Il Web 2.0 vs. Don Abbondio

David ha notato una cosa interessante: cercava su Wikipedia alcune parole chiave che hanno a che fare con le politiche europee (progetti o “buzzwords” come NESSI, Living Labs o digital business ecosystem). Le ha trovate, ma sono voci che “hanno problemi”, “potrebbero contenere affermazioni non verificate”, “sembrano pubblicità”). Conclusione (di David):

wikipedia and social software are very good in “cutting the crap”

Viene in mente Renzo che, nei Promessi Sposi, protesta per il tergiversare fumoso di Don Abbondio:

- Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?

Ci ho riflettuto, e secondo me c’è una ragione precisa per cui questo accade. Nel web 2.0 tutti hanno diritto di parola; è, per definizione, un mondo “publish, then filter”. Per dare la possibilità a chi ci ascolta di farsi un’idea di quello che stiamo dicendo (e quindi filtrarlo) senza dovere investire troppo tempo e fatica, sta emergendo una netiquette che indica la forma breve come quella più appropriata: l’abstract e non il saggio, le slides e non il testo della presentazione, il video di tre minuti di highlights e non la versione integrale. La popolarità di formati come Pecha Kucha va, credo in questa direzione. Meglio abituarsi: i convegni in cui ti chiedono un intervento di un’ora ci sono ancora… ma è improbabile incontrarci gente interessante.

Questo, però, non è necessariamente una cosa facile. La mia esperienza è che quasi nessuno sa usare efficacemente la forma breve. Una presentazione di cinque minuti non è una versione concentrata di una di trenta, è proprio un’altra cosa. Mi sto esercitando. Per ora sono arrivato a dieci, anzi a 9’22″.

febbraio 28, 2009     Alberto     vita digitale     3 comments

Ricreazione: quale preferisci?

Choco e Fredrik hanno fatto un widget per fare una specie di scherzoso sondaggio tra immagini alternative. Funziona cliccando sulla foto che preferite; il widget sostituisce la foto scartata con un’altra, e vi propone una nuova scelta. Qui sotto ho fatto una prova… purtroppo il soggetto sono io… portate pazienza… il prossimo lo faccio su Jenna Jameson ;-)

febbraio 26, 2009     Alberto     vita digitale     2 comments

Le notizie sono tossiche

Pensate di vivere in un paese sicuro? I reati stanno aumentando o diminuendo? Lavoce.info – che Dio ce la conservi – pubblica questo grafico, tratto da una indagine promossa dalla Fondazione Unipolis e curata da Ilvo Diamanti.

L’attenzione data dai media ai reati non è per nulla correlata con la quantità di reati effettivamente connessi. Già questo non depone esattamente a favore del famoso giornalismo professionale. Ma c’è di più: considerate quest’altro grafico, che descrive i risultati di un esperimento condotto dallo psicologo Paul Slovic sui bookmakers che trattano scommesse sulle corse dei cavalli. Slovic ha raccolto informazioni statistiche riguardo ai cavalli che avrebbero corso una certa serie di gare; disponeva, per ciascun cavallo, di 88 variabili. Ha rivelato ai bookmakers i dati sulle 5 variabili che ritenevano più importanti, chiedendo poi loro di fare previsioni sull’esito di queste gare e di valutare quanto, secondo loro, queste previsioni fossero affidabili. Poi ha aggiunto di volta in volta nuove variabili, sempre chiedendo ai bookmakers nuove previsioni e nuove valutazioni dell’affidabilità delle previsioni stesse.

slovic

Come vedete, man mano che aumentano le informazioni disponibili, la capacità dei bookmakers di fare previsioni azzeccate sulle corse non migliora (e rimane attestata su valori bassi, intorno al 15%). Pare che tutta l’informazione rilevante sia concentrata nelle prime 5 variabili! In compenso, la loro fiducia nelle proprie previsioni (sbagliate) aumenta molto. Conclusione:

1. voi non sapete se i reati stiano aumentando o diminuendo. Ammettiamolo, è tutto un “cara signora, non si può più andare in giro” e un “mio cuggino (con due g) ha un amica che…”.

2. leggere i giornali o guardare le TV non vi darà nessuna informazione addizionale. Aumenterà invece la vostra illusione di sapere una cosa che invece non sapete, rendendovi molto sicuri di voi stessi nell’intervenire nei discorsi da bar. Se volete capire quanto è sicuro il territorio in cui vivete, le ricostruzioni della strage di Erba o del delitto di Perugia sono inutili e dannose. Cercatevi piuttosto in rete le serie storiche sui reati, con un po’ di pazienza si trovano. Qui, per esempio, c’è una ricerca che ricostruisce l’andamento dei reati in tutte le province dell’Emilia Romagna dal 1984 al 2006.

