidate a risolverli) occupano i pensieri e le giornate di molte persone interessanti. Quasi tutte sono povere, perché <em>i loro progetti sono fuori dalla sfera finanziabile</em> (con questo termine, Vinay intende l&#8217;insieme di quelle idee e progetti che i decision makers di buon senso nel mondo accademico, nel settore privato e nel governo ritengono &#8220;seri&#8221; e quindi meritevoli di attenzione). Questa riserva potrebbe essere messa a valore per mettere in piedi una risposta di policy in qualche modo evolutiva: dare a queste persone lo spazio per collaudare le loro soluzioni, provandone molte, ciascuna in un ambiente ben controllato e con risorse economiche limitate. Provare tutto: geoingegneria, colonizzazione dello spazio, autosufficienza energetica di piccole comunità, reputazione al posto del denaro. Scartare le cose che non funzionano, e investire su quelle che funzionano. Ripetere. Nassim Taleb lo chiamerebbe &#8220;posizionarsi per <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Black_swan_theory#Coping_with_black_swan_events">intercettare i Cigni Neri positivi</a>&#8220;: ciascuna di queste idee ha una piccola probabilità di produrre benefici enormi, quindi ha senso fare piccoli investimenti in tutte.</p>
<p> Per questa ragione, applaudo <a href="http://www.guardian.co.uk/theobserver/2011/dec/11/new-radicals-making-britain-better-place">la recente mossa di NESTA</a> (l&#8217;agenzia britannica per la scienza, la tecnologia e le arti) di cercare e raccogliere intorno a se i pensatori radicali che potrebbero trasformare la società britannica. A quanto ne so, è la prima volta che la parola &#8220;radicale&#8221; viene usata in un&#8217;accezione positiva in un contesto di politiche pubbliche. Non mi sorprende che sia stata NESTA a farlo: il suo direttore, Geoff Mulgan, è uno dei policy makers più interessanti che conosco. <a href="http://www.guardian.co.uk/theobserver/2011/dec/11/britains-new-radicals-how-to-apply">La call di NESTA</a> non è molto operativa: non ci sono risorse significative, o piani espliciti di dare leve vere a questi pensatori radicali.  Ma è un inizio. Prevedo un&#8217;ondata di pensiero più radicale nelle politiche pubbliche: gli scienziati e i policy makers interagiscono in modo più stretto, e un po&#8217; della hybris dei primi rimane attaccata ai secondi. Speriamo che non sia troppo tardi.</p>
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		<title>Disrupting learning: l&#8217;istruzione farà la fine dell&#8217;industria musicale?</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 07:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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<p><a href="http://www.businessinsider.com/khan-academy-snags-5-million-to-blow-up-education-2011-11">Secondo Business Insider</a> la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Khan_Academy">Khan Academy</a> ha appena ricevuto altri cinque milioni di dollari di fondi. Tutto è cominciato nel 2004, quando un laureato del MIT, Salman Khan, ha cominciato a dare lezioni di matematica a sua cugna usando Doodle, il block notes virtuale di Yahoo. Ha funzionato così bene che altri membri della famiglia hanno chiesto di partecipare; così, Salman ha pensato di registrare le sue lezioni in video e metterle su YouTube. A questo punto potevano essere condivise, e lo sono state. Questo modo di imparare è diventato popolare: sette anni dopo, la Khan Academy è una charity ben finanziata, con 39 milioni di page views al mese.  </p>
<p>Supponiamo che 20 pageviews (video) equivalgano a un giorno di scuola per uno studente; supponiamo che una classe (fisica, non virtuale) contenga 25 studenti, e che i giorni di scuola siano 22 al mese. Questo significa che la Khan Academy equivale a una scuola con 3500 classi, ma solo una decina di insegnanti molto bravi. In questa scuola, però, ogni studente procede al proprio passo, senza doversi sincronizzare con compagni di classe più lenti o più veloci, e può seguire le lezioni a qualsiasi ora del giorno o della notte. Visti <a href="http://www.cottica.net/2010/11/10/e-finita-la-scuolaschools-over/">i noti limiti dell&#8217;istruzione tradizionale</a> è facile prevedere che queste iniziative continueranno ad avere successo.</lang_en><lang_it></p>
