La governance salvata da Davide (e da tutti noi)

Qualche giorno fa ho ricevuto da un messaggio che mi ha colpito. Me lo manda Davide, un artigiano edile che si è inventato fisarmonicista errante per cercare nuovi modi di interagire con gli sconosciuti (il suo profilo su Kublai).

Ciao, come stai? Ho finito di leggere Wikicrazia (e l’ho consigliato ad un amico che lavora in rete) e nonostante sia di cultura media (forse bassa) mi ha arricchito di tante nozioni che ora devo lasciare girare nella mia mente. Per me è stato una nuova carica all’entusiasmo che spesso metto nelle cose che faccio e vorrei farne buon uso. Forse ho quel digital divide cognitivo che ora mi rendo conto è importante affrontare e dopo questo libro ho un sacco di domande, ma una in particolare: nel mio piccolo comune in cui abito si può ed è importante cercare questo cambiamento, questo mettere insieme “intelligenza collettiva” a servizio dei singoli cittadini e della pubblica amministrazione? Ci sto pensando a questa cosa, anche nel mio mondo di scarsa conoscenza. Sai, in questa piccola realtà è brutto non vedere miglioramenti ed io stesso per anni non ho dato la giusta attenzione,però vedo che uno spiraglio c’è anche in questo momento di crisi e mi piacerebbe ci fosse anche nella mia piccola realtà lavorativa (non voglio diventare milionario,non mi interessa, desidero costruire un buon futuro anche per me personalmente), ma bisogna cambiare qualcosa che non ho ancora capito cos’è.

Ho letto che hai fatto il musicista perché volevi cambiare il mondo e non ci sei riuscito, ma il mondo si può cambiare?

Scusa se ti ho disturbato, e se ti rompono le scatole i miei messaggi dimmelo tranquillamente.

Disturbarmi? È per le persone come te che ho scritto quel libro, e sono onorato che il mio libro vi stimoli. Voglio conservare la tua mail per mostrarla agli amministratori pubblici con cui, nel mio lavoro, mi capita di parlare, e che sono invariabilmente preoccupate che l’eccessiva apertura dei processi amministrativi ai cittadini apra la porta a persone rancorose e distruttive. Queste persone ci sono, ma nella mia esperienza in genere non hanno nessun interesse ad avere a che fare con le politiche pubbliche, e si limitano a mugugnare. E intanto, la gente come te sta fuori dalle porte chiuse del Palazzo, chiedendosi come può dare una mano!

Mi chiedi se le cose possono cambiare. Me lo chiedono in tanti. Una risposta facile è che alcune cose si possono modificare senza dovere superare ostacoli eccessivi, altre no. Ma la risposta vera è che è irrilevante: perché tu comunque ci proverai, qualunque cosa io ti possa dire. E la sai una cosa? Anch’io, ci ho già provato e continuerò a farlo. Wikicrazia non serve ad aiutarci a decidere se le cose possono cambiare, ma a darci qualche strumento nel provarci.

novembre 29, 2010     Alberto     Wikicrazia     comment

Wikicrazia nella coda lunga: l’e-commerce diventa personale

Gli editori hanno, da sempre, il problema della distribuzione. I distributori che veramente raggiungono in modo capillare le librerie, in Italia, sono sostanzialmente tre. Per questo servizio si prendono una fetta molto sostanziosa dei ricavi: un piccolo editore mio amico paga il 70%.

Wikicrazia – come un po’ tutto quello che ho fatto, anche da musicista – si colloca nella coda lunga (il besteseller, come l’hit da Top of the Pops, non è nelle mie corde), e infatti è pubblicata da un piccolo editore. Per me è stata una scelta di testa e di cuore: Ottavio Navarra è mio amico da sempre, e il rapporto di fiducia che ci unisce ci permette di osare molto di più di quello che mi sarebbe concesso con un editore più strutturato (per esempio, pubblicare le bozze del libro in rete, con licenza Creative Commons). Naturalmente, però questa scelta la sto pagando, e molto cara. Continuo a ricevere segnalazioni da lettori che hanno provato a ordinarlo in libreria, e i cui librai si sono rifiutati di fare l’ordine: troppo complicato, troppa fatica per 15 euro. Un lettore di Modena ha ordinato dieci copie; il libraio l’ha tenuto in ballo due settimane, poi gli ha risposto che non riusciva a procurarselo.

