Insegnare la collaborazione online per l’impresa sociale

L’Istituto Europeo di Design mi ha proposto di insegnare in un nuovo master che si chiama Design for social business (D4SB), organizzato in collaborazione con il premio Nobel Muhammad Yunus e il suo Grameen Creative Lab (info). L’idea è di quelle visionarie: hanno selezionato otto studenti provenienti da tutto il mondo, gli hanno trovato borse di studio e li hanno messi a studiare (in inglese) con un programma molto di frontiera che comprende anche visite sul campo in Bangla Desh e Colombia per vedere l’impresa sociale in azione. Il mio contributo consiste in:

  1. insegnare loro a progettare e usare ambienti di collaborazione online, strumento di lavoro sempre più importante soprattutto per gli innovatori sociali – che lo usano per compensare il deficit di competitività in altre aree, come quella finanziaria.
  2. dare loro un quadro su ciò che si muove nel loro ambiente competitivo, proprio nel momento in cui in Europa si stanno prendendo le decisioni strategiche sulle politiche per il welfare dei prossimi anni
  3. condividere metodi di scrittura e valutazione di business planning per l’impresa sociale

Sono grato al responsabile del corso Jürgen Faust, al coordinatore Massimo Randone e allo IED per l’opportunità di strutturare le mie riflessioni su questi argomenti in forma di lezioni o di seminari e collaudarli su una classe, per giunta di livello così alto.

febbraio 28, 2011     Alberto     Innovazione sociale, internet     1 comment

VRBAN: un progetto comunale fa nascere un’impresa creativa

Nel 2005 il Comune di Verona stava consultando la cittadinanza sul piano strategico, e i giovani non facevano mistero di considerare gli impegni presi dall’amministrazione poco più che chiacchiere: “siamo sempre alla prima riunione” come ho sentito dire a un ragazzo all’assessore alle politiche giovanili durante un’assemblea pubblica. In questo contesto, mi viene chiesto di aiutare le associazioni culturali della città, tra loro in rapporti piuttosto tesi, a mettersi insieme per organizzare un evento che desse il segno di una nuova collaborazione tra i giovani e il Comune, che ci metteva una piccola somma (30.000 euro).

Le associazioni culturali nelle città medie e piccole si odiano quasi sempre. Per forza: sono impegnate in una concorrenza a somma zero per i fondi stanziati da enti pubblici e fondazioni bancarie (dove ci sono), oltretutto assegnati con criteri non sempre trasparenti. Ogni euro che prendo io è un euro che non prendi tu. La concorrenza si gioca sul tirare dalla propria parte i finanziatori. Questo genera un clima di sfiducia diffusa. Coinvolgere un esterno come me doveva essere una garanzia che questa partita sarebbe andata diversamente: questo piccolo fondo aggiuntivo rispetto alle somme già stanziate è condizionato al fatto che i creativi veronesi esprimano e realizzino un progetto comune.

È stata la mia prima vera esperienza di creazione di una comunità. Ho creato una mailing list (cosa pretendete, mica c’era Facebook nel 2005) e preteso che tutto il possibile passasse da lì, con le proposte scritte e visibili a tutti; ho costretto il personale del Comune a riunioni che cominciavano alle sette di sera, per dare modo al mondo dell’associazionismo di partecipare senza compromettere il loro lavoro; ho perfino convinto un assessore, Giancarlo Montagnoli, e una dirigente, Maria Gallo, a concludere tutte le riunioni all’osteria di fianco al palazzo del Comune, insieme ai ragazzi delle associazioni. Ho scoperto il potere della trasparenza e dell’informalità: i progressi più importanti si facevano quasi sempre all’osteria, quando la gente abbassava la guardia e andava a ruota libera, non in riunione. Alla fine l’evento si è fatto: si riappropriava di spazi come l’ex zoo ai bastioni della città; incarnava un’idea di Verona più libera e creativa, con le sfilate di moda africana, i contest di writers, e il mitico bus-discoteca che vedete nel video. L’hanno chiamato VRBAN, ed è stato un successo clamoroso. Molte persone che hanno partecipato al processo hanno scoperto le une nelle altre colleghi capaci e degni di rispetto, con cui può anche essere bello collaborare.

