L’economia di Makers di Cory Doctorow

Makers è un romanzo, pubblicato nel 2009 dallo scrittore canadese di fantascienza e condirettore di Boing Boing Cory Doctorow. Parla di due imprenditori della scena DIY (quella di MAKE Magazine o della nuova rivoluzione industriale di Wired), Perry Gibbons e Lester Banks, che inventano cose nuove. Le loro invenzioni trasformano il mondo intorno a loro, non solo dal punto di vista tecnico, ma soprattutto da quello sociale ed economico. Esse fomentano la crescita di un modello organizzativo e di business fortemente decentralizzato che nel romanzo si chiama “New Work”. Me l’hanno consigliato alcuni amici physical hackers milanesi, che ho cominciato a frequentare nel 2008.

Quando ho letto il libro per la prima volta l’ho trovato profetico, nel modo in cui sa esserlo la migliore fantascienza; in più mi ha colpito quanto di esso si potesse tradurre direttamente in termini di teoria economica normalmente accettata. Dopo averci riflettuto per circa un anno sono diventato una specie di convertito (così tanto che ho partecipato a progetti basati su Arduino e ho cominciato a sperimentare con la politica economica per i makers). Allo stesso tempo, però – nel contesto di una ricerca, guidata da David Lane, a cui partecipo – ho cominciato a chiedermi se questa società dell’innovazione che stiamo cercando di costruire (almeno stando alla strategia di Lisbona e a molti documenti di politica industriale) sia poi sostenibile. Dopo tutto, se la quantità di innovazione aumenta, l’economia deve crescere a una velocità anch’essa crescente, ed è possibile che questo metta sotto stress l’ambiente naturale, o i nostri limiti umani. L’innovazione ha un lato oscuro? Quanta possiamo assorbirne senza che il sogno diventi un incubo?

Doctorow ha creato un’economia immaginaria abbastanza credibile che somiglia molto alla società dell’innovazione verso cui siamo diretti. Ho deciso di studiarla più da vicino, rileggendo il libro con gli occhi dell’economista. Makers non è stato ancora tradotto in italiano, quindi chi capisce solo la nostra lingua non può leggerlo. Per gli altri, il mio consiglio è: se vi interessano queste cose, leggetelo assolutamente. E’ una lettura stimolante e divertente.

La distruzione creativa di Schumpeter

Il motore princiale dell’economia di Makers è la teoria della distruzione creativa di Joseph Schumpeter. Viene enunciata già dal primo capitolo dal capitano d’industria Langdon Kettlewell, conferenza stampa che annuncia la fusione tra Kodak e Duracell:

Il capitalismo mangia se stesso. Il mercato funziona, e quando funziona trasforma tutto in merce low cost o obsoleta.

Alla fine della conferenza stampa, la giornalista Suzanne Church (ha fatto la giornalista economica a Detroit, occupandosi dello smantellamento dell’industria dell’auto) riflette sul senso di decadenza economica che la perseguita, perfino qui nella Silicon Valley, che in teoria dovrebbe avere incorporato il fallimento come tappa sulla strada del successo:

Era di nuovo immersa in questa atmosfera da declino industriale, con il senso di essere testimone non di un inizio, ma di un eterna fine, un ciclo di distruzione che avrebbe fatto a pezzi tutto ciò che sembrava solido e affidabile nel mondo.

Il crollo di margini e prezzi e l’obsolescenza, però, non dovrebbero essere pensati come un difetto del sistema. Tjan, il manager incaricato da Kodacell per aiutare Perry e Lester, ne è molto consapevole:

Quindi, se vuoi fare molto profitto, devi ricominciare, inventare qualcosa di nuovo, e spremerlo al massimo prima che venga imitato. Più questo succede, più tutto migliora e il suo prezzo scende. È così che siamo arrivati qui, sai? È a questo che serve il sistema.

Guerre di prezzo e equilibrio di Bertrand

Il meccanismo che controlla la distruzione nel processo schumpeteriano in Makers è fatto di intensa concorrenza di prezzo. I prodotti innovativi sono offerti a prezzo ridotto dagli imitatori, e questo permette loro di prendersi l’intero mercato.

In un buon mercato, inventi qualcosa e lo vendi al massimo prezzo che il mercato è disposto a pagarla. Qualcun altro trova un modo di farlo a prezzo più basso, o decide di accontentarsi di un margine minore [...] e tu devi ridurre i prezzi per competere. Poi arriva qualcun altro che è meno avido o più efficiente di entrambi, e riduce il prezzo ancora, e ancora e ancora, finché non arrivi [...] a una specie di base al di sotto della quale non puoi scendere, il prezzo minimo a cui puoi produrre senza fallire.

A parlare è Tjan, nel suo primo giorno di lavoro all’impresa di Perry e Lester; e quello che dice è una descrizione da manuale della concorrenza di Bertrand, un modello che sfrutta le guerre di prezzo come meccanismo per condurre ad un equilibrio in cui il profitto è zero.

Disoccupazione e problemi di economia del lavoro

La distruzione creativa ridispone i fattori produttivi di un sistema economico, in teoria per il meglio. Purtroppo, alcuni di questi elementi sono persone, e la riallocazione può comportare molto dolore, umiliazione e paura. Doctorow annida i problemi di economia del lavoro in profondità in Makers: la conferenza stampa di Kodacell è interrotta da una protesta di lavoratori licenziati. Nella sua prima email a Suzanne, Kettlewell pone la grande domanda sottostante al sistema:

Cosa succede quando tutto quello che sai fare non serve più a nessuno?