Conseguenza 1. Non mi sento proprio di consigliare a chi fosse interessato a leggere il mio libro di perdere tempo con le librerie (che invece funzionano benissimo per Harry Potter e Bruno Vespa). Usate Internet: siamo presenti su tutti i principali circuiti di distribuzione, compreso il neonato Amazon.it. Qui trovi un elenco completo delle possibilità a disposizione.

Conseguenza 2. Come ai primi tempi dei Modena City Ramblers, l’avventura culturale nella coda lunga diventa un fatto personale. Il business ti snobba? E tu renditi indipendente, fai da solo. Per questo ho accettato di diventare un alpha tester di Blomming: mi piace l’idea che, come dice il suo fondatore e mio amico Alberto D’Ottavi, l’e-commerce sia tanto personale quanto tenere un blog. Se volete Wikicrazia, e allo stesso tempo vi fa piacere incoraggiare i primi passi di una startup italiana, potete comprarlo direttamente da questo blog, cioè da me. È esattamente come un gruppo rock che si porta dietro i suoi CD e li vende ai proprio concerti, e quindi mi ritrovo. E già che ci siamo, li vendo anche (offline) ai concerti di 40 anni (calendario), insieme ai dischi dei MCR e di Cisco. Golia, attento a te: qui stiamo imparando a usare le fionde! :-)



novembre 25, 2010     Alberto     Wikicrazia     1 comment

La primavera silenziosa del governo aperto

Ho un carattere ottimista (troppo, direbbero alcuni), e quindi tendo a vedere il proverbiale bicchiere mezzo pieno. Però bisogna ammettere che Fammi sapere – una piccola ma vivacissima Woodstock degli open data italiani, che si è tenuto sabato scorso a Senigallia – incoraggia una visione ottimista. Ho imparato molte cose interessanti, e mi sono fatto l’idea che

  • in Italia ci sono riserve di competenza teorica e pratica sufficienti per portare avanti un’efficace politica di dati aperti. Abbiamo i giuristi come Ernesto Belisario (oltretutto molto bravo nella divulgazione); i geeks come Matteo Brunati; i comunicatori come Nicola Mattina; perfino qualche imprenditore, come i ragazzi di OpenPolis e Extrategy.
  • i pubblici amministratori cominciano ad avvicinarsi al tema, e a sentirlo come proprio. A Senigallia, oltre ad alcuni politici ed amministratori locali curiosi e attenti, erano presenti e attivi Aline Pennisi della Ragioneria Generale dello Stato; la mia amica Paola Casavola, una singolare figura di ricercatrice con un passato recente nell’amministrazione (è stata in Banca d’Italia e al ministero dello Sviluppo); Vincenzo Patruno dell’ISTAT.
  • e soprattutto, siamo riusciti a costruire una conversazione a più voci e di qualità alta. Si sentono la voglia di capire, l’alto valore attribuito alle competenze solide, il rispetto reciproco al di sopra delle differenze di prospettiva. Dico “siamo” perché nel consolidamento della comunità ha avuto un piccolo ruolo un’iniziativa a cui ho partecipato anch’io, Spaghetti Open Data, e in particolare la sua mailing list; ma anche il gruppo di Senigallia, guidato da Marco Scaloni – davvero bravo – si muove in una logica di scena, e infatti ha fatto un evento esemplare, molta sostanza e niente hype.

Al di là degli open data, il tema della pubblica amministrazione aperta e conversazionale sembra davvero essere sul punto di sbocciare nella società civile italiana. Lo avverto nelle tante persone che mi scrivono in relazione a Wikicrazia, restituendomi uno spaccato dell’Italia che per me è del tutto nuovo. Questa primavera avviene nel silenzio, lontana dal chiasso dei media, e per ora va proprio bene così. Spero di continuare a raccoglierne i germogli con la scusa delle presentazioni del libro. Già il 23 novembre sarò a Reggio Emilia per parlare di Wikicrazia con David Lane e Tommaso Fabbri, amici intelligenti che non mi faranno certo sconti, ma anche con studenti, docenti, cittadini e gente che passa di lì per caso. L’azione di governo ci riguarda tutti, e tutti hanno il diritto di esserne protagonisti. Se ti interessa trovi le info qui, o qui se usi Facebook.

novembre 22, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     2 comments

Dai Modena City Ramblers a Wikicrazia: la lunga marcia di un economista-musicista nella grande rete

Ho passato il fine settimana a casa a ripassare i pezzi per il tour di 40 anni, che comincia tra qualche giorno. Fa un effetto strano voltarsi indietro a guardare in prospettiva questo percorso di andata e ritorno dall’economia alla musica; impossibile non chiedersi di nuovo che senso ha, e quale contributo – per quanto piccolo – può dare uno come me all’avventura umana. In questo stato d’animo mi è venuto voglia di rileggere e pubblicare anche sul blog l’introduzione che ho scritto per Wikicrazia, che ho intitolato “Come sono arrivato qui”.

