Pioggia, pensieri e lavoro manuale a Isola

Domenica pioveva. Quindi era perfetto per passare una giornata all’ARCI Metissage insieme a Costantino e a un gruppo di persone conosciute da poco. Il clima era da club di aeromodellisti anni 70 (io ero un bambino, ma mi ricordo i modellini Airfix, e ho fatto anche in tempo a montarne un po’). Programma vago: “facciamo qualcosa da presentare al salone del mobile”. Però la tecnologia è roba seria: Arduino, cioè un microcontrollore che permette di connettere il mondo fisico (sensori, led, componenti meccaniche) con i computer, e quindi con il web.

Choco si è intestata lo sviluppo del concetto: “qualcosa” è diventato il Pop Culture Meter, cioè una lampada con sei gruppi di LED a intensità variabile. A controllare l’intensità non sono banali potenziometri – e ti pareva – ma la frequenza relativa con cui sei parole chiave compaiono nella timeline pubblica di Twitter in tempo reale. Le parole che abbiamo scelto: internet, god, sex, money, terrorism, crisis, lolcats. A seconda del “mood” dei 12 milioni di utenti di Twitter, quindi, il Pop Culture Meter illumina più o meno i gruppi di LED che corrispondono a queste parole, e fornisce una visualizzazione rozza ma immediata dello stato emotivo dei Twittatori.

Ivan guidava il gruppo degli sviluppatori software, riconoscibili per i MacBook Pro ricoperti di adesivi.  Insieme hanno scritto un’applicazione che legge la timeline di Twitter alla ricerca delle parole chiave, ne conta la frequenza, la normalizza e passa i valori all’Arduino, che poi li smista ai controller dei LED. Massimo, naturalmente, sovrintendeva al gruppo degli hardwaristi, riconoscibili perché usano veri cacciaviti e pinze tagliafili.

Il Pop Culture Meter non è un’innovazione che scuoterà il mondo dalle fondamenta, ma è un concetto divertente ed è stata realizzata. Ha richiesto una domenica pomeriggio, un gruppo NON selezionato (come prova il fatto che hanno invitato me, che non so fare assolutamente niente) e zero soldi o quasi, è fatta con materiali di scarto (a parte i Mac e l’Arduino, ovviamente). E’ una cosa che dà da pensare. Cosa succederebbe alla società dei consumi se tutti si mettessero a fare le loro lampade?

O le loro biciclette? Prima di andare a casa siamo passati alla Ciclofficina di via Castilia. Non c’è dubbio che gli hackers delle bici con i loro attrezzi in comune, i pezzi di ricambio riciclati e le moke giganti per il caffè andrebbero d’accordissimo con gli hackers dell’informatica con i loro MacBook e le ceste piene di componenti. Sono anche vicini di casa. Magari vanno già d’accordissimo.

Penso che il mondo stia cambiando un po’. Non è il web che fa la differenza: è l’attitudine. Devo pensarci bene anche per i creativi di Kublai e i Fiamma Fumana.

April 22, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo
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4 Responses

  1. 1 Laura:

    Bello il processo & il prodotto! Ma quindi il Pop Culture Meter si può vedere “da qualche parte al Salone del Mobile e/o sue estensioni cittadine varie”? Dove di preciso?

    Laura / Deneb

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  2. 2 Augusto:

    Che figata! Mi mangio le mani che non c’ero!

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  3. 3 Alberto:

    Laura, mi sto informando. Ho scritto a Ivan, ma oggi sono incasinatissimi con il FAcebook Developer Garage. Ci aggiorniamo a breve.

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  4. 4 Bello, interessante, ma i contenuti? | Expo 2015 Camp:

    [...] spunti di intervento: Immagino un dibattito sulla città con la forma dell’hackup (ne ho parlato qui) : gente che si trova, decide una cosa che potrebbe servire e poi la fa, senza farsi troppe pippe. [...]

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