Alcune ricerche iniziate durante la recessione in corso gettano dubbi sulla possibilità di riqualificare grandi masse di lavoratori per adattarli ai mutati bisogni di un’economia basata sull’innovazione (New York Times). L’offerta di lavoro sembra ancora orientata a vendere ore-uomo e si aspetta di essere gestita in modo più o meno tradizionale.

L’innovazione ricombinante di Brian Arthur

Quando Suzanne arriva all’officina di Perry e Lester per vedere cosa fanno, Perry le mostra il loro metodo per inventare, che consiste essenzialmente di ricombinare tecnologia esistente in modi nuovi, come pezzi di Lego. Questo non solo è possibile, ma molto economico e concettualmente semplice, perché, come dice Perry:

Dovunque guardi ci sono aggeggi gratis che hanno tutto quello che serve per fare qualunque cosa ti venga in mente

E Lester è ancora più concreto:

Hai presente che dicono che uno scultore parte con un blocco di marmo e toglie tutto quello che non somiglia a una statua? Come se potesse vedere la statua nel blocco? Io sono così con la spazzatura. Vedo i pezzi buttati nei garages e capisco come metterli insieme

Makers accoglie la prospettiva sull’innovazione dei teorici della complessità, discussa da John Holland, Brian Arthur e altri ricercatori: fare cose nuove è soprattutto trovare nuovi modi di ricombinare tecnologia esistente, come i mattoni del Lego. Le combinazioni di successo, a loro volta, diventano mattoni, così che una tecnologia inizialmente semplice (le famose sei macchine semplici degli antichi greci) evolve verso livelli sempre più alti di sofisticazione.

L’open source e la velocità dei cicli di distruzione creativa

L’abilità di Perry e Lester di combinare le tecnologie in questo modo è enormemente accresciuta dal fatto che tutti i “pezzi del Lego” che gli servono si trovano anche in versione open source. Questo li abilita a sviluppare prototipi che funzionano da materiale disponibile sul mercato, e metterli in produzione senza preoccuparsi di acquistare licenze sui brevetti rilevanti. Questo ha due conseguenze. La prima è che, nel mondo di Makers, sono le tecnologie open source a generare più facilmente ecosistemi, perché le persone come Perry e Lester hanno tutto l’interesse a girare intorno alla tecnologia proprietaria; la seconda è che la velocità dei cicli di distruzione creativa aumenta molto.

Questa potrebbe essere l’intuizione più importante in Makers. Pensateci: a quanto pare, compriamo sempre di più per ecosistemi (Mac-iPhone-iPad-MobileMe, o Google-Android-Google Apps, or Linux-Apache-soluzioni proprietarie basate sul web di IBM); gli ecosistemi crescono più in fretta se possono appoggiarsi su elementi open source, per cui quelli open source tendono a mettere fuori mercato quelli proprietari; ma le innovazioni negli sistemi open source sono quasi impossibili da proteggere, e questo abbassa il loro margine medio perché il periodo in cui fanno profitti alti si accorcia. La soluzione, come dice Tjan (vedi sopra) e come dicono anche quasi tutti i governi, è quella di aumentare il tasso di innovazione. Questo, però solleva il problema di quanto rapidamente i consumatori possono assorbire innovazione. Chiunque usi molto il web conosce la sensazione che le aziende lancino nuovi servizi più rapidamente di quanto possiamo capire se ci servono, o ci piacciono, e qualche volta non abbiamo semplicemente tempo per studiarceli, non importa quanto siano potenzialmente interessanti. Avete presente Google Wave, no? Quindi, è possibile che la parte di distruzione della distruzione creativa prevalga, sprofondando l’economia di Makers in uno stato di bassi margini e bassa crescita economica, in cui le nuove invenzioni, quasi sempre, non riescono a trasformarsi in prodotti di successo sul mercato.

I sistemi produttivi competitivo-cooperativi di Becattini e Brusco

Perry e Lester gestiscono un’unità di business piccolissima (loro due e qualche aiutante) , per cui la loro competitività globale dipende dalla neutralità dei costi unitari rispetto al numero di unità fabbricate – in altre parole, non ci devono essere economie di scala. Infatti la loro officina in Florida è un’unità di produzione di scala efficiente. Secondo Tjan

Le industrie che ieri stavano nelle fabbriche oggi stanno nei garage

Naturalmente, non si può sfuggire al fatto che molte cose sono a buon mercato proprio perché la loro produzione sfrutta le economie di scala. Il trucco è che la produzione dei componenti tende ad essere soggetta a rilevanti economie di scala, ma gli artefatti di cui Perry e Lester si interessano no. In questo scenario, i sistemi produttivi più competitivi sono quelli che combinano l’agilità della disintegrazione orizzontale e verticale con costi di transazione bassi, fiducia reciproca tra gli attori economici e trasparenza informativa. La disintegrazione verticale permette alle imprese di crescere là dove ci sono economie di scala da sfruttare (componenti, chips di silicio); la disintegrazione orizzontale aumenta la concorrenza nel mercato dei prodotti finiti (anche se qualunque produttore si affermi finirà per comprare i componenti da un numero limitato di fornitori – e questo permette di risparmiare i costi di ricollocare la forza lavoro e la capacità produttiva quando un produttore guadagna forti quote di mercato); i costi di transazione bassi permettono a aziende “produttive” verticalmente disintegrate come quella di Perry e Lester
(che fanno poi soprattutto R&S e business development) di costruire rapidamente reti ad hoc di fornitori e partners.

