Il ritorno della controcultura: i pionieri del web come partigiani

Tra gli eventi tecnologici a cui ho partecipato Reboot è il più vicino alla cultura internet originale. Radicalismo cognitivo, richiami allo yoga e allo zen, Djs, spazio giochi per i bambini, feste interrotte dall’arrivo della polizia (l’anno scorso): si sente benissimo l’origine controculturale della scena hacker. E i grandi vecchi come Dave Winer o David Weinberger (entrambi presenti: il secondo ieri ha affrontato con una passione quasi fisica il tema della moralità e della cyberutopia, nientemeno) hanno uno status simile a quello degli ex partigiani nell’Italia degli anni 60: hanno un prestigio indiscusso, sono circondati di grande affetto e rispetto, e in virtù di questo si possono permettere posizioni più radicali e innovative di chiunque altro. Non so se la mia generazione riuscirà a produrre pensatori altrettanto influenti in questa cultura. Non credo. Meglio tenerci stretti questi.

giugno 29, 2009     Alberto     internet     comment

Creatività l’è morta

A proposito di fine della musica. Antonio Incorvaia – Dio ce lo conservi – si è preso la briga di censire oltre 200 remake musicali usciti neilla prima metà del 2009. Sembra veramente un film di zombie: Take on me 2009 (due versioni), Like a prayer 2009, Losing my religion 2009 (due versioni), Tarzan Boy 2009, Footloose 2009, You spin me round 2009, American Pie 2009, What is love 2009 (due versioni) e via rifacendo. il tutto, ovviamente, “senza contare gli album di cover di Luca carboni, Morgan e compagnia bella”.

A questo punto ci sta bene il banner, anche questo segnalato da Antonio. Tiè.

Banner hackmeeting

giugno 25, 2009     Alberto     musiconomics     comment

La Commissione Europea a Reboot?!?

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Quella tra Nadia El-Imam e Bror Salmelin è un’alleanza davvero improbabile. Lei è un’interaction designer, afro-svedese, ventottenne, radicata nella cultura hacker e diffidente verso le grandi burocrazie pubbliche; lui è un funzionario senior della Commissione Europea, finlandese, esperto di tecnologia (ha avuto un ruolo importante nella nascita del movimento Living Lab) e incardinato nell’istituzione. Nonostante parecchie difficoltà di linguaggio iniziali i due sono arrivati a capirsi (un po’) e a rispettarsi a vicenda, e insieme hanno messo in pista Future building for wikicrats, un’iniziativa davvero innovativa: invece di organizzare un proprio seminario a Bruxelles, la Commissione promuove un workshop all’interno di Reboot – che, per chi non lo conoscesse, è un evento della comunità hacker internazionale nato nel 1998, dove puoi incontrare gente come Howard Rheingold, Tim O’Reilly e Dave Winer. L’obiettivo del workshop è condividere un modo nuovo di pensare alla politica della tecnologia, che prenda il meglio della cultura della governance (accountability, imparzialità, inclusività, orientamento all’interesse pubblico) e di quella hacker (condivisione, trasparenza radicale, meritocrazia, autonomia).

Le persone invitate con qualche eccezione, non sono esperti di politiche per la tecnologia. Sono gente proprio come voi e me, che crea o usa la tecnologia; sono molto diversi tra loro per cultura, vissuto, mestiere e interessi. Sono anche persone interessanti. Gianluca Dettori fa il venture capitalist; Robin Chase fa impresa nel campo dei trasporti; Amelia Andersdotter è una figura di spicco del Partito Pirata svedese; Elvira Berlingieri è un’esperta di diritto digitale; io dovrei rappresentare il mondo della creatività (hai detto niente); Freek van Krevel lavora alla Commissione, e insieme a David Osimo è l’unico che fa l’esperto di politiche della tecnologia di mestiere.

La cosa che mi aspetto che succeda è che, interagendo in un contesto informato a valori condivisi, queste persone acquisiscano nuove metafore (Dante parlerebbe di “figure”) per pensare alle politiche della tecnologia attraverso le donne e gli uomini che la fanno e che la subiscono. I funzionari pubblici dicono “l’impresa innovativa”, e pensano a modelli economici impastati di retorica neoliberale. Questi modelli sono molto diversi dalle persone che fanno impresa, e conoscere Robin e Gianluca può aiutare a temperarli, approfondiri o scartarli completamente. Allo stesso modo, molti hackers pensano agli “eurocrati”, come a una specie di orchi grigi ossessionati dalla curvatura delle banane; e non hanno idea dei veri interessi e delle spinte ideali di Bror o di Freek. I partecipanti a FBFW possono servire da figura (dantesca) dei diversi stakeholders gli uni per gli altri: l’approccio “personale” del seminario aiuta a fare questo, e spero davvero che promuova la comprensione reciproca tra gli stakeholders della politica per la tecnologia.