<p>Ci saranno conseguenze. Secondo il <a href="https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/index.html">World Factbook</a> della CIA, il 4,4% del PIL mondiale viene speso in istruzione (dato del 2007). E il PIL mondiale è stimato a 75mila miliardi di dollari (2010, parità di potere d&#8217;acquisto). Questo significa che il mercato mondiale dell&#8217;istruzione vale qualcosa come 3.300 miliardi di dollari all&#8217;anno, più del debito pubblico italiano. Il successo della Khan Academy indica che una parte significativa di quel mercato potrebbe essere sulla soglia di una trasformazione <em>disruptive</em>. Quando una cosa simile è successa all&#8217;industria musicale, questa ha reagito in modo aggressivo, assumendo lobbisti per costruire barriere legali intorno alle sue fonti di ricavi e avvocati per fare causa a studenti di liceo colpevoli di condividere illegalmente files musicali. Sono preoccupato di quello che potrebbero fare le università quando si accorgeranno che gli studenti le bypassano. E gli studenti &#8211; almeno in paesi come il Regno Unito, dove le tasse universitarie sono di 5000 euro all&#8217;anno – certamente cercheranno di bypassarle. L&#8217;alternativa è contrarre debiti per pagarsi l&#8217;istruzione, e la crisi finanziaria ci sta insegnando molto sulle conseguenze del debito. Le cose potrebbero mettersi male.</p>
<p>Marco De Rossi, il giovane fondatore della scuola peer-to-peer e online <a href="http://www.oilproject.org">Oilproject</a>, sogna di videoregistrare e mettere online, gratuitamente, tutte le lezioni di tutti i corsi di tutte le università italiane. Potrebbe farlo a costo zero, migliorando moltissimo l&#8217;accesso all&#8217;istruzione, ma per farlo ha bisogno di una legge di una riga che dice: tutte le lezioni pagate dal contribuente sono di pubblico dominio, e condividerle non costituisce violazione di nessun copyright. La mia ipotesi è che questa legge potrebbe essere fatta adesso, mentre l&#8217;attenzione politica è concentrata su altre cose, o mai più: questione di mesi e i lobbisti dell&#8217;accademia la bloccheranno per sempre. Fino alla prossima Tahrir Square.</p>
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		<title>Economist pride</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 07:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inutile negarlo: noi economisti non siamo simpatici alla gente. La nostra disciplina è soprannominata &#8220;la scienza triste&#8221;; veniamo accusati, in modo più o meno velato, di complicità con i peggiori eccessi del capitalismo di rapina; alcuni dei più famosi e rispettati esponenti della professione si sono visti affibbiare dalla stampa soprannomi da supercriminale dei fumetti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/09/money-by-Toban-Black.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/09/money-by-Toban-Black-300x225.jpg" alt="" title="money by Toban Black" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-4123" /></a>Inutile negarlo: noi economisti non siamo simpatici alla gente. La nostra disciplina è soprannominata &#8220;la scienza triste&#8221;; veniamo accusati, in modo più o meno velato, di complicità con i peggiori eccessi del capitalismo di rapina; alcuni dei più famosi e rispettati esponenti della professione si sono visti affibbiare dalla stampa soprannomi da supercriminale dei fumetti, come &#8220;Dottor Destino&#8221; (Nouriel Roubini) e &#8220;Il Cigno Nero&#8221; (Nassim Taleb). Non mi risulta che questo succeda ai linguisti o agli astronomi.</p>
<p>La scienza economica, proprio come la scienza in generale, ha i suoi scheletri nell&#8217;armadio: posizioni ideologiche a cui è stata data una copertura di pretesa oggettività; previsioni completamente sbagliate; prescrizioni di politica economica che hanno causato molta povertà e sofferenza. Ma altrettante sono state le vittorie intellettuali, le invenzioni straordinarie, i contributi di valore alla prosperità umana. A mio modo di vedere, questo dualismo è inevitabile, perché l&#8217;economia politica nasce da una costola della filosofia morale: Adam Smith, da molti considerato il fondatore della disciplina, scrisse una <em>Teoria dei sentimenti morali</em> a cui teneva almeno quanto alla più famosa <em>Ricchezza delle nazioni</em>. E la filosofia morale non è un pranzo di gala: è un campo in cui devi fare scelte terribili ad ogni passo. Libertà o eguaglianza? Meritocrazia o sicurezza? Come i Cavalieri Jedi di Guerre Stellari, i filosofi morali e i loro cugini economisti sono sempre esposti sia al lato luminoso che a quello oscuro della Forza.</p>