I modelli di distretto industriale di Sebastiano Brusco e Giacomo Becattini hanno proprio queste caratteristiche (come, con sfumatore diverse, i lavori di ricercatori come Charles Sabel, Michael Piore e Annalee Saxenian). In Makers i bassi costi di transazione sono progettati dall’alto attraverso una grande azienda, Kodacell, che si dà una struttura a rete: in Brusco e Becattini, invece, emergono dal basso attraverso convenzioni che evolvono e effetti reputazione in un territorio relativamente piccolo. Così, quando Lester inventa Home Aware, si può costruire un ecosistema con le “squadre” di Kodacell:

Ci sono dieci squadre che fanno organizzazione degli armadi nella rete, e diversi spedizionieri, traslocatori ed esperti di immagazzinamento. Qualche azienda di arredamento [...] Il piano è di iniziare a vendere attraverso i consulenti contemporaneamente all’esposizione del prodotto nelle fiere del mobile e dell’arredamento.

Il Living Lab della Commissione Europea

Dopo un incendio alla baraccopoli vicina alla fabbrica, Perry decide di permettere ai suoi abitanti di ricostruire le loro case provvisorie nella fabbrica Kodacell (che prima era un centro commerciale abbandonato), molto grande e in gran parte inutilizzata. Kettlewell cerca di convincerlo a mandarli via. Perry tiene duro: lui, Lester e Tjan stanno comunque pensando di inventare qualcosa per gli homeless.

Abbiamo costruito un Living Lab sulla soglia di casa per esplorare una grande opportunità di mercato per produrre tecnologia sostenibile e a basso costo per un segmento importante della popolazione, quello che non ha un indirizzo fisso. Ci sono milioni di squatters americani e miliardi di squatters nel mondo. Hanno soldi da spendere, e nessuno sta cercando di farseli dare.

Nel mondo reale i Living Labs sono un concetto esplorato dalla Commissione Europea nel contesto della politica dell’innovazione. L’idea è di sostituire i test di gradimento dei nuovi prodotti con test su scala molto più ampia e molto più realistici, resi possibili da reti dense di attori economici che collaborano su uno stesso territorio. La baraccopoli “domestica” di Perry diventerebbe così un modello in scala del mercato degli squatters: Kodacell può inventare un prodotto e collaudarlo rapidamente e a costi bassi su veri consumatori che spendono soldi veri. Ancora più importante, può reclutare gli stessi squatters per aiutarla a identificarei bisogni e progettare i prodotti. E lo fa: questo è il ruolo del leader della baraccopoli, Francis, che collabora strettamente con Perry e Lester per inventare i nuovi prodotti.

Il paradosso di Arrow e il valore delle invenzioni

Il fiasco del New Work è annunciato da una crisi di fiducia degli investitori in Kodacell. Parte del problema è che gli analisti faticano a capire come valutare le invenzioni, che stanno diventando una parte importante del valore delle azioni di Kodacell (l’altra parte è la difficoltà di trovare imprenditori bravi). Kodacell ha lanciato molti nuovi prodotti, e ha rendimenti alti su progetti piccoli. Quanti di questi progetti scaleranno e diventeranno prodotti di grande successo? Kettlewell:

Certo, se guardi [i nostri bilanci] dal nostro punto di vista, sono grandiosi. Se li guardi dal punto di vista di Wall Street, siamo nella m****. Gli analisti non riescono a capire come devono valutarci.

Questa è un’altra versione del famoso paradosso di Kenneth Arrow: i mercati per le informazioni in genere non funzionano bene perché, per stimare con precisione il valore di qualcosa devi sapere tutto ciò che la riguarda. Ma l’informazione, naturalmente, non ha valore di mercato per chi la conosce già. Le invenzioni, essenzialmente, sono informazione: finché non sono sul mercato e hanno percorso la curva di diffusione, è difficile capire quanto valgono davvero.

Il crollo del New Work e lo slittamento nelle preferenze dei consumatori

All’inizio della parte 2 di Makers il movimento New Work è finito. Un crollo in borsa ha distrutto il modello di business di Kodacell, che era stato imitato da altre grandi aziende come Westinghouse (che ha assunto Tjan, strappandolo a Kodacell). Il risultato è che il movimento è morto. Perry e Lester, ancora nel loro centro commerciale abbandonato in Florida, costruiscono “the ride” (difficile da tradurre: è una specie di parco a tema-otto volante- memoriale del New Work), che sarà il centro del resto del libro. Il fiasco del New Work è una delle parti meno convincenti del libro dal punto di vista di un economista: a parte il problema già menzionato di attribuire un valore di mercato alle invenzioni, non si capisce che cosa possa avere provocato più di una fluttuazione di breve termine. Kettlewell:

Gli analisti non riuscivano a capire come valutarci. Aggiungici un po’ di caos sul mercato, un po’ di gente che ha voluto pareggiare vecchi conti [...] è già un miracolo che abbiamo resistito così a lungo.

