Gli open data e i conti della serva

La mia amica e collega Ida, che lavora per la Regione Basilicata, ha capito tutto. Ha preso i dati del Ministero dell’Interno e in pochi minuti ha dimostrato che l’affermazione “l’attuale governo è stato eletto dalla maggioranza degli italiani” è falsa. E conclude così:

Ho sbagliato qualcosa?
E se non ho sbagliato i conti, perchè nessuno, all’infuori del solito Travaglio, riesce a sbattere in faccia al governo questi numeri, quando si millanta di essere stati “eletti dal popolo”, dalla “maggioranza degli italiani”? Io ho un’intelligenza media, e ci ho messo mezz’ora, e 4 click su Internet: possibile che nei prestigiosissimi uffici studi del Pd, nelle tante fondazioni, nelle segreterie degli onorevoli, nessuno è riuscito a fare altrettanto?

Ecco. L’utilità sociale degli open data è tutta qui: tutti possono fare i conti della serva, e una volta che hai fatto i conti della serva sei immune alla fuffa, alla retorica e alle bugie.

settembre 30, 2010     Alberto     e-government 2.0     2 comments

Ed ecco a voi… Wikicrazia: l’azione di governo al tempo della rete

Wikicrazia copertina
Ce l’abbiamo fatta: Ottavio mi ha chiamato per dirmi che lo stampatore gli ha consegnato le copie di Wikicrazia fresche di stampa. Grazie veramente di nuovo a tutti voi che mi avete sostenuto, incoraggiato, e anche aiutato concretamente, con i vostri consigli e le vostre prospettive. La differenza di qualità tra la bozza messa online a inizio giugno e il libro finito, che è notevole, è soprattutto merito vostro. Come promesso, ho inserito una sezione di ringraziamenti in cui cito tutti i wikicratici e i capitoli a cui hanno contribuito.

Ci vorrà una ventina di giorni perché lo troviate nelle librerie, e comunque saranno solo quelle principali. Però l’editore ha avuto un pensiero gentile: se ordinate online in questo interregno si farà carico lui delle spese di spedizione e ci aggiungerà un piccolo regalo. Se la cosa vi interessa, scrivetegli una mail o contattatelo attraverso Facebook (il suo profilo è qui).

Se ti interessa Wikicrazia in una qualunque lingua che non sia l’italiano, non è impossibile: contattami e ne parliamo.

settembre 27, 2010     Alberto     Wikicrazia     2 comments

L’innovazione insostenibile

Di innovazione si parla moltissimo in questi anni. Si va facendo strada in molte persone un atteggiamento quasi fideistico: innovate, l’innovazione può salvarci. David Lane e Sander van der Leeuw sospettano invece che la corsa all’innovazione che caratterizza la nostra società non sia sostenibile. Vorrebbero discutere questa intuizione con gli innovatori tecnologici e sociali: per questo lanciano il sasso con un talk che si terrà alle 11 di lunedì 27 settembre a The Hub Milano, via Paolo Sarpi 8, e sono molto curiosi di ascoltare il parere dei milanesi che l’innovazione la praticano. ll talk si terrà probabilmente parte in inglese e parte in italiano (David parla un eccellente italiano).

David Lane si interessa di innovazione come economista. È membro dello Science Board dell’Istituto di Santa Fe per lo studio dei sistemi adattivi complessi, il che significa che ha un approccio molto interdisciplinare. Attualmente insegna all’università di Modena e Reggio Emilia, raro caso di un talento attirato in Italia. Sander van der Leeuw se ne interessa come archeologo – il che significa che ha una prospettiva temporale di un paio di milioni di anni, insolito per uno che studia l’innovazione. Attualmente è il preside della School of Sustainability all’Arizona State University.

Fatevi un favore: andateci. Io ho sentito molte lezioni di David, e vi assicuro che tutte le volte sono uscito energizzato – ma anche stordito per la quantità e la qualità di stimoli intellettuali. Non ho mai incontrato Sander, ma il video qui sopra mi ha lasciato senza fiato. Io ci sarò.

settembre 22, 2010     Alberto     complexity economics     1 comment

Wikicrazia: Legion of Superheroes

La prima presentazione pubblica di Wikicrazia avverrà martedì 21 settembre alle 14.00 all’Urban Center di Milano (Galleria Vittorio Emanuele). L’evento fa parte della Social Media Week ed è condotto da Mafe de Baggis (anche su Facebook).