Lascio la band il primo maggio del 2000, a Bologna, subito dopo un concerto in Piazza Maggiore.

Non è una decisione facile, ci ho passato diverse notti insonni. I Modena City Ramblers sono stati un gruppo culturalmente importante e di discreto successo commerciale negli anni Novanta. Io sono uno dei membri fondatori. Ho dato un contributo importante e riconosciuto a costruire il successo del gruppo. Sono uno dei principali autori delle canzoni che abbiamo scritto e suonato negli anni. Sono benvoluto dai fans. Perché lasciare?

Si potrebbe vedere la cosa in diversi modi, ma alla fine io me la rappresento così: perché con questo progetto non sento più di potere cambiare il mondo. Eppure ci avevo creduto: i Modena City Ramblers non sono una band come tante altre. Hanno l’ambizione di dare voce all’Italia giovane e pulita che esce dalle macerie della Prima Repubblica. Vogliono essere la colonna sonora del cambiamento, raccontarlo e al tempo stesso dargli forza e identità.

Il primo maggio del 2000 capisco definitivamente che il meccanismo si è inceppato, o forse non ha mai funzionato. I concerti sono gremiti, dischi e t-shirt si vendono. Però sento che non stiamo più producendo cambiamento, ma consolazione: i fans vengono al concerto, si sfogano e vanno a casa contenti ad aspettare il concerto successivo. Funziona tutto benissimo, tranne che il mondo non sta affatto cambiando. Mi sento inutile e vuoto. Ma in cosa abbiamo sbagliato?

Dieci anni dopo, provo ad abbozzare una risposta. Li ho trascorsi ad esplorare le strade dell’economia creativa e dell’Internet sociale, abitata da tante persone come me e te che mi stai leggendo, invece che solo dalle celebrities e dai marchi delle grandi aziende. Ho parlato con artisti, hackers, funzionari pubblici. Ho collaborato con loro per il bene comune, qualunque cosa questo significhi.

Ecco quello che ho capito. Ho capito che Internet cambia tutto, perché permette alle persone di ritrovarsi e collaborare in numeri abbastanza grandi non facendosi dirigere da un’organizzazione gerarchica, ma coordinandosi in modo leggero attraverso strumenti come quelli chiamati wiki: Wikipedia è uno dei risultati più conosciuti e più riusciti di questa forma di collaborazione. Ho capito che viviamo una stagione di grandi cambiamenti sociali, e che questa stagione non finirà tanto presto. Ho capito che lo Stato e le altre autorità pubbliche stanno giocando una partita strategica nel gestire la transizione da un passato relativamente stabile a un futuro completamente imprevedibile. Ho capito che esse non sono monoliti: sono composte di persone, e che le singole persone possono fare la differenza. Ho capito che la maggior parte delle persone, se glie ne si dà la possibilità, è contenta di dare una mano alla costruzione di un futuro comune — ma questo lo sapevo anche al tempo dei Modena City Ramblers.

Soprattutto, ho capito che aiutare lo Stato e le altre autorità pubbliche a prendere buone decisioni e attuarle bene è possibile e molto, molto utile. È possibile – anche se difficile – perché noi, tutti insieme, abbiamo un patrimonio incredibile di sapere e di saper fare, e Internet ci permette di mobilitarlo e trasformarlo in azione. È utile perché i problemi sul tappeto diventano sempre più difficili, e la capacità di analisi degli uomini e delle donne delle istituzioni è sempre più inadeguata alle sfide.