In seguito a questi eventi, i consumatori smettono di comprare i beni prodotti dalle aziende New Work, il che è ancora meno convincente. Come dice Perry:

Le invenzioni non interessano più a nessuno.

Non c’è nessuna ragione ovvia per cui questo dovrebbe succedere. La seconda invenzione di Perry e Lester, Home Aware, ha avuto un grande successo, vendendo un milione di esemplari in sei settimane. In una situazione del genere, se il produttore originale esce dal mercato, in genere altre aziende prendono il suo posto per servire ed espandere la clientela esistente. Dopo il crash delle dotcom nel 2000 i consumatori hanno aumentato la loro domanda dei servizi online che trovavano utili, senza preoccuparsi troppo degli indici di borsa. Yahoo, Google, Amazon hanno continuato a esistere e prosperare, nei rispettivi mercati di sbocco se non sui listini. Ho dato uno sguardo alle serie storiche degli indici NASDAQ e delle vendite tramite e-commerce in America nel periodo 1999-2009, e la correlazione è sostanzialmente inesistente (addirittura negativa), come vedete dal grafico seguente:

Quindi: la società dell’innovazione in Makers è sostenibile?

Le domande sulla sostenibilità sono difficili. Più volte gli scienziati hanno predetto catastrofi suscitando grandi clamori nell’opinione pubblica, che ha rovato queste predizioni convincenti. Da Malthus al Club di Roma e al Millennium Bug, ci siamo sempre cascati: sembra che abbiamo una predisposizione a sottovalutare la capacità di adattamento della società e dell’economia (cambiamenti culturali riducono il tasso di fertilità, l’aumento dei prezzi dell’energia aumenta l’efficienza energetica del PIL e così via). La catastrofe ci sembra in qualche modo convincente: forse è solo un’eredità del nostro passato preistorico, o forse è un mito culturale molto radicato (Apocalisse, Ragnarok ecc.). Certamente, questo suggerisce molta, molta cautela nel fare predizioni in questo senso.

L’economia del New Work è almeno plausibile; la parte meno plausibile è proprio quella della sua fine. Mi sarei aspettato uno sviluppo del tipo: Kodacell e Westinghouse incoraggiano lo spinoff delle loro unità New Work, o le vendono ad aziende più agili e con meno costi fissi. Questo rende economica anche la struttura organizzativa e finanziaria a rete che era stata il vantaggio competitivo di queste grandi aziende per gente come Perry e Lester. Dopo tutto, la storia dell’open source mostra già con chiarezza che non è necessaria una grande organizzazione per coordinare attività complesse. Il libro, però, ha un finale decisamente pessimista: la grande azienda malvagia ha vinto la battaglia contro il movimento The Ride, e ha assunto Lester, neutralizzando il suo potenziale innovativo; Perry è diventato una specie di tecnico errante, solo e impoverito. Doctorow l’economista sembra sostenere l’idea di società dell’innovazione, ma Doctorow l’autore certamente no. Mi chiedo quale dei due Doctorow, alla fine, avrà avuto ragione.

agosto 30, 2010     Alberto     complexity economics, industrie creative e sviluppo     3 comments

I wikicratici sul libro stampato

CC marie-II su Flickr.com

Attenzione a tutti i wikicratici: come promesso, vi ringrazio tutti per nome e cognome nel libro (ho deciso di mettere una sezione apposta che si chiama appunto “I wikicratici”). Non sono sicuro di come devo chiamare alcuni di voi, perché sul blog avete usato dei nick tipo “lg” o “Robertina”. Direi che faccio così: se vi va bene che il ringraziamento su libro sia rivolto al nickname usato sul blog, non c’è bisogno che facciate niente. Se invece volete che usi il nome al posto del nickname ( o magari anche viceversa!) fatemelo sapere: un commento qui va benissimo. Se non vi ricordate come vi siete firmati, controllate la Hall of Fame.

UPDATE: ho dovuto mettere una scadenza: lunedì 30 agosto ore 10.30.

agosto 27, 2010     Alberto     Wikicrazia     1 comment

Spaghetti open data

Tanto per cambiare, una buona notizia dall’Italia: la scena degli open data – database pubblici resi accessibili ai cittadini, che possono utilizzarne i contenuti come desiderano – comincia a muoversi anche da noi. Si muove come un po’ tutto in Italia, cioè alla spicciolata: non esiste una iniziativa trasversale come data.gov o data.gov.uk, non so se sia in programma ma francamente mi stupirei. Esistono, invece, le avanguardie. In questi mesi ho notizia di due operazioni: uno è il sito della Regione Piemonte, dati.piemonte.it. I database sono ancora pochi e soprattutto poco rilevanti: le codifiche degli stati esteri le trovo su Google in qualunque momento, quello che mi piacerebbe vedere sono statistiche sulla spesa dell’ente Regione, sulla sanità, sulla dispersione scolastica, sulla raccolta differenziata etc., in modo da potere confrontare territori. Ad ogni modo è un inizio, e c’è anche una rassegna degli usi che i cittadini fanno di questi dati.