Di recente sono tornato a Verona per un concerto e ho rivisto alcune di quelle persone. E – sorpresa! VRBAN esiste ancora, ed è diventato l’evento principale dell’estate veronese, con migliaia di partecipanti. È arrivato alla sesta edizione; è interamente finanziato da ricavi propri e sponsor privati (la nuova amministrazione di centrodestra gli fornisce comunque alcuni servizi); viene progettato e gestito da alcuni dei ragazzi del 2005, nel frattempo diventati professionisti degli eventi culturali (Alessandro, Fabio) e della comunicazione (Ale); ha perfino dato vita alla rete italiana dei festival musicali ecosostenibili. È un pezzo di economia e cultura cittadina. Che soddisfazione! Intendiamoci, il merito è loro. Ma il Comune ha fatto la sua parte, e il mio aiuto a qualcosa penso sia servito.

Quindi, se passate da Verona a giugno andate a VRBAN e chiedete di Alessandro Formenti, Fabio Fila o Ale Biti e fatevi raccontare. E fatevi una birra alla mia salute. :-)

febbraio 23, 2011     Alberto     industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     1 comment

Wikicrazia: nuova distribuzione e nuovo tour

Molte persone mi hanno scritto lamentandosi perché il mio libro Wikicrazia era praticamente introvabile in libreria – e ci sono stati problemi anche con IBS e Amazon Italia, dimostrando che fare un sito di e-commerce e gestire la logistica sono due cose molto diverse. Adesso, però, il problema è risolto: da fine febbraio il mio editore, Navarra, verrà distribuito da NDA, uno dei più importanti distributori italiani. Questo significa, finalmente, essere presenti nelle maggiori catene di librerie del paese, incluso Feltrinelli, Mondadori Franchising, Librerie.Coop e Ubik, quelle del Circuito Interno 4, nelle librerie indipendenti e in molti circoli culturali. Tra i primi titoli in distribuzione ci sarà appunto Wikicrazia. Se usate PayPal, avete sempre la possibilità di usare un circuito più personale, cliccando su “Buy” qui sotto (powered by Blomming).



Siccome questa è quasi una seconda uscita, la festeggiamo con una raffica di presentazioni. Tra fine febbraio e fine marzo parlerò del mio libro a: Rovereto – TN (26 febbraio), Reggio Emilia (7 marzo), Venezia (10 marzo), Bologna (13 marzo), Roma (21 marzo) e Cagliari (25 marzo). Ci vediamo in giro?

febbraio 21, 2011     Alberto     Wikicrazia     comment

Spaghetti open data: ciò che bolle in pentola

Dopo una pausa natalizia piuttosto lunga, la mailing list di Spaghetti Open Data è ripartita alla grande. In questi giorni stanno un po’ tutti giocando con un plugin WordPress scritto da Vincenzo Patruno, informatico in forza all’ISTAT e nolto attivo su SOD. Si tratta di un widget che attinge al data warehouse online di ISTAT e restituisce dati aggiornati in tempo reale sulla popolazione del Comune, Provincia o Regione italiana che ci interessa (l’installazione, molto facile, è spiegata qui).

La cosa divertente è che un altro membro della mailing list, Paolo Mainardi, ha avuto l’idea di fare la stessa cosa per Drupal. Ha chiesto a Vincenzo il codice del suo plugin, e poche ore dopo ha rilasciato un plugin analogo – e che usa la stessa fonte di dati – per Drupal (potete prenderlo da qui). Complimenti a Vincenzo e a Paolo: direi che il movimento italiano open data ha dimostrato di avere le capacità tecniche per andare lontano.

Poi ci sarà da costruire una comunità di utilizzatori dei dati aperti, che abbiano voglia e capacità di raccontare storie basate sui dati che ci servano a capire meglio – e a riprogettare – la nostra vita in comune, dalle politiche dell’accoglienza ai conti pubblici. Ma questa è un’altra storia, e ci arriveremo. Una prima mossa in questa direzione potrebbe essere quella della città di Torino, che ha appena lanciato questo bando (hat tip: Lorenzo Benussi, sempre sulla solita mailing list)

febbraio 18, 2011     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     6 comments

Lezioni dall’Egitto: dalle previsioni all’early warning


Daniel Kaufmann si è divertito a elencare gli autorevoli commentatori che hanno previsto che, a differenza che in Tunisia, in Egitto il malcontento della popolazione non ci sarebbe stato, e comunque non avrebbe messo in seria difficoltà il governo. Ci sono cascati tutti, da Foreign Policy alla BBC, da Time all’Economist.

Fare previsioni è sempre stato difficile, e lo diventa sempre di più. In una società così complessa come la nostra, anche gli analisti migliori sono pessimi previsori. In un contesto diverso, con David Lane, stiamo ipotizzando che in alcuni casi le previsioni si possano sostituire con un sistema di early warning che individui le dinamiche sociali emergenti al loro stadio iniziale, quando si può ancora intervenire. Questo si farebbe combinando e filtrando grandi masse di dati, molti dei quali raccolti sul web. L’idea, che suonerà familiare a chi usa Internet come meccanismo di filtraggio sociale per le informazioni, è che la conversazione globale sia un’entità di livello superiore, che sa delle cose che nessuno di noi che vi partecipiamo può sapere.

