Qui si fa l’Italia E si muore
Il tour di 40 anni, ormai agli sgoccioli, ha toccato il 22 dicembre Calatafimi, cittadina famosa soprattutto per la prima vera battaglia dei Mille di Garibaldi. Bixio avrebbe pronunciato la famosa frase “qui si fa l’Italia o si muore” in quell’occasione.
Gli organizzatori ci hanno chiesto di potere proiettare un video durante il concerto. Le immagini erano più o meno quelle che vedete qui sopra: ritraggono l’arresto di Domenico Raccuglia “u vitirinariu”, accusato di essere il numero 2 della cupola, avvenuto proprio a Calatafimi a settembre 2009. Il pubblico, composto prevalentemente da ragazzi e ragazze che i quarant’anni non li vedranno per un bel pezzo: ha reagito al video con un tifo da stadio: fischi e insulti alle immagini di Raccuglia, applausi fragorosi alla polizia e alle foto di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Peppino Impastato. E del resto la stessa cosa, come vedete dal video, è successa al momento dell’arresto di Raccuglia (un killer temibile, noto per avere ucciso un bambino e averne sciolto il corpo nell’acido muriatico): ragazzine sedicenni gli urlavano insulti in faccia, magari impaurite ma fierissime.
Il mio amore per la Sicilia è nato insieme all’antimafia. Ero alla festa di Cuore quando annunciarono l’omicidio Borsellino; rimasi colpito dal cupo coraggio dei ragazzi siciliani; mi avvicinai a loro, diventammo amici e lo siamo ancora (nel frattempo uno di loro è diventato il mio editore, e un altro il mio avvocato). Ho anche scritto per loro una canzone che è entrata un po’ nel folklore dell’antimafia. Nei quasi vent’anni della nostra amicizia, il muro di omertà che proteggeva la mafia si è sgretolato: lo vedete dal video, quando la polizia fa un arresto di mafia a Palermo la gente si raduna davanti alla questura per festeggiare insieme ai poliziotti. A Milano, le forze dell’ordine sono sole.
Io amo e ammiro questa Sicilia, questo Sud, e mi vergogno profondamente per la mancanza di reazione civile nel nord Italia contro la criminalità organizzata, che infiltra appalti, costruisce, compra attività. Se dalla mafia ci salveremo, su al Nord, credo proprio che ci salveranno loro. @Assolombarda: posso proporre di assumere uno dei ragazzi di Calatafimi come responsabile antimafia e antiracket? Da milanese, mi sentirei decisamente più tranquillo.
Lo Stato che impara: come integrare l’innovazione sociale nelle politiche mainstream
Faccio parte di un gruppo di lavoro al Consiglio d’Europa che si occupa di “Quality job creation through social links and social innovation” (l’espressione “social innovation” è un’aggiunta recente al nome del gruppo; di questa aggiunta credo di essere in parte responsabile). Uno dei problemi che ci stiamo ponendo è questo: stante che esiste un gruppo di persone interessanti, che chiamano se stessi innovatori sociali; stante che queste persone sembrano avere un potenziale per migliorare la società che abitano; stante che sembra si tratti di soggetti di nuovo tipo – che, quindi, richiedono politiche pubbliche di nuovo tipo, diverse da quelle per le imprese e per il mondo del non profit; stante tutto questo, ne consegue che alle autorità pubbliche si richiede di fare cose nuove, forse anche radicalmente nuove. Bene. Ma come imparano le istituzioni?
