L’ossessione della Wikicrazia

In questi giorni ho un sacco di idee per scrivere sul blog. Post saggi e brillanti, istruttivi ma anche divertenti. Fidatevi.

Però non li scrivo, perché sono impegnato con le ultime fasi di lavoro su Wikicrazia. La maledetta cosa mi occupa una fetta rilevante di tempo da oltre un anno, e adesso che vedo la luce alla fine del tunnel sono come ossessionato, non riesco a tenermici lontano. Non vi stupite se per qualche giorno mi vedete un po’ meno attivo su Contrordine.

Il libro va bene, grazie. In questi giorni ho avuto la soddisfazione di un lungo commento (che mi è utile, non solo complimenti) del direttore dell’iniziativa Open Government della Casa Bianca, e mi sono riguardato l’anteprima del libro in forma di lezione su Oilproject, in video. Ci sentiamo quando riemergo, ma ormai manca davvero poco.

luglio 14, 2010     Alberto     Wikicrazia     1 comment

La mossa di Talete: perché le previsioni non sono (sempre) scienza e viceversa

Nel corso del lavoro su Wikicrazia, il mio libro, alcune persone mi hanno fatto notare che non mi avrebbe fatto male leggermi gli scritti di Pierre Levy. Nel libro parlo molto di intelligenza collettiva, e Levy è uno dei punti di riferimento su questo argomento. In più, Levy è un filosofo, e accademicamente più rispettabile degli autori più business che avevo citato, cioè Howard Rheingold Clay Shirky e Don Tapscott. Ho iniziato da un saggio del 2001, che si chiama proprio Collective intelligence: a civilisation. Mi ha fatto una grande impressione. Levy sembra avere capito profondamente la natura emergente di molti aspetti chiave della società in cui viviamo, e spinge lo sguardo nel suo futuro con una preveggenza vertiginosa. Non è difficile ritrovare nel nostro presente una coerenza tra le sue teorie e il web 2.0,gli open data, l’innovazione delle forme di collaborazione economica di rete.

Quando uno scienziato fa una previsione, in genere parte da un modello di come funziona un pezzo di realtà. Questo modello viene testato su dati: se passa il test viene poi usato per fare previsioni, in genere al prezzo di doverlo semplificare anche di molto (diceva giustamente Niels Bohr che “Fare previsioni è molto difficile, soprattutto quando riguardano il futuro”). Il saggio di Levy lavora invece in tutt’altro modo. Accanto a ragionamenti ben argomentati, solidi e brillanti, si trova roba inutilizzabile. Ecco un breve catalogo.

MOSSA DI TALETE – Al centro del pensiero di Levy c’è il linguaggio. Il linguaggio è vivo di una vita relativamente indipendente dai suoi vettori organici (noi), e si evolve. Il ciberspazio rappresenta la sua ultima evoluzione. Da questo assunto derivano le previsioni: descrivono gli eventi che servono per realizzare compiutamente questo stadio evolutivo del linguaggio, che comunque ci sarà perché così dice la teoria. Mi ricorda la mossa del vecchio Talete, che aveva costruito una folgorante carriera filosofica sostenendo che tutto fosse composto di acqua. Teoria elegante, ma indimostrabile: rendendosene conto, Anassimene contropropose che tutto fosse invece composto d’aria, segnando così il goal dell’1-1. In mancanza di prove scientifiche, la controversia non si poteva comporre, per cui immagino che a Mileto nel sesto secolo a.C. ci si dividesse tra seguaci dell’aria e dell’acqua come adesso tra Windows e Mac. Ventisei secoli più tardi i fisici stanno ancora lavorando sul problema, ma lo fanno con un metodo molto diverso!

INDUZIONE
– “La scrittura ha portato il politeismo; l’alfabeto il monoteismo; la stampa a caratteri mobili la Riforma protestante. Questo mi suggerisce che il ciberspazio, che è un passo ulteriore nell’evoluzione del linguaggio, sia anche una rivoluzione religiosa.” A parte che i legami di causalità tra scrittura e politeismo, alfabeto e monoteismo etc. mi sembrano degni di essere un po’ più problematizzati, questo equivale a dire che finora abbiamo visto solo cigni bianchi, quindi tutti i cigni devono essere bianchi. Questo modo di procedere è sbagliato e pericoloso, come altri hanno spiegato meglio di quanto potrei fare io.