Io una volta leggevo due quotidiani al giorno. Adesso ne leggo al massimo due alla settimana. Non ho la TV. Non ascolto la radio. Leggo qualche blog, in genere molto specializzati. Non mi sembra di capire meno il mondo in cui vivo: ne capivo poco prima, ne capisco poco anche adesso. I discorsi da bar, ecco, quelli sono diminuiti. Molto.

febbraio 21, 2009     Alberto     vita digitale     10 comments

La musica indie è freemium, quella pop è advertising based

clikthrough

Il video di Breakeven, della band irlandese The Script, è interattivo. “Interattivo”, in questo contesto, vuol dire che se ci clicchi sopra si apre una finestra con la foto e la descrizione della giacca indossata dal cantante, o del suo cellulare, o dell’auto che guida nel video. Un altro clic permette di accedere allo store online. La tecnologia consiste in un player realizzato dall’azienda californiana Clikthrough. La riproduzione è un po’ a scatti sul mio Mac; i prodotti sono 40, uno ogni sei secondi. La maggior parte di essi compare in molte scene del video, per cui se lasciate il puntatore del mouse appoggiato alla finestra in cui scorre il video, l’etichetta che annuncia il prodotto cambia due/tre volte al secondo: direi che è davvero l’ultima frontiera del product placement. Secondo il Times, Clikthrough sta ora producendo il video di Natasha Bedingfield con la stessa tecnologia.

A parte considerazioni di user experience, mi pare interessante che il modello di business della musica pop si stia separando da quello della musica indipendente, o alternativa.

0. Fino alla fine degli anni 90 il gioco era vendere dischi e biglietti di concerti, promuovendo la musica attraverso radio, TV, riviste e altri media. Erano diversi i media (e spesso anche i venues per i concerti, e  i negozi di dischi), ma il modello era lo stesso, da Sanremo agli artisti RoughTrade. Oggi lo chiameremmo un modello paid content. Dalla “tempesta digitale” degli anni 2000, però, mi pare che stiano emergendo due strategie nettamente diverse.

1. Gli artisti indipendenti rafforzano i loro legami con le communities dei loro fans. Questo implica non tentare di fermare il download illegale (cosa che, del resto, è impossibile), ma piuttosto costruirsi un modello freemium in cui una forte minoranza di fans paganti tiene in piedi tutto il sistema, e il rapporto di simbiosi tra artista e fans è forte e molto esplicito. Si parla di Creative Commons, si parla di “make your own price”, di edizioni superlusso; credo che i recenti episodi Radiohead e Nine Inch Nails si possano leggere in questo modo.

2. Gli artisti pop come The Script e Bedingfield sembrano invece puntare su un modello advertising based. E’ tutto un fiorire di Cornetto Free Music Festival e di video cliccabili: l’idea è che la musica sia una specie di gadget; i ricavi vengono dalla vendita dei jeans o dei cellulari.

I modelli non sono solo diversi: sono incompatibili. La retorica del modello freemium, infatti, dice al fan: senza il tuo attivo contributo i Nine Inch Nails non esisterebbero. Trent Reznor non può mettersi a vendere scarpe o auto senza in qualche modo tradire il patto che ha con la sua community. Sembra di assistere all’equivalente economico di quello che in biologia è una speciazione, cioè alla separazione di una nuova specie da una esistente. Mi chiedo se, nella nuova situazione, il gioco di spostare nuovi fermenti dall’alternativa al mainstream, che l’industria musicale ha praticato con successo per oltre sessant’anni, possa ancora riuscire.

febbraio 17, 2009     Alberto     musiconomics     7 comments

Vuoi suonare nei Fiamma Fumana?

Nel 2008 si è chiuso un ciclo importante per i Fiamma Fumana. Abbiamo realizzato, dopo quattro anni di lavoro, il sogno di portare le mondine in tour con noi in America; e abbiamo presentato il film Di madre in  figlia ai festival del cinema di Toronto e Torino. Rimane da fare un po’ di lavoro promozionale sul film, ma fondamentalmente quell’avventura si conclude, è tempo di guardare avanti.

Abbiamo intenzione di cominciare un ciclo nuovo in un modo bellissimo: guardandoci intorno per cercare persone nuove da conoscere, con cui avere scambi e collaborare. Come sempre, siamo particolarmente interessati a musiciste donne, soprattutto a violiniste, fisarmoniciste, suonatrici di piva, zampogna e cornamuse varie, ghironda etc.; ma in realtà vorremmo tenerci aperti a proposte da ragazze che suonano anche altri strumenti – e perfino, perché no, da musicisti maschi! – purché in qualche modo rapportabili al nostro mondo. Se siete interessate, proponetevi lasciando un commento a questo blog o cercando Paolo Perego, Roberta Carrieri o MissyJay sui vari social network; se non lo siete, vi siamo molto grati se fate girare la notizia.

febbraio 10, 2009     Alberto     Fiamma Fumana     14 comments

User generated government su Nòva e a Bruxelles

L’ultimo numero di Nòva dedica la copertina all’innovazione digitale nella gestione pubblica. Il titolo è accompagnato da un articolo di David Weinberger nel quale si sostiene che il web 2.0 può avere un importante impatto nel progettare (non solo nel fare funzionare) le politiche pubbliche. Nel paginone centrale Di Corinto ribadisce che il web 2.0 “funziona bene” e che il settore pubblico deve applicarlo all’e-government. Il tutto è accompagnato da una lunga spiegazione del piano e-gov 2012 del ministro Brunetta (che però si dota di obiettivi che, pur condivisibili, sono in genere assolutamente 1.0, tipo i certificati giudiziari online) e da alcuni esempi di e-government molto noti.