Mi sembra una domanda importante. Ho lavorato a progetti pilota pubblici apprezzati come innovativi (Kublai o Visioni Urbane, per esempio); la sfida che attende questi progetti è la trasformazione in metodi che fanno parte del normale arsenale con cui le autorità che li hanno varati affrontano il mondo. Con il sostegno del Consiglio d’Europa ho potuto affrontare il problema in modo strutturato. La mia conclusione provvisoria è che il modello prevalente di apprendimento per le autorità pubbliche è razionale-weberiano e completamente sbagliato. Funziona così:
- Un problema nuovo viene avvertito dalla pubblica opinione
- Politici in concorrenza tra loro per i voti degli elettori lo incorporano nelle loro piattaforme elettorali, insieme alle soluzioni che propongono
- Una volta eletti, i rappresentanti del popolo legiferano in conseguenza delle loro piattaforme elettorali
- La nuova legge si trasforma, in modo lineare, in policy, cioè in azione da parte del governo
Questo modello è elegante ma inutilizzabile. Richiederebbe (1) che politiche alternative (per esempio: carbone pulito vs. rinnovabile vs. nucleare per la politica energetica) potessero venire discusse in profondità e in modo razionale già nelle campagne elettorali; (2) che l’elettorato avesse modi efficaci di vincolare gli eletti alle loro promesse elettorali; (3) che la conversione di una legge in policy fosse “lineare” e non richiedesse interpretazione da parte dell’esecutivo; e (4) che le politiche fossero una strada a senso unico, cioè un fenomeno che influenza la società ma non ne viene a sua volta influenzato. Nessuno di questi requisiti è soddisfatto, nemmeno lontanamente.
E allora? Allora ha più senso abbandonare Weber e la metafora del meccanismo come strumento per capire l’azione di governo, e abbracciare invece, quella dell’ecosistema. Propongo di considerare le autorità pubbliche come sistemi adattivi complessi che coevolvono con la società e l’economia. Insegnare loro ad avere a che fare con l’innovazione sociale – o qualunque cosa nuova, al di fuori della loro esperienza – significa cercare di aiutarle a pensare gli agenti economici e sociali come mossi dalle forze dell’evoluzione, che naturalmente premiano il più adatto. La policy, in questo contesto, diventa l’atto di strutturare un fitness landscape che porti gli agenti ad incamminarsi verso il risultato auspicato. Invece di preterminare i propri esiti top-down, essa abilita e incentiva gli agenti a fornirle input. Questo ha precise conseguenze sulla progettazione dell’azione di governo in pratica. Una di queste è che un’architettura costituzionale che abilita l’apprendimento dal basso (come la Common law) è intrinsecamente superiore a una che non lo fa.
Se ti interessa l’argomento puoi leggere il paper (in inglese): il Consiglio d’Europa mi ha autorizzato a condividerlo. Grazie a Gilda Farrell e Fabio Ragonese per la gentile concessione.
The waste land: la maledizione di essere creativi
Quando mi sono messo a fare il musicista professionista – era la metà dei ’90 – i miei genitori non hanno esattamente stappato lo champagne. Rispettavano il mio percorso (non che avessero molta scelta), ma temevano che sarebbe stato faticoso, forse anche doloroso.
In effetti, l’economia creativa rende il mondo un luogo molto più brillante, colorato, piacevole. Ci stimola tutti quanti, e dà a chi riesce ad affermarvisi un ruolo davvero invidiabile, quello di chi riesce ad affermarsi percorrendo strade insolite, scommettendo sulla propria unicità, facendo mosse inaspettate che il normale mercato del lavoro non sa come valutare. Ma tutto questo ha un prezzo: per ogni successo ci devono essere almeno dieci fallimenti. Più persone ci proveranno, più saranno quelli che hanno successo, e meglio andranno le cose per tutti noi: ma il crescente incoraggiamento ai giovani a provarci, il fiorire dei premi per la creatività e degli aggregatori di talenti moltiplica anche il numero dei fallimenti. Alcune persone falliscono il primo e magari anche il secondo progetto, fanno tesoro di queste esperienze e indovinano il terzo: ma, inevitabilmente, sono molti più quelli che, dopo uno o più fallimenti, abbandonano il campo, e devono ripensarsi, reinventare un’identità meno intrigante di quella di creativo. Fatevelo dire da uno che ha passato veramente tanto tempo a chiedersi “ma sarò capace? mi sto illudendo sulle mie capacità? a chi interessa davvero ciò che sto facendo?”: è un processo che ha un costo umano notevolmente alto.