“A chi facciamo scrivere una prefazione?” Quando l’editore ha deciso di pubblicare Wikicrazia, mi ha fatto questa domanda, a cui non avevo assolutamente pensato. Mica facile: i giornalisti — quelli famosi, almeno — tendono a non avere né competenze né interessi sui temi di cui il libro si occupa; i politici sono di parte, in fondo è il loro mestiere, mentre io ci tengo molto al mio profilo di tecnico al di sopra delle parti.

La soluzione è stata una mossa laterale: la prefazione non c’è. Ci sono invece brevi testimonianze di persone che mi conoscono e che hanno scambiato con me idee e esperienze sulle politiche pubbliche al tempo della rete. Ne ho raccolte otto: una vera Legione dei Supereroi delle politiche pubbliche in rete. Sono davvero orgoglioso di potere ospitare i loro contributi sul mio libro, e di potere dire “Ehi, io con queste persone ci parlo! Sono i miei colleghi!“. Eccoli, in ordine alfabetico:

  • Beth Simone Noveck. Insegna alla New York School of Law e dirige Peer-to-Patent, il “progetto madre” 2.0 dell’amministrazione federale americana (mi piace pensare che Kublai possa svolgere un ruolo simile in quella centrale italiana). È anche l’autrice di un libro sull’argomento, uscito nell’estate 2009, proprio mentre scrivevo Wikicrazia, e che si chiama Wiki Government! Insomma, seguo le sue orme. Adesso ha un incarico prestigioso (vice Chief Technology Officer) nell’amministrazione Obama.
  • David Lane. Americano, probabilista, è membro del Science Board dell’Istituto di Santa Fe per lo studio dei sistemi adattivi complessi, dove è stato anche responsabile del programma di economia. Parlo spesso delle sue idee in questo blog, perché è uno degli scienziati che ammiro di più e con cui spero un giorno di poter collaborare. Da qualche anno vive e insegna in Italia, in particolare all’Università di Modena e Reggio Emilia.
  • David Osimo. È uno dei più accreditati esperti europei di e-government 2.0. Ha lavorato per la Commissione Europea, e ora dirige una sua società a Bruxelles. Alcuni di voi lo conosceranno per la sua lectio magistralis al Forum P.A. di quest’anno.
  • Filippo Solibello. È forse il più famoso del gruppo, perché da anni conduce Caterpillar, un programma radiofonico di grande successo su Radio RAI 3. Condivido con lui molta musica e la voglia di raccontare il mondo a partire dalle cose che funzionano invece che dallo scandalume vario.
  • Gilda Farrell. Dirige la divisione Social Cohesion Research and Development al Consiglio d’Europa. Ha una mentalità internazionale e un approccio molto favorevole all’innovazione nella pubblica amministrazione.
  • Giulio Quaggiotto. Lavora alla Banca Mondiale a Washington. Si occupa di sviluppo trainato dal settore privato, e scrive su uno dei miei blog pubblici preferiti.
  • Marco Magrassi. Ex MIT, ex Banca Interamericana di Sviluppo, ex campione di windsurf, oggi è in forza all’UVAL al Ministero dello Sviluppo.
  • Tito Bianchi. Anche lui ex MIT, anche lui componente dell’UVAL, è il mio referente per Kublai e mio coautore.

A tutti loro va un GRAZIE grande come una casa. E via, più veloci della luce! :-D

settembre 20, 2010     Alberto     Wikicrazia     comment

Spaghetti open data reloaded

La settimana scorsa a Roma ho partecipato a un insolito aperitivo misto funzionari dello Stato-bloggers, e si è parlato molto di open data: è stata un’occasione di ascoltare le storie di chi con grande fatica, genera, pulisce e pubblica queste basi dati. Ecco quello che ho capito:

  1. non c’è un vero impegno dei vertici delle agenzie pubbliche sugli open data. Le cose che vengono pubblicate sono in genere fortemente spinte da singoli funzionari di rango intermedio, molto motivati e abbastanza autorevoli per riuscire a fare passare qualche innovazione. Il prezzo è in genere di mantenere un basso profilo, e quindi di non essere ringraziati da nessuno all’interno delle loro amministrazioni
  2. ci sono molte basi dati che non conosciamo. Paola Casavola, per esempio, ci ha segnalato la banca dati degli eletti in tutti gli enti locali d’Italia (Regioni, Province e Comuni) dal 1985 a oggi (dati scaricabili in formato testo). Simona De Luca il recente DPS eXplorer, che è lo stesso sistema che avevo già recensito per l’OCSE. Da qualche parte ci dovrebbe essere anche una banca dati dei beneficiari dei fondi strutturali, che però non sono riuscito a trovare in rete.
  3. l’interesse registrato in rete sul tema open data in queste settimane (guardate per esempio questo thread) ha sorpreso piacevolmente chi, nelle istituzioni, cerca di portare avanti questo tema. Al nostro aperitivo, per esempio, era presente Aline Pennisi, che ha pubblicato i dati relativi al bilancio dello Stato della Ragioneria Generale dello Stato (ne ho parlato qui). Lei si aspettava di trovare un interesse nei parlamentari e nei professori universitari che finora non c’è stato; ed era molto intrigata nello scoprire che i “suoi” dati vengono discussi appassionatamente nella blogosfera, che conosce poco.

Sarà stata la splendida serata romana o i troppi gin tonic, ma alla fine mi è venuto da pensare “ma pensa come sarebbe bello se adesso funzionari pubblici, bloggers e hackers civici collaborassero alla costruzione di qualche piccola risorsa per gli open data italiani.” Prima o poi ci sarà un data.gov.it, ma nell’attesa non è detto che dobbiamo stare fermi!

Lancio una proposta: se siete a conoscenza di dati pubblici e aperti, a qualunque dimensione (da quella nazionale a quella del quartiere: ci sarà pure qualche Comune o qualche Asl “smanettona” là fuori!) e su qualunque cosa, fatemelo sapere. Non importa come: commenti al blog, sui social network, telefono, segnali di fumo, quello che volete. Io mi impegno a condividerli in qualche modo (molti si sono ammassati qui in modo abbastanza spontaneo). Oltre che a me, potete segnalarli anche a Federico Bo, Matteo Brunati, Laura Tagle; alla fine metteremo insieme tutto quello che abbiamo raccolto, così da agevolare l’accesso ai dati ai cittadini che vogliono giocarci. Se qualcun altro vuole unirsi alla caccia, benvenuto (Gaspar Torriero e Massimo Mantellini, per esempio, hanno mostrato di essere sul pezzo): stiamo cercando di dare vita a una risorsa comune, più siamo meglio è.

Vi chiedo un favore: se ritenete l’argomento abbastanza importante da condividerlo in rete, usate l’hashtag #opendataitaly.

settembre 16, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     18 comments

“Ci troviamo da Ottavio”. Il condominio che fa innovazione sociale

Ottavio Navarra fa l’editore – e sono orgoglioso di dire che è il mio editore. Non è un informatico, né un blogger, né un geek. È uno che ha capito che con Internet ci può fare delle cose straordinarie, e che queste cose hanno il potenziale di dare alla sua azienda uno spunto di competitività aggiuntiva, di uscire dall’ombra delle corazzate del’editoria italiana.

Ottavio ha cinquemila amici su Facebook. Li sente tutti i giorni, condivide video, li intrattiene con battute e discorsi seri. Li chiama “il condominio”, perché il senso è quello di vivere, se non proprio insieme, in appartamenti contigui, e di incrociarsi spesso per le scale.

E adesso comincia a mescolare le carte. Ha già fatto un esperimento che si chiama “Ci incontriamo da Ottavio”: ci si dà appuntamento sulla sua pagina Facebook per parlare di un tema a partire da un libro che ha pubblicato), lui apre le danze con un post e si scatena un diluvio di commenti. Non credo che fosse così che Zuckerberg ha pensato Facebook; non funziona nemmeno tanto bene, ma funziona. La gente è entusiasta di partecipare. Stasera alle 19 ci troviamo per fare la stessa cosa (si parlerà di rete, democrazia e politiche pubbliche, a partire proprio da Wikicrazia), e Ottavio ci aggiunge un altro pezzo: lui e io saremo collegati via Skype, e manderemo l’audio della nostra conversazione in streaming via Ustream (la potete seguire anche da questa pagina). Gli altri partecipanti alla discussione potranno seguirci via audio e reagire lasciando commenti su Facebook (ovviamente bisogna chiedere l’amicizia a Ottavio, ma non è un problema, lui vi aspetta a braccia aperte).