Conoscendo un po’ lo stile compassato della Commissione Europea è veramente un bel salto culturale. Vedremo come andrà. Per ora: brava Nadia, bravo Bror. Di questa roba IMHO si sente molto il bisogno.

Tag: wikicrats
Twitter hashtag: #wikicrats
Livestream URL: www.ustream.tv/channel/wikicrats-at-reboot11

giugno 24, 2009     Alberto     e-government 2.0     1 comment

Quando ci vuole ci vuole

Non sono un fan di Twitter, ma il suo ruolo nella vicenda iraniana va riconosciuto e premiato. Mi chiedo se Twitter si accorgerà mai anche dei problemi del mio povero paese.

giugno 22, 2009     Alberto     internet     1 comment

Noi, adesso

Finalmente su Vimeo la versione completa di Us Now, il film di Ivo Gormley sulla collaborazione di massa mediata da internet. L’avevo visto in anteprima in marzo a Public Services 2.0, e ve lo stra- straconsiglio. Tra l’altro, vi compare (più volte) Clay Shirky in tutto il suo splendore. :-)

(hat tip: Liz Azyan)

Us Now from Banyak Films on Vimeo.

giugno 19, 2009     Alberto     e-government 2.0, internet     1 comment

Beam me up, Scotty! Milano apre un varco Second Life/Real Life

Giovedì 18 giugno proviamo a fare una roba carina, ancorché un po’ geek. Ci troviamo alle 19.30 per un aperitivo più o meno legato alla colonna milanese di Kublai, e fin qua siamo nella normalità meneghina. Ma alle 21.30 comincia la conferenza di Ruggero Rossi sulla network analysis come strumento per studiare i social network, e parte un film completamente diverso. Ruggero parlerà dal Porto dei creativi in Second Life, e il suggestivo spazio di Creaticity Gate (via Pasubio 14, zona Garibaldi) si trasformerà in un gateway tra la Seconda Vita e la prima. Per carità, niente in tutto: un buon collegamento in fibra, un wi-fi, un proiettore, un impianto di amplificazione. Però potremo vedere e sentire Ruggero e gli altri amici che intervengono dalla seconda vita a grandezza naturale o quasi: l’ubergeek Stex Auer sostiene che il lumen del proiettore è abbastanza alto per consentirci di vedere sullo schermo avatar grandi come le persone vere mantenendo la qualità del colore. Il teletrasporto di Star Trek ci fa una pippa.

Io tenterò di sdoppiarmi: sarò al Porto come Mr Volare, e a Creaticity Gate con la mia carcassa analogica. Se volete fare lo stesso venite con portatile e cuffia, ma controllate con Stex prima di iniziare, perché possiamo loggare un numero limitato di avatar prima di saturare la banda.

La conferenza, tra l’altro, sarà super interessante. Ruggero ha usato un crawler per ricostruire il grafo delle interazioni progettuali su Kublai, e su quel grafo ha fatto una serie di analisi matematiche. Io ho poi provato a prendere decisioni di gestione di Kublai sulla base di quella analisi.

Se vi interessa venire – in qualunque delle due vite – fatecelo sapere su Facebook o Kublai. Chi preferisce il buon vecchio web può seguire lo streaming.

giugno 16, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo, vita digitale     1 comment

Policy as conversation?

Sarò troppo ottimista, ma vedo segnali che si stia aprendo una conversazione di tipo nuovo tra (alcune) pubbliche amministrazioni e (alcuni) cittadini. Eccoli:

1. Il seminario dell’OCSE a cui ho partecipato la settimana scorsa a Londra. Si è parlato di co-progettazione e co-implementazione di servizi pubblici, amministrazioni e cittadini insieme; e se ne è parlato con uno stile disingessato, in gruppi di lavoro internazionali che discutevano di casi molto concreti. E la cosa più interessante è che fa parte di una serie di seminari (Innovative Delivery Workshop Series), quindi sembra che l’OCSE sia intenzionato ad andare in questa direzione.

2. Il gruppo di Public Services 2.0 che lancia oggi un brainstorming collettivo per costruire una dichiarazione da presentare alla conferenza dei ministri UE sulla strategia europea per l’IT (Målmo, novembre 2009).

3. La Commissione Europea che partecipa a una conferenza abbastanza hacker come Reboot, e vi organizza un seminario su come aiutare il nuovo parlamento europeo a prendere decisioni sensate in materia di politica della tecnologia.

Non è realistico aspettarsi soluzioni miracolose da questa roba, in fondo si tratta di cose molto piccole. Ma sono piccole cose sagge, e sono meglio, molto meglio dell’attuale balcanizzazione del dibattito, con l’onorevole Carlucci che augura al figlio del blogger e giornalista Alessandro Gilioli di essere adescato da un pedofilo (in questo video).

giugno 15, 2009     Alberto     e-government 2.0     1 comment

Ricablare l’economia/2: Kevin Kelly impugna la bandiera rossa

Ho scritto qualche tempo fa di come la rete stia dando prova di essere un formidabile strumento di generazione di commons. In quanto comuni, queste attività sono difficili da monetizzare e hanno quindi problemi di business model, pur contribuendo al benessere collettivo e alla competitività globale. Il settore pubblico ha l’occasione di intervenire per sostenere questo processo.