Se vuoi cambiare il mondo, devi attivare le persone. Soltanto il concorso di moltissime persone molto diverse tra loro, quando si incanala in una direzione comune, riesce a produrre cambiamento. E il cambiamento sarà tanto più profondo quanto più queste persone saranno attive, motivate, creative, non semplici pedine manovrate da leader carismatici. Forse l’errore dei miei anni di musicista è proprio qui: essere riuscito a parlare a centinaia di migliaia di persone, toccare loro il cuore, motivarle… e poi averle relegate nel ruolo di ascoltatori passivi, non avere costruito per loro spazi in cui esprimersi e agire. Sicuramente è un errore che non intendo commettere mai più. Per questo ho passato l’ultimo anno a scrivere e riscrivere Wikicrazia: perché sono convinto che, migliorando le capacità delle autorità pubbliche di prendere e attuare buone decisioni, si cambia il mondo in meglio. E sono convinto che tutti, oggi, possiamo contribuire almeno in piccola parte a questo cambiamento: bastano un po’ di tempo, un po’ di pazienza e un computer. Il tempo della passività impotente è finito.

L’obiettivo del libro è aiutare chiunque lo voglia a diventare protagonista delle politiche pubbliche. Mi rivolgo in primo luogo ai cittadini, ai membri delle associazioni, agli insegnanti, le poliziotte, gli infermieri, a tutti insomma: ci sono spazi di partecipazione in continua espansione a cui potete contribuire — e in cui potete brillare — come individui, anche se non conoscete nessuno e non rappresentate nessuno. Potreste avere un impatto diretto e personale sulla manutenzione della strada in cui abitate, sul rilascio di brevetti relativi a un campo di cui avete esperienza, sulla progettazione del centro culturale in cui andrete a vedere la prossima mostra. In secondo luogo mi rivolgo ai funzionari pubblici, alti dirigenti ma soprattutto semplici impiegati: potete reclutare cervelli di prim’ordine per dare precisione e autorevolezza alle vostre azioni. In terzo luogo mi rivolgo ai ricercatori e agli esperti che si interessano di queste cose. Ho cercato di scrivere con uno stile più chiaro e semplice possibile, ma ho messo in queste pagine il meglio di quello che so.

Il libro è composto da tre parti. Nella prima mi chiedo cosa c’è che non va nelle politiche pubbliche, e rispondo che esse vivono una crisi di attenzione: troppe decisioni da prendere e da attuare, non abbastanza ore nella giornata. Suggerisco anche una soluzione: mobilitare e valorizzare i cittadini comuni per progettare (e se possibile attuare) insieme le politiche pubbliche, aiutandoli a coordinarsi su Internet. La seconda parte è dedicata al come progettare queste “politiche pubbliche wiki”. Ho scelto sei principi da tenere presente quando le si mette in pista — io l’ho fatto, e ho dovuto impararli sulla mia pelle. Nella terza parte provo a immaginare un ipotetico futuro in cui le politiche wiki diventino una modalità normale di azione per lo Stato. Cerco di capire se e come le burocrazie vengono messe in crisi da un approccio wiki, e mi chiedo se poi queste nuove politiche siano compatibili con la democrazia come la conosciamo.

Due cose che nel libro non troverete sono la lamentazione e il cinismo, che invece ricorrono spesso nel discorso sulle politiche pubbliche in Italia. L’una e l’altro sono posizioni rispettabili e perfino condivisibili: è vero che le nostre politiche pubbliche hanno molti problemi, alcuni che hanno tutti e altri peculiari al nostro paese; è anche vero che vi si ritrovano clientelismo, nepotismo e corruzione, in dosi forse maggiori che altrove. Pur con il massimo rispetto per chi le sostiene, scelgo di non fare mie queste posizioni. Preferisco pensare alle cose che ho visto funzionare bene e alle persone oneste, competenti e motivate che ho incontrato tra i funzionari pubblici, la società civile e quel poco di mondo politico che ho intravisto. Altri hanno messo alla berlina politici e amministratori di casta; io vorrei concentrarmi sulle cose che possiamo fare insieme, qui e subito, senza aspettare un cambiamento di sistema o un’evoluzione culturale. Sono anche convinto che alcuni aspetti delle politiche wiki possano contribuire a risolvere quei problemi: più gente pulita e capace circola, più le cose si fanno difficili per la gente che pulita e capace non è.

