E ora, un libro (with a little help from my friends)

Nel 2010 pubblicherò un libro sulle politiche user generated. E’ un tema che mi appassiona: penso che la ventata di web 2.0 che ha investito la pubblica amministrazione sia una bellissima occasione per riformare in profondità il modo con cui i cittadini si occupano delle politiche pubbliche, rendendolo più informato, più efficace e persino più divertente.

Il libro si chiama Wikicrazia – L’azione di governo al tempo della rete: capirla, progettarla, viverla da protagonista, e uscirà il 15 settembre per Navarra Editore. Vuole essere un libro di frontiera (sicuramente ci ho messo il meglio di quello che so), che tratta di temi complessi rimanendo semplice e scorrevole. Ci ho lavorato per un anno, e sono arrivato a una bozza pubblicabile.

A questo punto potremmo anche andare in stampa, ma invece ci è venuta l’idea di fare una cosa diversa: questo è un libro sulla collaborazione via Internet, e ha senso aprirlo alla collaborazione via Internet. No one is smarter than everyone, figuriamoci io. Quindi ti chiederei, se hai un po’ di tempo e se la cosa ti intriga, di aiutarmi a scriverne la versione finale, quella che verrà stampata. Avrai in cambio la mia eterna riconoscenza e il pubblico riconoscimento del lavoro svolto. Per partecipare, o anche solo per dare uno sguardo alla bozza, guarda qui.

maggio 31, 2010     Alberto     Wikicrazia     1 comment

La fine della musica 2: altri tre chiodi nella bara del music business

I miei amici musicisti sentono una crisi che va molto al di là della Grande Crisi del 2008, che è brutta ma si può sperare che a un certo punto passi. Quella del music business non credo proprio che passerà in tempi brevi, e neppure medi. Ecco tre segni del declino che ho trovato in rete negli ultimi mesi:

  1. Il grafico qui sopra. Il mercato della musica registrata negli USA ha perso oltre metà del suo valore, passando dai 15 miliardi di dollari del 1999 ai 6 del 2009. Dave Kusek, nel commentarlo, è perentorio: non c’è ripresa da questo declino. Ed è un’ammissione bruciante da un blog che si chiama “the future of music”.
  2. Questa infografica. Per guadagnare il salario minimo vigente negli USA (cioè 1.160$, meno di mille euro), un musicista dovrebbe generare 1.229 download di album da iTunes, 849.000 ascolti in streaming su Rhapsody e quattro milioni e mezzo di ascolti in streaming su Spotify. Sarebbe interessante calcolare quanti ascolti in streaming servono per raggiungere il reddito degli U2, che hanno 70 dipendenti a tempo pieno e una società immobiliare.
  3. Questo post di Dave Kusek, in cui alle aspiranti rockstar viene proposto di coltivare il circuito degli home concerts. Sensatissimo, per carità, ma è proprio la descrizione della situazione che rende appetibili gli home concerts ad essere deprimente:

    la maggior parte degli artisti, a prescindere dal talento, è fortunata se attira 30-40 persone quando suona in un posto nuovo. Le risorse necessarie per superare questi numeri sono sempre più costose e meno efficaci [...] chiedete a qualunque artista quanti spettatori paganti vale un bell’articolo sul giornale: pochi o nessuno.”

    Il problema, spiega Kusek, è che i locali notturni sentono la concorrenza dei videogiochi e degli altri sistemi di home entertainment, e reagiscono diversificando: cioè riempiendo i locali stessi di macchine da videopoker, tavoli da biliardo e altre attrazioni, che competono con il concerto per l’attenzione del pubblico.

    I musicisti (che sembrano non avere altra scelta) sono contenti di venire [nei locali], montare gli strumenti e suonare per un pubblico distratto e ingrato, constringendo i loro fans a sentirsi un concerto mentre gli altri clienti, ubriachi, gridano per l’ultimo touchdown.