<p>Di recente mi è capitato di leggere <em>Towards a General Theory of Consumerism: Reflecions on Keynes&#8217;s Economic Possibilities for Our Grandchildren</em> (in <a href="http://www.amazon.com/Revisiting-Keynes-Economic-Possibilities-Grandchildren/dp/0262162490#reader_0262162490">questo libro</a>) di Joseph Stiglitz e <a href="http://books.google.com/books/about/Governing_the_commons.html?id=4xg6oUobMz4C">Governing the Commons</a> di Elinor Ostrom. Stiglitz usa da maestro la teoria neoclassica per illuminare un problema su cui si riflette troppo poco, e cioè il perché, pur potendoselo permettere, le società moderne non scelgano di lavorare meno, rinunciando a un po&#8217; di consumi in cambio di tempo libero. Tra le altre cose, Stiglitz mostra come semplicissime estensioni del modello standard conducano a ribaltarne le previsioni: per esempio, in un modello a due settori non è necessariamente vero che l&#8217;aumento del salario in un settore conduce a una riduzione dell&#8217;offerta complessiva di lavoro. In me questo suscita ammirazione per la potenza e la flessibilità del modello e un certo imbarazzo nel riscontrare quanto male venga utilizzato nella discussione comune.</p>
<p>Ostrom racconta gli sforzi di diverse comunità umane, dalla Svizzera alle Filippine, nel coordinarsi per gestire in modo sostenibile risorse comuni come tratti di mare pescoso, foreste o sistemi di irrigazione. Successi, fallimenti, episodi di auto-organizzazione e tentativi di riforma dall&#8217;esterno sono analizzati con rigore teorico, potenza esplicativa, radicalità, empatia.</p>
<p>Joseph, Elinor: grazie. Questa è l&#8217;economia del Lato Luminoso, quella che volevo studiare da ragazzo e che mi rende orgoglioso di essere, nel mio piccolo, un lontano parente dei grandi pensatori come voi. Se organizzate una parata per rivendicare l&#8217;orgoglio di essere economisti – un po&#8217; sul modello del Gay Pride, che ha funzionato bene – contate su di me.</p>
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		<title>Dragon Trainer begins</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 07:10:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="345" src="http://www.youtube.com/embed/JJ7GspTruc8?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Una bella notizia: un progetto di ricerca che ho contribuito a scrivere è stato approvato per un finanziamento nell&#8217;ambito del programma Future and Emerging Technologies della Commissione Europea. Il progetto è guidato da uno degli scienziati che ammiro di più, <a href="http://www.santafe.edu/about/people/profile/David%20Lane">David Lane</a>, e si inserisce fortemente nella tradizione di scienze della complessità associata al <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Santa_Fe_Institute">Santa Fe Institute</a>. Intendiamo attaccare un problema molto grande e molto fondamentale: <strong>l&#8217;innovazione è fuori controllo</strong>. L&#8217;umanità inventa per risolvere problemi, ma finisce per crearne di nuovi: l&#8217;automobile migliora la mobilità, ma comporta riscaldamento globale e l&#8217;isolamento dello stile di vita suburbano; l&#8217;agroindustria hi-tech attenua la scarsità di cibo, ma partorisce l&#8217;epidemia dell&#8217;obesità. Dice uno dei nostri documenti di lavoro: </p>
<blockquote><p>While newly invented artifacts are designed, innovation as a process is emergent. It happens in the context of ongoing interaction between agents that attribute new meanings to existing things and highlight new needs to be satisfied by new things. This process displays a positive feedback [...] and is clearly not controlled by any one agent or restricted set of agents. As a consequence, the history of innovation is ripe with stories of completely unexpected turns. Some of these turns are toxic for humanity: phenomena like global warming or the obesity epidemics can be directly traced back to innovative activities. We try to address these phenomena by innovation, but we can’t control for more unintended consequences, perhaps even more lethal, stemming from this new innovation.</p></blockquote>
<p> Noi vogliamo (1) costruire una teoria solida che colleghi progettazione e emergenza nell&#8217;innovazione e (2) usarla per costruire strumenti che la società civile possa usare per prevenire le conseguenze negative del progresso tecnico. Una cosa da niente! E infatti la valutazione del progetto è stellare: 4,5 su 5 per l&#8217;eccellenza tecnica e scientifica, e 5 su 5 per l&#8217;impatto sociale.</p>
<p>Il progetto contiene la realizzazione di <a href="http://www.cottica.net/2011/05/16/dragon-training-gestione-di-comunita-online-aiutata-dal-computercomputer-aided-online-community-management/" title="Dragon training: computer-aided online community management">Dragon Trainer</a>, un software che dovrebbe aiutare i responsabili di comunità online ad &#8220;ammaestrarle&#8221; come si ammaestrerebbe un animale molto grande e forte (un drago, appunto), che non si può costringere con la forza ma solo influenzare. Il responsabile della creazione di Dragon Trainer sono io, ed è una bella responsabilità.</p>