E quindi, quando leggo una storia come quella di Walter Giacovelli, ci rimango male. Fare impresa creativa già è difficile in condizioni ottimali: con il sistema paese che rema contro diventa quasi impossibile. Walter, comprensibilmente esasperato dalla galleria degli orrori che fa da sfondo al suo percorso (presenta un progetto sui social media e gli dicono che quell’anno si finanziano solo progetti sull’agricoltura; lavora per IG Students, ma il programma chiude senza pagare i collaboratori; è sempre troppo precoce, o troppo anziano, o “non presenta i requisiti di soggetto svantaggiato”) è arrivato a darsi un ultimatum: o si parte entro cento giorni, o si ammaina la bandiera.
Onore alla bandiera, comunque andrà. So bene che non si possono eliminare le sconfitte dal sistema senza fermarlo del tutto, e so anche che alle sconfitte si sopravvive e si va avanti. Lo so sulla mia pelle, perché le ho subite anch’io (questa, per esempio). Però si può e si deve pretendere da noi, che progettiamo e attuiamo le politiche per la creatività, che ci accostiamo con rispetto ed empatia alle persone che, là fuori, lottano e sognano, e spesso pagano salato. Che ci interroghiamo sempre sul senso di quello che stiamo facendo. Che non ci creiamo microfeudi, non chiediamo esclusive, non pensiamo mai di avere capito tutto. Che non ci abbandoniamo alla retorica (io comincio a stancarmi di sentire ripetere a caso “creatività”, “giovani”, “talento”, “innovazione”). E che sfruttiamo al massimo ogni euro, ogni minuto di tempo per cercare di mettere tutti in condizioni di provarci al meglio.
Niente di nuovo, lo so. Ma tenere la guardia alta è utile anche se non è nuovo.
I dati e il contesto: open data e dibattito democratico
Domani vado alla Conferenza Nazionale di Statistica. L’ISTAT ha organizzato un piccolo spazio di interazione informale (Agorà) in cui incontrare “il movimento open data”, che è un modo elegante per indicare Flavia Marzano (blog) – in rappresentanza di Datagov.it – e me – in rappresentanza di Spaghetti Open Data.
In questi giorni ho provato a ricapitolare le discussioni fatte in ML per capire come impostare l’intervento. Sono arrivato a un’impostazione fatta così:
- Il movimento open data pensa che il rilascio di dati pubblici in formato aperto sia una cosa buona in sé (“prima i dati, poi vedremo”). Le amministrazioni, che hanno in mano i dataset, vedono invece alcuni svantaggi, e perfino pericoli, che rendono il rilascio un’operazione che richiede un pensiero radicale [questo è molto basato sull'intervento di Aline Pennisi alla conferenza Fammi sapere]. E non hanno neanche tutti i torti – anche perché i dati sono spesso molto sporchi, e difficili e costosi da ripulire. Si corre il rischio che più dati non voglia dire più trasparenza, sia per ragioni tecniche legate alla sporcizia del dato che per ragioni culturali legate alla scarsa data literacy dell’opinione pubblica.
- Questo consiglia di pensare gli open data come un pezzo di un ecosistema della discussione razionale allargata che usi i dati come carburante, ma al cui centro stia, saldamente, il dibattito democratico. La cosa che mi immagino è un ambiente che, oltre al rilascio di dati, comprenda contests per storie basate su dati, tools avanzati per la visualizzazione, un po’ di ricerca universitaria, collegamenti con chi all’estero sta percorrendo questa strada etc.
