Rivoluzione per divertimento

Seminascosta in un lungo post che parla d’altro, Tim O’Reilly lascia cadere questa osservazione:

In questi anni passati a osservare gli alpha geeks, abbiamo concluso che molte rivoluzioni tecnologiche non cominciano con gli imprenditori, ma con degli hobbyisti che si divertono. Pensate ai fratelli Wright e agli altri che diedero inizio all’età del volo, all’Homebrew Computer Club che ha aiutato la nascita dell’industria dei personal computer, ai primi siti web costruiti senza aspettarsi di guadagnare alcunché, agli sviluppatori open source che hanno scritto codice, come ammette Linus Torvalds, “just for fun“. [...]

All’inizio, la rivoluzione Maker sembrava semplicemente un mondo di eccentrici, che inventavano per il gusto di inventare, divertirsi, imparare: “tecnologia nel tuo tempo libero”, come ha scritto Dale Dougherty nella testata della rivista Make. Ma, come in altre e precedenti rivoluzioni tecnologiche, c’era un’opportunità di business in vista. Puntualissima, una nuova generazione di aziende sta emergendo da quello che sembrava un gruppo di hobbyisti che si divertiva.

Come tutte le rivoluzioni tecnologiche, anche questa ha un notevole potenziale di rimescolare le carte, e scompaginare le classifiche delle aziende – e dei territori – più competitivi. L’Italia, con la sua forte tradizione artigianale, ha per una volta qualche carta da giocare. I miei colleghi che si occupano di politiche pubbliche farebbero bene a cogliere l’occasione, non ne passano tante così. Per quanto mi riguarda, ho deciso che questo è un asse strategico su cui voglio lavorare nei prossimi anni. Promuovere il cambiamento è faticoso, che almeno ci sia da divertirsi.

(Hat tip: Costantino Bongiorno)

marzo 31, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     1 comment

Giuro che non ho fatto apposta

In un post precedente scrivevo:

Non sono lontani i tempi in cui, invece di andare a comprare una nuova lavatrice, compreremo un po’ di pezzi per 20 euro e faremo una festa in cui, con l’aiuto dei nostri amici, ce la costruiremo.

Qualche giorno fa ho trovato l’Open Source Washing Machine Project. Giuro che non l’ho fatto apposta :-)

marzo 27, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     4 comments

Ho cambiato idea su Wired Italia

Sono abbonato a Wired e vivo in Italia. A inizio 2009, quando la rivista ha lanciato l’edizione italiana mi è venuto naturale comprare i primi numeri con curiosità e simpatia.

Però non mi convinceva. Gli articoli tradotti dall’edizione americana erano in genere belli, ma li avevo già letti mesi prima. E la parte della rivista fatta in Italia mi sembrava un po’ troppo leggera, troppo concentrata sul lifestyle. Della Wired originale mi piaceva l’orgoglio geek, la noncuranza anche un po’ arrogante con cui si attaccavano argomenti anche complicati (dalla teoria dei grafi alla genomica o lala crittografia), l’insistenza sul do-it-yourself. L’edizione italiana mi sembrava interpretare quella cultura in un modo un po’ fatuo, un po’ modaiolo, stando accuratamente lontani dalle cose che molti trovano difficili e noiose, ma su cui i geeks invece riversano un’attenzione spasmodica. Della Wired originale mi rimanevano i riferimenti a Star Trek e i gadget per feticisti, ma non il nucleo di scienza dura, che invece, per me, distingue quella rivista dal mare delle altre. Si vedeva bene dalla pubblicità: la rivista americana è piena di trapani e attrezzature per il bricolage, quella italiana di auto e moda. Ne uscivano stereotipi sgradevoli ma, ahimé, plausibili: gente del fare gli americani, consumatori narcisisti e inetti gli italiani. C’è da stupirsi se ho continuato a comprare la Wired americana?

Dopo un anno, però, mi devo ricredere. Wired Italia ha trovato una chiave, che mi sembra essere quella della militanza. Più o meno dall’autunno 2009 in poi la rivista ha promosso in modo sempre più aggressivo l’Italia della conoscenza: ricercatori, tecnologi, imprenditori visionari. Nel fare questo tocca corde profonde nella storia economica del nostro paese: la saga dell’italiano dall’inventiva genialoide e le mani d’oro ci è familiare fin dal Rinascimento, e storie come quella del piccolo imprenditore che inventa una tecnologia per portare la banda larga low cost con ponti radio ricordano gli articoli che il mio indimenticato maestro, Sebastiano Brusco, scriveva negli anni 90 per Il Sole 24 ore. Le storie italiane sono sempre di più (tre articoli importanti e diversi più brevi nel numero di marzo), e aumentano le infografiche dense di dati e contenuto. E soprattutto, la rivista ha dato il via ad una discussione globale candidando internet al premio Nobel per la pace (più militante di così…). La pubblicità continua a essere prevalentemente lifestyle, ma non si può avere tutto.