    Se Kusek ha ragione, gli home concerts non sembrano un rimedio all’altezza del problema: sono un modo divertente di passare una serata con gli amici, non un nuovo mercato che rimpiazza quello vecchio.

La musica in quanto espressione culturale – sebbene io la senta in crisi, come ho già scritto – è stata con la nostra specie per molto, molto tempo, e tutto fa pensare che resterà con noi. Ma il music business come l’abbiamo conosciuto a partire dalla fine degli anni 40, temo, è incamminato verso l’estinzione.

maggio 24, 2010     Alberto     musiconomics     comment

Il nuovo volto delle politiche pubbliche

Stefano Maffei insegna design dei servizi al Politecnico di Milano. Tra i suoi vari progetti, quest’anno si è messo in testa di accendere un riflettore sulle cose più interessanti prodotte negli ultimi anni dal design italiano – inteso nell’accezione ampia di cultura del progetto. L’idea è piaciuta a Silvana Annichiarico, che dirige il Triennale Design Museum a  Milano; detto fatto, Stefano si è ritrovato curatore di DesignofTheOtherThings. E il riflettore si accende su dieci esperienze, da quella dell’ubermaker Massimo Banzi a Reggio Children, passando per il SENSEable City Lab del MIT (diretto dall’italiano Carlo Ratti). Una di queste è Kublai.

Kublai è una community online di creativi, quindi non è una cosa semplice da mettere in mostra: cosa esponi? Un computer collegato a internet? Metti i kublaiani in vetrina? Per me poi – che faccio molta fatica a pensare per immagini – è praticamente impossibile. E allora ho fatto quello che faccio sempre in questi casi: passo la palla alla community stessa. In pochissimi giorni si è coagulato un dream team con un direttore artistico, Fabio “Asian” Fornasari, un gruppo che si è occupato di creare un formato per la comunicazione dei vari progetti kublaiani, formato da Augusto Pirovano e Matteo Uguzzoni di CriticalCity, e un gruppo di makers che ha creato l’interfaccia fisica (quel disco rigido che vedete nel video verrà sostituito da un mappamondo nell’artefatto in mostra a Milano), cioè Costantino “Sprint” Bongiorno e Cristian “Megabug” Maglie.

Kublai è, inutile dirlo, l’unico dei dieci progetti di DOTOT che emana direttamente da un’amministrazione pubblica. Sono molto orgoglioso di questo piccolo progetto, che riesce a confrontarsi con il meglio della cultura del design italiano; e sono ancora più orgoglioso dell’atteggiamento quasi punk con cui esso – che pure è un piccolo pezzo di un’istituzione – affida la sua rappresentanza alla propria community, e in particolare ai suoi membri più giovani, fantasiosi e dotati di capacità di fare. Guardatevi il video qui sotto, girato durante la fase di prototipazione della “slot machine creativa” che vedrete al Design Museum, e ditemi se vi sembra l’iniziativa di un ministero italiano! Inaugurazione martedì 25 maggio, ore 18.30.

maggio 21, 2010     Alberto     e-government 2.0, industrie creative e sviluppo     2 comments

Where the hell is Alberto?

Non proprio come il più famoso Matt Harding (più che altro è una scusa per mettere il suo video, che fa sempre allegria), ma anch’io sono abbastanza in giro in questi giorni. Vi riporto qui il programma: se per avventura le vostre strade si incrociano con le mie potremmo approfittarne per salutarci, non fatevi scrupolo, mi fa sempre piacere incontrare persone!