La seconda operazione è stata fatta dalla Ragioneria Generale dello Stato. Qui i dati sono davvero sugosi: i bilanci preventivi e consuntivi e i trasferimenti alle ammministrazioni regionali e locali 2007-2010. Per capire davvero la discussione sui famosi tagli di bilancio, non c’è niente di meglio di scaricarsi i dati e giocarci un po’, magari producendo qualche bel grafico colorato. La RGS fornisce anche una guida alla costruzione di tavole di sintesi usando Excel.

Questa è una bella opportunità per i civic hackers di cui parla sempre David Osimo. Non c’è più bisogno di fidarsi (o di non fidarsi, che è lo stesso perché comunque la nostra opinione finisce per dipendere da una fonte giornalistica che non possiamo verificare): quando sentiamo dire “lo Stato non investe in cultura”, “la spesa sanitaria è fuori controllo” o “stiamo mandando la scuola pubblica in malora” possiamo controllare di persona, accedendo ai dati, filtrandoli e mettendoli in fila per vedere se è vero, e condividere con gli altri le nostre conclusioni. Anche così crescono le democrazie (e le Wikicrazie).

agosto 25, 2010     Alberto     e-government 2.0     5 comments

Bugie, maledette bugie e infografiche: implicazioni per gli open data

Come molti altri, sto cercando di farmi un’idea sulla morte del web profetizzata da Wired. Se mi viene in mente qualcosa di sensato da dire in merito lo farò. Per ora la cosa che mi sembra più urgente è lanciare un “allarme infografiche”.

L’articolo di cui tutto il morituro web sta discutendo si apre con una bellissima infografica colorata in perfetto stile Wired (questa qui a sinistra), in cui si vede bene che la quota del traffico internet (cioè pacchetti di dati TCP/IP) attribuibile al web è in calo: da questo calo parte la discussione. A questo punto, Rob Beschizza su Boing Boing ha provato a ridisegnare il grafico partendo dagli stessi dati (la fonte è Cisco) ma in valore assoluto, tenendo conto che il traffico web si è moltiplicato per un fattore centomila dal 1996 al 2005, e il traffico Internet si è moltiplicato per un fattore sette dal 2006 al 2010. Il risultato è che il web non solo cresce, ma cresce a una velocità crescente. Il grafico è risultato così:

Oltretutto, diversi commentatori hanno osservato che misurare l’uso di internet in consumo di banda, invece che – diciamo – in tempo di fruizione sopravvaluta l’importanza degli usi multimedia (video e VOIP) rispetto a quelli basati sul testo (email).  Tutta la discussione di Anderson assume un sapore completamente diverso: è comunque intelligente e argomentata, ma perde l’aura profetica, e anzi sembra un po’ una roba furbetta e vagamente interessata.

Non saprei dire se il web è morto o meno, ma sono abbastanza sicuro che è il momento di farsi qualche domanda seria sulla visualizzazione dell’informazione. Negli ultimi anni si è lavorato molto su questo tema, a partire dal presupposto – corretto – che l’evoluzione ci ha dotato di un cervello molto veloce nell’elaborare gli stimoli visivi.  Un grafico a torta comunica in modo molto più immediato di una tabella o, Dio non voglia, di un’equazione. A partire da questa considerazione uno dei miei eroi, il pioniere dei computers Douglas Englelbart, finì per concepire i computers come macchine con cui comunicare tramite un’interfaccia grafica. Le infografiche sono una punta avanzata di questo movimento, metà informazione, metà arte.

Ma forse l’elaborazione più lenta ha anche un vantaggio: ci permette di prendere un po’ di confidenza con il dato, di esaminarlo con un minimo di distanza critica. L’immagine, ancora di più del dato, ha un potere seduttivo che può essere strumentalizzato, e spesso lo è. Nel campo specifico degli open data, cioè dell’apertura e diffusione delle basi dati delle autorità pubbliche, Daniel McQuillan (tra gli altri) ha avuto modo di commentare che la visualizzazione, proprio per questo motivo, finisce per non dare trazione alle comunità.

Alle tre categorie di menzogne di Sir Charles Dilke — bugie, maledette bugie e statistiche — se ne potrebbe aggiungere una quarta, quella delle infografiche: che sarebbero poi menzogne al quadrato, perché già si basano su dati “massaggiati” (la scelta di Wired di usare quote di banda anziché valori assoluti secondo me è furbetta, scandalistica e in definitiva in contrasto con la deontologia dei giornalisti)  e ad essi aggiungono la seduzione delle immagini e del colore. Vabbeh, direte voi, è Wired, mica l’American Economic Review, serve a fare un po’ di chiacchiere al prossimo aperitivo. Mica tanto, perché l’argomento trattato è politicamente molto carico, e vengono dichiarati vincitori Jobs, Zuckerberg e i sostenitori degli ecosistemi chiusi. Se noi ci comportiamo come se la previsione fosse vera, contrinbuiremo a farla avverare, comprando iPad e apps. L’orientamento “leggero” dell’opinione pubblica non è privo di conseguenze, come si vede bene nella politica italiana.