<p>Sono molto contento, ma anche preoccupato. Ci sono fondi pubblici di ricerca, e quindi è ancora più importante produrre il miglior risultato che siamo in grado di portare a casa. Dovrò studiare come un dannato. Sto pensando seriamente di dedicarmi alla ricerca a tempo pieno per un paio d&#8217;anni a partire dal 2012. Che ne dite, faccio bene?</p>
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		<title>I giovani si abbandonano alla globalizzazione?</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 07:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il rapporto 2011 sui giovani del mondo della Fondation pour l’innovation politique contiene il grafico riprodotto qui sopra. I sondaggi di opinione vanno presi con molta cautela (le persone tendono a mentire nelle risposte), ma fa una certa impressione. C&#8217;è stato uno scambio completo di ruoli: dieci anni fa l&#8217;establishment era a favore della globalizzazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/09/Perception-of-globalization.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/09/Perception-of-globalization.jpg" alt="" title="Source: Fondapol, World Youths 2011" width="575" height="568" class="alignnone size-full wp-image-4088" /></a></p>
<p>Il <a href="http://www.fondapol.org/en/etudes-en/2011-world-youths/">rapporto 2011 sui giovani del mondo </a> della Fondation pour l’innovation politique contiene il grafico riprodotto qui sopra. I sondaggi di opinione vanno presi con molta cautela (le persone tendono a mentire nelle risposte), ma fa una certa impressione. C&#8217;è stato uno scambio completo di ruoli: dieci anni fa l&#8217;establishment era a favore della globalizzazione e i giovani protestavano. Oggi l&#8217;establishment <a href="http://www.cottica.net/2011/08/29/nation-states-vs-feral-finance-the-final-battle/" title="Nation states vs. feral finance: the final battle?">sembra a disagio</a> e i giovani sono a favore. Cosa succede?</p>
<p>Forse Joseph Stiglitz è stato profetico <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Globalization_and_Its_Discontents">nel suo libro del 2001</a>: la globalizzazione è stata gestita male, ma è un fenomeno generalmente benefico, perché fornisce opportunità prima impensabili. I giovani nel mondo – e soprattutto nel mondo in via di sviluppo – stanno semplicemente riconoscendo i suoi benefici.</p>
<p>Eppure ci potrebbe essere un&#8217;altra spiegazione, più inquietante: che i giovani (soprattutto quelli più istruiti) stiano decidendo di essere leali più verso i loro coetanei ovunque nel mondo che verso i loro paesi di origine, sempre meno in grado di dare loro una vita attiva e felice, e sempre meno interessati a farlo. L&#8217;economia e la società globalizzate sono il luogo dove questi giovani trovano le loro opportunità: da che parte staranno se se esse entrano in conflitto con i vecchi stati-nazione?</p>
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		<title>Stati nazionali vs. finanza selvatica: scontro finale?</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 07:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La crisi finanziaria ha riaperto gli orizzonti del dibattito sulla politica economica. Pressati dalle rispettive opinioni pubbliche, i leaders mondiali hanno bisogno di nuove idee, e in fretta. Nonostante questo, a prima vista può sorprendere che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicholas Sarkozy abbiano rispolverato l&#8217;idea di una tassa sulle transazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="560" height="345" src="http://www.youtube.com/embed/M18_Yi9hVm4?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>La crisi finanziaria ha riaperto gli orizzonti del dibattito sulla politica economica. Pressati dalle rispettive opinioni pubbliche, i leaders mondiali hanno bisogno di nuove idee, e in fretta. Nonostante questo, a prima vista può sorprendere che la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicholas Sarkozy <a href="http://www.guardian.co.uk/business/2011/aug/16/sarkozy-merkel-economic-government-eurozone">abbiano rispolverato</a> l&#8217;idea di una tassa sulle transazioni finanziarie. Adesso i giornalisti la chiamano Robin Hood tax, ma negli anni 90 si chiamava <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tobin_tax">Tobin tax</a> ed era parte dell&#8217;arsenale teorico del movimento anti-globalizzazione. Non era nuova nemmeno allora: era stata proposta (in una forma riferita alle transazioni di valuta estera) dal premio Nobel per l&#8217;economia James Tobin nel 1972.</p>