- Piccola proposta: ISTAT potrebbe collaborare con il movimento open data nella costruzione di questo ecosistema. Ne è naturalmente un attore importante, perché i dati statistici forniscono contesto agli open data, e più gli uni e gli altri sono interoperabili (sia in senso tecnologico della possibilità di costruire meshup, che in senso sociale della partecipazione al dibattito) e meglio è. Possibili ruoli per ISTAT: dare una mano alla ripulitura e al consolidamento dei dati pubblici che pubblica a fini statistici; pubblicare in formato aperto e gratuito i propri dati (alcuni sono disponibili a pagamento: ma li abbiamo già pagati!); e guidare una riflessione profonda sul segreto statistico. Alcune rilevazioni – per esempio quella sulla spesa dei Comuni – riguardano soggetti pubblici, ma sono soggette a segreto statistico: la conseguenza è che non si possono avere i dati di spesa del singolo Comune, che forse è un po’ un anacronismo.
- Purtroppo, questo ci costringe a toccare un tema un po’ controverso – quello di Wikileaks. Il consenso all’interno del nostro gruppo è: l’attuale panorama tecnologico e dei media produce entità come Wikileaks, e sempre più ne produrrà. La riservatezza del passato non è più possibile. Il rilascio di open data potrebbe essere la “mossa del cavallo” per costruire fiducia intorno ad una trasparenza gestita, invece che ridursi a rincorrere le conseguenze di una trasparenza subita. L’esperienza dell’ISTAT potrebbe essere molto utile in questo.
- le stelline della riusabilità di Tim Berners-Lee – adottate con convinzione dal gruppo di Spaghetti Open Data – sono un esempio del modo in cui potremmo dare incentivi in positivo alle amministrazioni. Ha più senso vedere il concetto di apertura come una variabile continua (più o meno aperto) anzichè come una variabile binaria (aperti o non aperti). Con la scusa delle stelline, molti attori in più si possono trovare a partecipare al grande gioco degli open data ai livelli di apertura bassi, e poi crescere nel tempo man mano che migliorano qualità e condizioni di accesso ai propri dati (Matteo Brunati dice che “la curva di apprendimento è meno ripida”)
Al di là del merito, mi piace tanto l’idea che ISTAT e alcuni privati cittadini si ritrovino per scambiarsi idee sulle cose che si possono fare: vuol dire che il primo riconosce ai secondi una expertise importante, con cui vuole confrontarsi. Anche questa è Wikicrazia.
Narrative dell’innovazione: i tarocchi tecnologici a Drumbeat
Secondo David Lane, a volte siamo chiamati a prendere decisioni in condizioni che lui chiama di incertezza ontologica. Si ha incertezza ontologica quando non si è assolutamente di grado di fare un quadro esaustivo della situazione, e di arrivare a rappresentarsi la gamma delle scelte possibili e delle loro conseguenze per noi. In un articolo famoso, ci invita a considerare la situazione di un diplomatico bosniaco all’inizio del settembre 1995, che tenta di fermare il massacro che sta avvenendo nel suo paese.
È molto difficile decidere chi sono gli amici e chi i nemici. Prima combatte contro i croati, poi al loro fianco. Il suo esercito affronta un esercito composto da serbi bosniaci, ma suo cugino e altri musulmani dissidenti combattono al fianco di quest’ultimo. Cosa puà aspettarsi dalle forze di sicurezza dell’ONU, dai bombardieri NATO, dai politici occidentali, da Belgrado e Zagabria, da Mosca? Chi sono gli attori importanti, e cosa vogliono? Su chi può contare, e per cosa? Non lo sa – e quando crede di saperlo, la situazione cambia di nuovo.
Come decidere in queste situazioni? Risposta: raccontandosi storie. Gli umani sono bravi con le storie: se ti riconosci nell’eroe di una storia, sarà lui a ispirare le tue azioni, proprio come Don Chisciotte cambia la sua vita per rimodellarla sui modelli dell’epica cavalleresca medievale.