Dal punto di vista tecnologico, chiaro, nessuna novità. La novità dell’iniziativa è sociale: “Ci incontriamo da Ottavio” non è fatta da geeks e studiosi di media, ma da gente normale, a cui la tecnologia non interessa granché. L’attenzione è sulla comunità e sulla partecipazione attiva, non sugli strumenti.

Clay Shirky dice sempre che le cose diventano socialmente interessanti quando diventano tecnologicamente noiose. Oggi Facebook ha quasi 17 milioni di utenti italiani: il popolo della tecnologia lo usa ma non lo ama, sente che non è lì la frontiera. Eppure, proprio per questo mi aspetto un’ondata di innovazione sociale. Ne sarà protagonista gente come Ottavio, lontanissima dal feticismo tecnologico. Questo è un bene, perché se i mille condomini dei mille Ottavi italiani scoprono davvero la partecipazione attiva, sarà una rivoluzione nei media, nella politica, in tutto. E sarà difficile liquidarli come una piccola minoranza disconnessa dal sentire della gente comune, come è stato fatto con i primi utenti attivi di Internet. Quindi stasera, che voi siate supertecnologici o meno, ci incontriamo da Ottavio: vi presento i nuovi vicini di scala. Faremo grandi cose insieme.

settembre 15, 2010     Alberto     Wikicrazia     comment

Si comincia! Wikicrazia alla Social Media Week e su Facebook

Il mio libro riguarda un argomento molto specialistico, interessante per una piccolissima minoranza ma lontano dai pensieri di tutti gli altri più o meno come l’ammasso globulare M13. Eppure, con mia grande sorpresa, ho cominciato a ricevere richieste di presentarlo già due mesi prima di finirlo. Wow.

Tra le prime proposte arrivate, quella che si distingue per il tempismo praticamente perfetto viene da Mafe De Baggis, che mi ha proposto di presentare Wikicrazia alla Social Media Week a Milano. Il libro sarà letteralmente ancora fresco di stampa, e anzi speriamo che arrivi in tempo! Per chi volesse esserci, l’appuntamento è il 21 settembre, ore 14.00 all’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele 11/12. Credo ci sarà anche una ripresa video, che poi sarà resa disponibile online. Appena Mafe mi manda un link all’evento lo condivido qui sotto.

Il mio editore supersocial Ottavio Navarra mi ha anche coinvolto in un’iniziativa che si annuncia molto divertente. Lui è più o meno lo sciamano di una tribù di utenti forti di Facebook. Ha pensato di dare vita a un appuntamento periodico di dibattito a partire dai libri che pubblica, partendo proprio da Wikicrazia. Funziona così: ci si trova alle 19 di mercoledì 15 settembre su questa pagina. Ottavio lancia un post di benvenuto e discutiamo attraverso i commenti a quel post. È contro ogni regola, perché si finisce per usare i commenti di Facebook come una quasi-chat, ma cosa ci volete fare, Ottavio è fatto così.

Per chi invece fosse interessato a organizzare una presentazione del libro, la cosa da fare è scrivere (o telefonare, se preferite) a Navarra Editore, e chiedere di Ottavio stesso.

settembre 13, 2010     Alberto     Wikicrazia     comment

La maledizione di Schumpeter


Per un certo periodo, negli anni 90, ho fatto il musicista rock professionista. Ho lasciato nel 2000, appena in tempo. Questa figura sta svanendo: chi ha una fan base già consolidata si attrezza per sfruttarla (e man mano si ritira dalle scene per sopraggiunti limiti di età), mentre chi comincia adesso può raggiungere rapidamente e con pochi investimenti un discreto successo su Last.fm o Spotify ma non riesce praticamente mai a costruire un’economia solida. Suoni nel tempo libero, l’abilità è trovare un lavoro che ti consenta di andare in tour. La stessa cosa, mi dicono, sta succedendo ad artisti dediti ad altre forme, come videomakers e cineasti. Un cocktail micidiale di tecnologie di produzione low cost e condivisione in rete ha scongelato enormi riserve di creatività artistica, rendendola, da scarsa che era, abbondante. E mentre lo faceva, ha piantato un paletto nel cuore dell’industria musicale, che si è polverizzata come un vampiro a mezzogiorno (necrologio di Dave Kusek). Un caso da manuale della distruzione creativa profetizzata da Joseph Schumpeter.