LETTURA ARBITRARIA DI TENDENZE SEPARATE COME PARTI DI UN QUADRO DI INSIEME – “Cresce il numero dei soggetti che possiedono azioni + cresce il numero delle transazioni di azioni + crescono le fusioni tra le multinazionali => nel mondo vi saranno tre o quattro grandi compagnie per ciascun settore, e saranno soggette al controllo diffuso di cittadini e produttori, anche via boicottaggi.” Beh, questa è anche una previsione sbagliata. Ma è soprattutto la logica ad essere sbagliata: non tiene conto della nascita di nuove imprese, non modellizza i possessori di azioni (per cui i fondi pensione britannici che possiedono azioni BP stanno facendo pressione su Obama perché non cali troppo la scure, alla faccia della responsabilità sociale di impresa) etc. etc.

WISHFUL THINKING - “La convergenza della vita – che sta diventando sempre più geneticamente modificata e artificiale – e tecnologia – che è sempre più viva e intelligente – ci renderà liberi di perseguire obiettivi più creativi.” E perché mai? Questo sarà vero solo se (1) abbiamo capito i processi di convergenza tra vita e tecnologia e (2) abbiamo dimostrato che essi non genereranno eccessivi problemi. Nessuna di queste due condizioni mi pare essere verificata, quindi…

E’ sicuramente ingeneroso criticare Levy su basi di scientificità. L’articolo inizia proprio con una premessa in cui l’autore scrive più o meno: non voglio fare previsione scientifica, ma immaginazione. Non mi interessa dare interpretazioni corrette, ma dare interpretazioni che aprano la strada agli esiti che io ritengo auspicabili. Bene, ma se è così non mi sento di usarle per Wikicrazia. Il mio libro propone alcune estensioni ai processi con cui produciamo decisioni pubbliche. Le decisioni pubbliche sono cose serie, che costano denaro ai contribuenti e che – se sbagliate – possono provocare disagi e sofferenze. Quindi non mi sento di basare la discussione su altro che su una conoscenza in qualche modo scientifica, in cui la mossa di Talete, e le altre descritte qui non sono ammesse. Se si dice una cosa la si deve argomentare; ed essa diventerà vera solo alla conferma sperimentale. Sbaglio? Troppo rigido?

[dedicato a Luca Galli]

luglio 8, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto, Wikicrazia     6 comments

L’ultimo barcamp

Venerdì ero al VeneziaCamp, e mi sono divertito. Paradossalmente favoriti da un forte ritardo iniziale e da qualche assenza che ha fatto saltare il formato delle sei presentazioni da 10 minuti + domande e risposte, abbiamo avuto una vera discussione, non sempre coerente ma ricca di spunti, come la discussione deve essere. Cosa succede, mi sono chiesto? Perché il risultato della rottura del formato è che l’interazione si fa interessante?

Ecco cos’è successo: ho capito di non essere fatto per questi formati di sintesi estrema. Non ne ricavo niente. Spostarsi per un incontro costa tempo e denaro, e in cambio del mio investimento voglio avere il tempo di ascoltare le storie che mi interessano, e di parlare con le persone che le hanno vissute. I barcamp, nati per favorire un’interazione informale e non ingessata, mi sembrano essersi evoluti in formati iperstrutturati, in cui ciò che conta è la brevità della comunicazione. Dieci minuti, cinque nel formato Ignite, venti slides, avanti il prossimo. Ultimamente mi è stato perfino proposto di andare a Roma per partecipare a una “conferenza cabaret” (sic: è questa) con, cito, “due presentazioni di 5-10 minuti max e poi spazio alle domande”. Bene, ma di che parliamo?

Spesso, quando lo o la speaker racconta una storia intrigante, alla fine mi capita di pensare “Ma no, continua! Chi se ne frega se perdiamo un po’ di tempo? Non è tempo perso, siamo qui per imparare!” Anche l’interattività mi sembra spesso un po’ superficiale: in genere ci vogliono quattro-cinque domande perché la discussione inizi a farsi interessante, perché le prime servono a mettersi in mostra. Questo, secondo me, accade perché alcune persone tendono a fare domande che incorporano il messaggio “io su questa roba ne so più della persona che ha tenuto la relazione”. Uno sport molto diffuso è quello di citare una cosa appena successa che il relatore non ha citato, in modo da mettere in risalto che si è più aggiornati di lui. E’ anche umano, ci sono un po’ di vanità da soddisfare prima di passare alle cose serie. Se il tempo è limitato, rischi che la platea senta solo queste domande.