Conclusione 1: come al solito, non ci sono pranzi gratis. L’abilità del cervello nell’elaborare stimoli grafici lo rende anche più vulnerabile ai tentativi di influenzare questa elaborazione. Conclusione 2: se qualcuno vuole convincervi di qualcosa, e a sostegno delle sue conclusioni tira fuori una grigia, brutta tabella in bianco e nero è probabile che abbia in mano qualcosa: se tira fuori una bella infografica professionale e colorata, beh, meglio stare in guardia. E tenere d’occhio il portafoglio.

agosto 23, 2010     Alberto     complexity economics, internet     3 comments

Problemi con Google Reader

Tra ieri sera e oggi chi mi legge con Google Reader può avere visto “post fantasma”, che non hanno riscontro sul blog. Sembra che ci sia un ritardo nell’aggiornamento di Reader a partire dal mio feed. Chiedo scusa e invito alla pazienza: dal mio lato i problemi sono risolti. Il prossimo post andrà online lunedì 23 agosto.

agosto 16, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     1 comment

Prossimamente su questi schermi

Approfittando della calma estiva ho cominciato a lavorare ad alcuni post che richiedono un po’ più di preparazione del solito, e che conto di pubblicare a partire dal 23 agosto. I primi titoli:

  • Bandi per la creatività e culture amministrative: due esperienze a confronto
  • Spaghetti open data
  • L’economia di Makers di Cory Doctorow

Ci sentiamo tra una settimana, buon ferragosto!

agosto 14, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     comment

Capire il denaro per capire il mondo

Doveva succedere, prima o poi: moneta e finanza sono gli argomenti più visibili tra le mille cose di cui si occupano gli economisti, e in qualche modo anche quelli più esclusivamente riservati alla professione. Siccome io sono un economista e sono facile da raggiungere tramite il blog e la presenza sui social networks, Fabio Deotto di Wired mi ha chiesto di commentare una notizia finanziaria: pare che Facebook stia pensando di lanciare Credits, la moneta virtuale usata per comprare applicazioni sul social network, come mezzo di pagamento universale. È possibile usare gli oltre 500 milioni di utenti di Facebook come testa di ponte per affermare un nuovo mezzo di pagamento, che rivoluzioni il mercato dei servizi finanziari?

Nella migliore tradizione degli economisti, la mia risposta è stata che la domanda è sbagliata, per un sacco di motivi: ci sono già decine di valute virtuali e non hanno creato nessuno sconvolgimento; le valute vanno sostenute con operazioni di mercato aperto, o si deprezzano; vi sono servizi ai pagamenti con molti più di 500 milioni di utenti – solo negli USA c’erano 1.3 miliardi di carte di credito nel 2006 (l’articolo è qui). Ma la risposta vera è che io non so nulla di finanza e non posso andare oltre queste considerazioni elementari, per cui ho consigliato a Fabio di scrivere a qualche economista monetario vero.

Questo episodio mi ha fatto capire che non sapere niente di finanza non è una buona cosa per un economista del 2010. Anche l’ondata montante di innovazione sociale contiene molta innovazione finanziaria: vogliamo parlare del microcredito via internet all’impresa del terzo mondo di Kiva? Del community lending dell’italiana Prestiamoci? Dei vari servizi di crowdfunding di progetti culturali di cui si occupa Francesco D’Amato? Degli stessi GAS? Conclusione: è ora di rimettersi a studiare il denaro. I soldi sono difficili, controintuitivi, non è facile capire che cosa sono e da dove deriva il loro potere di procurarci le cose che ci servono. Qualcuno ha un libro da consigliarmi per cominciare? Rigoroso, ma che parta dalle basi, magari con un approccio storico? Ho provato a leggere Soldi di Niall Ferguson, ma quello forse è troppo poco tecnico. Grazie in anticipo a chi mi darà un suggerimento.

agosto 10, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     3 comments

Black swans and banking regulations

Contrordine Compagni hosts a brilliant post contained in a World Bank blog called Crisistalk, created as a space for the Bank to contribute to the debate about the financial crisis, then in full rage. That blog has since been taken down: I think this post must be preserved, as it conveys the (rather stormy) climate in financial institutions at the time. So I (Alberto) volunteered with Ryan Hahn, blogger-in-chief at the Bank’s Private Sector Development blog, to host it myself. While unable to give me formal permission, Ryan has been quite encouraging: I mean well, after all. Should the author or the World Bank Group have any issues with it, I will take down the post immediately.

The post was published by John Nellis on 2 March 2009. Nellis was a Senior Manager in the World Bank’s Private Sector Development Department. He is now Principal of the consulting/research firm, International Analytics.

On February 24 I attended the first day of a two and half day World Bank conference on Markets and Crises: What Next and How? Two sessions were particularly interesting: the keynote address by Nassim Taleb, author of “The Black Swan: The Impact of the Highly Improbable,” and a panel on “What has the financial crisis taught us about risk management?” with Mark Carey from the Federal Reserve Bank of the US, Stijn Claessens from the IMF, Martha Cummings from Banco Santander and Mark Zandi of Moody’s.

First, Mr. Taleb. He is wildly entertaining and delightfully iconoclastic; he left no one in or outside the room uninsulted. All economists are worthless. Certain central bankers are charlatans and fools. French bankers are the worst of all possible bankers. No professor of finance has ever been right about anything (especially those who for years kept rejecting his submissions to finance journals). No one on the staff of the New York Times knows anything about finance or economics or statistics. Regressions are useless; models are worse. “People who use history as a guide do not understand history.”