<p>L&#8217;idea è tassare con un&#8217;aliquota molto bassa (0,01-0,05%) le vendite di attività finanziarie (azioni e/o bonds e derivati). L&#8217;aliquota è troppo bassa per scoraggiare lo spostamento di capitali da attività che hanno un rendimento strutturalmente basso ad attività che ne hanno uno strutturalmente più alto (per esempio da azioni di un&#8217;azienda decotta ad azioni di un&#8217;azienda molto redditizia), perché questo spostamento avviene una volta sola e il costo della tassa viene rapidamente riassorbito dai maggiori rendimenti: in questo modo, il mercato mantiene le sue proprietà di efficienza. Ma un&#8217;aliquota così è comunque abbastanza alta per scoraggiare la speculazione, che si basa sul comprare e rivendere rapidamente le stesse attività. </p>
<p>Il principale problema pratico della Tobin tax è che, a meno che non venga introdotta simultaneamente in tutto il mondo, la speculazione può eluderla semplicemente spostandosi in un mercato finanziario dove essa è assente. In effetti, alcune varianti di Tobin Tax sono state sperimentate in Svezia negli anni 80. Risultati: gettito basso, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tobin_tax#Sweden.27s_experience_in_implementing_Tobin_taxes_in_the_form_of_general_financial_transaction_taxes">diminuzione secca del volume di compravendite</a> e successiva migrazione di molti dei titoli più attivi dalla borsa di Stoccolma a quella di Londra. La tassa è stata successivamente abolita. Quindi non funziona, giusto? Perché ritirarla fuori adesso?</p>
<p>Beh, non è così semplice. Probabilmente non funziona se il suo obiettivo è quello di bloccare la speculazione e generare gettito fiscale. Ma potrebbe funzionare molto bene per un obiettivo diverso: allontanare dal paese le frange del settore finanzario che generano più instabilità (e che su questa guadagnano, come ci ricorda <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Black_Swan_%28Taleb_book%29">Nicholas Taleb</a>). Il loro abbandono può essere doloroso: si tratta di contribuenti molto ricchi, che si suppone portino benessere. Ma potrebbe anche essere una liberazione, perché il settore finanziario è diventato molto potente politicamente: questo (1) rende molto difficile fare politica economica, perché i super-ricchi bloccano qualsiasi manovra che non contenga benefici per loro (<a href="http://www.vanityfair.com/society/features/2011/05/top-one-percent-201105?printable=true">lo sostiene autorevolmente</a> Joseph Stiglitz); (2) introduce disuguaglianza sociale, esasperando il 99% non privilegiato della popolazione; e infine (3) ormai non è più nemmeno chiaro che i super-ricchi portano benessere. Sicuramente non pagano molte tasse: Warren Buffett <a href="http://www.thedailyshow.com/watch/thu-august-18-2011/world-of-class-warfare---warren-buffett-vs--wealthy-conservatives">ha recentemente dichiarato</a> di pagare un&#8217;aliquota più bassa di quella della sua donna delle pulizie.</p>
<p>Insomma, forse stiamo assistendo a uno spostamento culturale. Intendiamoci, l&#8217;uomo della strada non si è mai fidato della finanza, e non l&#8217;ha mai capita. La novità è vedere due leader mondiali del calibro di Merkel e Sarkozy allinearsi con gente come il fiscalista e blogger progressista <a href="http://www.taxresearch.org.uk/Blog/richard-murphy/">Richard Murphy</a> (con <a href="http://www.guardian.co.uk/business/2011/aug/17/european-markets-hit-robin-hood-tax">la benedizione del Guardian</a>), che ha applaudito l&#8217;iniziativa franco-tedesca come &#8220;una mossa necessaria per riportare sotto controllo la finanza inselvatichita&#8221;. Negli anni 90 i militanti di Attac, che manifestavano per la Tobin tax durante gli incontri del G8, venivano trattati come un disturbo dalle polizie di tutti gli stati: c&#8217;è una bella differenza! </p>
<p>Sono tentato di leggere questa storia come uno scontro finale tra due principi ordinatori alternativi, gli Stati nazionali e la finanza globale. Mi sto lasciando suggestionare?</p>