L’innovazione accade spesso in condizioni di incertezza ontologica. Si può avere un obiettivo in termini di produzione di un artefatto, ma il sistema di mercato – che dipende dall’uso che le persone decideranno di fare di quell’artefatto – è sempre emergente. La stampa a caratteri mobili è stata un progetto di ricerca e sviluppo, ma Gutenberg non aveva certo previsto l’umanesimo e il mercato dei libri tascabili di Aldo Manuzio; Henry Ford ha razionalizzato la produzione dell’automobile, ma non poteva prevedere i quartieri dormitorio per pendolari che la civiltà dell’automobile ha reso possibile. Realizzare e portare al mercato un’innovazione significa agire in un contesto mutevole, come quello in cui si muove il diplomatico bosniaco dell’esempio. E per farlo occorre raccontarsi storie.
Nadia El-Imam ha avuto l’idea di aiutare le persone a raccontare storie su se stessi e il loro rapporto con la tecnologia e l’innovazione usando degli speciali tarocchi da lei inventati (invece che la Torre e la Papessa, rappresentano il Server, il Programmatore, l’Interfaccia e così via). Vestita da cartomante zingara, si è offerta di leggere il futuro dei geeks che affollavano il Drumbeat, evento organizzato a Barcellona da Mozilla Foundation. Il risultato è stato un successo straordinario, con le persone in coda ad aspettare il loro turno di interrogare le carte. Tra di loro, l’imprenditore e venture capitalist Joi Ito (che si vede nel video). Attraverso l’interrogazione delle carte, gli innovatori riprendono il filo di ciò che stanno facendo e cercano una via per proseguire il loro viaggio.
A loro modo, i “tarocchi tecnologici” di Nadia sono una piattaforma, utilizzabile come strumento di ricerca etnografico, veicolo per il counseling aziendale e chissà quante altre cose. Sono curioso di vedere come evolve.
Un mese da diavolo straniero
Il 24 dicembre derogherò ai rituali natalizi per partire per la Cina. Conto di rimanerci quasi un mese, fino a metà gennaio. Sono curioso di questo paese sterminato sia nello spazio (è molto grande e popoloso) sia nel tempo (è molto antico, e sembra deciso a giganteggiare nel futuro), e vorrei saperne di più. Farò base a Shanghai, ma spero di visitare anche Pechino, Shenzhen, e Hong Kong.
Mi piacerebbe approfittare dell’occasione per incontrare persone interessanti che vivono in Cina, che siano cinesi o “diavoli stranieri” (ci chiamano così, pare) espatriati, e condividere con loro qualche idea. In particolare, mi piacerebbe conoscere esperti/e di sviluppo regionale e di industrie creative, soprattutto dal lato delle politiche pubbliche (funzionari governativi o simili). Se hai dei contatti in quelle città da suggerirmi, ti sono grato se ti metti in contatto con me. Mi trovi su tutti i social network principali (tranne Baidu, dovrò rimediare), o puoi scrivermi a alberto[chiocciola]cottica[punto]net.
Alberto
industrie creative e sviluppo, La vita, l'universo e tutto quanto
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A feature, not a bug: il ruolo di WikiLeaks nell’ecologia della governance
AGGIORNAMENTO 6 dicembre: anche Clay Shirky ha preso posizione. Come molti cittadini americani, la sua preoccupazione principale è quella di cercare di inquadrare il comportamento del governo degli Stati Uniti, senz’altro il più accanito nel tentare di mettere a tacere WikiLeaks. Ne dà un giudizio molto negativo, perché persegue i propri obiettivi con mezzi extralegali (pressioni sui gestori dei server, su Paypal etc.); inoltre distingue con attenzione tra breve e lungo termine. Il post merita di essere letto con attenzione, ma mi pare di potere dire che Shirky ed io concordiamo sul fatto che, nell’attesa che emerga un nuovo equilibrio giuridico e sociale per la società connessa, WikiLeaks è funzionale ad una democrazia in salute.