The last is the essence of his central thesis — the common and fatal error of those working in and around economics is that they generally assume that what happened yesterday is highly likely to occur again today; they see and model the world in terms of “Gaussian” statistics; that is, the normal distribution. But his study (of forty years of data on things that have been priced) leads him to see that in finance and economics “most of the variance is concentrated in a very small number of events.” (This is measured by “kurtosis,” a term in statistics meaning the extent to which rare extreme deviations from the norm explain more of the variance than frequent smaller movements around the norm. Phew!)

So, convinced that “as risks mount fewer and fewer outsized events are required to bring the whole system down,” he some years back predicted doom and started shorting the market, day after day after day, losing money day after day…..etc. Until last year. Bam. With the market gains (and the loot from two million copies of the book sold so far) he is now invited to World Bank seminars to point out with gusto their (our) ignorance and culpability, and everyone else’s too. I got the distinct impression that he is happy with the money but much more enthralled by the vindication against all those who called him a kook, a cultist, or worse. He is having a grand time. And he was right about the crash.

When it comes to the question “So what should we do now?” he is not helpful. Questions included, “How should we go about reforming the regulatory system?” Answer: Don’t try to reform it; scrap it. “But what should we do?” Answer: Abolish debt. All of the world’s great religions agree; there should be no interest. “Did regulators make the crisis worse by their incompetence?” Not an area of interest to him; he is not concerned with minor tinkering with the system. Good-bye.

As I said, rewarding and fun, but of little value to those trying to work their way out of the present mess.

The afternoon seminar was toute autre chose: four earnest, smart, articulate, wonkish insiders admitting some errors and looking hard for practical solutions to an increasingly frightening debacle. But at the end of the session the practical answers were notable by their absence.

Carey, from the US Federal Reserve Bank, argued that bank regulators such as himself had certainly seen signs of problems but thought they were off-white or grayish swans, not black. Small reform would, they hoped and thought, suffice. He stated that this did not derive from a dependence on misguided models, but rather that avoidance of the dramatic is ingrained in financial regulators; that those in central banks must be absolutely sure they are looking at a bubble before trying to use monetary policy to burst it. Knowing in advance that a problem area is a real bubble is not all that simple. And they must also be sure that calling attention to a possible bubble does not create the very situation they are trying most to prevent — a panic. He concluded that increased regulation by itself will not solve the problem; what has taken place is “not a technical problem, but rather a governance problem.” (The distinction was not made clear.)

Martha Cummings has excellent credentials; as head of Risk Analysis at Banco Santander she advised her board that much of the portfolio was incomprehensible and she recommended getting out of lots of loans whose underlying assets were based on impenetrable securities. Thus, Banco Santander is today not in such a poor position as many other banks. She was tougher than Carey; she says we should have seen it coming. Masses of people were and still are living far beyond their means, in debt up to their eyes and leveraged to the hilt. We did know it was coming; we just didn’t know when. We kept thinking we would somehow get 24 hours notice and get out ahead of everyone else—and we were wrong. We knew banks were doing deals to get market share, regardless of profitability; we depended on ratings agencies and models, not facts and basics. We consistently ignored the signals because “no one wanted to end the party.” We ignored a basic fact: “The market can stay irrational far longer than you can remain solvent.” Her advice is on the ruthless side: let housing prices fall to where the market wants them to be; let the lenders and the borrowers take the hit. Trying to prop it all up will fail and make things worse. Let it rip (at least she has a clear point of view).

Mark Zandi of Moody’s first flagellated himself and then all other supposed supervisors of the system. “Both the architecture and the plumbing of the regulatory system were deeply flawed.” No one in the oversight system had responsibility for saying “this is a bad loan.” The lender wanted a fee and passed the mortgage to someone else. The investment bank securitized the loans, took a percentage, and forgot about it. Rating agencies are paid by the lender, not the investor, and they “keep the ball rolling.” Bank regulators failed to recognize or call attention to the problem. And here we are.

All agree: “We forgot the basics. We took a crisis and made it a panic.” And all agree that while more and more dense regulation is now inevitable, they doubt it will really change the essentials. The Basel regulations had little or nothing to do with the crisis, either in terms of abetting or hindering it. Carey said that his many years of experience fitted him to sense, within minutes, a bad bank, but he had long ago been promoted out of bank examination. And if they sent him back to it he would quit; Bank examination is a lousy job, now handled, worldwide, by very young and inexperienced people. The panel agreed that if corporate boards had members who fully understood risk models they might demand sufficient information, examine it carefully, and instruct management on how to act. An unlikely prospect. They all are, to a varying extent, concerned that a new thicket of regulation will slow or halt a quick recovery, but Zandi (of Moody’s) went on record as saying that the Federal Reserve has the capability and responsibility of forecasting bubbles and being much more aggressive on informing the public of their prognostications.

All this was much more depressing than Mr. Black Swan.

agosto 6, 2010     john.nellis     La vita, l'universo e tutto quanto     comment

La wikicrazia può funzionare?