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		<title>Dragon training: gestione di comunità online assistita dal computer</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 09:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<category><![CDATA[analysis]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel mio libro Wikicrazia sostengo che il settore pubblico, il pezzo della società deputato al perseguimento dell&#8217;interesse comune, possa essere reso più intelligente mobilitando l&#8217;intelligenza collettiva dei cittadini. Ricorrere all&#8217;intelligenza collettiva vuole dire abilitare un gran numero di individui a lavorare in modo coordinato su obiettivi comuni. Questo in genere si traduce in comunità online, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/JJ7GspTruc8?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Nel mio libro <a href="http://wwww.cottica.net/wikicrazia">Wikicrazia</a> sostengo che il settore pubblico, il pezzo della società deputato al perseguimento dell&#8217;interesse comune, possa essere reso più intelligente mobilitando l&#8217;intelligenza collettiva dei cittadini. Ricorrere all&#8217;intelligenza collettiva vuole dire abilitare un gran numero di individui a lavorare in modo coordinato su obiettivi comuni. Questo in genere si traduce in comunità online, che usano Internet come infrastruttura tecnologica e in cui  si interagisce sulla base di un patto sociale e di qualcuno che media i conflitti e fa in modo che non si perda di vista l&#8217;obiettivo. </p>
<p>Qui però si pone un problema. Da una parte, le comunità online non si possono gestire con il comando top-down: è proprio l&#8217;azione libera delle tante persone che le compongono a produrre la loro straordinaria efficienza nell&#8217;elaborare grandi quantità di informazione. Dall&#8217;altra, le politiche pubbliche hanno per definizione una missione da compiere che viene dall&#8217;esterno della comunità che le attua: mentre gli utenti di Facebook sono su Facebook per stare insieme, e non importa quello che poi faranno usando quella piattaforma, quelli di <a href="http//www.peertopatent.org">Peer to Patent</a> sono lì per valutare domande di brevetto; quelli di <a href="http://progettokublai.ning.com">Kublai</a> per elaborare progetti di impresa creativa; quelli di Wikipedia (non è una politica pubblica, ma ne ha alcune caratteristiche) per scrivere un enciclopedia. I community managers, me compreso, si dibattono in questo dilemma come possono: quasi l&#8217;unico modo che hanno per interpretare le dinamiche sociali delle loro comunità è passare una quantità spropositata di ore online, e cercano di influenzarle con la persuasione, l&#8217;esempio, la retorica. Ma si lavora molto a istinto, questo è chiaro. E quando le comunità diventano relativamente grandi — anche solo qualche migliaio di persone – è davvero difficile capire cosa sta succedendo.</p>
<p>Ho pensato che il nostro lavoro migliorerebbe molto se avessimo un software che accresce le nostre capacità di lettura delle dinamiche sociali online. In essenza, una comunità di policy è una rete sociale, e quindi può essere rappresentata con un grafo di nodi e link e studiata matematicamente. Le dinamiche sociali della comunità si dovrebbero riflettere sulle caratteristiche matematiche del grafo che la rappresenta: per esempio, la creazione di un gruppo coeso di utenti senior in Kublai nel 2009 veniva segnalata dalla formazione di una struttura che si chiama k-core. Se riusciamo a costruire una specie di vocabolario che traduca le dinamiche sociali in cambiamenti nelle caratteristiche matematiche del grafo, possiamo usare l&#8217;analisi di rete per individuare le dinamiche di comunità che a occhio nudo non si vedono, perché sono &#8220;troppo macro&#8221;: e questo funziona anche per comunità molto grandi, almeno in linea di principio. </p>
<p>Sviluppare questo software sarà il lavoro della mia tesi di Ph.D. Mi aiuteranno i colleghi dell&#8217;Università di Alicante e dell&#8217;<a href="http://www.ecltech.org/">European Center for Living Technology</a>. Per ora si chiama Dragon Trainer, perché gestire una comunità online che deve svolgere un compito esogeno è come ammaestrare un drago: che è troppo grosso e pericoloso per essere costretto a fare quello che vuoi, e quindi va sedotto o convinto. Se ti interessa capire come sarà fatto, guarda il video qui sopra (12 minuti).</p>
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		<title>Do you speak networks?</title>
		<link>http://www.cottica.net/2011/05/03/do-you-speak-networks/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 07:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Più uso Internet, più mi affascinano le reti, perché si comportano in modo inaspettato, controintuitivo. L’ordine sembra emergervi dal caos in modo quasi magico. Considerate il web: grandi masse di persone che non si conoscono, prive di strutture di comando e di professionalità nel produrre e gestire informazione, dovrebbero dare luogo a una specie di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/05/social-network.