Ho conosciuto Julian Assange nel 2009 a Barcellona. Eravamo entrambi ospiti di Personal Democracy Forum Europe (da cui è tratto il video qui sopra), e che raccoglie persone interessate a usare Internet per fare funzionare meglio la democrazia (come lui) o la pubblica amministrazione (come me).
WikiLeaks non è emanazione di un’amministrazione pubblica. Se non fosse per questo, però, starebbe benissimo tra i tanti esempi di politiche pubbliche in rete di Wikicrazia, perché, come gli altri esempi in positivo che cito nel libro, è orientata a una nozione di bene comune (trasparenza e responsabilità dei governi di fronte ai cittadini); e mobilita l’intelligenza collettiva per analizzare grandi masse di dati di fonte pubblica e trarne storie comprensibili su ciò che le amministrazioni davvero stanno facendo, e perché.
Dico che WikiLeaks è orientata al bene comune perché la sua attività non è rivolta contro gli stati i cui documenti riservati va diffondendo. Al contrario, Julian è convinto di essere loro utile: informando i cittadini su ciò che davvero succede si irrobustisce la democrazia. Mettendo più teste a pensare alle scelte fatte in passato, si rende più probabile fare scelte più sagge in futuro. E dico che mobilita l’intelligenza collettiva. perché non pretende di spacciare “la verità”: cerca piuttosto di fornire materiale grezzo ai giornalisti, ai magistrati, ai cittadini interessati, e in prospettiva agli storici. La verità storica non sta nel singolo documento, ma nell’interpretazione condivisa del totale di questi documenti che emergerà dal dibattito. WikiLeaks si limita a trasferire documenti riservati nel pubblico dominio, e lascia poi all’intelligenza collettiva di cui parlo nel mio libro di ricostruire un quadro della situazione. E se giudica che un documento riservato possa mettere in pericolo vite umane si autocensura e non lo diffonde: è successo in passato per documenti sulla dislocazione delle truppe americane in Afghanistan.
Su tutte queste cose, Julian parla assolutamente la stessa lingua delle amministrazioni impegnate sul tema della trasparenza. Se lo metteste in una stanza con il Presidente Obama e il Primo Ministro Cameron, i tre sarebbero d’accordo su quasi tutto. Ma non su un punto fondamentale: WikiLeaks ritiene che i governi facciano un uso di gran lunga eccessivo della riservatezza, e ritiene che sia suo diritto e suo dovere intervenire per rendere pubblici documenti che non hanno ragione di non esserlo. Per il poco che vale la mia opinione, sono d’accordo sul primo dei due punti: le amministrazioni pubbliche, spaventate dai propri cittadini, hanno una tendenza istintiva a lavorare nell’ombra che mi sembra inutile e dannosa. Pensate che, quando due associazioni di consumatori hanno chiesto di vedere le carte relative agli appalti per realizzare il portale turistico Italia.it, costato 45 milioni di euro e naufragato in poche settimane, il governo italiano glie le ha negate. Qui non ci sono sicuramente vite in gioco e questioni di sicurezza nazionale, e quindi credo che quelle carte dovrebbero essere rese pubbliche: in fondo, in una democrazia, il dibattito pubblico è la guida dell’operare delle amministrazioni, e più lo alimentiamo e meglio è.
Sono sicuro che su questa linea si attestino anche molti onesti e devoti servitori dello stato: del resto, immagino che siano proprio loro a passare le informazioni a WikiLeaks! Un po’ provocatoriamente, si potrebbe affermare che Julian e i suoi sono in una relazione di mutuo vantaggio con le amministrazioni che dicono di volerli combattere: i servitori dello stato “pro trasparenza radicale” passano di nascosto dei documenti a WikiLeaks. Essa se ne nutre, e contemporaneamente aiuta la fazione “pro trasparenza” a superare i colli di bottiglia costruiti dai pezzi di amministrazione più favorevoli all’opacità. Un ecologo parlerebbe di simbiosi. WikiLeaks non è come un virus che attacca l’organismo ospitante, ma come un utile batterio che ne aiuta il metabolismo.