In questi giorni, come vi preannunciavo, mi sono dedicato a riscrivere Wikicrazia (è la quarta volta!). Ho riletto attentamente tutti i commenti che mi sono arrivati (quasi 200, contando le mie risposte): complimenti a parte, la maggior parte contengono correzioni o proposte di integrazione su punti specifici. Ci sono però anche — e per fortuna — alcune critiche “di sistema”, cioè critiche che, se accettate, renderebbero inutile tutto il ragionamento. Le posso dividere in due filoni; per chiarezza espositiva mi permetto di esagerare un po’ e chiamarli, rispettivamente, “antidemocratico” e “benaltrista” (seguite i links ai commenti, in cui gli autori esprimono le loro critiche in modo più assennato).

Filone antidemocratico: le persone sono facili da influenzare, e anche la democrazia in fondo è una cosa troppo seria per lasciarla fare al popolo. La wikicrazia non è un correttivo perché non porta alla convergenza alla soluzione “più saggia”. Questa preoccupazione è esposta da Francesco Silvestri, Paolo (che scrive in prima persona plurale, perché affiancato dal suo e mio amico Stefano) e Tito. Mi scrive Paolo in una mail (niente paura, mi ha autorizzato a pubblicarla):

Tu sostieni che se c’è abbastanza gente che guarda si correggono gli errori, e citi il caso di Linux e di Wikipedia. Bene, hai ragione. Nel caso di Linux, c’è un gruppo, una rete di tecnici con uno scopo preciso e condiviso, gli errori, se così posso dire, sono dello stesso ordine dell’obiettivo, se non si eliminano l’obiettivo non può essere raggiunto. [...] Nel caso delle politiche gli errori e i dati, sono di ordine diverso dalle conclusioni, l’importante è che tutto suoni bene [...] Dunque, non si guardano e non si trovano errori, se si trovano la cosa non è troppo importante per il dibattito.

Filone benaltrista: la wikicrazia è un gingillo carino, ma se i governanti sono ottusi e corrotti nulla può. Questo è un tema saltato fuori più volte; due commenti in cui si vede bene sono il precedente commento di Paolo (si legga la parte dove si parla dei rifiuti in Campania) e uno di Giuseppe Paruolo (che è anche l’unico contributo alla discussione lasciato da un politico: Giuseppe, un informatico, è stato assessore comunale a Bologna). Scrive Giuseppe:

Credo sia illusorio pensare che un approccio wiki possa di per sè impedire malgoverno o malafede [...] La buonafede di chi governa è un prerequisito indispensabile.

Prendo molto sul serio tanto le critiche quanto le persone che le esprimono, che stimo. Ma non sono d’accordo.

Agli “antidemocratici” c’è un’obiezione facile: nemmeno la democrazia rappresentativa garantisce che si faccia sempre la scelta più saggia: anzi, sappiamo da Churchill che essa è “il peggior sistema di governo mai inventato… salvo tutti gli altri”. Tuttavia rimango abbastanza sereno, la storia ci ha mostrato che i despoti illuminati possono vincere qualche partita, ma il torneo lo vincono sempre le democrazie, con tutti i loro difetti: allargare il novero di coloro che esercitano potere e influenza sembra garantire risultati migliori. Ma c’è anche un’obiezione specifica, ed è che, invece, nella mia esperienza il consenso emerge quasi sempre. Non sono le persone a convergere, ma le conversazioni: cioè, nessuno che sia veramente convinto di una cosa cambia idea, ma chi si avvicina al processo in modo abbastanza laico vede emergere una posizione nettamente più convincente delle altre. In genere succede che a un certo punto qualcuno propone una cosa e tutti si mettono a discutere della proposta, ignorando completamente le posizioni precedenti (e magari contrapposte). Il messaggio è chiaro: quelle posizioni, semplicemente, non hanno trazione, e quindi non hanno legittimità. Certo, chi le sostiene può continuare a spingerle, ma otterrà solo di irritare gli altri: ha già detto la sua, la discussione è andata avanti, cosa vuole ancora? Se le decisioni sono tanto più legittimate quanto più sono partecipate, il dissidente si trova perdente in una discussione fortemente legittimata.

Ai “benaltristi” rispondo che, in un ambiente informativamente trasparente e in cui l’attenzione è una risorsa abbondante le rogne saltano fuori prima o poi e il malgoverno diventa più difficile. La versione finale di Wikicrazia riporta questo esempio canadese, in cui una politica di open data ha permesso di scoprire 3 miliardi di dollari di evasione fiscale (la scoperta l’ha fatta un cittadino, non l’agenzia delle entrate). Mi viene in mente il passo famosissimo in cui Adam Smith scrive che noi non ci affidiamo alla benevolenza del macellaio per mangiare, ma alla sua capacità di fare il proprio interesse; non vedo perché la cosa non dovrebbe valere anche per i politici e i governanti. Non chiediamo loro di essere santi o eroi, ma persone ragionevolmente intelligenti che agiscono in un ambiente che fornisce loro gli incentivi giusti.

Troppo ottimista? Forse. Ma in Wikicrazia ho deciso di non lasciare nessuno spazio alla lamentazione e al cinismo, al “governo ladro” e al vaffa. Sono posizioni che comprendo e rispetto, ma in questa fase scelgo di non farle mie e di concentrare i miei modesti sforzi su ciò che possiamo migliorare qui e adesso, senza aspettare cambiamenti sistemici o rinnovamenti culturali. E senza scuse.

agosto 4, 2010     Alberto     e-government 2.0, Wikicrazia     5 comments

   


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