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/05/social-network-300x212.jpg" alt="" title="Pic: gephi.org @ Flickr.com" width="300" height="212" style="margin-left: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom:10; margin-top:0px;" class="alignright size-medium wp-image-3699" /></a>Più uso Internet, più mi affascinano le reti, perché si comportano in modo inaspettato, controintuitivo. L’ordine sembra emergervi dal caos in modo quasi magico. Considerate il web: grandi masse di persone che non si conoscono, prive di strutture di comando e di professionalità nel produrre e gestire informazione, dovrebbero dare luogo a una specie di blob, no? E invece, infallibilmente, persone e contenuti finiscono per autorganizzarsi in modo da essere a pochi clicks (spesso uno solo) le une agli altri. Costruire una mappa esaustiva di Internet è impossibile, ma trovarvi qualcosa è abbastanza facile. È come mettere una mano nel proverbiale pagliaio e tirarne fuori un ago al primo tentativo, <em>tutte le volte che cerchiamo un ago</em>. </p>
<p>Più studio le reti e più mi sorprendono per la loro capacità di organizzare l’informazione, apparentemente senza nessuno sforzo. Leggere la storia dell’esplorazione scientifica delle reti sociali dà quasi le vertigini. <a href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Small_world_experiment”>Stanley Milgram</a> affida a cittadini americani scelti a caso lettere per altri cittadini americani, sempre scelti a caso, e un numero sorprendente di esse arriva a destinazione in pochi passaggi (i famosi sei gradi di separazione). <a href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Interpersonal_ties”>Mark Granovetter</a> scopre che i conoscenti casuali sono più efficaci degli amici intimi e dei familiari nel trovarci lavoro . <a href=”http://people.su.se/~liljeros/index.html”>Fredrik Liljeros</a> studia le reti di rapporti sessuali e conclude che un piccolo numero di persone molto promiscue impedirà la scomparsa dell’AIDS. <a href=”http://ess.santafe.edu/pdfs/Eagle_Science10.pdf”>Nathan Eagle</a> predice la prosperità delle comunità locali a partire da come i suoi abitanti dividono il tempo che passano al telefono (gli abitanti delle comunità più povere passano una quota alta del proprio tempo di chiamata con una o poche persone). Tutti questi risultati sembrano indipendenti dalle persone che compongono le reti: in quasi tutti i modelli i nodi sono identici tra loro. L’unica cosa che li distingue – e che genera le proprietà straordinarie dei modelli – è la struttura dei links. Roba che sembra uscita da un corso di laurea, sì, ma di Hogwarts.</p>
<p>Mi sono convinto che le proprietà delle reti possano contribuire a spiegare molti fenomeni di cui facciamo esperienza quotidiana, ma che non capiamo – e che spesso ci danno ansia. Perché abbiamo la sensazione di essere circondati da imprenditori di successo brillanti e creativi (sebbene numericamente queste persone non siano poi tante)? Perché il file sharing in peer-to-peer ha messo alle corde l’industria musicale? Perché Wikipedia funziona così bene? </p>
<p>Il mio Sacro Graal è di domare le reti sociali online, forgiandole in uno strumento potente e preciso per progettare e attuare le politiche pubbliche. L’ho già fatto con <a href=”http://www.visioniurbanebasilicata.net”>Visioni Urbane</a> e <a href=”http://progettokublai.ning.com>Kublai</a>, ma ho dovuto fare molte scelte sulla base del mio istinto. È andata bene, ma perché questo diventi un metodo generalizzabile ho bisogno di capirne molto, molto di più. E quindi studio la lingua delle reti: in questo periodo vado spesso all’European University Institute di Firenze per frequentare il corso di Complex Social Networks di <a href=”http://www.eui.eu/Personal/fvega/”>Fernando Vega-Redondo</a>. È un po’ dura (mi alzo alle cinque del mattino, perché Fernando fa quasi sempre lezione alle 8.45 precise), ma pazienza. Io questa cosa la devo assolutamente capire.</p>
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		<title>Innovazione finanziaria per l&#8217;impresa sociale: quali sono i rischi?</title>