Per descrivere questo ipotetico sistema, David fa sempre l’esempio della sorveglianza post-marketing introdotta nel mercato dei farmaci dopo lo scandalo del Talidomide. Questo farmaco veniva usato dalle donne incinte negli anni Cinquanta, e poteva indurre terribili deformità nei neonati, ma solo combinandosi in modo nonlineare con altri fattori; fu messo in commercio perché i test di laboratorio non permisero di scoprire il problema. Furono i medici curanti delle madri che avevano generato bambini malformati a scoprire, nell’oceano di rumore statistico, il debole segnale dell’assunzione di Talidomide durante la gravidanza. Ora le case farmaceutiche lavorano con i medici per cercare correlazioni statisticamente molto deboli, ma che è possibile scoprire facendo ricorso alla massa di dati ottenuta dal mettere insieme le conoscenze di tutti i medici.

È un argomento affascinante, almeno per me. E – tornando all’Egitto – ha anche una conseguenza inaspettata: che acquisisce ancora più importanza sociale il lavoro di Wikileaks. I leaks alimentano la conversazione globale, e così aumentano la probabilità che bloggers, cittadini e attivisti mettano insieme le loro conoscenze e scoprano tendenze emergenti. È stato detto che Wikileaks è dannosa, perché ostacola il lavora della diplomazia: ma con un’analisi così carente, viene da chiedersi come è possibile che le diplomazie possano compiere un lavoro accettabile.

febbraio 16, 2011     Alberto     complexity economics     4 comments

Un tranquillo martedì wikicratico

Martedì 15 febbraio, qui a Milano, parteciperò a due eventi interessanti dal punto di vista della wikicrazia, cioè della riprogettazione partecipata del mondo in cui viviamo.

La giornata (a partire dalle 9.30) è dedicata al convegno sul design dei servizi organizzato dall’Associazione per il Design Industriale e dal Politecnico di Milano (programma e invito qui). Sono anche relatore: gli organizzatori considerano Kublai un servizio ben progettato, e in questo senso io e il mio team ne saremmo i designer. Siamo anche metadesigner, perché un’altra relazione racconterà CriticalCity Upload, incubato proprio dentro a Kublai.

La serata è dedicata a un esperimento molto intrigante. Pietro Speroni, matematico e supergeek, ha inventato un modo per trovare risposte condivise a domande aperte, basato su quelli che lui chiama “algoritmi genetici umani”, e ne farà un collaudo insieme agli intervenuti. L’idea è questa: c’è una domanda. Chiunque può dare una risposta. Tutti votiamo le risposte (“Sì” o “No”). Un software esamina la votazione e ne trova il cosiddetto fronte di Pareto, cioè l’insieme delle risposte non dominate: significa che una risposta che ha avuto il voto di Anna e Beatrice verrà scartata se ce n’è almeno un’altra che è stata votata da Anna, Beatrice e Carlo. Si dice che la seconda risposta “domina” la prima, perché ha tutti i votanti della prima più almeno uno. Fatto questo, si chiede ai partecipanti di riscrivere, usando – se lo vogliono – i pezzi delle risposte selezionate nel primo round. Questo dà luogo a una seconda generazione di risposte, che usano il “materiale genetico” già selezionato, su cui di nuovo tutti votano e il software cerca il fronte di Pareto, e si itera fino a che non evolve una sola risposta dominante. Il software, naturalmente, si chiama Vilfredo.

Gli esperimenti di Pietro e del suo gruppo finora hanno mostrato che l’algoritmo genetico umano converge. In un certo senso converge troppo in fretta: Vilfredo arriva a un’unica risposta dominante in dieci generazioni o meno, mentre gli algoritmi genetici in senso stretto convergono in diecimila generazioni. E ti credo: l’evoluzione deve provare tutte le mutazioni alla cieca, e lasciare che i vicoli ciechi genetici portino all’estinzione, mentre la discussione tra umani scarta a priori un gran numero di alternative. Se la domanda è “cosa facciamo stasera?”, per esempio, le risposte tipo “dichiariamo guerra al Guatemala” o “andiamo tutti a fare il bagno nel piombo fuso all’Italisider” non hanno bisogno di essere discusse e poi scartate, ma proprio non compaiono mai. Questo dovrebbe insegnarci che i modelli di emergenza nel mondo fisico (i cui agenti sono stupidi, come i neuroni o le formiche) sono molto diversi da quelli del mondo sociale (i cui agenti sono persone, e quindi intelligenti). Alle 20.00 a Musicopoli, Via Boifava 29/A (evento Facebook qui). Potete dire tutto, ma non che non viviamo in tempi interessanti.