E soprattutto credo in te, lettrice o lettore di Wikicrazia. Nel tuo gesto di prendere in mano un libro come questo c’è già un seme di curiosità, di speranza, di scommessa sul futuro; questo seme è prezioso, e vorrei che il libro servisse ad aiutarlo a germogliare e mettere radici. Vorrei, insomma, darti uno strumento per essere tu stessa strumento di cambiamento. Non è sempre una strada facile, me ne rendo conto: richiede lavoro, tempo, cuore. Ma d’altra parte, ehi: se avessi voluto fare audience avrei continuato con il rock’n’roll.

novembre 15, 2010     Alberto     40 anni, Wikicrazia     5 comments

La scuola è finita

In North Carolina un bambino su venti non va mai a scuola: viene istruito a casa. Gli americani lo chiamano “home schooling”. Secondo lo studioso Brian Ray, i bambini in questa situazione negli USA sono passati da circa 12.000 a oltre due milioni in 25 anni. La cosa è diventata socialmente molto più accettabile.

Non credo sia un caso. La scuola serve a fare tre cose: istruire i bambini; socializzarli alla vita in comune; parcheggiarli intanto che mamma e papà vanno al lavoro. Questi tre ruoli sono molto importanti, ma non mi è affatto chiaro che debbano essere svolti dalla stessa istituzione. In particolare da questa istituzione.

Dal lato istruzione, la scuola è progettata per preparare i giovani a prendere posto in un’economia che non c’è più, quella industriale e tayloristica novecentesca. Come dice sir Ken Robinson nel video qui sopra, è organizzata come una fabbrica o una caserma, con campanelle che segnano gli orari, dipartimenti separati (scienze vs. discipline umanistiche), e produce “lotti” di diplomati nel modo più standardizzato possibile. La didattica è figlia dell’organizzazione e non, come dovrebbe essere, viceversa: i nostri figli fanno l’ora di matematica, per esempio, perché l’insegnante entra in classe, saluta, appende il cappotto, apre il registro etc., e così se ne vanno cinque-dieci minuti. Ma l’unità naturale per l’apprendimento della matematica è il teorema, o la derivazione della formula, non l’ora. E in effetti, le (bellissime!) lezioni della Khan Academy – uno dei progetti “world changing” finanziati da Google – durano dai sei ai quindici minuti, con qualche eccezione, e si prendono tutto il tempo di spiegare bene le cose, passaggio per passaggio. Ma c’è di peggio: la scuola ti insegna che la risposta giusta a qualunque problema è solo una: sta alla fine del libro, nelle soluzioni agli esercizi – il che è evidentemente falso. E che non si deve copiare, perché questo vuol dire barare. Ah sì? Lavorare insieme su un problema, fuori dalla scuola, si chiama collaborazione: è il motore della nostra economia, della scienza, di tutto.

Mi pare chiaro che la scuola non svolge molto bene il compito di preparare i giovani alla loro vita professionale. Internet è un candidato più credibile: perché dovrei sciropparmi un insegnante mediocre e demotivato in un istituto di provincia quando ho la Khan Academy e i TED Talks? Tutti possiamo avere i migliori insegnanti del mondo. Possiamo interagire con una classe grande quanto il pianeta, in cui non importa quanti anni abbiamo e ciascuno fa progressi al proprio passo naturale, esplorando infinite combinazioni tra teoria e pratica. E non mi si dica che i bambini non imparano se non li costringi. I bambini sono naturalmente curiosi e desiderosi di imparare, dicono tutti i pedagoghi e gli psicologi cognitivi. La scuola riesce spesso a uccidere questo istinto, e già basterebbe questo per indurci a metterla seriamente in discussione.

Quanto al socializzare i bambini, la scuola fa un ottimo lavoro: insegna loro a non alzare la voce, arrivare in orario e così via. Di nuovo, però, la società a cui li si prepara è una società ottocentesca e gerarchica: i suoi valori sono l’obbedienza, la prevedibilità, la conformità allo standard. Per alcuni funziona bene, ma altri imparano l’ipocrisia, la codardia, il conformismo e l’opportunismo che poi, negli adulti, genera il meraviglioso mondo di Dilbert. Non sono un esperto, ma scommetterei che un veicolo migliore per la socializzazione è il rugby, ovviamente quello giocato. Ti insegna il duro lavoro, il senso di squadra, l’idea che tutti sono diversi e contribuiscono in modo diverso al successo comune, la passione per quello che fai, la correttezza. Con il terzo tempo, ti insegna la differenza tra avversari e nemici. E in più fa anche bene alla salute.