Faccio una predizione: il Cablegate non avrà conseguenze diplomatiche rilevanti, proprio come finora non ci sono stati contraccolpi importanti dal rilascio di dati pubblici in formato aperto, anche su roba piuttosto sensibile come i conti pubblici. È l’equivalente diplomatico di postare una propria foto da ubriachi su Facebook, senza pensare che il tuo capo possa vederla: imbarazzante, ma senza conseguenze gravi e durature. Secondo l’Huffington Post, del resto, dai due ai tre milioni di impiegati federali erano autorizzati a vedere questi documenti: non esattamente top secret. E finora non ci sono certo state grandi rivelazioni. In questo caso – non accade spesso – mi ritrovo allineato con il presidente del consiglio che, a quanto pare, alla notizia si è fatto una risata: la diplomazia è per definizione una relazione fredda e machiavellica, la stima personale che uno o più diplomatici possono avere per il capo di uno stato conta davvero poco nei rapporti tra gli stati.
Con il tempo, i diplomatici e gli stessi governi si abitueranno a gestire la propria privacy in un mondo connesso, così come, del resto, facciamo tutti noi. La maggior parte della loro attività, come della nostra, a quel punto sarà felicemente alla luce del sole (concordo con Micah Sifry che un ritorno alla riservatezza generalizzata è impossibile). A quel punto, di Wikileaks non ci sarà più bisogno, e Julian sarà libero di dedicarsi ad altro.
Ah, e accusarlo di stupro è una cattiva idea anche dal punto di vista dei suoi detrattori. Mi aspetto che sarà un autogoal, togliendo ulteriore spazio al dialogo tra amministrazioni e la parte più intelligente e idealista della società civile.
Wikicrazia in Puglia con Vendola e un confronto sulle politiche per la creatività
Sono in partenza per la Puglia, per un giro di appuntamenti legati in un modo o nell’altro alle politiche pubbliche in rete. Sono particolarmente contento perché mi darà modo di ritrovare vecchi compagni d’armi e incontrare persone per me nuove e interessanti. Giovedì 2 dicembre mi trovate a Barletta: presento il libro al circolo ARCI Carlo Cafiero insieme a Luigi Pannarale, un sociologo intelligente e curioso.
Venerdì 3 sarò al Festival dell’Innovazione di Bari: al mattino mi aspetta una conversazione sul tema della creatività digitale con Nichi Vendola, presidente della Regione; Vincenzo Vita, presidente della commissione istruzione del Senato; Francesco Morace, sociologo attivo nella consulenza aziendale, presidente di Future Concept Lab; e soprattutto il blogger e scrittore Giuseppe Granieri, con cui lavorammo al primo anno di Kublai.
Al pomeriggio, sempre al Festival dell’Innovazione, faremo una riflessione sulle politiche per la creatività, viste dal laboratorio del Sudest italiano attraverso il filtro di Wikicrazia e del ruolo della collaborazione di massa online: e lo faremo a partire da esperienze concrete e che conosco bene. Annibale D’Elia ci racconterà il progetto Bollenti Spiriti della Regione Puglia; Rossella Tarantino ci racconterà del progetto Visioni Urbane, della Regione Basilicata, simile al cugino pugliese negli obiettivi, ma completamente diverso nell’attuazione; e il vulcanico Walter Giacovelli ci dirà di Kublai, in particolare della sua attivissima colonna sudorientale. Mi aspetto che partecipino molti creativi, mi piacerebbe provare, insieme a chi ci sarà, a immaginare la prossima generazione di politiche per la creatività. Quindi portate post-it e block notes, perché a chi viene sarà chiesto non solo di ascoltare, ma anche di dare una mano a progettare!
Informazioni qui.