Ok, ma tanto “startups are the new rock’n'roll”, no? È lo stesso schema: giovani visionari e ossessionati dalle loro idee, partecipi dello spirito dei tempi, che diventano milionari a 23 anni, e ispirano i loro coetanei a rompere con la grigia routine delle ultime generazioni. E i giovani ci provano: i concorsi per business plans stile Working Capital hanno preso il posto dei concorsi per rock band emergenti (quelli a loro volta si sono trasferiti in televisione, che un modello di business invece ce l’ha eccome).

Però. Nell’ultimo mese ho trovato un post di Laurent Kretz, fondatore di Submate, che descrive in modo piuttosto crudo la vita dell’imprenditore di startup. Non è certo un mondo dorato: comprende vivere di sussidi di disoccupazione (per gli italiani immagino che l’equivalente sia abitare con la mamma), farsi piantare dalla fidanzata stufa di essere trascurata, rinunciare alle vacanze, essere inseguiti dalla banca assetata di vendetta. Ne sanno qualcosa i miei amici di CriticalCity, che stanno vincendo ma hanno pagato un prezzo umano molto alto.

Attenzione: questo non è il ritratto di uno che cerca un investitore. Kretz un investitore ce l’ha, solo che gli dà pochissimo denaro, lo stretto necessario per non fare morire di fame un team di quattro persone che lavorano ottanta ore alla settimana per quattro mesi. E così fa la maggior parte degli investitori early stage: ricordo Joi Ito, un paio d’anni fa, che diceva testualmente “io non investo se non ho una demo funzionante programmata in un weekend lungo da tre persone, e anche così investo al massimo cinquantamila dollari.”

Da allora Ito è andato avanti: la sua ultima esperienza è che un servizio web completamente funzionante richiede tre settimane di lavoro da parte di due persone: un designer e un programmatore che sviluppa il software. Questo perché il codice software è modulare: non si scrive da zero, ma si copiano-e-incollano routines già scritte. Questo processo è stato reso più fluido e scientifico dall’esistenza di tools di “metaprogrammazione”, che assemblano pezzi di codice di provenienze diverse in un programma integrato.

Non ci vuole un genio per capire che il mondo delle startup è entrato in una fase “ehi, tutti possono farlo!”. Siccome c’è un limite alla capacità di assorbimento di nuovi servizi e nuovi contenuti da parte del mercato, anche le capacità di progettazione e sviluppo software potrebbero rapidamente diventare abbondanti. Prima che il mercato del lavoro si adegui, potremmo perfino avere un periodo in cui un ingegnere informatico costa come un chitarrista rock, cioè meno di una baby sitter. È la maledizione di Schumpeter: quando il mercato funziona bene, rende tutto low cost o obsoleto.

Molti economisti interpretano la cauta formulazione di Schumpeter come un processo che produce un bene sul lungo periodo, perché rende accessibili cose utili che prima costavano molto, ma può essere molto destabilizzante nel breve. Secondo me si sbagliano, perché quello di Schumpeter non è un modello di equilibrio: se le velocità di distruzione e creazione non sono sincronizzate il lungo periodo potrebbe anche non arrivare mai. Cosa questo significhi sto cercando di scoprirlo.

settembre 9, 2010     Alberto     complexity economics, industrie creative e sviluppo     comment

Open data: e se usassimo Wolfram Alpha?

In molti paesi (e finalmente anche in Italia) le pubbliche amministrazioni cominciano a rilasciare i loro dati perché i cittadini li riutilizzino e li remixino. Già l’atto è importante, ma naturalmente questi dati genereranno tanta più energia sociale quanto più semplice e intuitivo sarà il loro utilizzo. Le strategie di usabilità che ho visto in giro sono molto, molto diverse tra loro.