Intendiamoci: riuscire a dire una cosa in pochi minuti è un bell’esercizio di sintesi (al KublaiCamp abbiamo dato spazio allo stralunato e divertentissimo PitchClub di Giacomo Neri) e la fuffa non va mai, mai bene. Però se voglio imparare da un incontro posso farlo in due modi: o da presentazioni di qualità o da una discussione altrettanto di qualità. E, se il problema che si vuole discutere è relativamente nuovo o comunque irrisolto, è improbabile che lo si possa sintetizzare in dieci minuti di presentazione. Naturalmente un bravo speaker riesce a sintetizzare, ma il prezzo che si paga è che la presentazione è sempre “for Dummies”, sempre al livello principianti. Io posso spiegare l’architettura di Kublai in dieci minuti e anche in cinque, l’ho fatto tante volte in due anni. Una volta l’ho fatto in 120 secondi! Ma se volete accedere al livello veramente interessante di Kublai (come ci rapportiamo con la community, come ci raccontiamo all’interno delle istituzioni, perché non veniamo attaccati dai troll etc.), beh, allora dobbiamo sederci e parlare, e mi serve un’ora per darvi i dati di base. Poi possiamo metterci a discutere.

Non credo che il formato lungo sia necessariamente sinonimo di ingessamento. Tanto per dare un’idea, il famoso seminario a Santa Fe, quello del settembre 1987 tra fisici ed economisti che diede il via all’Istituto per i sistemi adattivi complessi, non aveva certo problemi di eccesso di formalità, nè di fuffa: si tentava un esperimento veramente senza rete di sintesi intellettuale. Giovani scienziati eterodossi tenevano le relazioni: tre premi Nobel (Anderson, Arrow, Gell-Mann) sedevano in platea e chiedevano la parola alzando la mano. Eppure la durata delle relazioni si misurava in ore (quella introduttiva, tenuta da Brian Arthur, occupava tutta la mattina del primo giorno) e il seminario stesso è durato dieci giorni, con solo un sabato pomeriggio libero. So di non essere all’altezza di gente come Arthur e gli altri, ma proprio per questo ho bisogno di crescere, e voglio farlo. E questo vuol dire soprattutto andare in profondità sugli argomenti, dedicandovi il tempo giusto.

Può essere che quello di Venezia sia stato il mio ultimo barcamp. I barcamp italiani sono stati per me uno strumento di apprendimento molto utile: ho completato con successo il livello principianti. Adesso, però, mi piacerebbe passare a quello avanzato, e può essere che gli strumenti debbano cambiare.

luglio 5, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto, vita digitale     10 comments

Wikicrazia, finisce la fase collaborativa online

Giugno è passato, e la fase collaborativa su Wikicrazia è finita con un risultato molto superiore alle mie aspettative. Ho fatto le slides qui sopra per presentarli e ringraziare tutti i partecipanti, a cui sono debitore di molta conoscenza e di un’esperienza molto utile, che non avevo mai fatto prima. Grazie tantissime!

Mi ritiro a scrivere la versione finale. La bozza e i commenti rimangono online, e io continuerò a leggere e a rispondere i commenti arrivati dopo il 30 (ce ne sono già), ma non darò più aggiornamenti settimanali. Mi restano da fare due piccole osservazioni provvisorie che nei dati non si vedono immediatamente. La prima è che non si è creata una community di Wikicrazia: tranne poche eccezioni, i partecipanti si rivolgono a me, non gli uni agli altri. Il grafo sociale che descrive il processo è una stella, in cui tutti sono connessi a me ma non tra loro. La seconda è che nessun politico ha partecipato al processo. C’è da dire che ne conosco pochi, ma speravo in un passaparola, è un punto di vista che mi interesserebbe.

Man mano che digerisco questa esperienza straordinaria, condividerò le idee interessanti che mi stimolerà, sempre che me ne vengano. In prima approssimazione, posso già dire che mi ritrovo abbastanza nelle conclusioni di Nina Simon sul suo esperimento, diverso dal mio ma con uno spirito simile.

luglio 2, 2010     Alberto     Wikicrazia     comment

   


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