febbraio 14, 2011     Alberto     complexity economics, Wikicrazia     comment

La nuova finanza per l’innovazione sociale: opportunità e rischi

Da circa un anno ho cominciato a interessarmi di finanza. Il denaro, nelle sue varie declinazioni, è un’infrastruttura come le strade che abilita lo svolgimento delle attività economiche; inoltre è una piattaforma come Internet, nel senso che è riconfigurabile all’infinito, e che si può usare finanza per produrre altra finanza, strato sopra strato, proprio come questo blog è fatto codice appoggiato sopra un protocollo di rete.

Sto lavorando nel campo delle politiche pubbliche per l’innovazione sociale, e l’innovazione sociale ha un problema di accesso ai capitali. Ovvio: i progetti degli innovatori sociali, anche se generano ricavi e perfino profitti, sono orientati soprattutto a produrre benefici, appunto, sociali. Il capitale, però, cerca una remunerazione monetaria, non sociale. I benefici sociali dell’investimento, anche quando investitori illuminati vi prestano attenzione (nel cosiddetto impact investment), restano in secondo piano.

La settimana scorsa, a Londra, ho parlato a lungo di queste cose con Karl Richter, un giovane architetto trasformatosi in finanziere passando dalla rigenerazione urbana. Lui e altri disegnano strumenti finanziari per l’innovazione sociale. Per esempio, una linea di lavoro consiste nell’impacchettare due fonti finanziarie diverse: un nucleo di “capitale filantropico”, interessato soprattutto ai rendimenti sociali, e uno strato periferico di impact capital in cerca di rendimenti finanziari di mercato, ma che comunque vuole investire responsabilmente. L’impacchettamento avviene in modo che il capitale filantropico sia in prima linea nel coprire le perdite (o i rendimenti al di sotto di quelli di mercato) nel caso l’investimento vada male. In questo modo gli investitori non filantropici sono garantiti; e i benefici del capitale filantropico vengono moltiplicati, perché un euro di capitale filantropico, attirando impact capital, va ad attivarne tre di credito sull’investimento.

Questo tipo di lavoro è importante nel contesto della nascente strategia europea sull’innovazione sociale. Però c’è una cosa che nessuno sta considerando, e cioè le conseguenze emergenti della costruzione di nuovi canali finanziari per questo tipo di impresa. La storia insegna che le innovazioni finanziarie spesso hanno conseguenze del tutto inattese, e a volte maligne. Per esempio, il mercato azionario è stato una grande invenzione, perché permette ai risparmiatori di entrare nel capitale di rischio delle imprese quotate. Siccome il rendimento dell’investimento è agganciato agli utili, il rischio di impresa viene ripartito tra tutti gli azionisti; siccome entrare e uscire dal novero degli azionisti è semplice e rapido, le imprese possono ottenere capitale a basso costo, e il denaro fluisce proprio a quelle imprese che investono in modo saggio, tale da garantire alti rendimenti e bassi rischi. Nel tempo, però, l’esistenza dei mercati azionari ha trasformato l’ecosistema del risparmio e dell’investimento. Invece di singoli risparmiatori che detengono azioni di un’impresa solida e dinamica a medio-lungo termine, essi sono dominati da gestori di fondi che spostano fulmineamente i loro capitali alla ricerca di margini anche di pochissimo più alti. Effetto emergente numero uno: l’ossessione per il brevissimo termine (bilancio trimestrale) della dirigenza delle imprese quotate. Effetto emergente numero due: bolle azionarie.

Vedete, non basta convogliare finanza sull’innovazione sociale. Occorre farlo senza distorcere gli incentivi che rendono gli innovatori sociali così bravi in quello che fanno. Per questo serve una comprensione dell’emergenza dei fenomeni economici e sociali molto migliore di quella che abbiamo adesso, e serve subito. Su questo tema ho iniziato a collaborare con il gruppo di David Lane all’European Centre for Living Technology, e spero di potere dare un contributo utile.

febbraio 9, 2011     Alberto     complexity economics, Innovazione sociale     2 comments

Dell’innovazione sociale (e la fine del mondo come lo conosciamo)