A un’estremità dello spettro, alcune organizzazioni puntano sulla visualizzazione, per così dire, in-house. Un esempio è l’OCSE, con il suo eXplorer: un’interfaccia di visualizzazione sofisticata, che permette animazioni, mappe multistrato, integrazione con GoogleMaps. L’unico problema è che i dati rimangono bloccati lì dentro, e anche le visualizzazioni – il sistema le chiama “stories” – si possono vedere solo da eXplorer. L’unica cosa che puoi fare è esportarle sotto forma di un file XML da condividere con i tuoi amici e colleghi; ma poi loro devono caricarlo su eXplorer per poterlo leggere. In generale, il sistema è complicato e poco flessibile; inoltre, lo scalino per gli utenti novellini è piuttosto alto (il file di istruzioni è oltre 30 pagine).

All’estremità opposta ci sono esperienze come quella della Ragioneria Generale dello Stato italiano. Il database è scaricabile, e ci sono istruzioni per generare tabelle riepilogative. Purtroppo, sono molto specifiche: presuppongono che il cittadino usi una funzione specifica (tabelle pivot) di un particolare software, per di più proprietario e costoso (Microsoft Excel. Forse sarebbe stato più elegante riferire il tutorial a OpenOffice). Tranne che per gli utenti esperti di Excel, questo sistema è “tutto o niente”: o ti confronti con enormi tabelle di dati disaggregati o investi una mezza giornata per seguire il tutorial e provare a fare qualche ipotesi di aggregazione. Va bene per i ricercatori, ma non crea interesse per giocare con i dati in chi ricercatore non è.

Forse una buona via di mezzo è la strategia della Banca Mondiale. World Databank permette la creazione di semplici report (compresi grafici e mappe) direttamente sul sito ma consente anche di scaricarsi i dati in formati diversi. Così, un cittadino può fare una prima esplorazione direttamente dal sito: in un minuto scarso può già guardare un semplice grafico. Se poi ci prende gusto, scarica i database e costruisce le elaborazioni che preferisce con il software che preferisce.

Credo che il senso delle politiche di open data sia tanto più profondo quanto più si riesce ad allargare la comunità dei cittadini che sanno capire, riutilizzare e spiegare agli altri i database governativi. Per questa ragione consiglio assolutamente a quelle autorità pubbliche che volessero intraprendere questa strada di incorporare nei loro siti delle funzionalità di preview rapida, come quelle di World Databank.

Sviluppare queste funzionalità costa caro (eXplorer certo ha l’aria di costare caro). Una possibilità low cost è probabilmente quella di scrivere un widget per Wolfram Alph, il motore computazionale ideato dall’uomo che ci ha dato Mathematica. Le sue capacità di calcolo sono largamente adeguate a qualunque ragionevole uso in questo contesto (fa delle cose semplicemente sbalorditive: provate a inserire nella riga di ricerca “compare a mouse and an elephant”): il problema è piuttosto quello di aggiungere a fare comunicare Wolfram Alpha con i database governativi. Se si riesce, però, è possibile scrivere widget facilissimi da usare come quello qui sopra, senza contare che a quel punto i dati diventano accessibili a chiunque, in tutto il mondo, usi Wolfram Alpha, anche se non lo usa dal sito dell’autorità in questione — e che i widget possono essere facilmente copincollati in altri siti e blog. Più open data di così…

Lavorare con Wolfram Alpha permetterebbe alle autorità pubbliche di avere una modalità di preview interattiva in tempi rapidissimi, e con investimenti molto piccoli in sviluppo software; ed accrescerebbe il valore di Wolfram Alpha stesso, che naturalmente è funzione della massa di dati a cui riesce a accedere. Non è gratis, però: si pagano abbonamenti che coprono un certo numero di interrogazioni mensili. Ho provato a scrivere all’azienda chiedendo se hanno una linea sugli open data, vediamo se mi rispondono e cosa. La soluzione vera sarebbe una versione open source di Wolfram Alpha, ma non ho notizia di cose lontanamente simili.

settembre 6, 2010     Alberto     e-government 2.0, industrie creative e sviluppo, Wikicrazia     6 comments

Bandi per la creatività e culture amministrative: due esperienze a confronto

Collaboro ad un progetto, Visioni Urbane, nel quale ci stiamo ponendo il problema di lanciare alcuni bandi per attività creative. Mi è venuta la curiosità di leggere alcuni bandi che, in questo campo, hanno una buona reputazione. Ne ho scelti due: uno è Principi Attivi, il bando di un’esperienza pugliese che mi interessa molto, Bollenti Spiriti. E’ stato aperto da maggio a luglio 2008, e ha messo a bando 7.6 milioni di euro. Ha ricevuto oltre 1.500 progetti da quasi tutti i comuni pugliesi. L’altro è Grants for the Arts, lo strumento principale di finanziamento di progetti artistici dell’Arts Council England. Questo è un bando sempre aperto, rifinanziato di anno in anno con i denari della National Lottery.

