The Internet vs. the democratic deficit: collaborazione online per rompere il ghiaccio tra cittadini e istituzioni internazionali

Global problems demand global governance: ce lo ripetiamo da anni. E in effetti, a partire dal dopoguerra, le istituzioni internazionali si sono moltiplicate e sono giunte a ricoprire ruoli importanti in quasi tutti i campi. Non ci sono solo le Nazioni Unite con la loro galassia di agenzie, ma anche le istituzioni gemelle di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale; l’OCSE; l’OPEC; il World Economic Forum; le alleanze militari strutturate come NATO e SEATO; il Club di Madrid; l’Agenzia Atomica Internazionale; il WTO e tante altre. In Europa questa tendenza è moltiplicata dal progetto di unificazione del continente: il peso specifico di Bruxelles sulle politiche degli stati membri dell’Unione Europea è ormai decisivo. Qualcuno ha calcolato che il 70% degli atti legislativi promulgati dai parlamenti degli stati europei consiste nel recepire direttive europee – il che rende i parlamenti nazionali poco più che elementi decorativi.

Questo sistema è estremamente efficiente. Con un parlamento di 736 membri (quello italiano ne ha 946) e una burocrazia di soli 33.000 dipendenti l’Unione Europea gestisce la prima economia del mondo, con 500 milioni di abitanti (in Italia i dipendenti pubblici sono 3,4 milioni, ma questa cifra comprende anche figure operative come medici, insegnanti e poliziotti e non solo impiegati come nel caso dell’UE). Ma c’è un problema: molti europei sentono le istituzioni dell’unione lontane, inaccessibili, in qualche modo al di fuori del loro controllo. La Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, non viene eletta; presidente e commissari vengono indicati dagli stati membri. Il Parlamento Europeo viene eletto dal popolo, ma i parlamentari faticano a conciliare il lavoro quotidiano a Bruxelles con la necessità di mantenersi in contatto con i loro collegi, che peraltro sono molto grandi. Risultato: queste istituzioni sentono spesso di lavorare in un vuoto, uno spazio artificiale. Studiano documenti che arrivano da luoghi lontani, ma le vite dei cittadini arrivano loro come una trasmissione radio molto disturbata. La combinazione di isolamento dal territorio e bisogno di informazione di alta qualità crea spazio per le lobby, e infatti a Bruxelles ci sono molti lobbisti. Nel gergo politico europeo, questa situazione si chiama deficit democratico.

L’Internet sociale, credo, ha la potenzialità per rompere la barriera di isolamento dai territori che circonda gli uomini e le donne delle istituzioni internazionali. Il filtraggio sociale permette di intrattenere conversazioni su scala molto vasta senza troppi rischi di sovraccarico informativo. Nella mia esperienza passata con Kublai si è visto che un’amministrazione centrale può aprire un dialogo diretto con i singoli individui nei territori, saltando i livelli amministrativi locali, e che questa discussione disintermediata è uno straordinario luogo di apprendimento per l’istituzione. Il mio gruppo ed io stiamo provando ad applicare una tattica simile alla scala continentale con Edgeryders. Singoli politici stanno esplorando questo spazio in modo più agile di quanto possa fare un’istituzione: due esempi sono l’europarlamentare olandese Marietje Schaake e il Commissario europeo all’agenda digitale Neelie Kroes.

Le istituzioni internazionali sono interessate. Domani (29 novembre 2011) il Parlamento Europeo – e in particolare il suo vicepresidente Gianni Pittella organizza una discussione su questo tema, con un programma piuttosto ricco: avrò l’onore di presentare Edgeryders. Il 9 dicembre terrò un webinar con l’United Nations Development Programme/Eastern Europe and Central Asia. Spero che questa strada porti lontano, perché abbiamo assoluto bisogno sia di governance internazionale che di legittimità democratica.

novembre 28, 2011     Alberto     e-government 2.0     comment

Buon compleanno web, l’Italia ha bisogno di te

Di nuovo in viaggio! E questa volta è per una festa: quella del ventesimo compleanno del World Wide Web. Si tiene lunedì 14 novembre a Roma, al tempio di Adriano, in presenza dell’orgoglioso genitore sir Tim Berners-Lee, che terrà il keynote speech. Su scala molto più modesta, anch’io terrò un piccolo intervento, parlando di Wikicrazia, ovvero di governance collaborativa mediata da Internet.