Nell’ultimo anno, in cui ho partecipato ad un gruppo di lavoro del Consiglio d’Europa che riflette su alcune tendenze emergenti dell’economia, mi sono fatto l’idea che l’innovazione sociale sia un fenomeno potenzialmente molto, molto importante. Certamente lo è abbastanza da curvare lo spazio mentale in cui mi muovo: qualunque percorso io segua, mi ci ritrovo sempre più coinvolto. L’ultima notizia – ma ho la sensazione che non sarà affatto l’ultima – è che la Young Foundation (un think tank inglese vicino al presidente della Commissione Europea Barroso, in assoluto l’organizzazione europea più attiva nel promuovere il concetto di social innovation) mi ha chiesto di partecipare all’advisory board della Social Innovation Initiative for Europe. Obiettivo di questo progetto è mettere in piedi l’hub della Commissione Europea per la comunità degli innovatori sociali, che, tra le altre cose, fornirà input per la progettazione del nuovo fondo europeo per l’innovazione sociale.

I fondi europei sono strumenti finanziari di grandi dimensioni per le politiche pubbliche, misurati in centinaia di milioni, se non miliardi, di euro. I criteri di allocazione di questi fondi tra gli stati membri e all’interno di ciascuno stato, sono oggetto di negoziati molto minuziosi e condotti ai massimi livelli delle pubbliche amministrazioni europee. Non accade tutti i giorni che la Commissione si metta a progettare un nuovo fondo: è evidente che qualcuno, al vertice, pensa che questo sia un tema decisivo.

Dal mio punto di osservazione come advisor del Consiglio d’Europa non è difficile capire quello che sta succedendo. I rappresentanti dei governi nel nostro gruppo sono molto preoccupati: il welfare state, cardine del modello europeo e ingrediente fondamentale della del capitalismo umanizzato proposto dal vecchio continente, è in preda ad una crisi fiscale irreversibile. Nessuno crede più che sarà possibile difendere il livello di prestazioni previdenziali e dei pubblici servizi. E non stiamo parlando di Grecia o Italia, per i quali si potrebbe forse parlare di cattiva gestione: i più preoccupati sono i governi dei paesi di welfare avanzato come l’Austria e la Norvegia, in cui l’opinione pubblica non accetterebbe mai una ritirata neppure parziale dall’attuale livello di pubblici servizi — ritirata che, tuttavia, è inevitabile.

Nessuno, però, parla più di privatizzazione. L’esperienza degli anni 80 parla chiaro: i servizi privatizzati non costano meno di quelli forniti dal settore pubblico, anzi. Ci sono molte ragioni per questa conclusione, ma una importante è questa: il settore privato entra solo dove può fare margini alti, altrimenti non è interessato. Qui entra in gioco l’innovazione sociale: la miscela di economia sociale (con un basso orientamento al profitto) e attitudine all’innovazione disruptive mutuata dalla Silicon Valley è, in questa fase, l’unico candidato a darci soluzioni che possano consentire di difendere il livello di servizi pubblici. “Difendere il livello di servizio” nel quadro finanziario attuale significa ridurne il costo unitario. E non del 3-5%: del 50%.

Non serve un genio per capire dove conduce questa cosa. Conduce a servizi pubblici smontati e rimontati in modo completamente diverso. La scuola? Video su Youtube stile Khan Academy invece di maestri in aula. La sanità? Forum online invece di file dal medico di base. L’università? Badges (alla Foursquare) concesse in modalità peer-to-peer che attestano competenze apprese informalmente sul web invece di lauree (ci sta lavorando la Mozilla Foundation). La progettazione delle policies? Wikicrazie invece di burocrazie weberiane professionali. Inutile dire che la transizione sarà molto complicata, e comporterà che moltissime persone che oggi lavorano nel settore pubblico risulteranno, per usare un termine non molto diplomatico, completamente inutili, perché sanno fare cose che non serviranno più e avranno ben poche possibilità di imparare a fare quelle che, invece, serviranno.

Il fondo che la Commissione Europea sta disegnando può risolvere al massimo metà del problema, quella di abilitare gli innovatori sociali a ripensare in modo radicale i servizi pubblici. L’altra metà è fare in modo che il patto sociale tenga, e che gli europei impauriti e arrabbiati non escano di casa a dare fuoco alle auto e ai bancomat (o ai loro vicini diversi da loro in qualunque modo). Per questo abbiamo bisogno di leadership politica di alto livello: il sistema attuale è stato messo in piedi da giganti del calibro di Bismarck (previdenza) e Lord Beveridge (welfare moderno). Speriamo di trovare una dirigenza alla loro altezza per questa fase.

febbraio 7, 2011     Alberto     complexity economics, Innovazione sociale     7 comments

   


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