Gli obiettivi dei due bandi sono gli stessi: spingere giovani artisti e creativi in genere a concorrere all’assegnazione di risorse pubbliche, nella speranza che alcuni di loro facciano il salto e diventino imprese creative e culturali vere e proprie. Per fare questo è necessario creare bandi semplici da usare (per abbassare le barriere alla partecipazione di soggetti che hanno competenze creative e non burocratiche) e trasparenti (per creare fiducia). Ho provato a riassumere le mie letture in una tabella, questa:

Principi Attivi Grants for the arts
Periodo di apertura 5 maggio – 31 luglio 2008 sempre aperto, non c’è scadenza
Chi può partecipare Gruppi informali (minimo due persone) di giovani sopra i 18 anni e nati non prima del 1/1/1977, residenti in Puglia Individui o organizzazioni. La definizione di “organizzazione” è : un gruppo di persone con un obiettivo comune e un conto corrente con almeno due firme.
Forma giuridica I gruppi finanziati devono costituirsi in associazioni o altra forma giuridica Non richiesta
Criteri di valutazione Griglia pubblicata sul bando Pubblicati sul bando, senza griglia
Taglio Al massimo 25.000 € Da 1.000 a 100.000 £ per le attività locali: da 1.000 a 200.000 £ per quelle nazionali. In circostanze eccezionali è possibile chiedere finanziamenti anche superiori
Cofinanziamento Non richiesto Il proponente deve fare ogni ragionevole sforzo per assicurare il massimo cofinanziamento; in casi speciali, è possibile chiedere un finanziamento per il 100% dell’attività proposta.
Erogazione Anticipo del 70%, saldo del 30% In unica soluzione anticipata o in tranches, come specificato dalla lettera di approvazione della domanda. Vi è sempre un anticipo.
Garanzia finanziaria Fideiussione sull’anticipo (il 70% del finanziamento erogato) Non richiesta
Assistenza Telefonica, forum online, appuntamenti Documentazione online molto dettagliata, ben scritta e friendly. Enquiries office risponde a telefonate, email, sms.
Formulario 10 pagine, con budget preformattato (solo macrovoci: spese di costituzione e fideiussione, risorse umane, risorse strumentali, spese di gestione) No. Domanda “alla Kublai”, senza formattazione ma insistendo sull’evidenziare ciò che serve per capire la qualità della proposta.

La differenza si vede a occhio. Grants for the Arts è congegnato in modo da lasciare ai partecipanti la massima libertà di produrre ciò che essi considerano buone proposte. Le regole e i limiti sono ridotti al massimo, e comunque non tassativi; le definizioni molto elastiche (guardate quella di organizzazione!); non ci sono scadenze; non sono richieste fideiussioni o altre garanzie; la proposta ha formato completamente libero, con una forte enfasi sull’assistenza, come avviene in Kublai. Sei cieco? La documentazione è disponibile in Braille. Sei dislessico? Vieni nei nostri uffici, facciamo una riunione e ti mettiamo a disposizione una persona che prende appunti. Le idee guida sono quelle di incoraggiare più persone possibile a partecipare, per essere sicuri di non perdersi neppure una buona idea per ragioni di procedura, e poi fare una selezione spietata in termini di qualità (e questo significa che l’Arts Council England ha piena fiducia nelle proprie capacità di selezionare). Grants for the arts è orientato alla performance brillante, non al processo.

Anche Principi attivi è orientato alla performance (e all’assistenza: il suo team ha condotto quasi cento incontri di promozione), e in effetti i suoi numeri sono rilevanti. Ma questo orientamento deve fare i conti con la cultura amministrativa italiana, quindi la procedura è molto più strutturata. Puoi partecipare come gruppo informale, ma se vinci devi costituire una società o un’associazione; la modalità di erogazione è fissa; è richiesta una fideiussione; e soprattutto, il taglio dei progetti è limitato a 25mila euro (quindi a progetti piccoli) e la proposta si scrive riempiendo un formulario. Sia il taglio che formulario, ovviamente, riflettono le priorità e i valori dell’amministrazione che lo propone, e non quelli dei proponenti: per esempio, tiene abbastanza sottotraccia la parte di business planning.