  • il 19 alle 14.00 sono a Roma, e partecipo a un workshop su “Video e web per le politiche e la valutazione” del Sistema Nazionale di Valutazione.
  • sempre il 19, sempre da Roma, ma alle 16.30 sarò in collegamento con Luca Dello Iacovo per una trasmissione su Radio24. Parleremo di hi-tech e sviluppo economico.
  • il 20 sono ancora a Roma, ho lezione al MMCM.
  • il 25 alle 14.30 partecipo (via Skype, che salviamo un pezzettino di pianeta) al BTO Buy Tourism Online, invitato dall’amica Roberta Milano.
  • sempre il 25 ma alle 18.00 sarò al Triennale Design Museum di Milano per l’inaugurazione di una mostra moolto speciale. Ma ve ne parlo un’altra volta, merita un post a parte :-)
  • il 28 vado al TagBolognaCamp; nel corso della giornata vorrei intervenire via Skype anche a questo evento.
  • il 2 giugno alle 19.00 sarò a Modena, Piazza XX Settembre, per un concerto “tardivo” del tour di 40 anni. I modenesi ci tenevano, non eravamo riusciti a trovare la data quest’inverno, e insomma eccoci qui, con i soliti splendidi 40enni.
  • Il 5 giugno alle 14.30 sarò a Bergamo, al Lazzaretto di Piazzale Goisis, per un workshop su creatività, impresa giovanile e sviluppo economico, nell’ambito del Festival della creatività giovanile.

maggio 19, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     2 comments

I dubbi del dittatore

Sono appena tornato dalla Tunisia, un paese iscritto alla lista nera della censura di internet. Il paese ha un unico punto di ingresso per i dati, da cui poi i provider comprano e ridistruibuiscono banda, e questo permette al governo di filtrare la rete.

Ma filtrare come? Censurare comporta delle scelte. In Tunisia sono oscurati i siti degli oppositori politici dell’attuale governo, come Tunisnews o Tunisia Watch, e i siti delle ONG come Amnesty International, Reporters Sans Frontières, la Commissione Islamica per i diritti umani – il che dispiace ma non sorprende; alcuni social networks, in particolare YouTube e Flickr; gli anonimizzatori di navigazione.

Per contro, Facebook è stato bloccato per un breve periodo nel 2008, ma poi sbloccato su richiesta del Presidente in persona. Twitter si vede. Nessun problema per i siti di informazione giornalistica, come BBC o Repubblica, e nemmeno per Wikipedia (compresa la pagina che tratta della censura su Internet in Tunisia). Il filtraggio avviene attraverso un software commerciale, SmartFilter della società americana Secure Computing, gruppo McAfee (ricordarsene la prossima volta che acquistate un filtro antispam). L’aggeggio ti prende pure in giro, sostituendo l’errore 403 (non sei autorizzato a vedere questa pagina) con un pù rassicurante 404 (non trovato), che però su youtube.com è francamente ridicolo.

Immagino che ci sia un funzionario, al Ministero dell’informazione tunisino, che deve scegliere cosa si può vedere e cosa no. Me lo figuro nell’atto di ricercare incessantemente siti potenzialmente pericolosi e decidere quali sono quelli da nascondere ai suoi connazionali. Repubblica? Calendari sexy, pallone, politica italiana, qui non c’è problema. Twitter? Pericoloso, ma quasi impossibile da bloccare, visto che l’accesso alle API permette a chiunque di ridistribuire i suoi contenuti attraverso altri siti. Facebook? A rischio, ma mica possiamo lasciare i turisti francesi senza Facebook.

Vista in questo modo, la censura di internet in Tunisia sembra un’impresa che non ha molte probabilità di essere efficace. Troppi buchi, troppi compromessi da fare; lo stesso governo è troppo consapevole dei vantaggi economici e sociali dell’accesso alla Grande Rete, e infatti l’infrastruttura per la banda larga in Tunisia è una delle migliori in Africa. Più efficace è probabilmente il senso che “il Grande Fratello ti sta guardando” convogliato da pagine come questa: e infatti è obbligatorio per i service providers collaborare con il governo nel monitorare l’uso della rete. In alcune regioni si arriva perfino a identificare le persone che usano gli internet cafe (ma guarda, come in Italia!). Ma anche così, se rete e governo dovessero arrivare ai ferri corti, io punterei il mio denaro sulla rete.

maggio 17, 2010     Alberto     Hyperlocal, internet     comment

   


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