Quella di Wired Italia è un’operazione  ideologica, ovviamente. Ma va bene così, perché la rivista promuove la nostra ideologia, quella che dice: l’innovazione, la conoscenza, la condivisione, l’esplorazione delle infinite possibilità che ci stanno di fronte sono un bene in sè. Come tutte le ideologie, questa non è negoziabile, non importa cosa ne pensi la maggioranza silenziosa. Sento Wired molto vicina a questo atteggiamento, e quindi mi ci ritrovo. E la compro, e la leggo volentieri.

Quindi faccio ammenda. Give credit where credit is due: Wired Italia è una rivista interessante, e nel mercato italiano ha un senso profondo, anche identitario se volete: fatti i dovuti distinguo, svolge il ruolo del Manifesto degli anni 80, o di Vie Nuove degli anni 50. Quando la vedi sbucare da una messenger bag, sai che hai davanti una persona che, almeno, ti risparmierà i soliti luoghi comuni su Internet piena di pedofili. Di questi tempi e in questo paese non è poco.

marzo 25, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo, vita digitale     1 comment

L’ultima speranza di Milano

Hub Milano

Ero appena sceso da un’aereo, e quindi abbastanza cotto. Ma il fondatore Alberto Masetti-Zannini mi ha invitato con tanta gentilezza che ho deciso di non passare neanche da casa e fiondarmi direttamente alla festa di inaugurazione di Hub Milano. Ho fatto bene.

Intanto era una bella festa. C’era da bere e da ballare. I padroni di casa e ospiti, visibilmente contenti, ci hanno dato dentro con entrambe le cose. Poi mi fa piacere che l’Italia, avvezza a perdere treni, riesca a esprimere un nodo della rete degli Hub. Ma la cosa straordinaria era che, sebbene molte persone si stessero incontrando per la prima volta, tutti sembravano fare parte di una stessa scena: il top management di CriticalCity al completo con Medhin Paolos di Reti G2 (secondo me una delle realtà più interessanti del nonprofit italiano), Beniamino Saibene di Esterni, Emil Abirascid, il direttore di Euclid Network (è una rete europea di leader del terzo settore, con base a Londra) Filippo Addarii, Luca Perugini con Roberto Bonzio (quello di italianidifrontiera), Andrea Paoletti, l’architetto che ha progettato Hub Milano e altra roba anche più strana… Purtroppo la concomitanza con l’inagurazione del museo Campari ha fatto sì che mancassero Massimo Banzi e il suo gruppo, un pezzo decisivo di questa Milano.

La diversità estrema delle competenze – di tutto rispetto – e l’accessibilità professionale reciproca di queste persone sono evidenti. Vederli divertirsi e stare bene insieme mi ha dato una bella sensazione: quella che abbiano in comune alcuni valori chiave e un certo modo di andare incontro al mondo. Per una volta sono andato a casa (a un’ora indecorosa) permettendomi un cauto ottimismo: forse Milano ha ancora una speranza, forse da queste persone può nascere un progetto che rimetta la città in pista. E per estensione il paese, perché ho pochi dubbi che la partita più importante sul futuro dell’Italia si giochi a Milano.

marzo 22, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     1 comment

Keynes vs. Hayek Rap

Questa è classe, anche se non vi consiglio di imparare il verbo dei due grandi uomini solo dalla canzone. Qui c’è il video in alta risoluzione, l’mp3 scaricabile e il testo, se volete cantare in coro il ritornello. Io lo so già a memoria.

Hat tip: Knut Wicksell

marzo 16, 2010     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto     1 comment

I social networks possono avere transizioni di fase?

Qualche giorno fa stavo facendo lezione a una classe di giovani creativi. Una parte di essa era dedicata all’uso di Kublai come piattaforma per sviluppare le loro idee in progetti veri e propri. Ho pensato che l’esperienza sarebbe stata più divertente se gli studenti avessero avuto qualche segnale immediato dalla comunità, e ho cominciato a contattare gente che vedevo online su Skype e a chiedere loro di passare da Kublai per conoscere i nuovi arrivati. Qualcuno l’ha fatto; e man mano che gli studenti (circa 15) cominciavano a interagire con i progetti di Kublai, l’attività è stata notata alcuni altri, che sono a loro volta arrivati a dire la loro.