Al di là di istruzione e socializzazione, per la scuola resta ancora un ruolo fondamentale: il parcheggio per i figli. Di parcheggi c’è molto bisogno; probabilmente è questo il ruolo che rende alla maggior parte dei genitori un mondo senza scuola semplicemente inimmaginabile, e quindi ci rende più difficile riformare l’istruzione. Se questo è il core business, però, temo però che il futuro della scuola sia buio. Man mano che i genitori benestanti si renderanno conto che la scuola di oggi riduce le possibilità dei loro rampolli di avere successo nella vita, la diserteranno (come, appunto, succede negli USA); e siccome non usufruiranno del servizio, saranno molto restii a pagare le tasse per un servizio pubblico che non usano. Ci sarà una pressione sempre più forte a favore di soluzioni educative personalizzate e erogate dal settore privato, e le scuole pubbliche saranno sempre più trincerate nel ruolo di parcheggi per i figli dei poveri, sempre peggio finanziate, ridotte a toppa del sistema educativo. Non che io auspichi una soluzione del genere: se chiedete a me, io proporrei una riforma radicale dell’istruzione pensata per la società connessa. Ma quello che voi e io pensiamo non conta molto: come diceva John Brockman al Festival della scienza, le cose davvero importanti (la civiltà dell’automobile, la globalizzazione, il riscaldamento globale) non sono oggetto di scelta collettiva. Sono emergenti, e tutto quello che possiamo fare è adattarci per quanto siamo capaci.

Hat tip: Andrew Missingham

UPDATE – Bella coincidenza. I partecipanti alla sessione su “Il futuro dell’istruzione” a Mozilla Drumbeat 2010 (finito sabato) hanno prodotto questo video, in cui si dicono cose simili a quelle del mio post. Non perdetevi l’intervento secco di Massimo Banzi. (Hat tip: Nadia El-Imam)

novembre 10, 2010     Alberto     complexity economics     10 comments

Il ritorno degli (splendidi) quarantenni

Il tour acustico che ho condiviso a febbraio-marzo con Cisco e Giovanni Rubbiani, vecchi compagni d’arme nei Modena City Ramblers, era veramente una piccola cosa: due chitarre, una fisarmonica, la voce di Cisco e qualche coro. Sul palco, tre antidivi che più antidivi non si può, a ostentare orgogliosi rughe e segni di quelle che abbiamo preso e quelle siamo riusciti a dare indietro. Eppure è stato, pur su piccola scala, un successo, e ci siamo trovati – a grande richiesta, si diceva una volta – praticamente costretti a mettere in programma un altro giro di date. Anche queste saranno acustiche, in trio, roba tranquilla per noi signori di mezza età. Anche a queste i e le quarantenni sono particolarmente benvenuti, quindi cominciate a prenotare la baby sitter e mettete in conto di arrivare in ufficio un po’ arruffati e in debito di sonno, per una volta non muore nessuno, suvvia. Le date, per ora sono queste:

  • 21 Novembre 2010, Pavia – Spazio musica
  • 25 Novembre 2010, Carpi (MO) – Auditorium San Rocco
  • 27 Novembre 2010, Macerata Feltria (PU) – Teatro Battelli
  • 28 Novembre 2010, Urbania (PU) – Teatro Comunale
  • 30 Novembre 2010, Milano – Salumeria della musica
  • 4 Dicembre 2010, Empoli (FI) Palazzo delle esposizioni
  • 11 Dicembre 2010, Roma – Auditorium
  • 13 Dicembre 2010, Parma – Teatro delle Briciole
  • 17 Dicembre 2010, Torino – Folk Club
  • 18 Dicembre 2010, Tavazzano con Villavesco (LO) – Teatro Nebiolo
  • 22 Dicembre 2010, Calatafimi (TP) – Teatro Alhambra
  • 22 Gennaio 2011, San Giovanni Lupatoto (VR) – Teatro Astra

Indirizzi, contatti e informazioni varie sono sulla pagina Facebook.

E a gennaio prenderemo il treno per Auschwitz della Fondazione ex Campo di Fossoli. To’ mo.

novembre 8, 2010     Alberto     40 anni     1 comment

Conversare con i cittadini (non è poi così difficile)

Il signore qui sopra è Robert Gibbs, responsabile dell’ufficio stampa della Casa Bianca. Nel video lo vedete alle prese con una nuova esperienza: i cittadini che lo desiderano possono fare domande via Twitter (hashtag #1q) e lui risponde ad alcune con un video su YouTube. L’iniziativa è stata lanciata, con uno stile molto sciolto (“Something new: You take first crack.”) dall’account Twitter dello stesso Gibbs; se guardate il video, è evidente che Gibbs l’ha girato con la webcam del suo computer, invece che chiamare in causa le telecamere HD in dotazione allo staff presidenziale.