Sullo sfondo della festa, tempi difficili. Ma la festa serve, e teniamocela ben stretta! come scriveva Sant’Agostino sedici secoli fa, i tempi siamo noi: se non ci piacciono, possiamo sempre inventarne di nuovi, o almeno provarci. Un numero sempre crescente di italiani, connessi proprio dal ventenne World Wide Web, ci sta provando. Nel mio piccolo, ci provo anch’io: Wikitalia, di cui parleremo lunedì, è appunto un regalo di compleanno dell’Italia all’Internet, e dell’Internet all’Italia.

(Il video qui sopra è stato un tentativo di qualche mese fa di spiegare ad alcuni non italiani molto interessati cosa voglio fare nella vita. Però c’entra.)

novembre 13, 2011     Alberto     internet, Wikicrazia     1 comment

Disrupting learning: l’istruzione farà la fine dell’industria musicale?

Secondo Business Insider la Khan Academy ha appena ricevuto altri cinque milioni di dollari di fondi. Tutto è cominciato nel 2004, quando un laureato del MIT, Salman Khan, ha cominciato a dare lezioni di matematica a sua cugna usando Doodle, il block notes virtuale di Yahoo. Ha funzionato così bene che altri membri della famiglia hanno chiesto di partecipare; così, Salman ha pensato di registrare le sue lezioni in video e metterle su YouTube. A questo punto potevano essere condivise, e lo sono state. Questo modo di imparare è diventato popolare: sette anni dopo, la Khan Academy è una charity ben finanziata, con 39 milioni di page views al mese.

Supponiamo che 20 pageviews (video) equivalgano a un giorno di scuola per uno studente; supponiamo che una classe (fisica, non virtuale) contenga 25 studenti, e che i giorni di scuola siano 22 al mese. Questo significa che la Khan Academy equivale a una scuola con 3500 classi, ma solo una decina di insegnanti molto bravi. In questa scuola, però, ogni studente procede al proprio passo, senza doversi sincronizzare con compagni di classe più lenti o più veloci, e può seguire le lezioni a qualsiasi ora del giorno o della notte. Visti i noti limiti dell’istruzione tradizionale è facile prevedere che queste iniziative continueranno ad avere successo.

Ci saranno conseguenze. Secondo il World Factbook della CIA, il 4,4% del PIL mondiale viene speso in istruzione (dato del 2007). E il PIL mondiale è stimato a 75mila miliardi di dollari (2010, parità di potere d’acquisto). Questo significa che il mercato mondiale dell’istruzione vale qualcosa come 3.300 miliardi di dollari all’anno, più del debito pubblico italiano. Il successo della Khan Academy indica che una parte significativa di quel mercato potrebbe essere sulla soglia di una trasformazione disruptive. Quando una cosa simile è successa all’industria musicale, questa ha reagito in modo aggressivo, assumendo lobbisti per costruire barriere legali intorno alle sue fonti di ricavi e avvocati per fare causa a studenti di liceo colpevoli di condividere illegalmente files musicali. Sono preoccupato di quello che potrebbero fare le università quando si accorgeranno che gli studenti le bypassano. E gli studenti – almeno in paesi come il Regno Unito, dove le tasse universitarie sono di 5000 euro all’anno – certamente cercheranno di bypassarle. L’alternativa è contrarre debiti per pagarsi l’istruzione, e la crisi finanziaria ci sta insegnando molto sulle conseguenze del debito. Le cose potrebbero mettersi male.

Marco De Rossi, il giovane fondatore della scuola peer-to-peer e online Oilproject, sogna di videoregistrare e mettere online, gratuitamente, tutte le lezioni di tutti i corsi di tutte le università italiane. Potrebbe farlo a costo zero, migliorando moltissimo l’accesso all’istruzione, ma per farlo ha bisogno di una legge di una riga che dice: tutte le lezioni pagate dal contribuente sono di pubblico dominio, e condividerle non costituisce violazione di nessun copyright. La mia ipotesi è che questa legge potrebbe essere fatta adesso, mentre l’attenzione politica è concentrata su altre cose, o mai più: questione di mesi e i lobbisti dell’accademia la bloccheranno per sempre. Fino alla prossima Tahrir Square.

novembre 7, 2011     Alberto     complexity economics, Innovazione sociale     comment

   


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