Quando il numero di utenti che stavano usando Kublai simultaneamente ha raggiunto i 15-20, ho avuto la sensazione quasi fisica che l’esperienza cambiasse completamente. Qualunque cosa facessimo localmente (in classe) compariva nel feed attività recenti, e gli utenti in tutta Italia reagivano. E’ stato moto divertente, per gli studenti e anche per me.

Mi sono venute in mente le transizioni di fase (un termine di fisica che denota ciò che accade alla materia quando cambia il suo stato, da solido a liquido a gassoso o vicerversa). Kublai sembrava un ghiacciaio: in precedenza si era mosso rimanendo allo stato solido, trascinato dalla gravità e segnando il paesaggio con una morena, ma ora si stava sciogliendo, e si muoveva molto più velocemente. Questo pone una domanda affascinante: è lo stesso processo che accade a una velocità maggiore o la velocità maggiore implica un processo diverso? Nell’esempio del ghiacciaio che si scioglie, la transizione da ghiaccio a acqua genera un torrente, che è molto diverso da una morena accelerata. A intuito, direi che questo si applica anche a Kublai: più in specifico, farei l’ipotesi che la Kublai “liquida” concentra maggiormente i commenti su una proporzione più piccola di progetti molto attivi rispetto alla Kublai “solida”… ma tutto ciò è molto lontano da una conclusione fondata.

Nelle scienze della complessità la materia alla soglia della transizione di fase ha proprietà interessanti, e viene detta trovarsi al bordo del caos. Quindi Ruggero e io ci siamo intrigati, e abbiamo discusso di modi per studiare questo fenomeno con la matematica dei grafi. Nel frattempo ho reclutato alcuni dei membri più attivi della community per fare un esperimento nell’uso di Kublai come piattaforma semi-sincrona: consiste nel darsi appuntamento per fare una “jam progettuale”, cercando di avere 20-30 persone che postano contemporaneamente, e vedere cosa succede. Ci sarà una transizione di fase? La sentiranno gli altri kublaiani come l’ho sentita io? Posterò i progressi -se ne faremo – qui sul blog man mano che la riflessione va avanti.

marzo 8, 2010     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

“Cari 40enni…”: lettere dopo il concerto di Milano

Cari “splendidi quarantenni”,

ho chiesto i vostri recapiti a Gio per dirvi grazie grazie grazie. Il concerto di giovedì è stato davvero emozionante e divertente.

La formazione in trio mi ha entusiasmata, è intima e travolgente, si respirava la vostra empatia, la disinvoltura e il fatto che voi per primi vi stavate divertendo.

Sarà che anch’io ormai ho quasi quarant’anni ma il leitmotiv della serata mi ha conquistata e ringiovanita! Lo so è paradossale, ma la consapevolezza del tempo trascorso mi ha dato una carica di leggerezza e buonumore; risentire le parole, ritrovare le sonorità e le emozioni di 15 anni fa, ritrovarvi sul palco e ripensare alle tante volte che ho cantato e ballato con voi, essere lì seduta e godermi questa formazione basica e minimale, osservarvi suonare… Insomma, non so come spiegarvelo, ma avete annullato le distanze. Mi sono ritrovata catapultata nel passato con gioia e contemporaneamente ben piantata nel mio oggi e altrettanto felice, avete abilmente evitato ogni deriva nostalgica e condiviso con me (forse con noi) la voglia di avere quarant’anni.

Sarà che sono anch’io una (splendida) quarantenne; sarà che adoro le vostre canzoni; sarà che temo l’autismo dei nostri giorni ma ho bisogno di momenti intimi e condivisi come questi? Sarà che siete bravi… Non lo so, ma è stato proprio bello.

Grazie ancora! Un abbraccio,

Sara

Cara Sara,

grazie della tua bellissima lettera. L’ho letta e riletta, e davvero mi restituisce il senso di tornare sul palco con Cisco e Gio. Tu e i tanti altri che in questi giorni ci contattano attraverso la pagina Facebook o il sito di Cisco avete capito profondamente cosa stiamo cercando di fare. Questo è gratificante, certo. Ma ancora più importante è che questi concerti sono un punto di incontro per un pezzo di Italia che sta cercando, in condizioni molto difficili, di costruire. Tu, tanto per dirne una, sei una storica specializzata in storia orale, e ti interessi di storia della manifattura, e sei una mamma di Chiedoasilo: quindi costruisci conoscenza e socialità in un paese che stenta a riconoscere questo tipo di contributo, e te ne assumi le responsabilità. Se la nostra musica ci ha permesso di incontrare persone come te e vi ha lasciato con una buona energia, va proprio bene così.

Un abbraccio anche a te,

Alberto

marzo 1, 2010     Alberto     40 anni     1 comment

   


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