Apprezzo molto l’interesse di Nòva per questo tema, al quale ho intenzione di provare a dare un piccolo contributo. Inseguendo il tema assai diverso della creatività, mi sono trovato anch’io a fare parte della (ancora ristretta) schiera dei project managers di iniziative di e-gov 2.0 (la mia, naturalmente, è Kublai, preceduta dall’esperienza ibrida di Visioni Urbane). Per ora preparo le valigie per Bruxelles, dove si terrà il primo incontro delle esperienze europee web 2.0 nei servizi pubblici, organizzato da Tech4i2, Headshift, FutureGov e il portale e-practice della Commissione Europea. L’anima dell’iniziativa è David Osimo, il cui approccio è davvero vivificante:

This gap cannot be filled by repeating the same PRESENTATIONS ON WHAT CAN BE DONE with web 2.0. It is high time to DEMONSTRATE WHAT IS DONE ALREADY and to learn from experience.

Mi aspetto molto da questa conferenza, per quanto ne so la prima del suo genere: non solo per la qualità delle iniziative rappresentate (tra cui mypatientopinion, farmsubsidy.org etc, cioè le cose che sono partite per prime e di cui tutti parlano) ma anche perché so che David presidierà il formato, privilegiando la discussione e evitando le solite passerelle. Gli organizzatori considerano Kublai una policy, per cui il mio intervento avrà luogo nel pomeriggio. Si sta formando un “torpedone Kublai”, per cui se vi interessa venire datemi un cenno.

febbraio 8, 2009     Alberto     internet     4 comments

Serve ancora il principio di sussidiarietà?

Ormai è un po’ di tempo che progetto e realizzo interfacce tra amministrazioni pubbliche e cittadini (in particolare tra amministrazioni e creativi). La strategia sottesa dietro a queste interfacce è molto semplice: collegare tra loro le persone – quelle che lavorano nelle istituzioni e quelle che lavorano nelle imprese creative – in un ambiente di interazione molti-a-molti e con un’informazione molto trasparente. Gli strumenti del web 2.0 e un appropriato sistema di valori – che David fa coincidere con l’etica hacker – hanno per ora risolto brillantemente il problema del filtraggio: gli amministratori in rete non sono sommersi da postulanti e scocciatori vari, e anzi mostrano di godersi molto la vicinanza alle persone e al loro agire sul territorio.

Queste interfacce permettono una forte riduzione della distanza tra amministratori e amministrati. Il MISE-DPS è un’autorità centrale, ma per i frequentatori di Kublai è “just one click away”. E’ del tutto evidente che i kublaiani lo sentono molto, molto più vicino e accessibile delle loro autorità locali trincerate nei palazzi (e quasi sempre imprigionate dietro firewalls che inibiscono loro l’accesso ai social networks).

Mi chiedo se, in questa situazione, non sia il caso di ripensare il principio di sussidiarietà. Per come lo capisco, dice che le politiche pubbliche vanno gestite dall’autorità più locale possibile, compatibilmente con il problema che si tenta di risolvere: così, in Europa, i problemi ambientali transnazionali vanno affidati all’Unione Europea, mentre il piano regolatore di Pisticci lo fa il comune di Pisticci. Detto così sembra semplice; purtroppo, nel mondo globalizzato, quasi ogni problema locale è inestricabilmente legato a problemi che insistono su territori più ampi. Per esempio, è completamente insensato che il piano regolatore di Milano sia sviluppato in isolamento da quello di Sesto San Giovanni (e viceversa). Non è sempre facile capire in astratto quale sia l’amministrazione “più vicina al problema”. In concreto, invece, è facilissimo: l’amministrazione più vicina è quella più accessibile, quella con la migliore usabilità dell’interfaccia. Per i creativi di Kublai è molto più semplice e divertente parlare con il Ministero dello sviluppo che con il loro Comune, e questo significa che tenderanno a stringere rapporti con il primo e a saltare il secondo. La sussidiarietà vecchia maniera è insostenibile.

Può valere la pena di studiarsi il sistema inglese (io l’ho fatto qui). Il lavoro viene diviso non per territori, ma per issues. Il centro gestisce i fondi, e quindi ha molto potere di impulso e indirizzo; piccole organizzazioni semipubbliche operanti sul territorio provano a dare soluzioni, in concorrenza tra loro per i fondi di Whitehall. Il sistema – almeno per le politiche della creatività – funziona piuttosto bene. Non è un caso che gli inglesi abbiano deciso – in un referendum del 2004 – di NON volere autorità regionali democraticamente elette. La distanza dai problemi qualche volta è garanzia di equanimità (e la politica locale può essere tossica). Tanto più che, con un minimo di sforzo, un’autorità centrale può essere “just one click away”.

febbraio 5, 2009     Alberto     industrie creative e sviluppo     comment

   


© Contrordine compagni - Wordpress-Theme 0816 by Netprofit Webdesign & Robert Hartl and personalized by Freddy