Ho mandato la tabella ad Annibale D’Elia, il responsabile di Bollenti Spiriti, per un commento. Lui mi ha spiegato che

  1. Principi attivi è un bando molto agile e de-burocratizzato nel panorama italiano (ed è vero)
  2. La forma finale del bando “è il risultato di faticose mediazioni” con la macchina amministrativa della Regione, la cui cultura è totalmente orientata alla procedura.
  3. Il bando costringe i creativi a strutturarsi, costituendo associazioni e andando in banca a cercare fideiussioni, perché vuole promuoverne la partecipazione alla vita attiva del territorio. E il territorio (l’Italia, non la Puglia) funziona così: bandi pubblici, gare d’appalto etc. richiedono forme giuridiche e garanzie finanziarie. I creativi pugliesi questo l’hanno capito, e l’hanno apprezzato.

Annibale e il suo gruppo sono bravi e motivati, e la spiegazione mi convince. Però mi colpisce quanto noi italiani siamo talmente immersi nella proceduralizzazione che non la vediamo nemmeno più. Così, per esempio, se Principi attivi l’avesse progettato un inglese dell’Arts Council non avrebbe obbligato i vincitori a costituirsi in associazione, ma li avrebbe incoraggiati a farlo, fornendo loro l’assistenza. Il ragionamento è: certo, strutturarsi è un vantaggio ed è sensato, e io abilito chi desidera farlo. Ma perché devo rischiare di dovere bocciare un progetto fortissimo di uno che l’associazione, per motivi suoi, non vuole farla? Magari è un creativo geniale ma individualista, se da solo riesce a competere con gruppi strutturati meglio per lui.

Questa impostazione percorre tutto il bando: il formulario per la proposta? Standardizzato. Il taglio dei progetti? 25mila euro, comunque. Le voci del budget? Le stesse per tutti. Il gruppo di Bollenti spiriti (come tutti gli estensori di bandi italiani) non se la sente di dire “i progetti sono tutti diversi, quindi non ha senso standardizzare troppo. Scrivi come ti pare, l’importante è che tu mi faccia capire”. Non parliamo neanche della faccenda della fideiussione. Annibale mi ha raccontato che questo ha creato anche qualche problema, perché le banche pugliesi inizialmente si sono rifiutate di stipulare fideiussioni ai creativi (poi c’è stata un po’ di polemica sul forum e alla fine qualcuno ha rotto il fronte). Quanto agli inglesi, ho chiesto a Andrew Missingham perché non chiedono garanzie, e lui mi ha detto: perché nessun artista o creativo è così stupido da provare a truffare il principale canale di finanziamento per le arti. E questo crea problemi di controllo del denaro pubblico? No: il tasso di insoluti è praticamente zero, e inoltre si risparmiano costi amministrativi su tutti i fronti (una delle conseguenze di Principi attivi, come di quasi tutti i bandi di questo tipo, è che si trasferiscono risorse dal settore pubblico alle banche: le fideiussioni costano). L’impressione è che le garanzie finanziarie servano molto là dove la capacità di valutare nel merito non è molto sviluppata.

Insomma, noi italiani siamo un po’ come i pesci della barzelletta, a cui chiedono “com’è vivere sempre nell’acqua?”. E loro, stupiti: “Che cosa sarebbe quest’acqua di cui parlate?”. Siamo così immersi nella nostra particolare cultura amministrativa che la viviamo come “la” cultura amministrativa tout court. E invece l’azione amministrativa non deve necessariamente essere fatta di diritto romano, burocrazia weberiana (e furbizia levantina per ricuperare un minimo di spazio di azione quando le regole “stringono” troppo). Il nostro modo di amministrare è frutto di una cultura specifica e storicamente determinata. Altri amministrano in altro modo. Temo che la nostra cultura amministrativa sia troppo rigida per un mondo che si fa sempre più complesso, e sarà sempre di più un fattore di riduzione della competitività delle imprese del settore creativo – e anche delle altre, mi sa.

Però si potrebbe sempre cambiarla, no? Io, per dirne una, non ci sono particolarmente affezionato :mrgreen:

settembre 1, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     1 comment

   


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