E cos’è successo di fronte ad un atteggiamento così aperto? Non molto. La gente ha fatto domande, che è suo diritto. Il responsabile dell’ufficio stampa ha risposto, che è il suo mestiere. Le reazioni sembrano in generale molto positive. Nei commenti al video ce n’è anche uno di un disoccupato che non riesce a trovare un posto di lavoro; è critico nei confronti del NAFTA, ma questo non gli impedisce di augurare al suo Presidente un fruttuoso viaggio in India e concludere il suo commento con un civilissimo “Truth~Peace~Love”. Ormai c’è una notevole massa di prove del fatto che la trasparenza e l’apertura, di per sè, non portano al disordine o ad atteggiamenti distruttivi da parte dei cittadini. Mi sento di dire agli amministratori pubblici che mi leggono e che incontro per lavoro che possono rilassarsi; se hanno voglia di trasparenza o di conversazione con i cittadini si buttino pure, non succede niente e anzi si costruisce fiducia.

(hat tip: Luca Perugini)

novembre 5, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     comment

Spaghetti Open Data: una piccola cosa che mi fa stare bene

Qualche settimana fa, dopo un aperitivo romano, alcune persone hanno cominciato spontaneamente a condividere links a dati aperti italiani e a strumenti per manipolarli. Con alcuni altri, ho pensato che sarebbe stato bello mettere tutti questi links in uno stesso luogo, una specie di one stop shop per chi si interessa di trasparenza non solo in teoria, ma nella pratica della manipolazione dei dati. Poi una cosa tira l’altra, e da oggi è online Spaghetti Open Data. Abbiamo 34 basi dati, neanche male visto che data.gov, con tutta la potenza di fuoco del governo Obama, ne aveva 47 al lancio.

È una piccolissima cosa, ma mi fa stare bene per vari motivi.

  • Anzitutto è una cosa concreta. Mi sono stufato di lamentarmi del governo che non fa, della cultura italiana che non capisce, della crisi economica, della sfortuna. Ho poco tempo, e quel poco lo vorrei dedicare a cose che mi danno la soddisfazione di ripagare con risultati concreti i miei modesti sforzi. Il gruppo di Spaghetti Open Data si è impegnato, e in qualche settimana ha prodotto una cosa che è lì e funziona. Se vuoi cominciare a pasticciare con dati aperti della pubblica amministrazione italiana, lo puoi fare subito, senza aspettare cambiamenti di sistema o ricambi generazionali. Questo ha richiesto solo un po’ di lavoro volontario, e 41 euro per l’hosting.
  • In secondo luogo, è intellettualmente rigorosa. Abbiamo dovuto farci le stesse domande che immagino si siano posti i responsabili di data.gov e data.gov.uk. I dati statistici sono open data? (Pare di no) Ha senso che dati statistici e open data stiano insieme? (Pare di sì, così i civic hackers possono correlare gli uni con gli altri) Come organizzare i metadati? (Abbiamo deciso di privilegiare la compatibilità con CKAN, la strada seguita da data.gov.uk) Insomma, SOD traccia una via possibile agli open data italiani, nel senso che costituisce un precedente che i futuri siti di dati aperti delle pubbliche amministrazioni possono prendere in considerazione e magari copiare.
  • Infine, è espressione di una piccola comunità di circa cinquanta tra bloggers e lavoratori della pubblica amministrazione che hanno collaborato a un obiettivo comune al di sopra delle (notevoli) differenze di cultura, nel massimo rispetto reciproco. Sono stufo anche di maledire i burocrati in quanto stupidi o malvagi: alcuni lo sono, altri sono persone straordinarie con cui si lavora benissimo. I più sono intelligenti, benintenzionati, e molto diversi da me; collaborare richiede l’investimento di un po’ di tempo e qualche sforzo per arrivare a comprendersi. Ne vale quasi sempre la pena.

In futuro vorrei fare solo cose così. Basta proclami, petizioni e chiacchiere. Il semplice fare è troppo divertente, anche per un acchiappanuvole come me. :-)

novembre 3, 2010     Alberto     e-government 2.0     4 comments

   


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