		<link>http://www.cottica.net/2011/03/07/innovazione-finanziaria-per-impresa-sociale-quali-sono-i-rischi-financial-innovation-for-social-business-what-are-the-risks/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 08:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Antonella Noya all&#8217;OECD (grazie!) mi ha passato un loro rapporto, The Changing Boundaries of Social Enterprises, in cui si cerca di fare il punto sugli ultimi dieci anni di impresa sociale nei paesi industrializzati. Sono stati anni importanti per questo settore, da tutti i punti di vista: di crescita e strutturazione, legislativo e anche finanziario. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Antonella Noya all&#8217;OECD (grazie!) mi ha passato un loro rapporto, <a href="http://www.oecd.org/dataoecd/57/7/44076387.pdf">The Changing Boundaries of Social Enterprises</a>, in cui si cerca di fare il punto sugli ultimi dieci anni di impresa sociale nei paesi industrializzati. Sono stati anni importanti per questo settore, da tutti i punti di vista: di crescita e strutturazione, legislativo e anche finanziario. Da quest&#8217;ultimo punto di vista un riassunto potrebbe essere questo: le imprese sociali sono sottocapitalizzate, e stentano in particolare ad accedere a strumenti finanziari diversi dal prestito (<em>loan</em>) e dal contributo (<em>grant</em>). Molta innovazione finanziaria ha cercato di risolvere questo problema. </p>
<p>Il rapporto OECD fa un elenco impressionante: venture philantropy, prestiti &#8220;pazienti&#8221;, piattaforme di crowdfunding à la <a href="http://www.kickstarter.com/">Kickstarter</a>, indici per misurare la performance sociale degli investimenti come i <a href="www.sustainability-index.com/">Dow Jones Sustainability Indices</a> e così via. Tutto bene? Sì e no. Sì, perché il problema esiste e si sta cercando di affrontarlo. No, perché si stanno facendo cose che ricalcano un po&#8217; troppo da vicino la precedente ondata di innovazione finanziaria — quella, tanto per capirci, che ha portato alla crisi globale del 2008. </p>
<p>Considerate <a href="www.blueorchard.com/">Blue Orchard</a>. La loro idea è semplice: mettere in comunicazione gli investitori istituzionali (per esempio i fondi pensione), che vogliono comprare prodotti finanziari etici, con il microcredito. E come si fa? Per cominciare si fanno molti microprestiti. Ciascun prestito corrisponde a un attivo nel bilancio del microcreditore. A questo punto il microcreditore prende tutti questi piccoli attivi di bilancio, e li usa per garantire l&#8217;emissione di un&#8217;obbligazione (cioè uno strumento finanziario derivato da quello primario, cioè il microprestito) che poi rivende all&#8217;investitore istituzionale. Fatto! Quest&#8217;ultimo ha fatto un investimento etico senza bisogno di imparare a distinguere tra loro i microprestiti e i microcreditori. Per contro, l&#8217;istituzione di microcredito ha reperito liquidità aggiuntiva, e può fare altro microcredito. Perfetto, no?</p>
<p>Non necessariamente. Questo processo in finanza si chiama cartolarizzazione: il suo effetto ultimo è quello di allontanare il debitore dal creditore finale. Prima della cartolarizzazione i mutui casa venivano concessi da banche locali, che conoscevano il debitore ed erano ragionevolmente in grado di valutarne l&#8217;affidabilità. Se quest&#8217;ultimo si trovava in cattive acque, la banca locale faceva il possibile per consentirgli di ristrutturare il debito: in fondo si trattava di un cliente e di un membro di quella comunità, ed era interesse della banca che la comunità che serviva fosse il più prospera possibile. Con la cartolarizzazione, però, il mutuo del signor Rossi viene impacchettato con altri in uno strumento derivato, e rivenduto a un investitore non locale: se va bene un fondo, se va male un hedge fund molto aggressivo. Appena Rossi ritarda con un pagamento, questo investitore non ha nessuna ragione di essere comprensivo: farà la cosa che gli conviene nell&#8217;immediato, visto che non partecipa alla comunità locale in cui Rossi vive. Cosa faranno i fondi pensione che comprano i prodotti Blue Orchard se dovessero trovare che i rendimenti sono troppo bassi? Se decidono che devono rientrare immediatamente dei loro crediti, quale sarà l&#8217;effetto di questo rientro sul microcreditore? Può essere costretto a rientrare a sua volta, compromettendo il beneficio sociale di avere investito sul proprio lavoro?</p>
<p>Discorsi simili si possono fare per i &#8220;mercati di capitale etico&#8221; in via di collaudo in diversi paesi, come <a href="http://www.thirdsector.co.uk/news/archive/614156/FINANCE-NEWS-Triodos-sets-ethical-exchange/?DCMP=ILC-SEARCH">ETHEX</a> nel Regno Unito o la Bolsa des Valores Sociais in Brasile. Il mercato azionario che conosciamo ha portato molti capitali alle imprese for profit, al prezzo di indurle a una prospettiva di breve termine: un buon risultato trimestrale è fondamentale per non perdere la fiducia del mercato. Cosa succederebbe alle imprese sociali le cui azioni (sì, alcune emettono azioni) fossero scambiate alla borsa di Londra o New York?</p>
<p>Sono domande inquietanti. Ma fare finta di niente sarebbe peggio: non abbiamo scelta se non cercare le risposte.</p>
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