La settimana scorsa mi arriva Wired e mi trovo che un titolo di copertina con cui mi sento in sintonia: “The new new economy”. Nel pezzo forte della rivista, Kevin Kelly parla di socialismo riprogettato. C’è qualche forzatura, dovuta – immagino – al dovere di Wired di essere cool, ma il punto è esattamente lo stesso: wiki e web2 hanno una vocazione naturale alla produzione di beni pubblici.

giugno 9, 2009     Alberto     e-government 2.0, industrie creative e sviluppo     comment

La fine della musica

Photo: thornj

Photo: thornj

Una mia amica italiana, cantautrice, è andata a Vinilmania a presentare il suo disco, che è bello e sentitissimo (due anni di lavoro, in quasi totale autofinanziamento). Era una domenica mattina. A Milano c’era il giro d’Italia, per cui i mezzi pubblici erano bloccati e ha dovuto spendere 30 euro di taxi per arrivare sul posto. Naturalmente non c’era quasi nessuno ad ascoltare lo showcase, giusto le persone che gestivano gli stand lì intorno. A condurre l’incontro c’era un giornalista, che peraltro è un suo amico e avrebbe potuto chiederle le stesse cose anche al telefono, o davanti a una birra. Ha venduto un CD, e ne ha dovuti regalare tre.

Un’altra mia amica cantautrice è danese, e vive quindi in un paese per certi versi musicalmente più avanzato del nostro, ma la sua situazione non è molto diversa. Anche lei è molto talentuosa, anche lei ha pubblicato un disco bello e sofferto, anche lei stenta moltissimo a trovare spazi, e si sente molto giù. Sembra che tutta questa passione, tutto questo talento, non interessino più a nessuno.

Ormai di questi aneddoti ne ho tanti, troppi. Faccio sempre più fatica a ritrovarmi nell’ambiente musicale, nel quale mi sono mosso per tanti anni. Sono sempre meno le cose che mi piacciono. Non sopporto più i discorsi sulla saturazione delle chitarre, i richiami agli anni sessanta-settanta-ottanta-novanta, le “e” aperte alla romana di chi canta “tèmpo” e “vènto” anche se è di Brescia, il piagnisteo. La stessa gente che fa dischi si rifiuta di comprarli, e scarica tutto da BitTorrent. Tutti suonano, ma nessuno ascolta. E dunque nessuno cresce, e continuiamo allegramente a imitare gruppi sciolti – i Beatles, i Pixies, i Nirvana, in un’orgia commemorativa e necrofila.

Forse sono io che sto diventando vecchio, ci sta. O forse la creatività si è spostata. Quando ero ragazzo, un giovane vispo con ambizioni creative faceva una band: era una risposta naturale, un linguaggio comune, un modo per avere attenzione “nel mondo dei grandi”. I musicisti erano cool, creavano tendenze. I ragazzi e le ragazze più interessanti, oggi, fanno aziende internet, o tecnologie per il risparmio energetico. Marco, che a 14 anni ha creato la più grande scuola online d’Italia, o il gruppo di CriticalCity sono più creativi di qualunque musicista con il jeans a vita bassa e la Rickenbacker. E ti credo: che spazio può trovare uno così in un’arena gerontofila come quella musicale, in cui pochissime grandi star hanno meno di 55-60 anni?

Ogni tanto mi riguardo la lista dei progetti creativi di Kublai. La nozione di creatività usata è volutamente aperta: in questo modo lasciamo alla community creativa stessa la definizione dei propri confini. Quello che emerge è che la creatività non coincide affatto con le arti. Molto più calde sono la tecnologia, il sociale, l’e-government, l’ambiente… quanto alla musica vi gioca un ruolo abbastanza marginale.

Conclusione con consiglio non richiesto: non suonate, non fate band, girate al largo dalla musica e dal suo ambiente. E’ un mondo da Notte dei morti viventi, con il morto che afferra il vivo e ne divora la linfa. Se avete altri talenti cercate campi in cui ci sia più spazio. E se, come me, avete la sfortuna che vi piace la musica, e non riuscite a sostituirla con nient’altro, scomparite nelle cantine a suonare, ad ascoltare, a cercare un po’ di verità. Forse, se avrete abbastanza pazienza e amore, un giorno i tempi cambieranno di nuovo.

[Grazie a Francesco]

giugno 3, 2009     Alberto     La vita, l'universo e tutto quanto, musiconomics     13 comments

   


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